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asQue van piando, que van piando                         
Que van piando, que van piando

Llévelo usted señorito
que no vale más que un real
cómpreme usted este ramito
pa' lucirlo en ojal.

Son sus ojos alegres su faz risueña,
lo que se dice un tipo de madrileña,
neta y castiza, que si entorna los ojos
te cauteriza, te cauteriza.

Llévelo usted señorito
que no vale más que un real,
cómpreme usted este ramito
pa' lucirlo en ojal.

Llévelo usted señorito
que no vale más que un real,
cómpreme usted este ramito
pa' lucirlo en oja

 


Giulio Ferroni

Giulio Ferroni: L'impresa nella letteratura

www.filos
© Copyright
Rai Educational  che ringraziamo
Il Grillo (9/5/2000)
Giulio Ferroni
L'impresa nella letteratura

...in un contesto culturale globalizzato,
l'unico tipo di personaggio concepibile è l'antieroe, un eroe della
marginalità e del rifiuto, per il quale la sola impresa possibile è
riconoscere che il mondo globale é destinato al fallimento, la cui
sola azione fattibile sta nella difesa di quelle particolari zone
d’esperienza che la cultura nel suo insieme ancora rifiuta e nega...




L'elemento di negatività presente in tutte le imprese dell'epos classico

La doppia funzione del Don Chisciotte
La condizione dell'eroe contemporaneo: l'impossibilità di compiere
qualsiasi impresa
Impresa eroica e società (1 , 2)
Italo Calvino e la possibilità di una svolta razionale
Il rapporto tra eroismo e globalizzazione
Letteratura moderna ed impresa economica
Siti Internet sul tema
Messa in Onda del 9 Maggio 2000
Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Copernico" di
Napoli
FERRONI: Buongiorno. Mi chiamo Giulio Ferroni e sono docente di
Letteratura italiana presso l’Università "La Sapienza" di Roma. Il tema di
cui oggi discuteremo è L’'impresa' nella letteratura; prima di iniziare il
dibattito, visioniamo una breve scheda filmata.
A furia di leggere le storie degli eroi e delle loro imprese, un
oscuro hidalgo esce di senno e, preso il nome di Don Chisciotte della
Mancia, si getta in avventure l’una più fallimentare dell’altra. Nel
romanzo di Cervantes, la potenza evocativa della narrazione delle
gesta eroiche si fonde con il racconto di un eroe che non riesce ad
essere tale. Si tratta di uno scritto che per molti versi costituisce
un punto di svolta nel complesso rapporto fra impresa eroica e
letteratura. Per quante peripezie un eroe potesse attraversare, il
successo della sua impresa era un elemento imprenscindibile delle
grandi narrazioni epiche: Ulisse riuscirà a tornare ad Itaca, Enea
darà vita alla stirpe che fonderà Roma e, nella Gerusalemme Liberata,
il Santo Sepolcro verrà conquistato. La decadenza del genere epico
coincise con un ripensamento della figura dell’eroe e con una
riconsiderazione del valore e della narrazione relativi all’impresa
eroica: queste due tendenze raggiunsero il loro culmine nella
letteratura moderna e contemporanea, popolata da eroi destinati al
fallimento o da antieroi impossibilitati non solo ad agire, ma anche
ad affermare la propria identità. Il Werther di Goethe e lo Jacopo
Ortis di Ugo Foscolo, oppressi dalla propria sorte, sceglieranno il
suicidio; il capitano Achab, nel tentativo di placare un'ossessiva
sete di vendetta, sprofonderà negli abissi insieme alla balena bianca
Moby Dick; ne Il processo, Josef K. combatterà e perderà una battaglia
che non solo risulta priva di senso, ma in cui l'avversario non mostra
mai il suo volto. Figure diverse, eroi diversi, imprese diverse: tutti
accomunati dal fallimento. Questi moderni eroi letterari possono
realmente essere definiti tali? Le loro gesta, benché fallimentari,
rimangono comunque delle "imprese"? Che ne é stato di quell’eroismo
letterario cui il nostro linguaggio quotidiano ancora si riferisce per
denotare le imprese coronate dal successo?
STUDENTESSA: Nella scheda filmata è stata operata una distinzione tra gli
eroi del mondo greco - coronati dal successo - e quelli di epoca moderna,
destinati inesorabilmente al fallimento. Lei ritiene che - nonostante
alcuni esempi di "antieroi" antichi quali Giasone ed Icaro, nonché il
ritorno all'originaria dottrina del mito nella letteratura neorealistica -
tale distinzione sia ancora puntuale?
FERRONI: L’impresa si pone sempre in riferimento ad un obiettivo da
raggiungere: l'eroe mira ad ottenere successo. Tuttavia, se si guarda al
destino degli eroi - persino quelli vittoriosi della letteratura epica
classica - è possibile notare che talvolta questo successo risulta
imprescindibilmente legato ad un oscuro presagio e al senso di sconfitta.
Il primo poema epico della tradizione occidentale - il suo scritto
fondante, ossia l’Iliade di Omero - si conclude con gli onori resi da
Troia al cadavere arso di Ettore, il paladino ucciso da Achille. In punto
di morte, Ettore aveva rammentato ad Achille che sarebbe stato a sua volta
ucciso da Paride. Ciò significa che perfino l’eroe vittorioso, il Pelide
Achille, non può fuggire dalla minaccia di morte: l'aver ucciso Ettore
equivale ad anticipare la propria fine. Da questo punto di vista,
l’impresa vittoriosa si smentisce in quanto tale e si colloca in un ambito
di dolore e di sconfitta. L'Eneide di Virgilio, invece, si discosta dai
poemi omerici e si pone ad un livello superiore ad essi perché è percorsa
da un forte intento politico, vale a dire la "giustificazione" mitica
della nascita di Roma. L’eroe Enea compie la sua missione con successo,
sebbene Virgilio sia molto accorto nel misurare la quantità di sconfitta
che alberga in ogni vittoria. E difatti il poema si conclude con un
perdente: Virgilio si sofferma sull'anima del selvaggio e giovanile Turno
che "fugge indignata sotto le ombre" - fugit indignata sub umbras. In tal
modo il trionfo di Enea, che pure aveva sconfitto Turno in duello ponendo
fine alle eterne tribolazioni della vicenda, non viene affatto rimarcato:
l'ultima frase del poema che cantava "la Roma prima della Roma imperiale"
è dedicata ad un vinto.
Tutto questo per dire che, nell'epos, l'esito vittorioso mostra sempre un
elemento di sconfitta, e non solo in relazione al nemico dell'eroe.
STUDENTESSA: Nella scheda filmata Don Chisciotte viene considerato come un
eroe fallimentare. Al contrario, certe traduzioni critiche del romanzo -
ad esempio quella curata da Vittorio Bodini - presentano l’hidalgo come un
intellettuale innamorato dell’azione. Quale dei due modelli interpretativi
risponde meglio al personaggio del folle e famoso cavaliere mancego?
FERRONI: Il personaggio di Don Chisciotte é stato oggetto delle più
svariate interpretazioni, e la sua ricchezza sta proprio nella sua
complessità. L’immagine che ne dà Bodini potrebbe quasi essere definita
"metaforica": Don Chisciotte appare come l’intellettuale innamorato
dell’azione, il cavaliere dell’ideale e di quelle gesta impossibili che,
in quanto tali, sono condannate a sfociare nel fallimento o nella follia.
Don Chisciotte - un povero hidalgo totalmente assorbito dalla lettura dei
romanzi cavallereschi, di cui discute lungamente con il parroco e con il
barbiere Mastro Nicolàs - si ammala di una follia che lo porta a farsi
"cavaliere errante" per accrescere la sua fama e rendere onore al suo
Paese. La vicenda di Don Chisciotte rappresenta esemplarmente quella
contraddizione tra l’aspirazione all’impresa, quale é data dalla
letteratura, e la realtà. La grandezza del personaggio gli deriva non solo
dal fatto di essere "fallimentare", ma anche dal rendere esplicito che
tale fallimento appartiene in egual modo all'ideale rappresentato dai
libri. La follia della creatura di Cervantes sta nella volontà di
raggiungere un obiettivo puramente ideale che non ha riscontri nella
realtà.
STUDENTESSA: Nel filmato si sosteneva che anche il Werter costituisce un
personaggio fallimentare. Dopo aver letto diversi testi critici del
romanzo di Goethe, mi sento di affermare che il fallimento non sta tanto
nel personaggio, quanto nella società di cui fa parte, società che di
fatto si risolve in una "maschera". Anche Lei è del parere che la morte di
Werther decreti il suo fallimento?
FERRONI: Naturalmente il personaggio di Goethe deve essere
contestualizzato all'interno dell'epoca, della scena letteraria e della
società cui appartiene: in tal modo il fallimento del primo implica
indirettamente una sconfitta delle altre. Tuttavia il suicidio finale di
Werther non lascia dubbi sul suo fallimento individuale.
STUDENTESSA: Personalmente ritengo che l'eroe moderno non esiste perché
risulta incapace di proporre modelli. Qual è la Sua opinione in proposito?
FERRONI: Sia nel caso del Werther di Goethe, sia nel caso dello Jacopo
Ortis di Foscolo ciò che realmente manca é l’impresa: l’eroe fallisce
senza aver intrapreso alcunché. Ciò avviene perché l'universo sociale,
personale e storico in cui questi personaggi si muovono rende impossibile
un qualsiasi tipo d'azione: ciò che viene descritto non è tanto il
fallimento di un progetto eroico, quanto la sua non fattibilità.
Ciononostante, la narrativa dell’Ottocento - e in parte quella del
Novecento - ha continuato a contemplare numerosi tentativi d'impresa atta
al raggiungimento di un obiettivo, sebbene in genere si tratti di
obiettivi destinati a fallire. Nella letteratura della seconda metà del
Novecento viene compiuto un passo ulteriore: l'eroe non risulta più
connotato dal fallimento, ma addirittura dall’impossibilità di compiere
una qualsiasi azione, condizione che travalica la disperazione derivata
dalle imprese non attuabili. Al riguardo risultano emblematici i
personaggi del 'teatro dell’assurdo' di Samuel Beckett. In Finale di
partita, i decrepiti genitori di Hamm hanno perso le gambe in un incidente
e vivono chiusi dentro due bidoni della spazzatura: non si tratta più di
decretare il fallimento all'interno di una società basata sulle imprese,
perché la scena desolata in cui i personaggi non riescono a muoversi e il
loro parlare senza senso, danno ormai l’acuta sensazione dell'immobilità
assoluta dettata dall’odierna civiltà, e resa palpabile dalla
frantumazione del linguaggio.
STUDENTESSA: Se non sbaglio, già nel romanzo Le ultime lettere di Jacopo
Ortis Ugo Foscolo fa esplicito riferimento a tale impossibilità di
muoversi…
FERRONI: In Foscolo c’è piuttosto una tensione tragica all’urto, allo
scontro, dunque alla lotta. Nell'Ortis è presente tutta l’ansia dettata
dalle nuove aspirazioni romantiche: vi si può ancora constatare
un'insistente volontà di combattere, sotto le vesti di evidenti turbamenti
esistenziali. Tale lotta conduce al "fallimento tragico", in questo caso
al suicidio. La totale immobilità dei personaggi di Beckett, invece,
costituisce un passo ulteriore e denota una situazione completamente
diversa.
STUDENTE: In che modo la società può cambiare così tanto da portare l'eroe
al fallimento? Probabilmente l'eroe dell'antichità, assistito dagli dei,
serviva a dettare delle norme di vita, mentre quello moderno - ad esempio
il Don Chisciotte di Cervantes - agisce esclusivamente per motivi
personali…
FERRONI: Molti eroi della letteratura ottocentesca ancora presentano alle
loro spalle una società solidale. Tuttavia l'eroe moderno - a partire
dalle opere di fine Cinquecento - tende a porsi in contrasto non tanto con
la società considerata nel suo insieme, quanto con il gruppo o la classe
sociale cui appartiene: si isola, e da tale isolamento scaturiscono dei
fallimenti di tipo diverso. I personaggi e gli autori antecedenti al XVI
secolo potevano contare su un gruppo sociale ed uno stuolo di lettori
assolutamente consenzienti. Al contrario, lo scrittore moderno é di
frequente in forte contrasto non solo con la società globalmente intesa,
ma anche con il gruppo sociale da cui proviene: egli si ritrova da solo e
sperimenta avventure che lo pongono contro il contesto di appartenenza.
Naturalmente non mancano le eccezioni, come ad esempio il Robinson Crusoe
di Daniel Defoe, un eroe smanioso d'avventure che si ritrova, unico
sopravvissuto di un naufragio, sulla riva di un’isoletta deserta alle foci
dell’Orinoco. Crusoe rappresenta fedelmente, anche se in maniera semplice,
i valori sociali della media borghesia inglese contemporanea.
STUDENTE: E' possibile affermare che la letteratura è lo specchio della
società? Da una società cinica e spietata come quella del Duemila che tipo
di letteratura, quali eroi e quali imprese ci possiamo aspettare?
FERRONI: Probabilmente la società é sempre stata spietata. Nelle culture
antiche e tradizionali la violenza era addirittura più esplicita e
immediata di quella attuale, soprattutto perché oggi essa appare mediata
dall'immagine. La nostra é essenzialmente una società "globale", in cui
pare che ognuno possa partecipare a tutto quel che succede nell’universo.
In epoche più lontane - caratterizzate dalla scarsità di comunicazioni -
poteva accadere che la violenza, sebbene esplicita, non fosse sotto lo
sguardo di tutti. Col passare dei secoli, l'eroe si è andato gradatamente
svuotando del valore di "forza-personaggio" individuale: non è più stato
caratterizzato da quella consistenza che lo portava a scegliere una strada
e a conquistare un obiettivo. Dagli eroi "finti" e "di cartapesta", si è
rapidamente passati agli "eroi virtuali" a noi contemporanei. Questi
ultimi sono degli eroi "sportivi" che possono anche portare distruzione.
L’eroe "di culto" - tipico del mondo di oggi - va incontro agli interessi
di un gruppo sociale limitato e ben definito, ma non tenta l’azione, non
si imbarca in quell'impresa significativa che dà un senso all’esistenza
dell’individuo e della società globalmente intesa. Questo tipo di eroe è
andato perduto, e non è detto che sia un male: come diceva Bertolt Brecht,
"sfortunata é la terra che ha bisogno di eroi". Ciononostante, si deve
comunque andare alla ricerca di esperienze che diano un senso
all’esistenza dell’uomo, per il bene della letteratura e della società.
STUDENTE: Lei non crede, quindi, che nella società attuale sia possibile
concepire un eroe in grado di esprimere dei valori forti…
FERRONI: Anche tralasciando la società, nella cultura attuale non esiste
più questo tipo di eroe. I valori che oggi si impongono sono ormai legati
alla comunicazione globale, al consumo e alla pubblicità. La letteratura
contemporanea - per quel poco che c’è - esprime soltanto eroi marginali.
In un contesto culturale globalizzato, l'unico tipo di personaggio
concepibile è l'antieroe, un eroe della marginalità e del rifiuto, per il
quale la sola impresa possibile è riconoscere che il mondo globale é
destinato al fallimento, la cui sola azione fattibile sta nella difesa di
quelle particolari zone d’esperienza che la cultura nel suo insieme ancora
rifiuta e nega.
STUDENTESSA: Tra i vari romanzi della letteratura moderna ha suscitato in
me un particolare interesse il Siddharta di Hermann Hesse, perché ritengo
che il tema della piena conoscenza del proprio io vi sia magistralmente
interpretato. Dato che, alla fine del romanzo, Siddharta riesce a compiere
con successo la propria impresa, non crede che possa essere considerato un
eroe?
FERRONI: Certamente, sebbene il personaggio rispecchi una certa
"illusorietà", soprattutto se si considera lo scrittore: Hesse, infatti,
particolarmente influenzato dal pensiero religioso indiano, proiettò il
romanzo in culture lontane da quella europea. La fortuna di Siddharta -
anche tra le giovani generazioni - é dovuta proprio ai modelli positivi
d'autentica conoscenza che il romanzo propone. Si tratta tuttavia di
modelli "chiusi", come in un bozzolo, e in contraddizione troppo esplicita
con il mondo circostante. Tali modelli positivi risultano illusori proprio
perché riflettono su sé stessi ignorando completamente la realtà della
vita quotidiana e della cultura globale in cui l’uomo é oggi inserito. In
ultima analisi, si tratta di modelli che ciascuno può coltivare per sé e
per il proprio risarcimento psicologico, ma che non si rapportano alla
società globalmente intesa.
STUDENTESSA: Si è detto che oggi non esiste più l'eroe "tradizionale"
perché è mutato il soggetto storico. L'eroe della letteratura ottocentesca
e novecentesca, infatti, risulta essere un eroe "di se stesso". Come
oggetto emblematico della trasmissione abbiamo scelto un’armatura, simbolo
tanto dell'eroe quanto dell'impresa così come veniva concepita
nell'Antichità e nel Medioevo. Con tale oggetto volevamo anche riferirci
al personaggio di Agilulfo de Il cavaliere inesistente di Italo Calvino,
un eroe senza corpo di cui vive solo l’armatura, animata dalla fede e
dalla volontà di compiere delle gesta.
FERRONI: L’armatura rappresenta la facciata esterna di un eroe che non
esiste o di quel che resta di un eroe.
Nella seconda scheda filmata è riprodotta la rappresentazione teatrale
dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto per la regia di Luca Ronconi. Si
tratta di un famoso spettacolo scritto dal regista in collaborazione con
Edoardo Sanguineti e rappresentato per la prima volta al Festival di
Spoleto nel 1969.
(si visiona il secondo contributo filmato, accompagnato da un
sottofondo musicale e costituito dallo svolgersi di sole sequenze
filmate)
"Cavalcando l’Ipprogrifo, Astolfo ha attraversato i cieli ed é
smontato sulla Luna. Il duca inglese decide di esplorare il satellite
e si introduce in uno dei suoi crateri".
FERRONI: Se si prende in considerazione l’Orlando Furioso, si può
facilmente notare come il rapporto con l'impresa che viene stabilito dalla
letteratura sia per molti versi paradossale, perché la vittoria può essere
sempre pregiudicata dalla follia che incombe su qualsiasi azione umana.
Astolfo va sulla Luna per recuperare il senno di Orlando, poiché lì si
manifesta tutto ciò che viene perso sulla Terra tranne la pazzia.
L’impresa, soprattutto quella dell'Orlando di Ludovico Ariosto, é
strettamente connessa alla propria possibile negazione, all’illusione di
cui é piena la vita umana.
STUDENTE: L’Orlando Furioso di Lodovico Ariosto precede cronologicamente
il Don Chisciotte di Cervantes, di poco successivo alla Controriforma:
qual è stata l'influenza che la politica del tempo ha operato su queste
due imprese fallimentari? Che tipo di legame è intercorso tra le due opere
e il periodo della Controriforma?
FERRONI: Mi sembra chiaro che gli atteggiamenti contraddittori del
personaggio di Don Chisciotte - e del suo stesso autore - siano da
collegarsi ad una sorta di distacco dal mondo di allora, soprattutto dai
valori canonici imposti dalla cultura del tempo. Sarebbe interessante
confrontare il Don Chisciotte con la Gerusalemme liberata di Torquato
Tasso, il poema epico italiano che, al contrario dell'opera di Cervantes,
vuole essere una traduzione in versi dell’ideologia della Controriforma.
Argomento centrale della Gerusalemme liberata, infatti, é la Prima
Crociata, la guerra con la quale i cristiani, guidati da Goffredo di
Buglione, riuscirono a liberare il Santo Sepolcro sconfiggendo i saraceni
comandati da Argante e Solimano. La Gerusalemme liberata é uno di quei
poemi in cui l'impresa raggiunge con successo il suo obiettivo, in questo
caso l'adorazione del Santo Sepolcro e lo scioglimento del voto. Tuttavia
l'opera è attraversata da momenti di fascinazione da parte del piacere e
del male, distaccandosi in questo da alcuni propositi della Controriforma.
STUDENTESSA: In precedenza abbiamo citato Il cavaliere inesistente di
Italo Calvino. Ne Il visconte dimezzato, lo stesso scrittore applica la
tecnica narrativa del "contrasto", proponendo un eroe con una metà buona e
una metà crudele. L’eroe e l’antieroe calviniani si muovono
contemporaneamente e lo fanno all’insegna del divertimento. Lei condivide
la scelta, in tal caso operata da Calvino, di un "eroe ideale" che sia al
contempo "eroe" e "antieroe"?
FERRONI: Italo Calvino registra la dimensione alquanto contraddittoria
dell’inesistenza, tipica del mondo contemporaneo, in cui gli elmi dei
cavalieri possono essere spezzati in due e le armature nascondere il
nulla. Al contrario di quegli autori novecenteschi che registrano
continuamente il fallimento dell’eroe, lo scrittore italiano tenta
un'operazione di recupero razionale. La sua narrativa si fonda su un
principio di forte impianto razionalistico, quasi "illuministico": egli
parte da una riflessione indirizzata all’approfondimento della
contraddittorietà dell’esperienza umana, per poi fornire ipotesi per un
comportamento razionale, possibile nell’esistenza. Da questo punto di
vista, il personaggio calviniano più significativo - presente nella
raccolta I nostri antenati - é Cosimo Piovasco di Rondò de Il barone
rampante, il quale decide di vivere sugli alberi. L’impresa di Cosimo si
rivela impegnativa perché implica una scelta di 'marginalità'. Tale
marginalità viene però compensata da una migliore contemplazione di quanto
accade sulla terra, da un'osservazione "distaccata" delle contraddizioni,
degli errori, delle illusioni e degli eroismi che vi si perpetrano. Questo
guardare le cose "da lontano" può aiutare l’uomo a creare una società che
non abbia bisogno di "eroi", una società che sia giusta, serena e
razionale. Tali erano, almeno, la speranza e l’intendimento di Calvino nel
momento in cui scrisse i tre racconti citati.
STUDENTE: In precedenza ha sostenuto che l'eroe moderno non esiste. Per
quale motivo, allora, si continuano a cercare eroi conformi ai canoni
passati? Non sarebbe più semplice crearne di nuovi mettendoli in
riferimento, ad esempio, al consumismo dilagante o ad altri fenomeni di
questa società?
FERRONI: Di eroi se ne cercano tantissimi e di molto diversi tra loro. In
questa puntata stiamo parlando di eroi letterari, tuttavia il nostro é un
mondo pieno di "eroi": basti guardare a ciò che succede nel cinema, nella
televisione, nei cosiddetti "multimedia" e nell’impero dei giochi. Di
questi eroi quasi tutti, a mio avviso, sono fasulli. Le imprese - anche
criminali - degli 007 e degli agenti segreti di tutti i tipi, riflettono
il bisogno d'identificazione dello spettatore comune - più che del lettore
- in nuovi modelli, tramite cui l’immagine di vita possa risultare
potenziata. I mezzi di comunicazione di massa presentano le imprese più
estreme e le azioni più eccezionali: al giorno d'oggi parlare di "impresa"
significa riferirsi al "culto dell'estremo".
STUDENTE: Lo stesso discorso, però, potrebbe valere per le imprese
dell'antichità, dato che la stragrande maggioranza dei greci non poteva
essere paragonata ad Achille. Che differenza passa tra lo 007 dell’attuale
società e l’eroe della società greca?
FERRONI: Achille rappresenta una società primitiva in cui
l’identificazione con l’eroe avviene da parte del gruppo sociale nel suo
insieme, prima di tutto per difendersi dalla violenza della realtà
esterna, ossia dal contatto con le altre comunità. L’Iliade é costellata
da imprese militari proprio perché la società dell’epoca era dominata
dalla forza militare: in una civiltà in cui la guerra costituisce un
elemento di quotidianità indispensabile a valorizzare la vita di un
popolo, i valori dell'intero orizzonte sociale vengono meglio
rappresentati dall’eroe soldato. Al contrario, le guerre attuali si
combattono nell’ambito di un sistema sociale estremamente complesso e
variegato, caratterizzato dalla divisione dei ruoli e dei compiti:
l'elemento relativo alla forza fisica immediata non coincide più con
l’affermazione dei valori di un tempo, con la difesa di uno strato sociale
o perfino con la preservazione dell’esistenza. Attualmente imperano altri
meccanismi, prima di tutto industriali. La guerra, con i nuovi e
raffinatissimi mezzi di cui dispone, é legata in primo luogo all’economia
e all’industria, così come alle nuove tecnologie: ne derivano situazioni
belliche più tecnicizzate. Gli eroi moderni e gli 007 che oggi ci vengono
presentati, vivono in un mondo cui nessuno di noi partecipa realmente, in
tal modo essi appaiono "astratti" e artificiali. Ciò avviene perché l'eroe
é tenuto nascosto e risulta offuscato dai nuovi "superprodotti"
industriali e tecnologici: attualmente la potenza della tecnologia é il
vero sostegno della violenza sul mondo. Ne deriva che la violenza stessa
può divenire spettacolo grazie a mass media; al contrario, le imprese del
Pelide Achille non costituivano uno spettacolo, quanto un valore in grado
di giustificare il senso dell’esistenza. Dato che oggi tutto é spettacolo,
gli eroi protagonisti delle imprese possono essere infiniti. Si tratta più
che altro di imprese "sportive" e legate all'estremo, in cui l’efficacia
economica, materiale e fisica quasi si confondono.
STUDENTESSA: Ne I Malavoglia di Giovanni Verga, i Toscano - detti appunto
"Malavoglia" - tentano di modificare la propria condizione sociale e vanno
incontro al fallimento. Alessi, il più giovane dei fratelli, è l’unico che
non intende recidere le basi della sua famiglia: non crede che egli sia da
considerare il solo eroe positivo della vicenda?
FERRONI: Certamente sì, perché é colui in cui si incarna la "religione
della famiglia" ereditata dal patriarca della "Casa del nespolo", vale a
dire Padron ‘Ntoni. L’eroe Alessi ben s'inquadra nell’ambiziosa
dichiarazione d’intenti della poetica di Verga, tanto per la compresenza
di uno schema antropologico e sociologico d’impronta darwiniana, quanto
per la fede nei valori della tradizione, una tradizione che si rivela
amara ed assolutizzante nel momento in cui i suoi principi si fanno duri e
violenti. Il riferimento a Verga mi offre lo spunto per parlare del
romanzo dell’Ottocento, in cui l'eroe si configura come un individuo che
cerca sé stesso e una propria posizione nel mondo anche attraverso il
conseguimento di una robusta condizione economica. Gli eroi di tanti
romanzi balzachiani si imbarcano in imprese il cui scopo è la difesa o il
raggiungimento di un solido status economico. L’impianto che é alla base
delle vicende del personaggio borghese contemporaneo é sempre collegato
all’universo economico: egli costruisce se stesso portando a termine
un'impresa economica o inventandone una che, anche quando si connota come
culturale o amorosa, possa avere dei risvolti economici. Il grande
interesse nei confronti del romanzo ottocentesco, é giustificato ancora
oggi dal modo in cui gli elementi economici sono posti in evidenza.
L’impresa come "conquista" - propria del "letterario" - è sempre più
comparabile all’impresa come combinazione di fattori produttivi, come
formazione di un soggetto economico, o come organizzazione e sistema che
si riflettono in un insieme di attività e passività.
STUDENTESSA: Tornando al Foscolo e a Goethe, Lei non crede che le imprese
di Jacopo Ortis e di Werther, anziché fallimentari, possano essere
considerate vittoriose, dato che per loro la morte rappresenta una
liberazione?
FERRONI: Nel caso del Werther la morte costituisce un’impresa di grande
successo, visti i molti emuli che ha saputo creare: parlo dei suicidi
reali derivati dalla lettura del romanzo, i quali hanno contribuito a
costruire e a fondare l’identità di scrittore di Goethe. Sarebbe
interessante appurare quanto il fallimento dell’eroe, in una letteratura
così lontana da quella contemporanea, fosse collegato al successo
dell’autore.
STUDENTESSA: Da ciò che ha detto mi è sembrato di capire che è la società
a ricercare certo pessimismo. Perché tale ricerca è portata avanti proprio
in questo periodo?
FERRONI: Evidentemente sono presenti degli elementi di negatività che
anche il pubblico più sprovveduto è capace di avvertire. Di fronte al
fallimento dell'impresa, la letteratura di tutti i tempi ha reagito o in
modo "tragico" - concludendo la vicenda con la distruzione o con la morte
-, o in modo "ironico", irridendo e tradendo le aspettative della società.
In proposito si potrebbe citare il celeberrimo Canto XXII dell’Orlando
Furioso, in cui Astolfo viene attirato nel palazzo di Atlante. Il palazzo
di Atlante, infatti, rappresenta il luogo dei desideri e delle illusioni,
e tutti coloro che vi entrano vedono l’immagine della cosa desiderata:
ogni cavaliere, ad esempio, vi scorge l’obiettivo da raggiungere, anche se
gli oggetti riportati non sono reali, ma solo simulacri ed apparenze
prodotti dagli artifici del mago. Tali immagini apparenti simboleggiano
metaforicamente la vanità delle imprese: probabilmente molte vicende si
risolvono proprio in un rincorrere le illusioni.
STUDENTE: Da una ricerca effettuata in Internet sul personaggio di Edipo,
é emerso che uno degli eroi più famosi dell'antichità può anche essere
considerato un antieroe perché, nel tentativo di cambiare il proprio
destino attraverso la ragione, non riesce a mutare l'esito della crudele
profezia che grava sulla sua nascita, sebbene sia stato capace di
sconfiggere la Sfinge. Com'è possibile conciliare la ragione con il
destino?
FERRONI: Il destino vince sempre, almeno secondo i canoni della tragedia
greca. Dall’Edipo re sofocleo si potrebbe dedurre che la scelta della
ragione deriva dal caso. Le stesse imprese di Edipo sono dettate dal caso,
nonostante egli cerchi di costruire una sorta di "società razionale": ciò
gli risulterà impossibile perché il destino ha già fissato le infauste
condizioni che daranno luogo al riconoscimento di Giocasta, sua moglie e
sua madre allo stesso tempo. Edipo continuerà a vivere, ma si renderà
cieco trafiggendosi gli occhi per il dolore in seguito al suicidio di lei.
Naturalmente sul mito di Edipo sono stati scritti fiumi di parole, che
inducono a riflettere su quanto sia difficile il cammino della ragione, in
equilibrio tra la resistenza alla natura e gli infiniti condizionamenti da
cui essa stessa risulta caratterizzata. Il tentativo di affermare comunque
- attraverso le imprese e i relativi fallimenti, attraverso il
riconoscimento delle "illusioni" connesse all’impresa - la possibilità di
una "società razionale", costituisce la vera novità del mito, che afferma
altresì la realizzazione di un mondo umano, in cui, benché le imprese
falliscano, si deve continuare a sperare.
Puntata registrata il 10 Marzo 2000



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.IL  Mito  di Europa in Mosco

Quando le Fanciulle con  la bellissima Europa

giunsero ai prati colmi di fiori letiziarono nei cuori  loro

chi il narciso odoroso chi il giacinto chi la viola chi il timo volle.

...ma non a lungo Europa godette dei fiori

Nè intatta serbò la cintura di vergine.

Zeus la vide e inaspettate le frecce

d'Afrodite colpirono il figlio di Crono.

E Zeus il corpo mutò toro divenne.......

nel biondo colore splendida la fronte di argento lunata

bagliori brillanti d'amore lo sguardo

le corna cerchio lunare .

Nel prato appari'  non fu delle

fanciulle spavento, divino profumo di bestia immortale

vinse i fiori  in afrore divino .

Ai piedi prostato d'Europa fulgente

il capo lambiva, incanto alla fanciulla.

...Ella baciò  egli muggi' come flauto.

....Europa sali' con sorrisi sul dorso di toro che in un rapido

balzo  al mare veloce corse. E il

mare  si quietò e il toro come i delfini

sulle acque correva......

Ormai era solo mare e cielo infiniti

"divino toro dove mi conduci...

il mare non temi "

" Fanciulla sii coraggiosa il mare non ti spaventi

Sono Zeus in figura di toro....

illustri figli genererai da me"

A.G.D


Sciamanesimo - Elemire Zolla

da Rai Educational 

1 Professor Zolla, il tema dello sciamanesimo attraversa la sua opera come un elemento costante di interesse e di polarizzazione di significati. Quali sono state le tappe di tale ricerca?

Ho conosciuto queste indagini grazie al grande trattato di Mircea Eliade sullo sciamanesimo: in tale opera non si parla degli sciamanesimi più importanti dell'Asia, come quelli birmani, coreani o giapponesi, ma in essa venne presentato il mondo sciamanico come un tutto. Tale idea di unità non risale a Eliade, ma a Herder che, all'inizio dell'Ottocento, scoprì l'importanza dello sciamanesimo come stato primordiale dell'umanità e quindi cominciò a parlare dell'unità del mondo sciamanico. Ma la dimostrazione particolareggiata di questa grande unità la fornì soltanto Eliade che fonda tale idea di unità sull'esperienza avuta in India, dove assimilò perfettamente la metafisica tradizionale, trovando l'ancoraggio dal quale partire per intendere a fondo lo sciamanesimo.

Una delle principali fonti sullo sciamanesimo è costituita dai testi russi; vanno anche menzionati, nella letteratura americana, il notevole materiale rappresentato dai volumi della Smithsonian Institution che raccolgono le indagini fatte nelle varie tribù, a partire dalla fine dell'Ottocento fino ai giorni nostri. Oltre che indagini scientifiche, antropologiche, ogni ricerca racchiude anche una storia umana: ci furono infatti grandi esploratori che dedicarono la loro vita allo studio dei Pellerossa e, grazie a loro, possediamo valide testimonianze di grandi sciamani, i quali esposero tutte le loro esperienze a questi esploratori. La letteratura a disposizione oramai è sconfinata.

Lo studio critico dello sciamanesimo cominciò alla fine del Settecento, quando importanti ricercatori tedeschi andarono in Russia a studiare gli sciamani; al tempo stesso, l'idea dello sciamanesimo si diffuse anche tra i grandi autori inglesi. Coleridge fu uno dei primi a parlare di una «seduta sciamanica» in ambito eschimese, in The destiny of nations, dove descrive accuratamente l'esperienza di uno sciamano che penetra, immaginativamente, nelle profondità del mare e lì scopre la dea che si ravvia i capelli, tormentati dai peccati degli uomini, riesce a sfuggire ai mostri che l'inseguono.
Lo studio dello sciamanesimo si è diffuso molto lentamente: per più di un secolo si è diffuso adeguatamente, fino a culminare nell'opera di Eliade.
Successivamente se ne appropriò l'etnologia, che si concentrò sulla distinzione tra possessione e viaggio sciamanico. La psiche occidentale si costruì una difesa dallo sciamanesimo per non doverne riconoscere l'ampiezza, il significato; si difese dall'attrazione dello sciamanesimo, dalla facoltà di utilizzare in pieno la fantasia. La fantasia europea era una parte della psiche corrotta, diminuita, disprezzata, mentre nello sciamanesimo la fantasia è la guida alla quale ci si affida per conoscere i grandi misteri dell'esistenza.

Ci fu il tentativo di considerare gli sciamani dei depravati, dei pervertiti, chiudendoli così in un manicomio: basti pensare che l'uomo che si dedicava allo sciamanesimo spesso era un omosessuale, tanto che in Siberia si diceva: «La sciamana mangia lo sciamano». Quindi si provò a collocare nella bolgia dedicata agli omosessuali dal sistema morale europeo tutta l'esperienza sciamanica; ci fu la categoria della schizofrenia, entro cui confinare lo sciamanesimo; si tentò anche di associarlo a malattie particolarissime, come il latah dei Malesi, caratterizzata dalla perdita della personalità.

Per lo più l'antropologia attuale è guarita da questa «malattia infantile» ed accetta che lo sciamano non è un menomato mentale, ma è il più capace della tribù: non è necessariamente il capo, ma è chi guida la mente della tribù.

2 In cosa consiste lo sciamanesimo coreano?

Quello coreano non è uno sciamanesimo perfettamente libero perché ha subito una persecuzione che risale più o meno all'anno Mille, con l'introduzione del Buddhismo in Corea. Il Buddhismo era ovviamente avverso allo sciamanesimo, perché l'ideale sciamanico consiste in un richiamo alla bella vita, mentre il Buddhismo invita a riconoscere la vita come dolorosa e a basarsi su questa constatazione per trascenderla. Ci fu poi la lunga parentesi confuciana della Corea, dalla metà del secolo XIV fino agli inizi del Novecento sotto un'unica dinastia, la quale impose l'ideologia confuciana, ponendo in primo piano la società e i suoi bisogni e sottomettendo l'uomo con una serie di rituali che lo conformavano alle esigenze sociali. Per tale società lo sciamanesimo rappresentava uno scandalo, ma, sopravvisse, anche se maledetto ed escluso dal centro della vita sociale. Il popolo non volle mai disfarsene, tanto più che ci furono anche imperatrici sedotte da sciamane. Nella Corea del Nord il regime comunista lo ha represso, almeno alla vista; lo sciamanesimo, infatti, ha continuato a vivere adottando una mitologia nuova; non è un caso che fra le attuali figure della visione sciamanica coreana figuri anche il generale cinese dalle molte vittorie, personaggio abbastanza recente rispetto alle origini, probabilmente tunguse, dello sciamanesimo locale.

L'attuale modello di cerimonia sciamanica è articolato in dodici parti, nel corso delle quali la sciamana sale lungo una scalinata, che dal mondo umano va verso i cieli, in una serie di fasi durante le quali si cambia di abiti: prima indossa il costume comune, poi si veste da generale cinese, poi indossa altri abiti ancora e infine perviene all'alto dei cieli, dove incontra il dio della vita e della vitalità, accompagnato dalla sua tigre: lì ottiene ciò che desidera. Quindi scende in altre dodici fasi. Ho provato a sovrapporre tali fasi a quelle dello zodiaco locale e mi sembra che coincidano abbastanza, dimostrando come questa cerimonia sia il riassunto di tutte le possibilità che la vita offre. Tale cerimonia rappresenta un'esperienza totale, nella quale la sciamana vive tutte le parti possibili e improvvisa una serie di poesie deliziose, basate su un testo fondamentale, sul quale divaga, a seconda di come la cerimonia procede.

Queste sciamane sono dunque poetesse, cantanti e grandi acrobate, in quanto danzano in vario modo per rappresentare la loro ascesa e per entrare in trance: in un certo senso, sono anche delle grandi guaritrici, perché qualunque malattia si offra alla loro attenzione, riescono a sanarla modificando l'immaginazione, i sentimenti, l'interiorità del malato, rendendolo partecipe del rito. Così come il malato partecipa del rito, allo stesso modo si partecipa di quel grande spettacolo che ritorna alle origini del cosmo e ripropone l'origine dell'anno. La sciamana, fra l'altro, per guarire, insegue l'anima, allontanatasi dal malato, in tutti gli anfratti dell'al di là, fino a riprenderla. Oppure rievoca gli spiriti del padre e della madre del malato, quindi li impersona, trasformandosi in loro. La guarigione sciamanica, dunque, guarisce fino alle fibre che per prime hanno vibrato alla vita, alle fibre del fanciullino che in ognuno si nasconde.

3 Nelle sue opere Lei sembra guardare in modo particolare all'archetipo del matrimonio dello sciamano con gli esseri soprannaturali e seguirne le specificazioni, le forme assunte nella storia della cultura. Potrebbe tratteggiare i passaggi più salienti dell'incarnazione di questo archetipo nella storia della cultura?

È fondamentale comprendere che lo sciamanesimo non è limitato al mondo rappresentato da Eliade nel suo grande trattato. Lo sciamanesimo è presente anche nei Vangeli: allorché il Cristo guarisce gli indemoniati, partecipa a un'azione di tipo sciamanico. Mi sembra, dunque, molto strano che dei popoli che credono di basarsi sui Vangeli, non abbiano dimestichezza con la vita sciamanica, la quale non dimostra altro che questa facoltà di risanamento, di esorcismo. Anche la Grecia, che è il punto dal quale si fa partire la cultura occidentale, era un paese sciamanico: i grandi eroi orfici della Grecia, infatti, non erano altro che sciamani; anche l'intellezione della tragedia greca è impossibile se non ci si immedesima con esperienze di tipo sciamanico. Si prenda, per esempio, il caso di Cassandra: responsabile di non aver voluto un figlio da Apollo, aveva avuto l'esperienza tipica della sciamana, ossia sposare un dio, tuttavia non aveva ceduto interamente a lui. Pertanto ritengo che senza tener presente le esperienze sciamaniche, non sia possibile comprendere chi fosse effettivamente Cassandra.

Come per il caso di Cassandra, nell'interpretare altri fenomeni si è trascurato spesso uno dei princìpi fondamentali dello sciamanesimo: quale lo sciamano, per acquistare la sua potenza, l'uso pieno della sua fantasia, deve avere un'esperienza particolare, un'esperienza erotica con la divinità. Quindi lo sciamano deve diventare l'amante della Grande Dea. Ma come fa a ottenere tale risultato? Tutti sognano di avere rapporti erotici: lo sciamano non è altro che una persona in grado di organizzare questo istinto fondamentale dell'uomo per costruire, plasmare, una grande avventura. Lo sciamano cheyenne, per esempio, si proietta in una caverna del monte cosmico e lì viene a contatto con la Grande Dea, la quale è capace di produrre abbondanza, di dare tutti i benefici all'umanità. Soltanto seducendola, egli raggiunge il suo fine.

Quella dello sciamano è un'esperienza fondamentale, che può essere rappresentata da un amore passeggero o addirittura, come succede in molti popoli, da un matrimonio. Per esempio, tale genere di matrimoni è una parte essenziale della vita vudù; allo stesso modo, in molti popoli della Nigeria e del Togo è comune l'idea che il sacerdote sia colui che è sposato alla dea, o addirittura colui che, a un certo punto, si immedesima con la dea, cominciando a vestirsi da donna.

4 Cosa accadde con l'avvento del Cristianesimo? Quanto la visione teologica totalizzante trasformò l'immaginario umano?

Il grande avvio della fantasia cristiana ebbe luogo in Egitto grazie ai primi eremiti rifugiatisi nel deserto. Tra di loro, infatti, ci fu un eremita, il quale ebbe una visione di tipo sciamanico, nella quale superò tutte le difficoltà sciamaniche, proiettate in veste di peccato, pervenire infine alla suprema potenza, conferitagli dal dio cristiano o dalle divinità inferiori del Cristianesimo, ovvero i vari santi, spiriti e angeli. Questa fu l'origine della fantasia cristiana, che poi alimentò tutta la grande mistica.

Pertanto ritengo che nel Cristianesimo ci fu una trasformazione della denominazione degli eventi, non una trasformazione degli eventi sciamanici stessi, anche perché tutte le grandi esperienze mistiche si rifecero a questo paradigma.

5 Nelle sue opere dichiara di rinvenire dei forti tratti sciamanici nella letteratura cortese europea. Ciò appare assai significativo proprio perché le semplici interpretazioni in termini di letterature comparate non arrivano a rendere conto di un fenomeno così complesso, che crea un gioco di richiami tra culture dichiaratamente diverse, come quella europea e quella islamica. Ma quale fu l'origine di tale letteratura?

Per rispondere a questa domanda, è possibile partire dal Corano, o meglio dal rapporto che ebbe il Profeta con gli abitanti de La Mecca, i quali avevano un culto per alcune dee con le quali amoreggiavano secondo gli schemi di un rapporto puramente sciamanico. Maometto si oppose a questo culto, detto dei jinn, sostituendolo con il suo. Egli dunque disse ai Meccani, per distoglierli da questo culto, che se avessero rinunciato subito ad avere rapporti erotici con i jinn, nell'al di là avrebbero ottenuto molto di più, ovvero le huri, le compagne deliziose, sempre vergini, di chi si è comportato piamente nella vita.

Questo discorso diede origine a una serie di conseguenze: nell'Islam i primi Sufi, o esoteristi, cominciarono a pensare che le huri potessero anche essere percepite, in qualche maniera, in vita; ne cominciarono una sorta di culto, anche se in veste islamica, finché ci fu la grande esperienza di Ibn Arabi il quale, durante il suo pellegrinaggio a La Mecca, incontrò prima una deliziosa fanciulla di Isfahan che lo fece innamorare e assurgere al massimo dell'esperienza mistica. Successivamente incontrò un giovinetto che lo portò a un'esperienza ancora più profonda. Questa è la base da cui partì tutta l'esperienza trovadorica europea.

A tal proposito vale la pena ricordare che i poeti dello Stil Novo si chiamavano fra loro «donne» come, d'altra parte, chi aveva un rapporto con una Grande Dea, a un certo punto si trasformava in lei. Il fatto che si chiamassero «donne» era dunque l'indicazione di un'esperienza precisa: Dante, Cavalcanti e Guinizelli avevano fra loro un rapporto di comunicazione atto a informare del grado che ciascuno aveva raggiunto. In altre parole, si trattava di scambi fra «donne» su esperienze rarissime, difficili da esprimere con le metafore comuni e che, pertanto, solo raramente furono espresse chiaramente. Per esempio ne La vita nova ci sono pagine straordinarie, nelle quali Dante spiega, in termini che potrebbero essere proprio quelli di uno sciamano, la sua elevazione alla conoscenza di Beatrice. Ma chi era mai Beatrice? Le ricerche su quale donna di carne e ossa della Firenze dei tempi di Dante si potesse far coincidere con Beatrice sono abbastanza inutili, poiché essa rappresentava la Somma Dea, cioè la figlia del fondatore dell'universo. Quindi Beatrice ebbe esattamente la funzione della Grande Dea delle religioni primitive e non fu una figura che Dante trasse dalla teologia cattolica.

6 La Dama come «eterno femminino» sembra emergere nel Romanticismo tedesco con una sua rilevanza. In particolare Lei, ne L'amante invisibile, parla dell'incarnazione dell'«eterno femminino» in Goethe. In quale opera Goethe fece un esplicito riferimento a tale tema?

Goethe nascose i propri convincimenti esoterici nelle sue opere, salvo che nel Wilhelm Meister dove ne fece una spiegazione totale, completa. È straordinario come in questo romanzo, che sembra realistico, all'improvviso Wilhelm, il protagonista, si innamori di una donna che è al di là dei pianeti. Goethe, dunque, mentre sembra presentare la descrizione di un essere femminile vero e proprio, estremamente elevato, come un angelo sollevato al di là della sfera planetaria, in realtà sta enunciando, in modo molto semplice e preciso, una esperienza sciamanica, ovvero la scoperta della donna che è al di là delle influenze planetarie e che si trova verso stelle come Sirio e Aldebaran.

Quindi all'interno di tale opera compare quella visione dell'«eterno femminino», altrove incarnato da Beatrice o da Laura, all'origine della grande poesia europea.

7 Nella modernità sembrano rarefarsi le tracce più vitali dello sciamanesimo. Cosa ha determinato questa sorta di depotenziamento dell'archetipo?

Potrei rispondere che sono state le fiamme che hanno avvolto Giordano Bruno, che fu il massimo teorico della fantasia e dell'uso della fantasia come metodo per allenare la memoria. Non è un caso che oggi i suoi libri sulla memoria non si comprendano a pieno, risultano molto difficili. Dunque è possibile considerare Giordano Bruno come l'ultimo a essersi occupato di questa utilizzazione della fantasia, di questo irrobustimento della fantasia finalizzato all'accrescimento della memoria per ottenere una conoscenza più profonda. Pertanto è all'inizio del Seicento che comincia a cedere la fantasia europea. È possibile considerare il Tasso come l'ultimo grande poeta epico dell'Europa, poiché con esso si vede morire tutto l'insieme dei prodotti della fantasia che un tempo rallegravano la vita. La nostra attuale fantasia non ha nulla in comune con quella di un qualunque seguace del vudù di Haiti: la nostra fantasia non riesce nemmeno più ad affrescare una chiesa.

Di contro, la fantasia sciamanica riesce a ordinare il cosmo evocando un archetipo fondamentale, quale l'ascesa di una montagna, l'entrata in una caverna e la scoperta, in fondo alla caverna, della Grande Dama che concede la vita. Questo è uno degli schemi più antichi, più diffusi, che è possibile trovare in tutti i popoli. Laddove si trasforma la scena, non cambia nulla del sostrato. Un'altra storia prototipica è rappresentata dallo sciamano che si immerge nel mare fino alle massime profondità e, in un anfratto della costa, entra in una caverna dove incontra la divinità, principio della vita e fondamento dell'esistenza. In altre storie, invece della salita o della discesa, vi è la grande traversata del deserto e l'arrivo nell'oasi dove domina la Grande Dea dell'Atlantide.

Quindi tutte le possibilità sono aperte, ma in realtà è unica la storia: l'attraversamento di un percorso accidentato, la perdita di tutte le vesti e, infine, l'arrivo nudi alla meta e la lotta per avere l'accesso alla fonte della verità e della vita.

8 Perché nell'esperienza sciamanica le dimensioni della guarigione e della cura assumono un'importanza fondativa?

L'esperienza sciamanica è sempre terapeutica nel senso che, riconducendo l'uomo alle scene fondamentali, permette a questo di acquistare una visione complessiva della realtà e quindi di superare quell'angustia che ha determinato la malattia. Oggi, in certi paesi dell'America Latina, dove la tradizione sciamanica ancora sopravvive, lo sciamano viene chiamato a risolvere quei casi disperati che nessun medico riesce a guarire: è interessante notare il fatto che, ancora oggi, qualche volta tali sciamani riescano a trasformare il malato.

Inoltre, un tempo, la funzione terapeutica dello sciamano era concepita come un tutt'uno con la funzione poetica, con la funzione musicale e con la funzione, in genere, teatrale: un tempo non si facevano distinzioni, dunque l'arte doveva guarire. Un'arte che non era in grado di guarire era considerata inutile, era considerata come uno scialo di immagini che non rispondeva a nessun fine. Quindi la domanda non è tanto come mai lo sciamano si protende alla cura, ma come si fa a produrre arte senza intendere come suo fine la guarigione.

9 Oggi si tenta in qualche modo di riattingere alla cura sciamanica, anche da parte dell'etnopsichiatria. Lei ritiene possibile un attingimento del genere o lo considera solo uno sforzo inutile?

Personalmente non credo a questo attingimento. Io vidi nascere tale movimento in America, negli anni Ottanta. Ogni volta che facevo una conferenza di argomento sciamanico, tutti mi parlavano dell'ultimo libro di Harner, ma rimanevo esterrefatto perché essi parlavano di esperienze di studio, non di possibilità reali. Scoprii che già allora c'erano vari centri i quali spedivano, in contrassegno, le maracas e tutti gli strumenti utili per immedesimarsi con un'esperienza sciamanica, quale che fosse. Inoltre Harner diffondeva lo sciamanesimo delle tribù venezuelane o brasiliane. Quindi c'era la pratica di scavare dentro la terra per arrivare al mondo soprannaturale, oppure la pratica di volare nei cieli, per librarsi fino al mondo sovraceleste. Di fatto oggi lo sciamanesimo è una delle tante religioni americane perché alcuni hanno portato in America gli sciamani degli Huicholes del Messico, mentre altri hanno inventato altre forme.

Personalmente non credo che qualcuno oggi possa immettersi in un mondo sciamanico, tuttavia non posso nemmeno escluderne la possibilità in senso assoluto. Ciò che vidi in America mi parve puerile, ma questa che sembra una debolezza degli Americani, in realtà rappresenta l'inizio di una grande forza. Per ora credo che sia soprattutto una fonte di guadagni per chi riesce a simulare di essere uno sciamano: quindi tanti Indiani d'America e tanti Messicani probabilmente stanno ingannando il popolo più labile e più facile da incantare.

Esiste tuttavia una rivista molto importante, lo Shaman's drum di San Francisco che rappresenta uno strumento, secondo me, indispensabile: si tratta di un mensile straordinario che porta qualche testimonianza di esperienze sciamaniche dimenticate, tratte dalla letteratura passata o attuale.

10 Ne L'amante invisibile Lei delinea una sorta di pedagogia della visionarietà, auspicando un possibile ritorno di attenzione al piano dei sogni, delle visioni. Lei parla di una traduzione delle conoscenze scientifiche in una griglia mitica: cosa intende con ciò?

Prospettavo la possibilità che qualcuno potesse avere una forza della fantasia così agguerrita da riuscire a costruire un sistema di metafore attorno alle verità scientifiche ultime, quali, per esempio, la fisica quantistica. Di fatto, coloro i quali non conoscono la matematica in modo abbastanza profondo, non sanno nulla della fisica quantistica. Dunque un matematico potrebbe ideare qualche metafora con la quale fornire un piccolo aiuto a trasportare la mente su quel piano.

In genere nelle scuole si insegna soltanto il sistema metaforico congegnato attorno alle verità tradizionali. Perché non inventare, con superba forza, tutte le metafore necessarie, evitando di limitarsi a quelle puramente pedagogiche attualmente in uso, allestendo un grande dramma, come usavano fare gli sciamani?

 


Elémire Zolla racconta come è nato il suo interesse per lo sciamanesimo ed espone lo sviluppo di queste ricerche con una conseguente analisi critica delle reazioni occidentali di fronte alla singolarità della figura dello sciamano. Zolla parla dello sciamanesimo soreano, sopravvisuto a diverse forme di proibizione nel corso dei secoli -dal divieto buddhista ai tentativi di repressione del regime comunista della Corea del Nord- quindi descrive una delle cerimonie sciamaniche coreane più importanti, affontando anche la funzione guaritrice dello sciamano Zolla dimostra che lo sciamanesimo è, in realtà, ben radicato nella tradizione culturale occidentale, sia rileggendo da tale punto di vista gli episodi di guarigioni miracolose riferite dai Vangeli, sia riferendosi al mondo greco. Analizzando la vicenda di Cassandra, viene inoltre evidenziato che il punto fondamentale dell'esperienza sciamanica è indissolubilmente legata al cosiddetto «matrimonio» con la Grande Dea, ossia al rapporto sessuale con la divinità depositaria dell'abbondanza, della fertilità, in grado di arrecare benefici alla comunità; sono anche documentati casi in cui lo sciamano non solo si sposa con la Dea, ma si abbiglia egli stesso da donna. Nel Cristianesimo si è verificata non una trasformazione dell'esperienza sciamanica, ma una trasformazione della dominazione degli eventi. Nella letteratura cortese, tradizionalmente considerata debitrice delle produzioni islamiche, vi sono degli effettivi richiami all'esperienza sciamana legata alla predicazione di Maometto. Egli, infatti, introdusse la figura delle huri per distogliere i Meccani dall'antico culto delle jinn: come conseguenza, nell'Islam si verificò una sorta di costante ricerca delle huri anche nel mondo terreno, ricerca che culminò con la vicenda sciamanica di Ibn Arabi, che raggiunse i più profondi livelli di esperienza mistica prima incontrando una fanciulla, quindi un ragazzo. Queste tradizioni giungono nella letteratura europea medievale e, in particolare, i segni più evidenti sono nello Stil Novo: su tutti, vale l'esempio di Beatrice; altro caso esemplificativo, molto più recente, è costituito dal Wilhelm Meister di Goethe, in cui il protagonista si innamora della donna che è al di là dei pianeti. Va tuttavia ricordato che in Europa lo sciamanesimo perde forza e consistenza nel Seicento, il secolo che si apre con il rogo di Giordano Bruno e nel quale la poesia cortese ha il suo ultimo grande rappresentante in Torquato Tasso. Questo ha determinato la perdita, da parte del mondo occidentale, della fantasia propria dello sciamanesimo, ordinatrice del cosmo grazie all'attuazione di uno schema, di un archetipo per il quale lo sciamano deve compiere un viaggio faticoso -grotta, deserto, caverna marina- che lo porterà al congiungimento con la Grande Dea. L'esperienza sciamanica ha sempre una funzione terapeutica, in quanto arreca guarigione attraverso l'acquisizione di una visione complessiva della realtà che supera il dolore. Inoltre la funzione terapeutica si associa a quella poetica, musicale, teatrale proprie dello sciamano; hanno invece un valore del tutto commerciale i fenomeni di massa legati ad una nuova e presunta attività sciamanica guaritrice, di moda negli Stati Uniti. In conclusione, Zolla si auspica un ritorno alla fantasia sciamanica per costruire un sistema di metafore intorno alle cognizioni scientifiche.

mongolia cavall altramonto34.jpg (17165 bytes)Mongolia- Cavalli al tramonto del sole


 Massimo Cacciari

 

 

«Et moi je ne supporte que les poètes qui, par ailleurs,
ont aussi des pensées, comme Pindare et Leopardi»

F. Nietzsche, Nachgelassene
Fragmente 1875-1879, KSA, Bd. VIII, p. 128.

1. Leopardi en est convaincu : le monde est «koinonia kakôn» et sa puissance provient en premier lieu de ce qu’il est expression de lois physiques, d’une Anankè bien plus forte que toutes nos lois, tous nos impératifs. Leopardi en est convaincu : les esthloè, les agathoè, les «bons et magnanimes», il est naturel que l’«on tente de les détruire ou de les pourchasser par maints efforts» (Pensieri, i). Conviction qui rend impossible l’être persuadé, la joie de la Persuasion, en ce qu’elle affirme l’inexorable victoire de la «généralité», de la capacité d’adaptation universelle des «malfrats» les uns aux autres, et du flux indéfini de leurs convoitises sur le théâtre du monde (Pensieri, xcviii).

Mais que disent-ils, en vérité, ces «bons et les magnanimes»? «Ils sont sincères et appellent les choses par leurs noms» (Pensieri, i); en d’autres termes, ils ne font pas de rhétorique: ils ne passent pas leur temps à «bavarder» (Pensieri, viii). Ils ne traduisent pas «les vrais enseignements [...] dans la langue du faux»; ils parlent «à mots nus» des choses «qui se font et toujours se feront». Mais ici, «Machiavel dira» (Per la novella Senofonte e Machiavelli, in Tutte le opere, a cura di F. Flora, Milano 1961, Le poesie e le prose, vol. I, pp. 1051 sq.1) — ici c’est Machiavel — l’un des auteurs privilégiés, avec Thucydide, du Nietzsche «historisch durch und durch» — qui enseigne: «la morale est déjà irréparablement abolie et détruite», et il faut substituer à la philosophie socratique la «solide et froide» observation de l’effectif, la seule qui puisse enseigner aux hommes (»ces diables de chair») l’art du vivre (qui seul s’harmonise à la naturelle philopsychia), tandis que la morale devra plutôt s’appeler art du non-vivre (art de l’impossible Vie).

Et relisant ainsi, à la flamme de Michelstaedter, ces pages léopardiennes, nous voici aussitôt conduits au cœur du problème. Le magnanime, est-il donc «simplement» celui qui ne ment pas, celui qui détrompe, le véridique précisément, dans l’acception nietzschéene la plus directe et explicite? Est-ce vraiment la même personne, ce «bon» dont il est question dans la première Pensée, et le Machiavel, maître de la vie sociale et des règles inflexibles qui gouvernent la «koinonia kakôn»? Le «bon» ne serait pas autre chose, dès lors, que le «vrai philosophe» (ibid., p. 1055) — et le «vrai philosophe» n’ordonne pas, ne pontifie pas mais explique «clairement et distinctement l’art véritable et utile»: en d’autres termes, ses paroles se convertissent en faits, en pratiques utiles pour celui qui les suit. Le «bon» ne serait, dès lors, que la vérité même de cette époque et de ce monde: celui qui en dévoile, sans hypocrisie ni fiction, la nature authentique. Et il ne serait pas chassé pour autre chose, sinon du seul fait que le monde ne supporte pas que le mal soit nommé (Pensieri, i).

Mais une telle conclusion serait déjà en soi contradictoire. Le fait que le monde ne supporte pas d’être dit à mots nus, signifie que cela ne lui est utile en rien, et qu’il s’agit même d’un principe contraire à sa propre philopsychia. Alors le «vrai philosophe» qui enseigne froidement «l’art véritable et utile» trompe, puisque dire le vrai effectif n’est d’aucune utilité pour personne. Déjà, dans la simple volonté d’observer sans fiction résonne un détachement du monde que l’on observe, comme des règles qui l’informent. Déjà cette observation obéit à un nomos qui apparaît décidé de la physis du «troupeau civil». Le principe selon lequel le bon doit (Sollen !) observer, est, pour ainsi dire, entièrement a priori par rapport à l’ordre immanent de la communauté. La position du «vrai philosophe» est donc intrinsèquement paradoxale: alors qu’il affirme que «la morale est irréparablement abolie et détruite», il accomplit une affirmation morale — en tant que telle incompatible avec le monde qui en a fait une réelle apostasie2. Du seul fait de s’en tenir «à la connaissance de la nature humaine» (Pensieri, li), en tant qu’historien de ses cultures et de ses langages, il n’y participe pas — puisqu’y participer implique de ne pas appeler les choses par leurs noms, mais plutôt de «traiter et d’écrire avec le lexique de la morale» l’«art de la scélératesse» (Per la novella..., op. cit., p. 1053).

Mais plus encore: pour pouvoir saisir les principes effectifs de ce monde en formes claires, et non comme ces philosophaillons qui voudraient «que toute la vie fut sage et philosophique» (Pensieri, xxvii)3, il sera nécessaire de les pouvoir définir et d’en montrer, donc, les limites. Le «vrai philosophe» n’analysera pas seulement le mécanisme interne de la culture du corps social, mais découvrira aussi à quels autres principes et à quelles autres forces il s’oppose, de quelles limites «souffre-t-il». Immanent à l’observation véritable est ce jugement : déconstruire toute prétention à la totalité. En effet, l’observé, en tant qu’il est observé, ne peut a priori apparaître comme un tout — puisqu’il implique nécessairement un observateur qui ne lui est pas immédiatement identique. Mais la prétention de valoir comme unique totalité ne peut être éliminée dans la «koinonia kakôn» (qui, de ce fait, est contrainte — juxta propria principia — à chasser le «bon»: le «bon», en s’imposant de dire, avant tout, la vérité effective, bouleverse cette prétention sur laquelle se maintient l’union du plus grand nombre, l’«état social»). Il ne se trouve pas de désenchantement possible qui ne comporte la connaissance de ce que ce monde n’est pas — de ce qui pour lui est simplement oublié, ou considéré comme mort ou vaine illusion. La connaissance des forces qui régissent ce monde (qui appartiennent à l’archôn de ce monde, devrions-nous dire) ne se peut disjoindre de la connaissance de tous ceux — hommes, expériences ou idées — qui souffrent de son arrogance (Pensieri, xxviii). Ainsi, non seulement celui qui véritablement observe ce monde doit lui être étranger, mais il devra aussi reconnaître ce que ce monde considère comme simple passé, il devra écouter toutes ses victimes — sans quoi il ne pourra être ce solide et ferme (et donc libéré de son incessante «mutation», de ses «modes» insatiables) connaisseur du monde qui veut et doit être. Pour ces raisons essentielles (bien que presque toujours sous-entendues) les images d’une vie heureuse, d’heureuses erreurs (et nous en verrons la nature authentique), de doux espoirs, de «tromperies amènes» (Le ricordanze) — toute la dimension, en somme, du «cher imaginer», (Al conte Carlo Pepoli), interdite par le vrai (Ad Angelo Mai) —, ont une fonction décisive dans l’expression même du vrai effectif, car c’est par elle qu’apparaît la limite de ce vrai — et donc la raison pour laquelle ce vrai ne peut être Vérité, ne peut prétendre à quelque totalité que ce soit. C’est nécessairement seul celui qui chante la douloureuse mélodie des «choses passées», et donc les remémore, les transfigurant dans son tourment qui dure, les rendant vivantes encore dans un tel tourment (Alla luna), qui peut d’un œil libre rechercher «l’acerbe vrai» (Al conte Pepoli) «de l’âpre sort et de l’obscur lieu / que Nature nous donna» (La ginestra) sans aucune kolakeia, sans aucune servile adulation pour le «siècle orgueilleux et imbécile» sans «s’adapter» un seul instant à son éloge des «magnifiques destins en progrès» (ibid.).

2. Le froid et dur observateur reconnaît, avant tout, le caractère intrinsèquement nihiliste qui domine les «magnifiques destins» de la Ratio européenne4. L’idée de nihilisme, comme chiffre de la tradition métaphysique à son apogée, est soumise à l’enquête par Leopardi avec une extraordinaire rigueur, entièrement débarrassée de ces tonalités «sentimentales» qui, pour une très grande part de la littérature Romantik, caractérisent la critique de l’Aufkl„rung et du nouvel ordre économique et social. Et il ne se trouve pas trace non plus chez Leopardi de cette nostalgie régressive à l’égard de dimensions culturelles précédant l’affirmation du logos impositif-projetant contemporain. Une telle nostalgie (typique elle aussi d’une grande part de la Romantik) ne pourrait être valable pour une raison de fond: Leopardi tient pour un fait certain le caractère destinal de l’affirmation de ce logos — il le conçoit même comme l’accomplissement, la vérification de sa plus intime nature ab origine. Mais — tel est l’authentique désenchantement léopardien! — ce destin est le destin du logos occidental, non une abstraite totalité. Sa prétention de valoir comme le Tout, est le trait fondamental de son arrogante volonté de puissance — et elle vaut, justement, dans ces limites: comme expression d’une volonté. Le «cher imaginer» ne représente pas une époque ou une culture déterminée à laquelle on puisse se référer avec une nostalgie désespérée — mais, bien plus radicalement, une dimension spirituelle que jamais cette volonté de puissance ne pourrait reconnaître — mais qu’elle ne pourra jamais aussi de ce fait prétendre d’avoir complètement subsumé en soi, «épuisé» en soi. Subsiste, donc — conservée, si l’on veut, justement dans son actuelle «invisibilité» — une dimension imaginative, une faculté de créer des images ou de mettre en image (cette faculté propre de l’âme qu’est le metaphoreîn, disait Plotin), une faculté d’invention d’images, qui actuellement — sans aucun pathos régressif — conteste la prétendue exclusivité de la ratio calculante et en définit l’infranchissable limite. Le «cher imaginer» ne vit pas ailleurs, dans un «autre monde» par rapport au «vrai acerbe», mais en constitue plutôt la critique immanente. Oui, «Dès qu’apparaît le vrai» tombent les «suaves pensées», «ma douce espérance» (A Silvia) — car il n’est de salut, sinon de salut qui tombe — mais elles tombent dans le ressouvenir du chant, dans les «tristes et chers / émois du cœur» (Le ricordanze), que la mémoire du chant accueille et garde. Et une telle poésie existe — elle n’est pas soupir, elle est désir en acte de bonheur et de vie. Ce désir qui bat, conscient d’être problèma pour le nihilisme du logos — et donc désir qui se connaît soi-même : rien d’irrationnel ou de vitaliste — est-il simplement catalogable, alors, comme «condition transcendantale» de toutes les erreurs que la volonté de puissance-volonté de vérité est destinée à arracher ? Car ce qui définit en propre le destin du nihilisme c’est de poser comme nulle en soi toute expérience immédiate, de donner figure au monde, et donc, le subsumer, l’interpréter, le transformer en figure de l’interprétation (la « gedeutete Welt » de Rilke). La «misère» de l’expérience (dont Benjamin parlera) est signe de la puissance de la raison à arracher les erreurs, à poser l’être comme calculable-manipulable (un positum de la volonté du sujet), et donc, tous les êtres comme en soi équivalents : «et le monde est figuré par une brève carte; / Voici, tout est semblable...» — mais semblable dans l’être rien en soi: «et découvrant / seul le rien s’accroît» (Ad Angelo Mai, [n.s.]). Le savoir et la découverte apparaissent donc nécessairement insatiables — et leur «dure morsure» en vain «requiert le bonheur» (Al conte Pepoli), car le bonheur ne peut s’y trouver — comme le dira Michelstaedter, en interprétant son Leopardi — que dans l’accomplissement, dans la paix des erga — justement cette paix a priori qui ne peut être atteinte à travers la fatigue de la découverte, qui avance sans cesse, ruinant illusions, espoirs et jeunesses. Notre «ardeur scélérate», notre «furor» qui «ouvre les rivages et les antres / Et les paisibles forêts» (Inno ai Patriarchi — il semble que résonne dans ces mots un écho du stasimon sophocléen de l’Antigone sur l’image terrible de l’homme «pantoporos», «aporos ep’oudèn», «qui en tout lieu ouvre sa voie», qui en tout lieu aplanit son chemin), jamais ne sera persuadée, jamais ne pourra se dire energos, mais toujours sera menacée par l’ennui — par la mélancolie qui assaille de par son insatiable avancée. C’est sans doute le trait le plus profondément pétrarquien et tassien de la pensée de Leopardi: une épaisse brume d’acédie5, plus encore que d’ennui, enveloppe la «furor» de notre savoir et de notre action, à peine comprenons-nous qu’ils ne se peuvent «apaiser» dans des œuvres «heureuses», mais ne sont qu’un éternel re-commencement (»tanta cœptorum moles» comme les appelle Pétrarque, de la douleur desquelles «commence et naît / le chant italique»). Mais ce type d’hétérogénèse des fins, qui semble miner à la racine l’ultra-humanisme du logos, «et le fuyant et nu / Bonheur, sous le soleil bas, pourchasse» (Inno ai Patriarchi), ne peut être dit, ne peut être jugé sinon par celui qui a à cœur, dès à présent, la mémoire de ce bonheur et raisonne sans répit sur son combat avec les principes destinés à le détruire.

3. Demandons-nous alors si ce qui réagit de manière critique au sens immanentiste-matérialiste dominant dans le processus de la raison peut n’être que la dimension de l’«erreur de jeunesse». Les illusions que le savoir extirpe et détruit ne sont-elles pas autres que celles du «jour de fête»? Le rire — que l’on perçoit comme un écho extraordinaire et lointain — n’est-il que l’immédiate expression de l’inconsciente et insouciante jeunesse?

Que les sensations soient «nos seules maîtresses» et qu’elles nous enseignent «que les choses sont ainsi, parce qu’elles sont ainsi, et non parce qu’elles doivent être absolument ainsi, c’est-à-dire parce qu’il existe un bien et un bon absolus, etc.» (Zibaldone 1339-1340, 17 juillet 1821), de cela Leopardi en est parfaitement convaincu (et, nous le savons maintenant, ceci équivaut à dire qu’il est convaincu, in uno, qu’il ne s’agit pas, dans ce savoir, de persuasion). Locke l’a démontré, selon lui, sans nul doute possible, et pour ce faire, il fallait témoigner d’une «très haute connaissance, d’une finesse et d’une acuité inventive suprêmes, d’une très vaste doctrine, d’un grand génie en somme» (ibid., 2707, 21 mai 1823). La raison des choses est toujours et seulement relative (le «quantum» nietzschéen de «bonne raison» que chaque fait possède!); «les circonstances variant, et donc les convenances, la morale varie aussi, et il n’est aucune loi qui soit gravée primordialement dans nos cœurs» (ibid., 1638, 5-7 septembre 1821). Ainsi la philosophie dont Leopardi est convaincu apparaît sans hésitation celle qui, de manière plus cohérente, détruit la fable du système platonicien des idées (ibid., 2709, 21 mai 1821), comme «modèles éternels et nécessaires des choses» (ibid., 1638, 5-7 septembre 1821). Et une fois les idées de Platon expulsées, tout innéisme s’écroule, «l’absolu se perd» (ibid., 1462, 7 août 1821). Le «démon» anti-platonicien de la philosophie moderne ne pourrait être exprimé de façon plus lucide et précise — et qui est véritablement détrompé et connaisseur du verum-factum ne peut pas ne pas y prendre part. Mais la fable de Platon serait-elle une expression naïve de la «légende antique» qui faisait vivre un seul jour les fleurs et l’herbe et les bois (Alla Primavera) avant que l’homme ne s’en fasse un chemin ? Certes, pour Leopardi, les temps de Platon, «conservaient encore bien assez de nature» (Zibaldone, 1067, 20 mai 1821), mais le système de Platon est tout autre qu’un songe vague — c’est un système très hardi qui embrasse toute l’existence, qui veut rendre raison de la nature toute entière. Platon est «le plus profond, le plus vaste, le plus sublime philosophe parmi tout ceux de l’antiquité» (ibid., 3245, 23 août 1823). Une «fable» son système, mais non point une chimère: «le système de Platon des idées qui préexistent aux choses (...) non seulement n’est pas chimérique, bizarre, capricieux, arbitraire, fantastique mais tel qu’on s’émerveillera de voir comment un ancien a pu atteindre au fond ultime de l’abstraction ...» (ibid., 1713, 16 septembre 1821 [n.s.]). Si le système platonicien est illusion, il est une haute illusion; s’il est une erreur, il est une erreur divine6 ; s’il est une fable, il l’est au sens du mythos, bien plutôt «parole vivante» que simple narration.

A partir des années 1821-1823 l’intérêt pour cette «erreur» absolument extraordinaire, tel que lui apparaît être le système de Platon, continue d’être central chez Leopardi. Il est presque sur le point de «s’engager» à traduire pour l’imprimeur De Romanis toutes les œuvres de Platon (Lettre à Monaldo Leopardi, 4 janvier 1823); son intention est de traduire le Gorgias qui lui semble être «un des plus beaux dialogues de cet auteur» (Lettre à Carlo Antici, 5 mars 1825: Michelstaedter avait-il connaissance de la préférence de Leopardi?); il veut préparer l’édition d’un recueil des Pensées de Platon qui contiendrait «tout le beau et l’éloquent, le détachant de son éternelle dialectique qui de nos jours est insupportable» (ibidem — et il convient de rappeler à ce propos le «combat» de Michelstaedter contre le Platon des grands dialogues dialectiques). De ce dernier projet, parmi ceux de cette époque, «je m’en suis satisfait principalement» dit-il (Lettre à Carlo Bunsen, 3 août 1825) — et plusieurs années après, il persiste encore à croire que ses observations sur Platon «contiennent beaucoup de vrai, et sont même pour la plupart vraies et utiles à l’intelligence de Platon» (Lettre à Louis De Sinner, 21 juin 1832).

Ce «beaucoup de vrai» était déjà exprimé dans une note du Zibaldone (1713-1714, 16 septembre 1821): Platon atteint «au fond ultime de l’abstraction» en tant qu’il découvre (donc lui aussi est philosophe qui démontre, outre que poète : cf. Zibaldone, 3245, cit. — véritable «idée», en somme, de pensée poétante) que si nous voulons sauver les principes de nos jugements de la relativité du flux de l’opinion, nous devons faire l’hypothèse «des images et des raisons de tout ce qui existe, éternelles, nécessaires, etc., et indépendantes de Dieu lui-même » (n.s.) car autrement elles ne seraient pas absolues, mais relatives, en tant que dépendantes de la volonté de Dieu, et ne pourraient donc d’aucune manière nous persuader. Nous serons — pour continuer dans la métaphore michelstaedterienne — effectivement vaincus, à travers les idées, par la volonté de Dieu, mais jamais persuadés par elles et en elles. Il s’agit en vérité d’une annotation «foudroyante»7 dans laquelle Leopardi saisit l’indépassable problème destiné à affliger toute «métaphore» du platonisme grec dans le cadre de la tradition théologique judéo-chrétienne. D’un côté, il est essentiel pour cette dernière de «sauver» la doctrine des formes ou des idées de tout relativisme historico-linguistique; de l’autre, elle est contrainte de le faire en en subordonnant la constitution au vouloir de Dieu, d’un Dieu créateur personnel qui les contienne en soi comme raisons propres. Et cela ne change rien — théorétiquement — si l’on considère immuable le sens d’une telle volonté — le pas fatal a déjà été accompli: concevoir comme volonté l’essence même de l’être. «Quelque négation ou affirmation absolue que ce soit», alors, «se détruit entièrement par elle-même», et c’est pure illusion (un «merveilleux» artifice) de croire que l’on puisse sauver la possibilité de jugements ou de principes indestructibles, en détruisant, in uno, le système platonicien, ou en le trouvant faux ou inconsistant.

La «fable» platonicienne, donc, n’est pas une simple illusion, mais constitue, au contraire, cet essentiel système de référence selon lequel il est possible de critiquer non seulement le caractère illusoire et hypocrite de la philosophie de ce monde, du siècle «imbécile» justement parce qu’«orgueilleux» de ses destinées (La Ginestra), mais aussi l’aporie qui informe toute la pensée de l’Europe ou de la Chrétienté. Cette pensée, malgré son avancée «victorieuse», n’est pas capable, ne peut être capable, de l’absolue rigueur de l’abstraction platonicienne; son savoir ne peut jamais atteindre la logicité du discours ardu de Platon: si nous voulons nous «sauver» de l’oscillante dénomination des «hommes à deux têtes», il est nécessaire de supposer et de considérer «indubitablement comme absolues», et donc absolues du Dieu lui-même, les images ou raisons de l’être. Celui qui, dans l’Europe ou la Chrétienté, a tenté de penser avec cette même rigueur impitoyable, a toujours dû subir — comme le Socrate de Platon — l’accusation d’hérésie, d’apostasie, d’impiété. «Exact raisonnement» que celui de Platon, et pour les exigences de «l’exacte philosophie» celui-ci réélabore et transforme sa langue même (qui était déjà «la plus riche, la plus féconde, la plus facile à produire, la plus libre, la plus habituée et donc intolérante à l’égard de la nouveauté»), au point de paraître «des plus hardies» aux grecs eux-mêmes. Hardiesse, liberté, mania poétique et créatrice — et, en même temps, exercice, subtile philosophie, cohérence logique (Zibaldone, 3236-3237, 22 août 1823): telle est la profondeur du mythos platonicien, que Leopardi revisite.

Si nous oublions l’idée, si son mythos se réduit à une chimère infantile, nous ne saurons pas même observer-juger ce monde effectif, car nous n’en reconnaîtrions pas l’aporie constitutive — car la raison pour laquelle, dans ce monde, la vie heureuse est impossible, la raison pour laquelle ce monde est abios bios, nous échapperait. Et cette raison est celle de Michelstaedter: une fois l’idée détruite, toute persuasion est détruite — toute possibilité de «demeurer», de en-ergheia ruinée, nous sommes destinés au désir insatiable et à l’ennui qui, finalement, l’accompagne. Mais, alors, ce ne sont pas les chimères et les illusions de la jeunesse qui rendraient cette vie heureuse, si jamais telle vie pût exister — mais seulement une Vie illuminée par l’Idée, une Vie transfuse dans l’Idée (l’homoiosis du Théétète). Ce ne sont pas les erreurs d’un «petit enfant» qui font un éternel contre-chant au «monde figuré» mais, bien plus profondément, la pensée dominante de l’Idée. Oui, qu’elle soit, elle aussi, erreur, mais erreur qui ne peut abandonner le jugement, et d’autant moins qu’il est plus dur et froid — car ce n’est qu’à la lumière de l’intransigeante logicité de ce système que «l’apparition du vrai» peut ne pas nous enchanter, ne pas nous séduire, ne pas nous asservir, qu’il peut être saisi dans ses immanentes contradictions propres. L’esprit «erre» véritablement le long de la réalité sensible, dans une sorte d’extase, alors qu’il «voit» l’Idée, mais dans de telles visions, « Io riconobbi i miei non falsi errori » — «je reconnus mes erreurs qui ne me trompaient pas» (Dante, Purgatoire, xv 117)»!

Telle est la «chère beauté» de la femme aimée. «De te voir vivante désormais / il ne me reste aucun espoir»; sa Beauté dédaigne «être vêtue ... de forme sensible», mais ce n’est qu’à sa «mesure» que je peux comprendre quelle douleur «propose le destin à l’âge humain». «Vivre bienheureux» serait, en effet, pouvoir t’aimer sur terre «véritable et telle que ma pensée te forme». Le bonheur serait que l’Idée soit effective, qu’elle puisse «s’incarner» — et donc que notre amour pour l’Idée puisse réellement s’accomplir. Mais si est illusion cet accomplissement, divin, certes, mais toujours pour autant une erreur, n’est pas illusoire au contraire l’amour désespéré tendant à «déifier» la vie mortelle, et est bien réelle son éternelle capacité à «former-imaginer», à concevoir «des idées éternelles». Et ce n’est que dans ces pensées qu’il peut trouver quelque réconfort (»de l’imago, / lors que du vrai je ne puis, largement je me paye»). Si la foi dans la réalité de l’Idée est détruite, n’est pas pour autant détruite, mais au contraire plus douloureuse et vivante la «palpitation» insomniaque «de toi pensant» — la remémoration-méditation qui pour elle seule serait «cette vie bienheureuse» (Alla sua Donna, qui date de septembre 1823).

D’un côté le contraste qui ne se peut disjoindre entre la Beauté de l’Idée et le nécessaire amour pour elle qui habite le «cœur non vil» (Leopardi retrouve des accents quasiment stilnovistes dans le lexique de ces Chants «platoniciens»), et de l’autre, «la vie malheureuse», ce grand drâma est exprimé avec encore plus d’«exact raisonnement» et une langue encore «plus riche» et «féconde» dans Le penser dominant, qui est bien postérieur (composé probablement entre octobre 1831 et 1832-1833). Puissante, dominatrice, telle est la pensée-amante du Beau, «don du ciel» comme la mania erotikè platonicienne. D’elle provient une «joie céleste» et bien qu’elle soit qualifiée de «terrible»: «cause aimée de tourments infinis» — et non pas tant parce qu’elle apparaît comme une fureur qui ne peut être contenue, telle que dès lors son «délire» serait «humain trop humain» et ne saurait être comparer aux «songes des immortels», mais bien plus parce qu’elle nous contraint à dé-lirer extatiquement de toute «conversation terrestre», du «monde stupide», de toutes les sortes de «lâches» et «âmes non généreuses, abjectes» de cet «âge présomptueux, / qui de vaines espérances se nourrit, / épris de bavardages, et de vertu ennemi». Amour nous détache implacablement de toute philopsychia, nous rend insupportable la koinonia kakôn — mais que celle-ci ne soit qu’une communauté de stupides et de lâches, c’est le «mètre» d’Amour qui nous le fait connaître ; ce n’est que sur son miroir que nous pouvons savoir les «envies» qui en constituent l’essence (»Avarice, orgueil, haine, dédain / soif d’honneur, de pouvoir»). Tremblant, l’Amour nous dépayse, nous interdit quelqu’«adaptation» que ce soit, nous ôte la sécurité de l’antique terre sous les pieds, nous rend étrangers8.

Et donc, il faut le répéter, il ne s’agit pas de simple nostalgie. Leopardi sait que «tu n’es, doux penser» qu’un songe, il sait que, fût-elle divine, la nature appartient aux «erreurs gracieuses». Jamais Leopardi ne se trompe quant à son «état terrestre» qu’aucune «angélique beauté», qu’aucune «apparence angélique», qu’aucun songe, fût-il songe d’immortels, ne pourrait «racheter». Et pourtant ce penser (le terme est décisif — et conclut le Chant) n’est pas seulement plus résistant à l’avancée du vrai effectif que tous les autres enchantements «de l’âge le plus beau» (Il sabato del villagio) — il est précisément enchantement qui pense (tout comme dans le mythos platonicien), et qui pensant-et-jugeant harcèle la sottise du monde, au moment même où il s’en sépare [se ne decide]. Non seulement «de vertu ennemi» s’avère être cet âge, mais encore stupide — et justement lui qui voudrait prétendre «tout réduire à la raison pure et (...) pour la première fois, ab orbe condito, géométriser toute la vie» (Zibaldone, 160, 8 juillet 1820) — «stupide» parce que «l’utile exige / sans voir que toujours / plus inutile devient la vie». Non stupide, non chimérique est donc cette «fable» qui démontre comment serait la vraie Vie, celle-là seule capable de revenir à la vision «des idées éternelles». D’une telle idée de la résistance tenace de son «fil» «dépend» la possibilité d’un critique radicale du nihilisme de la raison. Résistance qu’aucun ton funèbre ne parvient à détruire. A y bien regarder, l’enchantement qui semble rompu dans Aspasia, (composé entre 1834 et 1835), l’ardeur qui semble «éteinte» pour «cette divinité / qui en mon cœur/ eût vie jadis, / et sépulcre aujourd’hui» ne se réfèrent pas à l’«idée amoureuse» en tant que telle, mais à l’illusion qui peut se donner une réelle harmonie, ici sur la terre, entre cette Beauté «rai divin» qui suscite «l’amour démesuré», ses tourments, ses indicibles émois et «délires», et cette femme que «moi timide, tremblant ... moi privé de moi» peut dire avoir vu. La tromperie véritable ne consiste pas dans l’Idée, mais dans l’«échange» entre Idée et réalité (»Enfin découvrant son erreur et les objets qui s’échangent / il s’irrite» [n.s.]). Mais c’est justement cette tromperie que le platonisme dénonce! Ce qui explique comment la découverte d’une telle erreur ne peut impliquer la pure et simple extinction du rai de l’Idée! La «fille de son esprit», l’Idée (il s’agit donc précisément d’amor intellectualis, de «forme ... angélique » [n.s.]) qui «contemple le mortel blessé», et qu’elle ne disparaît à l’«apparaître du vrai» — et donc de cette tromperie des «objets échangés» —, à tel point qu’elle peut se dire seulement maintenant pleinement reconnaissable. Mais reconnaissable du fait même de son impuissance radicale à exister, du fait de son absence — du fait de l’abîme, dira Michelstaedter, entre Absolu et corrélatif. Sur cela l’amant ne se trompe plus — mais dans ce même désabusement sur la possibilité de «relativiser» l’absolu, il garde justement cette «amoureuse idée» et en libère «les accords musicaux» de toute puissance terrestre. Pour saisir cette joie — joie d’un doux penser — «éprouver les tourments humains / et supporter longtemps / cette vie mortelle, ne fut pas indigne. / La route vers un tel but, / quelqu’expert en nos maux que je sois / encor je reprendrai» (Il pensiero dominante). «Platonisme» dur, donc, désenchanté, débarrassé de tous ces éléments dialectico-conciliants qui en avaient marqué lourdement la tradition, et particulièrement dans la culture littéraire artistique italienne. Il s’agit d’un «platonisme» critique à l’égard de quelqu’«harmonie préétablie», téléologisme, providentialisme, exaltation rhétorique de la dignité de l’homme que ce soit9 : en somme un «platonisme» tout à fait étranger à la perspective humaniste, dans le cadre de laquelle, entre le xve et le xvie siècles, on a pu assister au «retour» de Platon. Et pour ces motifs mêmes un «platonisme» extraordinairement proche de celui au travers duquel, paradoxalement, Schopenhauer pouvait lire Kant.

Musica per gli occhi -Riccardo Vaia

debussy4.gif (140618 bytes)Debussy

 

Suono e immagine – una musica per gli occhi? -

Immagine e suono

Suono e immagine, cinema e musica: sono due dominî che sembrano mettersi in relazione tenendosi ossimoricamente separati…

L’immagine è il prodotto di una messa -in- scena. Il suono è il prodotto di uno stato-della-scena.

Gli oggetti visivi non sono fonti di luce ma oggetti che vengono illuminati dalla luce. Gli oggetti sonori sono invece essi stessi la fonte del suono. Eppure qualcosa in entrambi delega ai sensi di cercare ‘altrove’ le loro condizioni d’uso. Le immagini rimandano alle sonorità, i suoni fanno balenare tracce visive.

 

La image-track, che sostanzia il linguaggio in forme scritte nell’inquadratura, è coetanea alla sound-track, la quale, però, disloca per contro il linguaggio dell’immagine altrove rispetto all’inquadratura (le prime volte che nel cinema muto il pianista suonava in diretta per ‘intrattenere’ il pubblico, le persone provavano un senso di ‘straniamento’ assai particolare).

 

I regimi luminosi e quelli sonori capitano da parti opposte.

 

Tutto ciò rappresenta l’indirizzo a partire da Foucault, da Deleuze, da Syberberg… nel cinema.

 

Ottuso negoziare la questione con una lente semiotica e parlare stupidamente di inferenze, di abduzioni tra un suono e un’immagine, di transcodificazioni. Solo le loro rispettive grammatiche e i loro alfabeti possono essere equiparati, come sistemi di divisione in unità minime. Il resto è una spaccatura di chronologies, perché suono e immagine campano su piani temporali ‘impossibili

Una musica per gli occhî

 

Lanciando un’amara occhiata a ciò che resta della nostra Storia e della nostra storia dell’Arte, in quanto relazione di una creatività umana (chiamata tale e che in realtà non è), bisogna davvero discutere sulle calunnie che ci sono state confezionate da una genealogia secolare di potere.

È un’immagine-suono che va ri-discussa oggi. Un criterio di riconoscibilità dei nostri sensi, che ci sono stati rubati e che sono stati depotenziati, abbattuti, stritolati in dogmi trascendentali e proposizionali, perché di fatto facevano paura ai quadrillages di governo, di controllo, andrebbe rifondato.

C’è denunciare il ruolo restaurativo e burocratico del complotto, macchinato nei confronti dell’immagine, almeno a partire dalla Controriforma e dal Classicismo francese del XV secolo.

 

Ci sarebbero tante cose da discutere. Eppure non c’è niente di cui discutere, per iperbole e per aporia del ’dire’. Se anche solo ne volessimo parlare dovremmo preludiare che l’utopia di un’immagine è vecchia come il mondo.

 

Quando si parla di "voler liberare l’immagine" dai suoi laccî metafisici, dalle prigioni in cui è stata inchiodata dagli Assolutismi dei Lumi e dall’idea di aufklärung kantiana fino ai nostri giorni, dominati dallo spettacolo debordiano, erede di una grande, infida mossa oscurantista, si parla di un’immagine finalmente ‘pura’, ‘crudele’, ‘veritiera’. Si parla di un’immagine anti-linguistica in senso epsteiniano, dove la raffinatezza di grafia si fa agrafia. Si parla di un’immagine che si riavvince al flusso del divenire astorico e ateleologico, convincendosi di larga misura che questo segnavia mena alla nozione, all’utopia di una ‘musica per gli occhî’.

 

Una ‘musica per gli occhî’ è rivoluzionaria dal momento che è aporetica: è come ripensare le facoltà sensoriali, è come rifondare foucaultianamente le tecniche del sé all’interno dello schema percettivo, è come riappropriarsi non di un’identità (obsoleto giogo poliziesco di controllo e di irregimentazione del ‘desiderio’) ma di un’identità di flusso, di una forma-di-noi-stessi in variazione. Non c’è nemmeno bisogno di durare una fatica ad elencare le avanguardie storiche del ’900, per chiamare in causa i primi che se sono occupati. Ancor precedentemente che tra musica e cinema, si parlava di un rapporto tra musica e pittura: e, in queste autentiche discussioni di sperimentazione, sembrava più che naturale il percorso di accorpamento dei sensi e di una sorta di risonanza tra di essi.

 

… Kandinskij, Klee, il Cubismo e poi Richter, Ruttmann, Vertov, il Futurismo… facile e immediato indagare forme, ritmi visivi, campiture cromatiche, geometrie. Il momento glorioso del cinema ai suoi albori, quando il medium palesava già una maturità spinta, sulla via di una liberazione dallo psicologismo o dalla ‘narrazione’. Il montaggio e le grandi teorie su di esso aprivano la riflessione sul ‘movimento’ e sul ‘tempo’, cambiando per sempre la faccia dell’arte. Con il montaggio, nel cinema, ci si trovava infatti per la prima volta palesemente davanti al filo temporale e alla metamorfosi del continuum; cosa che né la musica né la scrittura né la pittura erano state in grado, fino a quel momento, di esplorare così spietatamente (la danza rimane un discorso del tutto a sé).

 

Berlino, sinfonia di una grande città di Ruttmann, L’uomo con la macchina da presa o Sinfonia Donbass di Vertov, Entr'Acte di René Clair sono l’ouverture all’astrazione del ‘movimento’: frammentazioni esperienziali di segmenti ritmici, sillabazioni del ‘respiro’ greco gettate, per la prima volta, direttamente nel ‘tempo’. Il Cineocchio di Vertov coi suoi trucchi, le sue dissolvenze, le sovrimpressioni, il suo split screen e soprattutto con l’accelerato e il rallentato, e con il movimento rovesciato, apre dimensioni inedite per la versificazione visiva, orizzonti che la musica non avrebbe mai potuto ‘pensare’ con le sue sole forze. Clair e Picabia invece mettono alla berlina l’univocità della scena, centellinando lo spazio dell’inquadratura in mutevoli rimandi plastici e seppellendo l’idea di sequenza ancora prima che nascesse. Fischinger o Kubelka da parte loro procedono a fondare nuove tecniche di décadrage materici. Un Michel Fano fa risaltare in modo inaudito lo spazio-off, fuori dall’inquadratura, attraverso colonne sonore ‘rumoristiche’.

 

 

Più o meno da qui, ancora prima dell’invenzione vera e propria del sonoro, da questo momento storico, ci si rende conto che suono e immagine sono sempre stati irriducibili ‘solchi’ di scrittura che suddividono il continuum: all’improvviso è tiranna nella sensazione la dimensione del tempo, all’improvviso sono chiari e terribili gli effetti di phoné dell’esametro… Quanto il 'respiro' orale della tessitura-testo antica, primigenia sia vicino al cinema, vien facile da dimostrare. Tutta quanta la metrica arcaica, ctonia è basata sul respiro, sulle quantità di phoné che si contano tra un ictus e l'altro... Omero è il grande respiro epico delle corazze che grondano; le vesti, i carri, le spiagge il temporale, i lirici sono così ‘infantili’ nelle loro intonazioni elegiache, ‘patetiche’ (da Mimnermo ad Archiloco) tutte giocate su una metrica dell'anima, sulla ‘ghiandola’ della psiché, oppure il saturnio latino è macinato e legnoso, ma anche le coblas dei provenzali, per esempio – sono tutte matematica in unissonans o in capfinidas -, anche il graphein luminoso dei quadri di Caravaggio o la macinazione dei temi nelle forme di Beethoven sono ‘cinematografici’...

 

Eccola dunque l’utopia di una ‘musica per gli occhî’… ecco dimostrato l’ufficio repressivo che ha condotto una metafisica della censura, della morale, della verità ‘governativa’, kantiana, cartesiana, nella determinazione di uno statuto dell’immagine come ‘verità dimostrabile e psicologizzabile’, percepita sì attraverso i sensi (e quindi nel divenire) ma ‘ricontrollata’, ‘filtrata’, ‘decantata’, ‘setacciata’, di volta in volta dall’intelletto o dal giudizio, dalla scienza o dalla fenomenologia, dal potere o dal sapere ecc. ecc. Una metafisica teologica del soggetto che sta alla radice dell’albero europeo, che deve per contratto celare la ‘cosa’ così com’è, l’oggetto che siamo, che deve demoltiplicare l’immagine e le sue prerogative di ‘apertura verso un altro mondo’, la deve ridurre, schiavizzare per i suoi loschi disegni di perpetuazione di un regime e di una produzione eterna di confini, la deve scollare dai sensi e dai desiderî, la deve insudiciare con blande genesi e con cicliche ripresentazioni escatologiche, non deve permettere che essa si avventuri fuori-dalla-scena, fuori-dalla-‘cornice’, non deve permettere che essa ‘apra finalmente gli occhî’ e si rinvenga altrove, si rinvenga senza origine come la musica.

Riccardo V

La Circulata melodia

Il cielo di pietra

 

Forse la storia universale è la storia della diversa intonazione di alcune metafore.
(Jorge Luis Borges, La sfera di Pascal in Altre Inquisizioni)

In un breve racconto che confluirà nelle Cosmicomiche, Italo Calvino descrive la vita di immaginari abitanti degli strati interni del pianeta terra, che si muovono tra le sfere concentriche contenute l’una dentro l’altra fino al nucleo centrale. È un testo singolare, che nella rubrica introduttiva fa riferimento alla legge fisica che postula la dipendenza della velocità di propagazione delle onde sismiche dalla profondità e dalle discontinuità tra i materiali che compongono i diversi strati del globo terrestre. Ma è anche un testo che parla di amore, e di musica. Le vibrazioni provenienti dall’atmosfera e la voce di uno sconosciuto cantore rapiranno la protagonista al mondo minerale, scatenando nel suo compagno il desiderio di «costruire sopra di lei una nuova volta, un nuovo cielo minerale, salvarla dall’inferno di quell’aria vibrante, di quel suono, di quel canto» [1] .

Il racconto non ha in realtà grande attinenza con l’argomento del presente saggio - una riflessione sull’armonia delle sfere in Dante - , ma il titolo Il cielo di pietra può diventare lo spunto iniziale per una riflessione sull’argomento.

Le sfere planetarie che compongono il paradiso dantesco sono un cielo di pietra, nonostante la loro composizione eterea. Anzi, è proprio la presenza di una materia dotata di moto circolare ed eterna, il cosiddetto quinto elemento o etere, a giustificare agli occhi degli uomini del medioevo l’esistenza di una musica celeste derivante dal perpetuo volgersi dei pianeti. Se questo legame appare nella Commedia giustificato e necessario, la teoria dell’armonia delle sfere è però caratterizzata da una persistenza che va ben oltre l’età medievale e la concezione tolemaica dell’universo, superando anche l’interpretazione geometrizzante operata da Keplero nel XVII secolo.

Alcune delle più recenti teorie fisiche che vogliono descrivere il comportamento delle particelle elementari utilizzano in effetti modellizzazioni basate su particolari simmetrie spaziali, quando non precisamente la nozione di armonia, che risalgono alle speculazioni dei pitagorici e di Platone.

Tale tesi è sostenuta da Marc Lachièze-Rey e Jean-Pierre Luminet in un affascinante articolo pubblicato nell’edizione francese di Scientific American [2].

In particolare, la teoria delle superstringhe, secondo la quale il fondamento della fisica microscopica risiederebbe nelle interazioni tra corde/stringhe di diametro infinitesimale, e non tra punti senza dimensione, nel suo riproporre la ricerca di un modello che interpreti efficacemente la natura intima del mondo passando per la conoscenza delle modalità vibratorie di corde inaccessibili ai nostri sensi, farebbe sì che «On retrouve ainsi, par un biais inattendu, la musique secrète des Pythagoriciens, qui n’est perceptible qu’aux <oreilles> adaptées à leur écoute. Dans le Songe de Scipion, Cicéron disait que la musique des astres ne pouvait s’entendre qu’en quittant la Terre pour rejoindre les orbes gigantesques du ciel. La théorie des supercordes nous suggère que la musique des particules microscopiques ne pourrait s’appréhender qu’en plongeant au coeur de l’infiniment petit»

Una simile enunciazione teorica sarebbe probabilmente piaciuta a Leo Spitzer, che sul tema dell’armonia del mondo ha scritto uno dei saggi più ricchi e interessanti [3], che è stato la mia prima guida nel labirinto della storia semantica del concetto di armonia.

La presente riflessione sulle sfere armoniche della Commedia nasce proprio dal tentativo di applicare il metodo d’indagine spitzeriano, tra lessicografia e storia delle idee, all’analisi del concetto di armonia delle sfere per come si presenta nel testo dantesco. L’ipotesi che mi propongo di dimostrare è che vi sia la possibilità di leggere la teoria dell’armonia delle sfere, oltre che come ripresa di un’immagine suggestiva, quale struttura eidetica di fondo dell’universo dantesco.

Tale convinzione verrà verificata in primo luogo con il reperimento dei passi della Commedia nei quali si allude in modo più o meno esplicito alla musica delle sfere, cercando successivamente di rileggere la mappa concettuale dantesca alla luce della nozione di armonia che ne consegue.

§ 1. L’Armonia delle sfere: appunti per la «storia semantica di un’ id

[I tre monaci] incontanente che furono dentro [alla porta d’esso Paradiso], udirono lo suono della rota del cielo che si volgeva; lo quale suono era di tanta dolcezza e suavitate e di tanto diletto, che quasi non sapevano lo sito dove erano, anzi si posono a sedere dentro della porta, tanto erano allegri e dilettosi di quello suono della rota del cielo!

(Leggenda del Paradiso Terrestre, ne Le sette opere di penitenza di San Bernardo)

L’armonia delle sfere vive una condizione curiosamente dicotomica. Nelle opere di letterati, viaggiatori, anche fisici, o nelle scritture popolari di cui abbiamo dato un esempio sopra [4], essa si presenta spesso come un immaginifico archetipo dai contorni poco definiti, quando non viene addirittura declassata ad etichetta allusiva di volta in volta della concezione pre-scientifica, del rapimento estatico cui è soggetto qualche personaggio, di un’atmosfera languida e sognante [5] .

Al contrario, in origine l’ambito teorico entro cui tale dottrina si colloca è ben diverso: la giustificazione ed esemplificazione dell’esistenza della musica data dal volgersi perenne delle sfere celesti era di pertinenza della cultura scientifica, e della scienza matematica.

Una riflessione filosofica rigorosa, quella riconducibile alla scuola pitagorica [6] , aveva fondato su precise basi matematiche la disciplina musicale e ne aveva fatto il paradigma di riferimento per il riconoscimento di un disegno d’ordine immanente il cosmo, di cui l’armonia delle sfere sarebbe la manifestazione più alta ed insieme più necessaria (nel senso matematico del termine).

Il reperimento di corrispondenze tra scale musicali e ordine planetario si era spinto a livelli di teoresi di difficile comprensione per i non iniziati, tanto che già in età medievale non è estranea alla tradizione testuale che affronta la teoria una precisa dichiarazione di reticenza relativamente all’inserimento di troppi dettagli tecnici. Si legge infatti al termine del commentario di Macrobio al Somnium Sciponis: nec enim quia fecit in hoc loco Cicero musicae mentionem, occasione hac eundum est per universos tractatus qui possunt esse de musica, quos quantum mea fert opinio terminum habere non estimo, sed illa sunt persequenda quibus verba quae explananda receperis possint liquere, quia in re naturaliter obscura qui in exponendo plura quam necesse est superfundit addit tenebris, non adimit densitatem (Comm. II, 4, 12 ).

Nel presente studio non approfondiremo la questione della possibile sovrapposizione tra scala planetaria e sistema musicale: è un’operazione che Dante non compie nemmeno in nuce, e rischierebbe di portarci lontano. Resta da stabilire se non si possa però considerare proprio questo volubile statuto teorico come costitutivo, e in qualche maniera fondante, una teoria che vive nel continuo temperamento tra un’istanza massimamente allusiva ed evanescente, e dall’altro un così stretto legame con la lingua matematica nella quale sono scritti i misteri dell’universo.

A questo proposito, risulta utile ricordare come il termine stesso di armonia si ricolleghi al convergere di opposti, e come questa connessione si effettui all’interno di una dimensione continua che sfuma, senza soluzione di tale continuità, dall’uno all’altro estremo.

Il richiamo etimologico non è casuale, dal momento che una riflessione sui termini ci introduce già nel corpo del problema di una possibile legittimazione dell’armonia delle sfere.

Effettivamente, la definizione della musica celeste appare problematica già dalla sua formulazione terminologica: l’espressione «armonia delle sfere», si può considerare se non errata almeno anacronistica, in quanto la nozione di sfera, con riferimento al sistema di Eudosso, risulta successiva alla formulazione della teoria che attribuisce al movimento dei pianeti la produzione di una sublime musica [ 7] .

L’invenzione della teoria nota come armonia delle sfere viene comunemente ascritta alla scuola pitagorica o a Pitagora stesso, che secondo la testimonianza di Giamblico (La vita pitagorica, 65-67) [8] era in grado di udire la musica cosmica, e variamente giustificata come un portato degli studi matematici, geometrici, musicali e astronomici (che nella concezione pitagorica mantengono una stretta interdipendenza, e non a caso confluiranno poi nel quadrivio medievale).

Nel suo lavoro Lore and Science in ancient Pythagorism [9] , Walter Burkert si preoccupa di reperire le fonti di tale concezione la quale, anche in virtù della sua caratteristica di assommare in sé una «impressive image» a un «naive thought», avrà enorme diffusione nell’antichità ed oltre: ancora Keplero, che pure ha raccolto la lezione copernicana e si muove a partire da osservazioni rigorose allo scopo di dedurre precise leggi matematiche che regolino il percorso dei pianeti, recupererà il paradigma armonico, seppure riletto in chiave non più aritmetica ma geometrica.

Burkert riconduce la teoria dell’armonia delle sfere ad una concezione pre-scientifica che cerca di rendere comprensibile il mondo disponendo la molteplicità dei fenomeni entro un ristretto numero di schemi (e proprio in virtù di questa sua potenza ordinatrice sarebbe stata favorevolmente accolta dalla cultura medievale). Secondo la lettura antropologica da lui sostenuta, la giustificazione della credenza nella musica cosmica si collocherebbe sullo stesso livello della costruzione dei miti e dei riti, mentre sarebbe un errore postulare una qualche teoria matematico-astronomica da cui si potesse dedurre, o significare, l’esistenza della musica cosmica.

Mantenendosi sul livello delle fonti storiche documentarie, Curt Sachs [10] rileva l’esistenza di una correlazione tra aspetto cosmologico e concetti musicali già presso antiche civiltà indiane e cinesi, avanzando di conseguenza l’ipotesi di diffusione dall’oriente della teoria; l’armonia delle sfere, ricevuta una forma finale in Babilonia, si sarebbe diffusa poi sulle rive del Mediterraneo e avrebbe trovato la sua formulazione matematica in Grecia con il pitagorismo.

Che alla base dell’armonia delle sfere ci fosse una precisa speculazione matematica oppure la suggestione del numero quale principio ordinatore del cosmo , la considerazione dell’universo ordinato, ed ordinato come sistema musicale, è un prerequisito fondamentale per una nutrita serie di teorici riconducibili alla cosiddetta koiné platonico-stoico-aristotelica, che grande influenza eserciteranno su Dante.

È il neo-pitagorico Nicomaco di Gerasa che più di altri riporta in auge l’immaginifica teoria. Nell’ Enchiridion harmonices [11] , manualetto di armonia dedicato ad una colta lettrice, che costituisce il solo scritto di argomento musicale che di questo autore ci sia giunto, egli addirittura postula la necessità del rumore prodotto da un corpo lanciato o rotante, e specifica che la qualità di detto rumore dipende dalla dimensione del corpo, dalla sua velocità e dal mezzo di propagazione [12] .

Severino Boezio, in quel De institutione Musica [13] che proprio a Nicomaco guarda come ad un modello privilegiato, con riferimento alla musica mundana [14] , riprende questa dimostrazione naturalistica e immediatamente condivisibile sulla base di un ragionamento logico, scrivendo:

Qui enim fieri potest, ut tam velox caeli machina taciti silentisque cursu moveatur? ( ... ) non poterit tamen motus tam velocissimus ita magnorum corporum nullo omnino sonos ciere, cum praesertim tanta sint stellarum cursus coaptatione coniuncti, ut nihil aeque compaginatum, nihil ita commissum possit intellegit.

(S. Boezio, De Institutione Musica, I, II)

Se il suono ha la sua origine nel movimento non può qualificarsi come assurdo l’avere immaginato che, dal momento che tutto l’universo si muove, esso debba produrre una possente armonia. [15]

Dante accoglie l’armonia delle sfere, discostandosi dal dettato del maestro Aristotele nel De Caelo [16] , sulla base di questo ragionamento e dell’auctoritas di Boezio, ma soprattutto di quanto sull’argomento era stato detto dallo «spirito magno» Cicerone.

§ 2. Musica coelestis: ipotesi sul primo canto del Paradiso

Dopo aver visto le cose di cui sopra vien riferito, io, Maometto, e Gabriele discendemmo al settimo cielo, dove c’erano gli angeli che sono chiamati Cherubini. (...) E tutti lodavano Dio, e lodandolo alzavano a tal punto le loro voci che se la gente del mondo ne udisse anche una soltanto, morirebbe per lo spavento causato da quel suono.(l libro della Scala di Maomet

Abbiamo detto che l’esistenza dell’armonia delle sfere era stata negata da Aristotele e dai suoi commentatori, tra cui Averroé, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Ma la fantasia creatrice di Dante doveva essere stata particolarmente toccata dal pensiero di un concerto dei cieli, cantanti la gloria di Colui che tutto move. Oltre questo motivo di carattere squisitamente estetico, non bisogna dimenticare di riconoscere la persistenza nell’opera dantesca dell’eco della corrente di pensiero pitagorico-platonica [17] , mediata principalmente dall’insegnamento di Boezio, Sant’Agostino e San Bonaventura.

A questo proposito, ci sembra particolarmente significativa un’annotazione critica di Giulio Ferroni. Egli sostiene che «la filosofia di Dante non propone novità speculative, ma contempera prospettive diverse» [18] . È proprio sull’idea del contemperarsi, così caratteristica dello spirito della Commedia, ma soprattutto così scopertamente legata all’area semantica musicale, che intendiamo soffermarci nel tentativo di riprodurre la mappa concettuale dantesca, secondo la definizione di Leo Spitzer [19] . Una tale prospettiva impone in primo luogo il reperimento di occorrenze testuali significative: nel nostro caso, si tratta di verificare la persistenza dell’idea dell’armonia delle sfere e di studiarne le modalità di manifestazione.

L’incontro di Dante personaggio con la musica delle sfere avviene entro i primi cento versi della Terza cantica, nel momento in cui egli varca assieme a Beatrice la sfera del fuoco per entrare nel primo cielo, quello della Luna:

Quando la rota, che tu sempiterni
Desiderato, a sé mi fece atteso,
Con l’armonia che temperi e discerni,
Parvemi tanto, allor, del cielo acceso
De la fiamma del sol, che pioggia o fiume
Lago non fece mai tanto disteso.

(Par I, 76-81)

L’armonia che temperi e discerni è espressione tecnica e musicale: temperare indica qui l’atto dell’accordatura (tipico soprattutto di uno strumento a corde come la lira, cfr. le sante corde/ che la destra del cielo allenta e tira di Par XV, 5-6, su cui avremo modo di ritornare), mentre nell’espressione discerni sarebbe secondo alcuni commentatori ravvisabile un preciso riferimento alla discretezza dei numeri per mezzo dei quali, secondo la teoria pitagorica, vengono stabiliti i rapporti matematici che organizzano lo spazio sonoro [20] .

Secondo l’Enciclopedia Dantesca, si tratterebbe di «un riferimento preciso alla musica mundana, alla vera e propria armonia delle sfere; ma la maggior parte delle citazioni alludono ad un rapporto non immediatamente evidente che lega musica e simbolismo o, per meglio dire, a fenomeni strutturali interpretati musicalmente» [21] .

Nelle glosse all’unico luogo sicuramente attestato, le edizioni italiane sono nel complesso piuttosto caute: quella a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio [22] si richiama alla dottrina pitagorico-platonica e al Somnium Scipionis, precisando però che a questa musica celeste Dante non farà più riferimento nel corso del poema. Sulla stessa linea anche la Chiavacci-Leonardi che dice esplicitamente che «è quell’armonia delle sfere», e conclude «Nel creare il suo paradiso, Dante segue la tradizione di ispirazione platonica che gli offre la possibilità di raffigurarne aspetti sensibili quali, oltre la luce, il suono» [23] . Particolarmente ricco l’apparato al testo dell’edizione a cura di Natalino Sapegno, che cita testualmente il passo del Somnium Scipionis nella glossa al termine temperi e rimanda ad una serie di altri saggi per ulteriori approfondimenti.

Sembrano adombrare un più esplicito riferimento, almeno terminologico, alla dottrina, due traduzioni della Commedia. L’edizione francese della Bibliothèque de la Pléiade [24] (tradotta e commentata da André Pézard) così riporta la terzina sopra citata:

quand l’orbe qu’eternise
désiderance de toi saisit mes sens
par l’harmonie qu’il régle entre les sphère
ne ui esplicitamente utilizzato il termine sfere, che non è presente nel testo originale, crediamo a scopo esplicativo (anche se viene a perdersi l’idea del temperamento che è più forte di quella del régler) e con un’evidente allusione alla teoria, di cui sono testualmente citate i due referenti (armonia e sfere) nello spazio dello stesso verso.

Per quanto riguarda la traduzione inglese ad opera di Charles Singleton [25] , se la resa di Par. I non risulta particolarmente evocativa (When the revolution which Thou, by being desired, makest eternal turned my attention unto itself by the harmony which Thou dast temper and distinguish), al contrario la traduzione di un altro luogo che viene generalmente citato come esempio di musica mundana appare qui chiaramente espresso. Singleton rende infatti così fui sanza lagrime e sospiri / anzi ’l cantar di quei che notan sempre / dietro a le note de li etterni giri ; (Purg XXX, 91-93) come

So was I without tears or sighs
before the song of those who ever sing
in harmony with the eternal spheres
dove, ancora una volta, le parole harmony e spheres compaiono nello spazio del medesimo verso.

Probabilmente meno deferenti verso certa critica dantistica di stretta osservanza filologica, gli studiosi d’oltre confine si permettono con maggiore leggerezza l’avventura entro percorsi esegetici che cercano di cogliere le eco di alcune affascinanti «eresie» presenti nell’opera dell’Alighieri. Le scelte operate in sede di traduzione diventano allora la conseguenza macroscopica di una peculiare modalità di lettura, meno compartimentata sull’aspetto retorico.

Anche in ambito italiano, la disamina sulla musica mundana dantesca percorre vie sotterranee e spesso liminari. È interessante notare come siano autori che si occupano marginalmente di esegesi dantesca, almeno quanto di teoria musicale, i più strenui difensori, almeno a livello di enunciazione teorica, della presenza della teoria dell’armonia delle sfere nella Commedia. Ovviamente viene poi a cadere, in questi contesti estranei a prospettive di analisi testuale e riflessione filosofica, qualsiasi tentativo di giustificazione teorica della presenza di una tale musica.

Nella sua storia dell’astronomia, che già presenta il significativo titolo di «Sfere Armoniche» [26] , Giovanni Godoli afferma che «Dante parla chiaramente della teoria addirittura in più luoghi del poema», doviziosamente citati seppure soltanto con un rimando numerico (Purgatorio XXX, 91-93 e XXXI, 144-145; Paradiso I, 76-84 VI,124-126 XXI, 58-60 e XXIII, 109). Ad uno spoglio attento, non tutti i passi censiti da Godoli possono però essere letti come esemplificazione dell’armonia delle sfere senza incorrere nel rischio di veder amplificare a dismisura la portata semantica del concetto, stemperandone la specificità musicale. Citeremo soltanto il caso più macroscopico: la richiesta di Dante e dì perché si tace in questa rota / la dolce sinfonia di paradiso, che giù per l’altre suona sì divota (Par XXI, 58-60) si riferisce al canto dei beati e non all’armonia delle sfere, a cui il poeta non fa più cenno dal cielo della Luna, e che comunque in nessuna tradizione presenta un punto di discontinuità così marcato al settimo grado (cielo di Saturno).

Sorprendentemente paradossale è la prospettiva teorica entro la quale si muove Luigi Papini [27] , che addirittura si vale della musica mundana quale prova decisiva, oltre all’evidenza di frequentazioni con musicisti come Casella e al presupposto studio delle discipline quadriviali, a favore della tesi di una precisa competenza musicale del poeta, con un rovesciamento di prospettiva rispetto alle argomentazioni consuete: «la prova che a me pare sicura, è la conoscenza che Dante mostra di avere della credenza degli antichi intorno all’armonia delle sfere celesti, la quale va sempre unita alla teoria musicale, anzi ne è una parte. (...) Se Dante dunque aveva questa credenza, doveva conoscere certamente anche il resto della teoria musicale.» L’armonia delle sfere come premessa di un sillogismo resta comunque un unicum documentario [28] .

Abbiamo già notato come la letteratura critica sull’argomento sia vasta e frammentaria, difficilmente collocabile in un contesto disciplinare rigoroso: dal momento che non esiste una tradizione testuale di riferimento in materia la maggior parte delle osservazioni, anche pertinenti e che spesso aprono linee interpretative di particolare interesse, sono reperibili all’interno di un corpus estremamente variegato che comprende raccolte di scritti di esegesi dantesca, lavori sulle dottrine musicali antiche e medievali, saggi di argomento astronomico e testi di più spiccato impianto teorico. La nostra indagine partirà quindi dalla lettera dantesca per poi muovere ad analizzare la complessa mappa concettuale sottostante.

§ 3. Nella luce della musica: appercezione sinestetica e saturazione sensoriale

Admirez le pouvoir insigne
Et la noblesse de la ligne:
Elle est la voix que la lumière fit entendre
Et dont parle Hermès Trismegiste en son Pimandre.(Apollinaire, Orphée, in Le bestiaire ou le cortège d’Orphé

Il Paradiso della Commedia è un universo etereo di luce, musica e movimenti armoniosi. La terza cantica si apre non casualmente su una grandiosa immagine di luce, offertaci sotto forma di perifrasi incipitaria con l’espressione la gloria di colui che tutto move. Che il termine gloria adombri quello di luce e virtù è chiarito dallo stesso autore, nell’Epistola a Cangrande della Scala: Patet ergo quomodo ratio manifestat divinum lumen, id est divinam bonitatem, sapientiam et virtutem, resplendere ubique (...) Bene ergo dictum est, cum dicit quod divinus radius, sive divina gloria, ’per universum penetrat et resplendet’ (Epistole, XIII, 21-23). È questo diffondersi della luce divina fino a saturare di sé l’intero universo a costituire l’argomento degli ultimi trentatré canti, ma non solo: vedremo subito che l’effetto di saturazione dello spazio prodotto ad opera del lumen irradians si accompagna a quello uditivo derivante dal volgersi delle sfere celesti.

«Dante ha dato al suo Paradiso una temperie di luce che mancò ai maestri senesi: dispose quella loro stupenda musica degli ori nella trasparente geometria delle sfere» è la tesi esposta da Guido di Pino nel saggio La poesia della luce nell’Inferno dantesco [29] . Anche se non riusciamo a capire cosa dovrebbero rimproverarsi Duccio da Buoninsegna e Simone Martini, questa notazione ci introduce con un’immagine immediatamente evidente nell’atmosfera della terza cantica. Ecco che «temperie», nel suo significato di «equilibrio, giusta proporzione» (basato quindi su rapporti, anche numerici, rigorosi) richiama il tecnicismo musicale «temperare», ma si presenta qui legato al campo semantico della luce; «musica degli ori» è una pretta sinestesia, una figura retorica che ritroveremo come particolarmente significativa nel dettato dantesco relativo alla musica mundana; quanto alla trasparente geometria delle sfere, si tratta della cadenza di un discorso che si muove per immagini lungo il suggestivo percorso del quadrivio medievale: dopo l’aritmetica (temperies) e la musica, la geometria come mediatore e ultimo passaggio verso l’armonia delle sfere eteree, verso la concezione astronomica.

Il richiamo all’elemento geometrico potrebbe peraltro aiutarci a giustificare l’introduzione di una definizione che, se è certamente anacronistica rispetto ai tempi danteschi, lo sembra molto meno per quanto concerne la portata teorica che lascia intravedere, e che appare significativa anche per l’opera dantesca. Scrive Keplero, trecento anni dopo Dante: Duo sunt, quae nobis harmonias in rebus naturalibus patefaciunt, vel lux vel sonus (Harmonice Mundi, liber V caput IV) [30].

Luminosità e musicalità non sono semplicemente un’etichetta che qualifica il Paradiso dantesco, ma possono diventare un indice significativo della presenza di sottostanti rapporti armonici, basati su proporzioni numeriche, che con questa modalità vengono disvelati ai sensi.

Soffermiamoci adesso sull’analisi delle terzine del primo canto del Paradiso, che abbiamo detto costituire la più esplicita allusione alla musica celeste.

Quando la rota, che tu sempiterni
Desiderato, a sé mi fece atteso,
Con l’armonia che temperi e discerni,
Parvemi tanto, allor, del cielo acceso
De la fiamma del sol, che pioggia o fiume
Lago non fece mai tanto disteso.
La novità del suono e ’l grande lume
Di lor cagion m’accesero un disio
Mai non sentito di cotanto acume.

(Par I, 73-84)

Il passo ha evidenti riscontri nel ciceroniano Somnium Scipionis, sesto ed unico libro della Repubblica conosciuto al Medioevo [31] , narrazione di un immaginario viaggio nell’aldilà compiuto in sogno da Scipione Emiliano, che ebbe enorme influenza sulla cultura filosofica medievale grazie al commento di Macrobio (V secolo). Come il titolo De Re Publica allude all’omonima opera di Platone, così l’aver posto alla fine del dialogo la narrazione di un immaginario viaggio nell’aldilà richiama il mito di Er, con cui si conclude la Repubblica. Platone è però più fonte di ispirazione limitatamente al disegno globale dell’opera, repertorio di situazioni cui attingere, anziché autentico referente dottrinale.

Fonti diverse influenzano il dettato ciceroniano, in cui si ritrovano molti topoi tradizionali di lontana origine mistica, spesso attribuiti a Pitagora, riecheggiati in Platone come negli stoici, e che sono diventati paideia, patrimonio comune.

Come Dante, anche Scipione è stato innalzato oltre il dominio umano, come Dante osserva l’ universo dal cielo, precisamente da quella Via Lattea che, da Pitagora alla dottrina stoica del Somnium, è ritenuta la sede celeste delle anime, qui riservata agli eroi e ai benefattori dell’umanità [32]. Come Dante, Scipione vede ridimensionata l’importanza della Terra, piccolo pianeta della regione sublunare [33] dove tutto (eccetto le anime che transitoriamente vi si trovano ) è mortale e caduco, tanto piccola da provocare rammarico (Cicerone usa paenitet dove Dante dice «...io sorrisi del suo vil sembiante» ) ma, coerentemente con la dialettica alto/basso e la conseguente tensione dell’anima verso l’alto, sottostante l’intero Somnium, su invito dell’Africano leva lo sguardo e passa a considerare lo spettacolo del «templum» [34] entro cui è giunto. Soprattutto, e in questa sede è il particolare che più ci interessa, anche Scipione ascolta la musica delle sfere, e come Dante ne chiede ragione alla sua guida:

quid?, hic -inquam- quis est, qui complet aures meas tantus et tam dulcis sonus?". «Hic est -inquit- ille, qui intervallis coniunctus inparibus, sed tamen pro rata parte ratione distinctis, inpulsu et motu ipsorum orbium efficitur et acuta cum gravibus temperans varios aequabiliter concentus efficit; nec enim silentio tanti motus incitari possunt, et natura fert, ut extrema ex altera parte graviter, ex altera autem acute sonent(Somnium Scipionis, 18)

Bisogna ricordare che la conoscenza diretta del Somnium Scipionis da parte di Dante è ancora oggetto di dibattito: se da un lato la cosa appare altamente probabile, data la diffusione del commento di Macrobio nel corso di tutto il Medioevo, il reperimento di precise occorrenze testuali risulta più controverso.

L’Enciclopedia dantesca non inserisce il passo relativo all’armonia delle sfere tra quelli in cui sarebbe ravvisabile una rispondenza tra le due opere (che effettivamente manca, almeno a livello testuale). Più possibilista sulla conoscenza del testo, ma più recisa circa il suo utilizzo da parte del poeta, appare la posizione di Umberto Bosco che, nel momento dell’ascesa di Dante al cielo delle stelle fisse presso la costellazione dei Gemelli, individua nel Somnium Scipionis il precedente classico del riproposto topos della visione della terra dal cielo (riecheggiato, questo sì, anche nelle scelte lessicali) ma rileva altresì l’incongruenza astronomica di tale visione.

Assai interessante è la conclusione, che riportiamo: «Non è questo l’unico caso in cui in Dante la ragion poetica ha il sopravvento sulla scientifica: per esempio, in Paradiso I, afferma che le sfere celesti emanano, girando, un armonioso suono: questo contro l’opinione di Aristotele e della filosofia scolastica, ma secondo proprio un passo dello stesso Somnium Scipionis» [35] .

Parrebbe di poter cogliere, nelle parole del commentatore, la convinzione dell’esistenza d’una corrispondenza tra citazioni del Somnium e una sorta di delirio poetico dell’Alighieri, che in tali momenti abdicherebbe alle conoscenze della filosofia scolastica.

Ora, non si capisce perché il recupero di una teoria quale quella pitagorico-platonica, certamente «altra» rispetto alla tradizione aristotelico-tomista, ma pienamente legittimata e ripresa anche dai padri della chiesa (da Ambrogio a Origene ad Onorio d’Autun) debba essere tacciato di delirio: volendo rispondere con una provocazione che si connette ad un’immagine tanto abusata nei commenti danteschi come icona della perfezione, si potrebbe osservare che anche per chiudere un cerchio il delirio, almeno a livello strettamente etimologico, è condizione necessaria.

Ritornando al testo della Commedia, non tratteremo per ora della condizione del poeta, appena transumanato, né del movimento circolare che, pur restando sullo sfondo, informa di sé tutta la cantica, come pure la struttura dell’universo dantesco. In questo momento ci interessa puntare l’attenzione sulla compresenza di luce e suono, e sullo stretto legame che si instaura tra i due ambiti sensoriali.

Procedendo ad una sommaria parafrasi delle terzine, osserviamo un passaggio senza soluzione di continuità tra la sfera uditiva e quella visiva: nel momento in cui l’armonia delle sfere celesti attrae l’attenzione di Dante, allora gli si rivela la grande luminosità del cielo. Una appercezione sinestetica che Dante autore connette anche a livello testuale, saturando la misura del verso con i due sintagmi nominali uniti da congiunzione copulativa «la novità del suono e ’l grande lume».

Osservare che luce e suono informano di sé l’intero paradiso dantesco sarebbe poco significativo; più interessante è notare come l’utilizzo della sinestesia visiva/uditiva percorra l’intera Commedia, e si ritrovi all’inizio del viaggio dantesco, al margine della voragine infernale, regno del caos per antonomasia (anche se gioverà sottolineare che quello proposto dall’Alighieri è comunque un caos ordinato, dove la coppia non deve intendersi con valore antonimico). Quando Dante si è già disposto a lasciare la selva oscura ascendendo il dilettoso monte, l’arrivo delle tre fere e soprattutto della lupa, gli impone di retrocedere là dove ’l sol tace (Inf.I, 60) [36].

Tre versi più avanti, a conclusione della terzina che segna l’apparizione sulla scena di Virgilio, il poeta latino viene definito come Chi per lungo silenzio parea fioco (v.63), con un ritorno della coppia sensoriale udito/vista, questa volta «in absentia».

In quest’ultimo caso, ci risulta chiarificatrice una delle interpretazioni avanzate dalla critica dantesca sul significato letterale del verso, e più precisamente sull’attribuzione dello stato di silenzio: questo non andrebbe ascritto a Virgilio personaggio, né alla ragione da lui personificata, né alla memoria del poeta classico. Si tratterebbe invece del silenzio del Sole, che non penetra nelle oscure profondità del limbo dove Virgilio ha la propria sede eterna, temporaneamente diserta per accorrere in aiuto di Dante.

Se il sole tace, ne consegue che si abbia un luogo d’ogne luce muto, e che chi vi si trova a causa di questa privazione diventi fioco. Oltre l’appercezione sinestetica si pone però un’interpretazione simbolica abbastanza scoperta. Con un’immagine poeticamente molto efficace e filosoficamente impegnativa, Dante disegna un luogo ove vengono meno i caratteri positivi di esattezza, luminosità, musicalità che sono propri di Dio; caratteri che si sovrappongono agli attributi solari-apollinei, che però nella selva oscura non sono presenti, o meglio, «tacciono», sospendendo così la propria opera ordinatrice. Ed ecco che già nei primissimi canti del poema incontriamo il ruolo divino di lumen irradians e numero numerans attribuito all’astro solare, con la seconda accezione che può essere intesa come idea musicale.

Facciamo un passo indietro, e torniamo a considerare il Somnium Scipionis. Nell’opera ciceroniana viene riservato al sole un ruolo centrale, nonchè la collocazione tipica dell’ordine caldeo, di medium tra i sette pianeti conosciuti; questa posizione privilegiata giustifica il ruolo rivestito dal sole, che è dux et princeps et moderator luminum reliquorum, mens mundi et temperatio (Somnium, 17).

Cicerone qui sta mediando tra la visione della maggior parte degli stoici, che fanno dell’etere il summus deus, e quella di Cleante, che vi sovrappone l’immagine del sole-dio, avanzando quella che è stata considerata una visione eliocentrica mistico-religiosa, seppure non astronomica. Per i nostri intenti, risulta particolarmente interessante una nota riportata nell’ edizione del De Re Publica a cura di E.Bréguet [37] , che ricorda come la posizione occupata dal sole nella successione planetaria corrisponda, tra le sette corde della lira, a quella della mese, a partire dalla quale la lira viene accordata.

Il ruolo del sole quale dux et princeps et moderator, ma più ancora quale mens mundi et temperatio, viene a questo punto letto anche all’interno della concezione musicale dell’armonia delle sfere. In particolare l’epiteto temperatio, in questo contesto, viene interpretato come un’ ulteriore allusione all’accordatura delle corde a partire dalla mese [38] , con una suggestiva precisazione per quanto riguarda la scelta lessicale: Cicerone non scrive temperator, «termine parimenti ciceroniano che qui si sarebbe allineato con precisa concinnità a moderator, ma che Cicerone non usa perché non si tratta ora della divinità trascendente, che regge in equilibrio il mondo dall’esterno, ma del principio stesso, panteisticamente immanente nelle cose, del reggerle» è la puntuale osservazione di Ronconi nell’edizione del Somnium da lui curata [39] .

Un’idea certamente suggestiva e che non sembra del tutto estranea al sentire dantesco, soprattutto se si confronti quanto detto a proposito di Cicerone con la definizione del Sole che viene dal poeta proposta nel momento dell’ascensione al cielo corrispondente, in cui si dice: Lo ministro maggior de la natura, / che del valor del ciel lo mondo imprenta / e col suo lume il tempo ne misura (Par X, 28-30). In particolare, ritorna in questa terzina un altro termine chiave della lettura «musicale» del testo del Somnium: quello di valore, che compare in uno dei passi la cui interpretazione ha creato il maggior numero di perplessità tra i commentatori ciceroniani, producendo un florilegio di ipotesi tra le più fantasiose.

Ille autem octo cursus, in quibus eadem vis est duorum, septem efficiunt distinctos intervallis sonos, qui numerus rerum omnium fere nodus es

(Somnium, 18)

La mancata sovrapposizione tra gli otto giri e i sette suoni ha convogliato la riflessione esegetica sull’espressione eadem vis, a cui viene generalmente attribuito il significato di velocità di rotazione, senza però riuscire a stabilire in maniera univoca quali siano i pianeti che ruotano con la medesima velocità. Più interessante l’ipotesi proposta ancora dalla curatrice dell’edizione Les Belles Lettres, la quale riprende da Th.Reinach la traduzione di vis (gr. dynamis) come valence, nel senso di «la place et la function de chaque note dans le tétracorde auquel elle appartient», e la applica ad una struttura per tetracordi disgiunti che assicuri la copertura dell’ottava, e nella quale sono le note estreme ad avere la medesima vis: vis, dynamis, valore della nota, che a questo punto sembra quindi essere accostabile al concetto di «qualità sonora».

Applicare quanto detto alla Commedia dantesca può sembrare in un primo momento azzardato, ma se si consideri la sommatoria delle concordanze testuali, avvalorate dalla possibile sovrapposizione tra il ciceroniano mens mundi e il dantesco ministro maggior della natura, e rilette nel quadro dell’azione dell’anima del mondo del Timeo platonico (riferimento fondamentale per ogni dottrina che disponga l’universo entro uno schema musicale) non così ingiustificato. È altamente probabile che Dante si ponesse in posizione critica rispetto alle riletture cristiane dei classici: se da un lato la sua posizione appare coerente con l’ortodossia cristiana e quindi il ruolo del sole viene ridimensionato, dall’altro non è forse estraneo agli intenti danteschi un tentativo di riconfermarlo nel ruolo di congiunzione (synaphe) tra i due tetracordi che risuonano nella girazione dei pianeti [40] .

È proprio questa armonia ordinata dalla presenza del sole, che nel regno infernale è descritta in absentia, che si ritrova come caratteristica precipua del Paradiso, dove si moltiplicano le immagini di luce associate alla musica: gli spiriti che, nel cielo del Sole, si dispongono a formare una corona attorno al poeta, sono più dolci in voce che in vista lucenti (Par X, 66), ma la loro dolce melodia è ineffabile, come avverte Dante autore:

e ’l canto di quei lumi era di quelle;
chi non s’impenna sì che là su voli,
dal muto aspetti quivi le novelle

(Par X, 73-75)

Ancora un carattere dell’atto percettivo descritto in Par I deve essere indagato: la saturazione dello spazio. A differenza di quanto era stato sostenuto da Cicerone, Dante non considera in termini tecnici una saturazione dello spazio musicale (ravvisabile nella struttura tetracordale adombrata nel Somnium, che si tratti del precipitare degli estremi sul Sole-mese o più semplicemente della chiusura dell’ottava), e anche per quanto riguarda l’emergenza fisica separa le due cause dei propri dubbi: della luce lo colpisce l’aspetto quantitativo, l’estensione; per quanto riguarda la musica è affascinato piuttosto dalla sua novità, dalle caratteristiche qualitative di questo suono, e forse anche dal suo rendersi percettibile tutto d’un tratto senza alcun progressivo avvicinarsi che possa aiutare a collocare nello spazio la fonte sonora. Ancora una volta, è piuttosto la dimensione del tempo ad essere in causa per la musica, e quella dello spazio per la luminosità.

Musica eterna e luce infinita, che però non possono essere immediatamente riconosciute in tutte le loro implicazioni da Dante personaggio.

Diversamente si era interrogato Scipione nel Somnium, in un primo momento a proposito della luminosità riscontrata nella Via Lattea:

(...) erat autem is splendidissimo candore inter flammas circus elucens- quem vos, ut a Grais accepistis, orbem lacteum nuncupatis

(Somnium, 16)

e di seguito, relativamente alla musica celeste:

quid?, hic -inquam- quis est, qui complet aures meas tantus et tam dulcis sonus?omnium, 18)

Oltre a qualificare il sonus sia quantitativamente (tantus) che qualitativamente (tam dulcis), Cicerone si sofferma a lungo ad indagare la teoria dell’armonia delle sfere, dimostrando di essere almeno a conoscenza della letteratura tecnica sull’argomento. Nel passo ciceroniano è poi evidente già a livello terminologico l’impressione di saturazione: Scipione afferma che il sonus compleat, «riempie» le sue orecchie. E la chiusa del capitolo del Somnium che tratta dell’armonia delle sfere non fa che puntualizzare il parallelo tra vista ed udito:

Hic vero tantus est totius mundi incitatissima conversione sonitus, ut eum aures hominum capere non possint, sicut intueri solem adversum nequitis eiusque radiis acies vestra sensusque vinci(Somnium, 19)

L’opzione della saturazione, se da un lato appare molto suggestiva ed è efficacemente sovrapponibile ad una lettura musicale, è però utilizzata come l’elemento «versus» la teoria dell’armonia delle sfere da Aristotele. Riprendendo la coppia di aggettivi proposta da Cicerone nel Somnium, potremmo immediatamente osservare come la confutazione del De caelo si basi più sul tantus che sul tam dulcis, come qualità del sonus celeste.

In un primo momento, Aristotele illustra la teoria pitagorica qualificandola come gradevole ed interessante, anche se falsa. È egli stesso a riportare la giustificazione attribuita ai pitagorici del perché non udiamo la celeste armonia: perché un suono o un rumore non vengono percepiti se non in contrasto con il proprio opposto, il silenzio o meglio l’assenza del suono medesimo; dal momento che quello prodotto dalla rotazione delle sfere planetarie è un suono che ci è presente sin dalla nascita, non è possibile riconoscerlo, in quanto ci manca la percezione del suo contrario. Una saturazione per assuefazione, simile a quella provata dai fabbri che appaiono indifferenti al rumore provocato dalla propria quotidiana attività lavorativa.

Basata su una diversa sfumatura semantica del concetto di saturazione è la posizione propria di Aristotele, decisamente più recisa nel negare l’armonia delle sfere: alla domanda perché non udiamo la musica delle sfere risponde perché non c’è nessuna musica, di più non c’è nemmeno nessun rumore. Non si sofferma qui su tecnicismi musicali, non gli interessa avanzare ipotesi su presunte qualità celestiali o cacofoniche del suono: non esiste nessuna musica, ed è facilmente dimostrabile, per assurdo. Se esistesse un suono prodotto dalla rotazione degli astri, sarebbe talmente forte ed intenso da distruggere la vita sulla terra, cosa che non è. Quindi, non esiste alcuna musica delle sfere. Ma perché non esiste? Perché gli astri si muovono nel medium della propria sfera, e quindi non c’è attrito [41] .

La soluzione, o meglio lo spostamento di prospettiva che permette di aggirare l’ostacolo della confutazione di Aristotele arriva proprio da un aristotelico, Simplicio, il cui commento greco al De Caelo viene tradotto in latino da Guglielmo di Moerbeke nella seconda metà del XIII secolo.

Simplicio sposta l’attenzione dall’udibilità della musica in sé, attorno alla quale ci si interrogava con gli strumenti della scienza acustica del tempo, allo stato ricettivo in cui è richiesto di porsi all’ascoltatore.

Forte igitur, secundum virorum philosophiam, solvendam instantiam, dicendo quod non omnia sunt invicem commensurata, neque omne omni est sensibile neque apud nos. Insinuant autem canes odorantes animalia de longe, quod homines non odorant. Quanto itaque magis, intantum natura distantibua, quantum incorruptibilia a corruptibilibus et caelestia a terrenis, verum est dicere quod divinorum corporum sonus terrenis auribus non est audibilis! Si autem aliquis et hoc corpus terrenum separatum et autoideale ipsius et caeleste sedile et eos quam in ipso sensus purificatos habeat, aut per bonam sortem, aut per vitae bonitatem, aut adhuc propter sacerdotalem perfectionem, iste utique videbit quae aliis invisibilia sunt et audiet quae ab aliis non audiuntur, sicut narratur Pythagoras extitisse. Divinorum autem et immaterialium corporum, si utique fiat aliquis sonus, neque percussivus neque perimens fit, sed generativorum sonorum excitat virtutes et operationes et cognatum sensum perficit. Et proportionem quidem habet quandam ad sonum concurrentem cum motu terrenorum corporum. Operatio autem quaedam est motus illorum impassibilis soni, qui apud nos fit propter sonativam aeris naturam. Si igitur ibi aer passivus non est, constat quod neque sonus utique erit. Sed videtur Pythagoras sic dicere harmoniam illam audivisse tamquam et in numeris harmonicas proportiones intelligens, et quod in ipsis audibile, audire dicebat harmoniam. -Dubitaret autem utique quis merito, propter quid ipsa quidem astra visivis nostris sensibus videntur, sonus autem ipsorum auribus nostris non auditur. Et dicendum quod neque astra ipsa videmus. Neque enim magnitudinem ipsorum aut figuras neque excellentes pulchritudines, sed neque motum per quem sonus fit, sed velut illustrationem quandam ipsorum videmus talem, velut et solis circa terram lumen et non ipse sol videtur. Forsitan autem neque utique erit mirum, visivum quidem sensum veluti immaterialiorem et secundum actum magis axistentem quam secundum passionem, et mulutm aliis supereminentem, claritate et fulgore caelestium honorari. Alios autem sensus neque alias alteras assignet causas probabiliores, amicus sit sed non inimicus habeatur [42] .

È interessante notare come il commentatore faccia esplicito riferimento a Pitagora e alle credenze che volevano che il filosofo udisse l’armonia celeste essendo in condizione di trance; egli però non si limita a questa notazione aneddotica, ma cita esplicitamente la riconoscibilità di proporzioni e numeri al suo interno.

Bruno Nardi, che ha il merito di essere uno dei pochi ad affrontare nello specifico il problema dell’armonia celeste nel poema dantesco [43] , dopo aver riportato la tesi di Simplicio conclude sostenendo che la musica mundana «diletta gli orecchi degli uomini divini che hanno purificato i loro sensi nel quotidiano sforzo di elevazione verso il mondo superiore; e risuona alla fantasia del Poeta che ha compiuto la sua purificazione sulla cima della montagna santa, dopo avere attraversato il duplice regno del peccato. Non l’udirono, quel divino concento delle sfere, Aristotele e Tommaso, perché troppo la loro mente giudicò "ex apparentibus secundum sensum» ; l’udirono invece Pitagora e Dante, che seppero innalzarsi sopra il mondo terrestre dei sensi. (...)" [44].

Per Simplicio la musica delle sfere non va dunque intesa come una vibrazione propagantesi nell’aria che colpisce l’udito umano, ma come un atto intellettivo, attraverso il quale l’uomo accede alla comprensione dei rapporti armonici che regolano la struttura ordinata dell’universo [45] . Ed è proprio questa sfumatura che verrà ripresa da Dante che, nonostante le confutazioni mosse da Tommaso, non rinuncerà ad inserire nel suo paradiso un tale concento dei cieli: l’armonia delle sfere non va tanto ascoltata a seguito di una percussione dell’onda sonora, va riconosciuta con un atto intellettivo.

§ 4. Intendere l’armonia

Mais tu sais bien que tous les gens dont tu me parles, tous tes «musiciens», comme on les appelait autrefois, n’ont été que d’assez agréables jongleurs: ils ont gambadé sur les octaves ainsi que sur des échasses, du haut desquelles ils culbutaient leurs accord...Mais ils n’ont jamais soupçonné cette essence qui nous pénètre, nous anime, nous fait exister, «ce chant énorme des planètes» que Pythagore a préconnu, et sur lequel on s’est si bien mépris!

(Segalen, Dans un monde sonore)Un discorso che puntasse a sviscerare il concetto di «intendere» nel dettato dantesco ci porterebbe molto lontano e soprattutto, su un terreno teorico distante da quello che abbiamo deciso di percorrere nel corso di questa analisi. Moltissime le occorrenze del verbo intendere nella produzione dantesca, ricollegabili principalmente a tre diverse aree semantiche, di cui le prime sono tra loro speculari: si tratta di quella relativa all’attribuzione di un significato (e quando dico terra intendo...) e dell’altra che si concentra invece sul momento in cui tale significato viene correttamente capito, come sinonimo quindi di «comprendere» (con una significativa apertura dei sinonimi fino a riconoscere e percepire).

Oltre questi significati e, potremmo dire, in un’accezione assoluta del termine, si pone il senso di intendere come appare nella terzina seguente:

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

( Par XXXIII, v.124-126)la quale viene adombrato il mistero della trinità dietro l’atto dell’intendere divino. Certamente questa è somma armonia, è la chiusura del cerchio (o la sua quadratura, come verrà spiegato con suggestiva similitudine nelle terzine finali) che pacifica tutti i contrasti, è moto in quiete che si volge su se stesso. Non a caso Dante sostiene nel Convivio: Dico adunque che Dio, che tutto intende (ché suo "girare" è suo "intendere"), non vede tanto gentil cosa quanto elli vede quando mira là dove è questa Filosofia (Trattato 3, 12.5). Non ci soffermiamo oltre sulla adombrata sovrapposizione tra intendere e girare, ma c’è ancora un’osservazione da puntualizzare: in questo contesto, il verbo girare assume infatti un significato che può essere contemporaneamente transitivo o intransitivo, (parafrasabile quindi come «ruota su se stesso», stando fermo, oppure «gira», cioè fa girare). Più che motivo di ambiguità, questa sovrapposizione semantica di intendere e girare si qualifica come caratteristica identificante del motore immobile, e delle intelligenze angeliche che a lui obbediscono. Basterà qui ricordare altri due celebri luoghi danteschi:

"Io sono amore angelico, che giro
l’alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera suprema perché lì entre".
Così la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.

(Par XXIII, 103-111)

E la prima canzone analizzata nel Convivio, dove si ritorna con puntualità sulle tematiche dell’intendere e sulla pluralità di significati correlati.

Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete,
udite il ragionar ch’è nel mio core,
ch’io nol so dire altrui, sì mi par novo.
El ciel che segue lo vostro valore,
gentili creature che voi sete,
mi tragge nello stato ov’io mi trovo.
Onde ’l parlar della vita ch’io provo,
par che si drizzi degnamente a vui:
però vi priego che lo mi ’ntendiate.

(Convivio, canzone 1)

Ma c’è anche un luogo del Paradiso dantesco dove si ritrova questo richiamo all’intendere legato alla realtà fenomenica, in compresenza proprio con il tema dell’udito, con un suggestivo addensamento di occorrenze sinonimiche:

E come giga e arpa, in tempra tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non è intesa,
così da’ lumi che lì m’apparinno
s’accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, sanza intender l’inno.
Ben m’accors’io ch’elli era d’alte lode,
però ch’a me venìa "Resurgi" e "Vinci"
come a colui che non intende e ode.
Io m’innamorava tanto quinci,
che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
che mi legasse con sì dolci vinci.

(Par XIV, 118-129)

Quattro terzine «musicali», aperte da una similitudine di tecnica esecutiva dalle possibili ricadute teoriche importanti, e scandite dalla ricorrenza dell’intendere. Come uno strumento come la giga o l’arpa, con le corde tese ed accordate (in tempra tesa è una metonimia), rende un suono gradevole (tecnicamente, genera una consonanza) a colui che non riconosce la struttura musicale, così dalle anime lucenti che Dante scorge, si diffonde per la croce una melodia che rapisce l’attenzione del viaggiatore, senza che egli riconosca l’inno. Tuttavia, Dante si accorge che si tratta di alte lodi, per il fatto che gli giungono le parole «resurgi» e «vinci», come a colui che non comprenda, pur udendo. Delle tre ricorrenze, ci interessa soprattutto la prima, dal momento che per le altre sembra di poter affermare che la preoccupazione di Dante sia proprio di ordine verbale, relativamente il testo dell’inno che viene cantato e non immediatamente riconosciuto dal pellegrino, circostanza spiegabile peraltro con la teoria dell’impossibilità della piena comprensione del mistero divino oltre la resurrezione e con l’ineffabilità della mistica rivelazione. Ma veniamo alla similitudine che apre il passo in esame. Nel primo membro Dante lascia scorrere un’affermazione di teoria musicale pura: il suono prodotto da uno strumento a corde ben temperato viene riconosciuto come consonanza anche da quanti non conoscono la teoria musicale, o più nello specifico non riconoscono i rapporti matematici sottostanti la consonanza. Ci pare di poter accogliere una tale spiegazione, che ha senza dubbio il pregio della chiarezza, rispetto a quella volutamente vaga, seppure suggestiva, avanzata da R.Monterosso «non si tratta di maggiore o minore capacità recettiva da parte dell’ascoltatore, sì piuttosto di indeterminatezza originaria del suono stesso. Il quale esce dalla sorgente che lo genera non articolato in una serie acustica, matematicamente scomponibile, ma ovattato e stemperato in un’unica sensazione fatta di estrema vaghezza, appunto perché rimane ad uno stato premusicale...una similitudine che, come spesso nella Commedia, trae la sua maggiore forza espressiva dalla mancanza di contorni troppo netti e precisi» [46] , che sembra però un alibi per lasciare la spiegazione nel vago, e al contempo negare all’autore una competenza musicale che sembra invece riaffiorare in più luoghi del testo.

A riprova di ciò, si può citare una lettura del medesimo luogo testuale che invece estremizza la competenza armonica e la conoscenza di storia musicale da parte dell’Alighieri: secondo Arnoldo Bonaventura [47] , la posizione richiamata da Dante in questa terzina, assicurando il primato all’impressione d’ascolto onde formulare un giudizio in campo musicale, di contro all’armonia fondata sui rapporti numerici, si ricollegherebbe a quella di Aristosseno piuttosto che a quella della scuola pitagorica. In questo ci sentiremmo di frenare le competenze attribuite al nostro autore: un conto è dire che le consonanze vengono naturalmente riconosciute dall’orecchio umano, altro è imputagli una prospettiva teoretica complessa come quella aristossenica. Pure proprio nei versi seguenti troviamo una delle più splendide ed immaginifiche metafore che alludono al concetto di armonia: si tratta di quel s’accogliea per la croce una melode (Par XIV, 122) che Natalino Sapegno rende mirabilmente spiegando come esso esprima «il diffondersi nello spazio e insieme l’unificarsi armonioso del suono» [48] .

L’intendere, alla luce di queste osservazioni, si configura dunque come una facoltà intellettiva che si situa contiguamente a quella dell’udire, non solo e non tanto in un ordine superiore quanto alla qualità dell’atto percettivo, ma piuttosto come una sfumatura dell’atto stesso. Potremmo affermare che è proprio del momento dell’intendere un’istanza conoscitiva, e di una «conoscenza per partecipazione», come la definisce Mario Pazzaglia [49] , che può anche prescindere dall’effettivo, fisico passaggio dell’udire. Si può udire senza intendere, ma si può anche specularmente intendere senza udire. Questo particolare, se da un lato riconduce la musica ad un contesto tipicamente quadriviale, allontanandola dal discorso di tipo estetico, ci interessa soprattutto perché avrà una ricaduta determinante sulla considerazione della musica mundana, come vedremo subito

§ 5. Musica e strutture d’ordine

O qui perpetua mundum ratione gubernas, (...)
tu numeris elementa ligas, ut frigora flammis,
arida conueniant liquidis, ne purior ignis
euolet aut mersas deducant pondera terras.
tu triplicis mediam naturae cuncta mouentem
conectens animam per consona membra resoluis;

(Boethius, Consolatio Philosophiae, lib.III, m9)

Ricondurre lo statuto della musica celeste a quello dell’intendere, sulla linea indicata da Simplicio, significa per Dante recuperare la posizione dottrinale tomistica, senza dovere per questo rinunciare a fare del proprio Paradiso un universo di musica e luce, con un opera di «temperamento» tra diverse posizioni degna di un vero musico nell’accezione boeziana. E non è un caso che ritornino significativamente proprio i nomi di Boezio e Tommaso in una lapidaria definizione dello statuto quadriviale dell’ars musica: Musica considerat sonos non in quantum sunt soni, sed in quantum sunt secundum numeros proportionales (Tommaso d’Aquino, Comm.Boeth De Trinitate 5.3 ad 6 Boezio mus I, 7).

La traslazione dalla musica udita a quella intesa non potrebbe essere più recisa, e sarebbe scorretto affermare che Dante sposi in toto un’ipotesi di questo tipo. Pure, è importante sottolineare l’allusione al numero, anzi al rapporto numerico proporzionale, che Tommaso pone alla base della concezione della musica. Una prospettiva teorica di chiara matrice pitagorica, ripresa dal medioevo latino e alla quale Dante fa riferimento non solo nella Commedia. Leggiamo infatti nel Convivio:

E lo cielo di Marte [50] si può comparare alla Musica per due propietadi: l’una si è la sua più bella relazione: ché, annumerando li cieli mobili, da qualunque si comincia, o dall’infimo o dal sommo, esso cielo di Marte è lo quinto, esso è lo mezzo di tutti, cioè delli primi, delli secondi, delli terzi e delli quarti. L’altra si è che esso Marte ( ... ) E queste due propietadi sono nella Musica: la quale è tutta relativa, sì come si vede nelle parole armonizzate e nelli canti, de’ quali tanto più dolce armonia resulta quanto più la relazione è bella: la quale in essa scienza massimamente è bella, perché massimamente in essa s’intende. Ancora: la Musica trae a sé li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, sì che quasi cessano da ogni operazione: sì e l’anima intera, quando l’ode, e la virtù di tutti quasi corre allo spirito sensibile che riceve lo suono.

(Convivio, Tratt. 2, 13)

Nella prima parte della spiegazione dell’analogia tra cielo di Marte e scienza musicale, Dante riconduce la comune più bella relazione al posto medio che il quinto cielo occupa nella successione di nove cieli mobili.

Nella conclusione la posizione dell’autore appare più sfumata: sostiene che la relatività della musica richiama la possibilità di ottenere una armonia tanto più dolce quanto più la relazione è bella, ma non spiega che cosa si intenda con il termine relazione, né con quali parametri se ne possa stabilire la maggiore o minore bellezza (Il fatto che il cielo di Marte si trovi al quinto posto nella scala planetaria da qualsiasi parte la si consideri, come ricorda Dante, unito all’osservazione sulla bellezza della relazione conseguente, potrebbe forse autorizzare un richiamo al diapente greco, intervallo consonante per eccellenza).

Più immediatamente comprensibile appare il secondo assunto della comparazione, che riporta piuttosto alle implicazioni etiche di una considerazione della musica in senso naturalistico-psicologico, che troverà la propria applicazione nella trasposizione della teoria dell’ethos dei modi dalle scale greche ai modi gregoriani.

Non intendiamo, in questo contesto, soffermarci oltre su osservazioni di teoria musicale; ma l’aver spostato l’attenzione sull’esistenza di una ratio riconoscibile, sulle relazioni che veicolano le consonanze, sul carattere matematico della scienza musicale, ci riporta in quel contesto quadriviale entro il quale la musica si pone come una delle strade per accedere alla conoscenza del mondo, ordinato appunto secondo uno schema matematico. Dante molto probabilmente conosceva il De Institutione Musica di Boezio e ne condivideva l’attribuzione di importanza alle discipline del quadrivium come vie da percorrere per apprendere a scorgere la divina matematica insita nell’opera della creazione. Boezio, che a sua volta riprende l’ Introduzione all’Armonia di Nicomaco di Gerasa, segue nella sua esposizione l’ordine del curriculum medievale: aritmetica, musica, geometria e astronomia sono methodoi per imparare a trascendere il mondo fisico della percezione sensoriale. Posta in questo quadro di riferimento, la musica permette di cogliere il disegno ordinato che sottende l’ordine provvidenziale dell’universo; «non è un intrattenimento piacevole o una consolazione superficiale per un animo abbattuto, ma una chiave essenziale per interpretare l’armonia segreta di Dio e della natura, in cui l’unico elemento dissonante è il male che si annida nel cuore degli uomini.» [51]

Senza forzare l’argomento sul «tutto è numero» pitagorico [52] , l’idea dell’universo ordinato, ed ordinato secondo una logica numerica rigorosa che è poi quella della musica, è presente nell’opera dantesca come speculum del numerus infuso dal creatore all’intero universo. Con questo spostamento di prospettiva, ci muoviamo dall’armonia delle sfere a quella, differente ma correlata, che Curt Sachs definisce Teoria della coordinazione: «Quest’ultima aveva stabilito che un certo pianeta stava ad un altro pianeta come una certa altezza sonora stava ad un’altra altezza; l’armonia delle sfere significò qualcosa di totalmente diverso: i pianeti, o meglio le loro sfere, risuonavano in autentici, per quanto impercettibili suoni» [53] .

Un riorientamento necessario per proseguire l’analisi dell’opera dantesca, che solo in pochissimi luoghi cita testualmente l’armonia delle sfere. Ma non si pensi che questo ci porti lontano dal discorso musicale: in Dante, con una modalità che solo apparentemente potrebbe apparire paradossale, l’allontanamento dalla musica vera e propria si traduce nello scaturire di un più profondo e rigoroso discorso di teoria musicale nello specifico armonico, con un’attenzione diretta al riconoscimento dei rapporti che regolano l’universo come tutto ordinato.

La rilettura che Dante fa della coppia dicotomica caos/cosmo si configura ai massimi livelli nella strutturazione della Commedia, vero microcosmo entro il quale si rispecchia l’ordine del macrocosmo: a livello figurativo, data la tematica sviluppata nel poema, ancora prima che a livello formale. Quello dantesco è un cosmo contrapposto al caos (e non è ozioso ricordare che il significato originario del termine, desunto dalla Teogonia di Esiodo, significa ‘abisso, baratro’, con una successiva sovrapposizione del senso di ‘voragine tenebrosa’), ma è anche un cosmo tout court, e sotto diversi punti di vista.

Laddove non fosse sufficiente la lettura diretta del testo, la sterminata bibliografia degli studi danteschi ha dimostrato con modalità più o meno rigorose la presenza di simmetrie, simbologie numeriche, giochi di specchi e richiami all’interno delle tre cantiche; alcune di queste ipotesi, soprattutto tra quelle che cercano di fare dell’Alighieri un piccolo pitagorico, o un piccolo orfico, sono francamente fantasiose quando non teoreticamente azzardate [54], ma il postulato da cui muovono è in definitiva condivisibile: la struttura della Commedia si regge su leggi rigorose che sottostanno al controllo del creatore dell’opera, prima ancora che a quelle del Motore immobile. Il caos della voragine infernale è in definitiva un caos ordinato (in gironi, bolge e zone), dove i due termini non vanno intesi come una coppia ossimorica ma come una condizione fondante. Assodato questo punto, se persino l’inferno si configura come parte del cosmo, l’estensibilità dell’assunto all’intera opera risulta di semplice applicazione, e la procedura induttiva non troppo azzardata.

Ma quale è il principio d’ordine che struttura l’universo dantesco? Quello musicale, come è stato per una lunghissima tradizione d’autori, dal Platone del Timeo in poi [55] . Il tentativo di approfondire la persistenza di una vera e propria prospettiva platonica nel cosmo dantesco non è nelle nostre intenzioni, ma l’idea di un cosmo strutturato secondo leggi musicali, oltre ad essere particolarmente congruente con il cursus studiorum quadriviale, si ritrova anche in una serie di autori ben conosciuti all’età medievale.

Scrive infatti Quintiliano, a proposito della necessità dello studio musicale per l’oratore: Atqui claros nomine sapientiae viros nemo dubitaverit studiosos musices fuisse, cum Pythagoras atque eum secuti acceptam sine dubio antiquitis opinionem vulgeverint mundum ipsum ratione esse compositum, quam postea sit lyra imitata, nec illa modo contenti dissimilium concordia, quam vocant harmoniam, sonum quoque his motibus dederint (Institutio Oratoria I,10,12).

L’idea della ratio, che potremmo un po’ forzatamente leggere come un tecnicismo musicale [56] , ritorna in un testo che costituirà una delle principali fonti sulla cultura musicale latina per il De Musica di Boezio: nel De architectura di Vitruvio (I sec. a.C.), l’autore sostiene che le proporzioni di una costruzione architettonica debbano essere progettate sulla base dei rapporti armonici che regolano l’arte musicale, in modo da garantire un risultato che veicoli una sensazione di armonia per l’osservatore. Anche se ci muoviamo su un diverso ambito disciplinare, di fronte alla complessità ordinata della Commedia la metafora di edificio monumentale non pare azzardata, come pure un richiamo alla nozione di armonia nel suo significato etimologico di accordarsi della molteplicità, di elementi disparati e potenzialmente in conflitto tra loro. Il cosmo dantesco è ordinato, l’abbiamo già detto. Vediamo ora di specificare un po’ meglio l’ordine del problema, e quindi il problema dell’ordine.

(...) le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.

( Par I, 103-105 )

Nella riflessione sul tema dell’ «avere ordine» si inserisce da subito la dimensione simbolico-teologica: avere ordine, in prima istanza, significa rispondere al divino disegno d’ordine impresso dal creatore. Un duplice significato è quindi implicito nel concetto stesso di ordine: da un lato la conformazione del mondo quale esso è, come forma impressa dal creatore, dall’altro l’ordine direzionale, il verso di percorrenza della parabola terrestre di ogni uomo, chiamato a seguire la strada della propria vocazione, e nello specifico di quel particolare viator che è Dante personaggio della Commedia, per il quale esiste un ordine nelle tappe del cammino, e una finalità cui la successione delle tappe risponde.

I due piani risultano peraltro legati da un vincolo di necessità quando si consideri la struttura reale dell’universo come specchio dell’ordine religioso e morale. La tesi sostenuta da Th. Kuhn ne La rivoluzione copernicana è che «attraverso l’allegoria la Divina Commedia mostrò che l’universo medievale non poteva avere altra struttura che quella aristotelico-tolemaica» [57] . Necessaria era la collocazione intermedia dell’uomo all’interno della catena gerarchica delle sostanze, e strategica la sua posizione, sotto lo sguardo di Dio ma dotato di libero arbitrio, per scegliere tra natura terrena e spiritualità celeste.

Non è estranea a questa lettura un’interpretazione di ambito musicale: la seconda cantica si chiude sulla condizione di renovatio di Dante puro e disposto a salire a le stelle; oltre la purificazione data dal lavacro nelle acque dei fiumi del paradiso terrestre, l’aggettivo è stato inteso dai commentatori danteschi come indicante «una chiarezza assoluta di percezione». Tale osservazione diventa tanto più significativa se consideriamo la coppia sintagmatica puro e disposto, laddove la disposizione non si traduca semplicemente in disposizione interiore, ma in una vera e propria «accordatura» dell’anima in senso musicale.

Con il presupposto di questa accresciuta facoltà percettiva, ed essendo stato riaccordato dall’intervento dell’archimusicus [58] , non ci si deve stupire che pochi versi oltre, nel primo canto del Paradiso, Dante oda ed intenda l’armonia delle sfere, e che questo avvenga nel momento in cui il protagonista sta ascendendo al cielo della Luna, oltre la sfera del fuoco.

L’intendere, riletto sotto questa prospettiva, riacquista anche il proprio significato etimologico di tendere verso, con un movimento che non è solo dell’anima ma anche del corpo. Il trascorrere di Dante attraverso i cieli avviene per mezzo di un atto intellettivo che coincide con un progressivo potenziamento della capacità ricettiva del personaggio; parallelamente, la direzione del movimento parte rettilinea per concludersi lungo la traiettoria di una circonferenza, e vedremo in seguito che cosa significhi questo variare di direzione.

Ma già qui, nel primo canto del Paradiso, l’evidenza del legame di interdipendenza esistente tra riconoscimento della musica mundana e transumanar qualifica il carattere del viaggio iniziatico intrapreso da Dante all’interno dei tre mondi ultraterreni, che si svela chiaramente nel suo statuto di romanzo di formazione.

Va sottolineato come quella della Bildung sia una componente che si lega con una frequenza quantomeno sospetta alla tematica dell’armonia delle sfere; non possiamo non citare ancora una volta la principale fonte dantesca sull’argomento, ossia il Somnium Scipionis, nelle parole di Fabio Stok, che ne ha curato una delle più recenti edizioni: «come la maggior parte dei viaggi nell’aldilà, anche quello di Scipione è un viaggio di formazione, quasi un Bildungsroman. (...) Le tappe della ricezione del messaggio-rivelazione da parte di Scipione sono scandite, nella finzione scenica, dalla capacità che egli acquisisce di distogliere lo sguardo e l’interesse dalla prospettiva terrena. Il tono didattico che caratterizza l’esposizione dell’Africano è da ricondursi a questa funzione educativo-formativa della rivelazione dell’Africano» [59] .

§ 6. Armonia delle sfere e Bildungsroman

Il secondo mattino, intorno alle undici, il re in persona e il seguito di nobili, di cortigiani e di dignitari, dopo aver preparato tutti i loro strumenti musicali sonarono con essi per tre ore consecutive, sicché fui completamente rintronato dal rumore, né mi fu possibile arguire il significato finché non fui informato dal mio precettore. Mi disse che la popolazione della loro isola aveva gli orecchi conformati in modo da udire la musica delle sfere che sonavano sempre in certi periodi; e i componenti della corte erano ora preparati a sostenere la propria parte su qualsiasi strumento in cui eccellevano grandemente.(Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver - viaggio a Laputa-)

È abbastanza immediato il paragone tra il somnium nell’aldilà vissuto da Scipione Emiliano e l’esperienza del personaggio dantesco della Commedia, nel corso del viaggio ultraterreno. Anche il percorso di Dante ha le caratteristiche del Bildungsroman, anche il poeta fiorentino, come Scipione, verrà aiutato da personaggi illustri e a lui cari ad accedere alle massime verità (nel caso specifico, soprattutto verità di fede), e come Scipione ascolterà la musica delle sfere, una volta giunto in Paradiso, dopo essersi purificato con il bagno nelle acque del Leté e dell’ Eunoè.

Ma la tradizione che lega viaggio iniziatico e armonia delle sfere data molto più indietro, ed appare particolarmente feconda: dal mito di Er (Platone, Repubblica, 614 e sgg.) alla discesa di Enea nell’Ade (ove potrebbe ravvisarsi un riferimento alla teoria nell’espressione scelta per descrivere il suono della lira d’Orfeo [60] ), attraversa il medioevo e le opere dottrinali per arrivare alla Gerusalemme Liberata [61] e divenire oggetto di parodia nei Gulliver’s Travels di Johnatan Swift. E sono sempre personaggi in qualche modo eletti, elevatisi oltre la bassa corporeità, quelli che accedono alla musica mundana: più spesso, anime buone premiate con il paradiso, o protagonisti di sogni. Riprendiamo ancora una volta le terzine di Paradiso I:

S’i’ era sol, di me, quel che creasti
Novellamente, Amor, che ’l ciel governi,
Tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.
Quando la rota, che tu sempiterni
Desiderato, a sé mi fece atteso,
Con l’armonia che temperi e discerni (...)

Il problema della possibilità dell’ascesa al paradiso con il corpo mortale viene da Dante prospettato, ma in definitiva non risolto e demandato piuttosto all’onniscienza divina: in ogni caso, a chi abbia seguito l’ascesa purificatrice della montagna del Purgatorio, apparirà chiaro che il corpo del poeta è ormai come quello degli spiriti beati dopo la resurrezione della carne, materia senza peso. Dante si è insomma già levato oltre i limiti della natura umana (vv.70-71 Transumanar significar per verba / non si porìa ), e può quindi accostarsi alla rota che il desiderio di comunione con Dio «sempiterna», così da percepire «la novità del suono e ’l grande lume».

Manca in Dante, a questo punto del viaggio, una qualche sottolineatura sullo stato di coscienza alterato come prerequisito necessario per percepire la musica celeste: la dimensione del somnium viene da lui risolta su un piano allegorico-simbolico, diversamente da quello che era accaduto in Platone e Cicerone che insistono piuttosto sullo stato di sonno, quando non di morte apparente (nel caso del soldato Er) dei protagonisti. Sogno, vita di puro spirito, ma non solo: ancora diversa è la posizione sostenuta dal già ricordato Burkert che, riallacciandosi alla tesi della concezione pre-scientifica che sarebbe alla base della teoria dell’armonia delle sfere, riprende la leggenda secondo la quale Pitagora [62] era in grado di udire la musica celeste, autorizzandola come conseguenza della condizione di trance che media il contatto con l’oltre mondo:« The soul that in ecstasy, or dream, or trance, travels to heaven, hears there the music of the universe, and its mysterious structure immediately becomes clear to him» [63] . Una tale prospettiva è estranea all’intento dantesco che, almeno nel primo canto del Paradiso, si muove ancora con uno stringente ragionamento logico che giustifichi la realtà fenomenica (la famigerata disquisizione sulle macchie lunari di Paradiso II ne è l’esempio forse più rappresentativo).

Di estasi, ma meglio di visione estatica legata alla rivelazione di una verità divina, si può piuttosto parlare per l’ultimo canto della Commedia. Allora, il disvelamento del mistero dell’incarnazione viene seguito dalla folgorazione ad opera della divina grazia, e la tensione si placa nell’appagamento della volontà che è ormai un unicum con quella del creato.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affigge
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amore che move il sole e l’altre stelle.

(Par XXXIII, 133-145)

Due sono le immagini che Dante accosta a questo momento cruciale. Da un lato il tentativo, vano, di risolvere il problema della quadratura del cerchio (che rimanda alle grandezze incommensurabili, oggetto di segreta indagine da parte dei pitagorici); dall’altro, la similitudine della ruota che si volge attorno al proprio asse di rotazione, sintesi del moto in quiete di cui anche il poeta può far parte. Dopo aver percorso l’intero cielo in linea retta, in modo congruente con il fine del proprio viaggio, Dante termina il proprio viaggio muovendosi del perfetto moto circolare che è tipico dei cieli, degli angeli e dei beati, dell’attività contemplativa.

È, questa immagine di Dante «rota», uno dei più scoperti passaggi che segnano la bildung del personaggio, che qui risolve una situazione di incompletezza avvertita e denunciata nella Vita Nova nel momento in cui Amore appare in sogno al poeta (V.N, 5, 11-12):

Allora mi parea che io lo conoscesse, però che mi chiamava così come assai fiate ne li miei sonni m’avea già chiamato: e riguardandolo, parvemi che piangesse pietosamente, e parea che attendesse da me alcuna parola; ond’io, assicurandomi, cominciai a parlare così con esso: "Segnore de la nobiltade, e perché piangi tu?". E quelli mi dicea queste parole: "Ego tanquam centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentie partes; tu autem non sic". Allora, pensando a le sue parole, mi parea che m’avesse parlato molto oscuramente; sì ch’io mi sforzava di parlare, e diceali queste parole: "Che è ciò, segnore, che mi parli con tanta oscuritade?". E quelli mi dicea in parole volgari: "Non dimandare più che utile ti sia

Se nell’opera giovanile Dante era eccentrico rispetto alla perfezione circolare, descritta e vincolata dal rapporto tra circonferenza e centro, al termine del viaggio ultraterreno egli diventerà al contrario attante di una perfetta girazione attorno a quel punto di centro universale che è Dio.

Cerchi, rote e soprattutto sfere che disegnano la perfezione del cosmo dantesco, si caricano di un significato gnoseologico che, come nel caso sopracitato della ricerca del p, trascende nel teologico. Nella tradizione del neoplatonismo cristiano tramandata dal Libro dei 24 filosofi, si ritrova la definizione secondo la quale Deus est sphaera infinita cuius centrum est ubique, circumferentia nusquam, e la successiva spiegazione «Questa definizione è data raffigurando la prima causa, nella sua vita propria, come un continuo. Il termine della sua estensione si perde al di sopra del dove e ancora oltre. Per questo il suo centro è ovunque, e l’anima non può pensarlo con alcuna dimensione. E quando cerca la circonferenza della sua sfericità, la dirà elevata all’infinito, poiché ciò che non ha dimensione è indeterminato come fu l’inizio della creazione» [64] .

Una riflessione su problematiche di ordine teologico è assolutamente estranea ai nostri interessi, ma possiamo soffermarci per un momento a notare l’eco che queste riflessioni produrranno nell’opera dantesca. Nella Commedia, l’Empireo è un non-spazio di luce ed amore - Noi siamo usciti fore / del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: / luce intellettual, piena d’amore; amor di vero ben, pien di letizia (ParXXX, 38-41), spiegherà Beatrice a Dante nel momento dell’arrivo all’Empireo -, ed è la luce dell’Empireo ad assumere la forma circolare simbolo della perfezione:

È si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura:

(Par XXX, 103-105 )

Non si deve pensare ad una circonferenza rigidamente limitante, ma nemmeno ad uno stemperarsi del disegno in un infinito alluso e non giustificato: se altrove era stato detto a proposito del Primo Mobile: questo miro e angelico templo / che solo amore e luce ha per confine (ParXXVIII, 53-54), sempre nelle parole di Beatrice, Dante propone un richiamo all’idea della mensura: La natura del mondo, che quieta/ il mezzo e tutto l’altro intorno move / quinci comincia come da sua meta. / E questo ciel non ha altro dove che la mente divina, in che s’accende / l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove. / Luce ed amor d’un cerchio lui comprende / sì come questo li altri; e quel precinto / colui che ’l cinge solamente intende. / Non è suo moto per altro distinto; / ma li altri son mensurati da questo, / sì come diece da mezzo e da quinto. (Par XXVII, 106-117)

Se dunque l’immagine del cerchio ritorna in più luoghi della Commedia, rispetto al nostro intento di interpretazione musicale però ci interessa una particolare ripresa, quella della scena biblica del creatore che disegna i confini del mondo con il compasso:

Poi cominciò: "Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
non poté suo valor sì fare impresso
in tutto l’universo, che ’l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.

(Par XIX, 40-45)

Ma l’intervento divino non si limita a questo porre in essere il disegno dell’universo, effettuato all’inizio dei tempi, come era del demiurgo platonico. Specifico della prospettiva dantesca è la teoria di una creazione, ordinamento e accordatura del cosmo che si dà nel tempo, coerentemente con la tradizione giudaico-cristiana. Una modalità di lettura che ritroviamo, con importanti ricadute anche sulla dimensione musicale, nell’opera di Sant’Agostino, un autore che come Dante contamina tradizione scientifico-razionale (quadriviale ) e mistico-estetica ( liturgica ).

§ 7. Numero et mensura nella rilettura cristiana

Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta intelligenza! Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la misura? Dove sono fissate le sue basi, o chi ha posto la pietra angolare, mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio?

(Libro di Giobbe, 37, 4-7)

All’inizio del suo trattato De Musica (che si occupa principalmente del ritmo e del metro), Agostino pone la definizione «musica est scientia bene modulandi»: la musica è innanzitutto una scienza, è musica pensata e strutturata secondo le leggi del numero, nel rispetto proporzionato dei tempi e degli intervalli (questo il significato dell’avv. bene).

Nella filosofia della musica di Agostino non c’è posto per la musica suonata o cantata, che pure tanto emozionava il filosofo ( nelle Confessioni parla di una occulta familiaritas fra la musica e l’anima per giustificare la maggiore efficacia delle preghiere cantate). Mistica dei numeri (di tradizione pitagorica) e mistica cristiana tendono a convergere. La musica è vista come un’operazione dell’anima.

Pur passando sotto silenzio la vera e propria tematica della musica delle sfere, Agostino riprende termini platonici relativi a numero ed armonia, come segnali che indirizzano verso la verità divina.

Nel saggio L’Armonia del mondo, che è ormai divenuto un classico di riferimento rispetto alla tematica da noi trattata, Leo Spitzer chiarisce con il consueto rigore come «Per Agostino le leggi numeriche sono importanti, perché solo la certezza oggettiva, matematica, ci permette di dimostrare la certezza di Dio; e distribuendo i numeri in una successione temporale egli riesce a dare all’uomo la coscienza di se stesso quale essere che vive nel tempo. Solo nella propria anima l’uomo può trovare i numeri che attestano l’esistenza di Dio; i numeri e le loro leggi sono superiori alla ragione umana. La musica (e la poesia metrica) è basata sui numeri e si evolve nel tempo; come potrebbe la musica non rendere testimonianza a Dio?» [65]

Quelli di Agostino sono dunque, sempre secondo Spitzer, «numeri temporali»: Considerando questa insistenza dell’autore sulla dimensione temporale della creazione e della vita interiore, si comprende come la musica, con la sua esplicita componente di durata, offra un campo di ricerca privilegiato per intuire l’armonia insita nell’universo e nell’azione della Provvidenza. Solo l’anima che ha coscienza dei numeri può capire l’armonia di Dio, perché sono proprio i rapporti numerici a guidare il nostro intelletto a prendere coscienza del manifestarsi della dimensione divina.

Conclude ancora Spitzer: «Il creato per Agostino ha un principio, un mezzo, un fine, muove lungo il tracciato della storia: l’azione della Provvidenza si svolge nel tempo, Dio assegna le cose al tempo conveniente. Il Creatore prende la forma dell’ archimusicus, che considera il proprio materiale in termini di ritmo e di tempo» [66] .

Sulla base della tesi appena enunciata, possiamo anche proporre una dimostrazione in negativo di questa lettura del ritmo dato dalla presenza divina. Abbiamo già visto come, nell’Inferno, il fatto che il sole taccia si colleghi allo stravolgimento dell’ordine e alla mancanza di musica. Amilcare A. Iannucci propone un’originale rilettura del senza tempo come «senza ritmo», citando a tale proposito uno degli antichi commentatori danteschi: «Questa idea è assai bene espressa da Jacopo della Lana, che collega l’espressione aura sanza tempo tinta con il suono disarmonico della voragine infernale: E questo dice elli (Dante) perchè ogni suono attemperato per ragion di musica rende all’udire alcun diletto, ché il tempo è in musica uno ordine, il quale fa consonare le voci insieme con aria di dolcezza. Or dunque se quel romore è senza tempo, seguesi che è senza ordine, per conseguens senza alcun diletto. Senza tempo non vi è musica, poiché la distanza proporzionata delle note, governata dai numeri, viene espressa, per la musica instrumentalis almeno, dentro il tempo» [67] .

In Dante ritroviamo diverse metafore che utilizzano la terminologia musicale secondo l’ idea del dio musicista. Oltre al già ricordato verso con l’armonia che temperi e discerni (Par I, 78 ), si può osservare nel Paradiso un’ immagine di Dio-musicista nella terzina

silenzio puose a quella dolce lira,
e fece quietar le sacre corde,
che la destra del cielo allenta e tira.

(Par XV, 4-6)

che viene efficacemente chiosata dal commento di Benvenuto Rambaldi da Imola: remittit et movet, secundum quod sibi placet, tamquam optimus citharista, qui semper bene temperat chordas, nec unquam oberat [68] . In questo caso è precisamente la mano di Dio, la cui raffigurazione tanta fortuna avrà nell’iconografia cristiana, a disporre lo strumento costituito dalla schiera dei beati del cielo di Marte. Un ruolo di armonizzatore ed accordatore che viene attribuito già dalla Sacra Scrittura, quando si legge che Omnia in mensura et numero et pondere disposuisti (Sapienza, 11, 20). Questo il momento iniziale dell’atto creativo: la definizione di misure, rapporti, consonanze.

Alla luce di quanto affermato sinora, appare meno provocatoria la considerazione di Jacques Chailley il quale, illustrando lo stretto legame esistente tra musica e atto della creazione («La Musique est presque toujours associée de manière intime à l’acte créateur, quand elle ne constitue pas à elle seule cet acte créateur» [69] ), ricorda l’incipit del vangelo di Giovanni In principio erat verbum, esplicando in nota «Verbum traduit le grec logos dont le sens est multiple. On pourrait contester l’apparentement si les traducteurs de La Vulgate, en choisissant ce mot, n’avaient montré que logos, de leur temps, était bien compris pour ce passage dans le sens que nous indiquons» [70] .

Non sarebbe corretto voler attribuire a Dante un’eccessiva e troppo puntuale conoscenza della filosofia greca (di cui come è noto non conosceva la lingua); pure, leggendo nella Commedia

Ciò che non more e ciò che può morire
Non è se non splendor di quella idea
Che partorisce, amando, il nostro Sire;

(Par XIII, 52-54)

sorge un legittimo dubbio sulla possibile interpretazione polisemica da darsi al termine logos, che in questo caso viene parafrasato come idea, «verbo» nel senso giovanneo di Cristo.

E non risulterebbe forse troppo azzardato insinuare la possibilità di una lettura di quel logos in senso matematico, come avviene nella tradizione pitagorica, che sovrappone il reperimento dei rapporti tra interi con la ricerca della legge interna che governa un determinato fenomeno.

Se una tale lettura può non essere immediatamente pacificante, ha però il pregio di rientrare nei dettami dell’ortodossia cristiana: senza volerci avventurare in speculazioni teologiche, basterà notare come non appaia sicuramente sospetto il fatto di ricondurre a Dio la proporzione insita nel creato, ma anche la sua stessa ragione d’essere.

Oltre l’atto creativo, abbiamo però ricordato che la presenza di Dio nella vita degli uomini si manifesta nel dispiegarsi nel tempo, come è nel biblico Caeli enarrant gloriam Dei, / et opera manuum annuntiat firmamentum (Salmo 19 (18)), che recupera la componente di processualità insita nell’idea stessa di narrazione.

Dante dice piuttosto là dove armonizzando il ciel t’adombra (riferendosi a Beatrice isplendor di viva luce etterna svelatasi nel Paradiso terrestre, Purg.XXXI, 140-145) con una più esplicita sottolineatura dell’aspetto musicale ottenuta con il ricorso al termine armonizzare, e tutto il paradiso è pieno di danze di luci ed anime, canti e melodie che rinnovano il ritmo delle sfere celesti.

L’antica armonia delle sfere viene trasferita dai pianeti al cielo cristiano, per rappresentare il rapporto armonico tra Dio e le sue creature; armonizzando, i cieli adombrano la magnificenza del Dio-Amore della tradizione cristiana. Egli che è l’Uno, la Monade, il Consonante con sé medesimo armonioso, ha dato forma all’universo come ad un musicum carmen che in qualche modo partecipa della Sua completezza ordinata [71] .

Secondo Leo Spitzer, è a Sant’Ambrogio che spetta «il merito immortale di aver affidato alla musica cristiana il compito d’ impersonare l’armonia universale dei greci: d’ora innanzi il compito della musica è di eseguire ciò che è nella sua stessa natura di esprimere, la lode tributata al creatore della musicale armonia del mondo» [72] : negli inni ambrosiani si assiste ad una incarnazione di quell’armonia del mondo che si rispecchia nelle meraviglie del creato. Le immagini con cui la cristianità ha reinterpretato l’armonia delle sfere convergono tutte sul piano trascendentale: questa convergenza di immagini diverse di armonia ( le onde del mare, l’accordo tra Dio e il creato, fra sacra natura e umanità devota, l’armonia della grazia, il coro dei fedeli... ) è in Ambrogio simbolo della vera bellezza di Dio.

Sulla dottrina dell’armonia delle sfere quale portato di filosofie legate a pitagorismo e platonismo, complessivamente Ambrogio preferisce non sbilanciarsi, anche se il tema ritorna in più luoghi dei suoi scritti. Se nell’Hexameron la confutazione della teoria ricalca la struttura della decisa negazione aristotelica (pure in una diffusa presenza di richiami ciceroniani),

Quos sibi innexos et velut insertos versari retro et contrario ceteris motu ferri arbitrantur eoque inpulsu et motu ipsorum orbium dulcem quendam et plenum suavitatis atque artis et gratissimi modulaminis sonum reddi, quoniam scissus aer tam artifici motu et acuta cum gravibus temperante ita varios aequabiliter concentus efficiat, ut omnem supergrediatur musici carminis suavitatem. Huius rei fidem si requiras atque expetas sensu nobis et auditu probari, haesitant. [73]

già più sfumata è la modalità con cui Ambrogio manifesta il suo scetticismo nei riguardi della tradizione filosofica che la tramanda ( Plato autem dulces quosdam sonitus siderum mutuavit spherae caelestis generari conversione, famam magis et pompam quam veritatem secutus [74] ) e addirittura biasima un’autorità cristiana come Origene per averla eccessivamente seguita nei suoi scritti, per aver scelto di essere dotto (con i platonisti) anziché timoroso (con San Paolo). Altrove, lo stesso Ambrogio mostra però un certo interesse per l’idea di un perenne accordo armonioso che accompagnerebbe il volgersi del cielo:

Ipsum axem coeli fert expressior [var. quorundam] sermo cum quadam perpetui concentus suavitate versari; ut sonus eius extremis terrarum partibus audiretur, ubi sunt quaedam secreta naturae. Nec id ab usu naturae alienum videtur. [75]

Il pensiero di Ambrogio, è la conclusione di Spitzer, mira a trasformare «una panteistica pienezza in polifonia cattolica». Soffermiamoci per un momento su questa definizione, provando a verificare se non possa applicarsi alla tematica della musica mundana. Un’allusione alla polifonia vocale collegata al tema dell’armonia celeste si ha, nella Commedia, nelle parole di Giustiniano:

Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendono dolce armonia tra queste rote.

(Par VI, 124-126)

in cui si sottolinea come i diversi gradi di beatitudine degli spiriti (i quali, in quanto beati, sono comunque tutti nell’Empireo) contribuiscano alla formazione dell’armonia del Paradiso [76] .

Il richiamo dato dal termine rote ci aiuta a recuperare un’altra caratteristica, connessa al tema della processualità e inscindibile dal contesto musicale nel suo livello fisico acustico: il legame con il movimento. Innanzitutto dovremo osservare che il movimento si origina non da sé ma come conseguenza dell’atto (anche quando si tratta di puro atto intellettivo) delle Intelligenze angeliche che presiedono a ciascun cielo.

Focalizzando la nostra attenzione sui Movitori delle sfere del paradiso dantesco, alla luce della tradizione precedente, si osserva un progressivo spostamento delle prerogative in fatto di musica mundana, dai fabbri armoniosi di pitagorica memoria alle sirene del mito di Er, fino alle schiere celesti della Commedia.

Lo moto e la virtù d’i santi giri,
come dal fabbro l’arte del martello,
da’ beati motor convien che spiri,

(Par II 127-129 )

I beati motori sono le Intelligenze angeliche le quali, oltre a presiedere al cielo loro assegnato dal disegno divino, diventano la causa efficiente del movimento delle rote celesti , che sono solo cause strumentali degli effetti prodotti ( movimento, musica, influssi astrali...); allo stesso modo il martello è solo lo strumento, mentre la causa efficiente è il fabbro. L’attività del fabbro come termine di paragone funzionale alla spiegazione della differenza tra causa efficiente e causa strumentale è mutuato da Aristotele, e utilizzato anche nel Convivio [77] . Ma che cosa tiene insieme i due termini di paragone, se non l’armonia che caratterizza il loro operato, armonia che in definitiva va ascritta alle cause strumentali, opportunamente proporzionate? [78]

È stato detto che, nella dottrina delle Intelligenze motrici, si è pervenuti ad una fusione di astronomia antica e angelologia medievale. In questo caso, e forse senza esserne del tutto consapevole, Dante è pervenuto ad un’ulteriore contaminazione il cui risultato è la creazione di una schiera di «fabbri armoniosi» riletti in chiave cristiana. Il cielo stellato (e tutto quanto contiene) si pongono davvero al servizio di una teodicea, cantando la gloria di colui che tutto move.

§ 8. L’eterna danza del cielo stellato

Amore alma è del mondo, Amore è mente
e ’n ciel per corso obliquo il sole ei gira,
e d’altri erranti a la celeste lira
fa le danze lassù veloci o lente.

(Torquato Tasso, Rime, 444)

Luce, movimento e musica vanno ricondotti all’intendere divino, al motore immobile cui Dante si rivolge nel momento stesso in cui evoca l’armonia delle sfere con le parole, quando la rota che tu sempiterni desiderato, a sé mi fece atteso(...). Due sono le sottolineature che, a questo punto, ancora ci interessa fare relativamente a questo passo, e che riguardano due caratteristiche che si ripresenteranno in un altro passaggio significativo del paradiso, nel momento dell’ascesa al cielo del Sole.

In primo luogo, la natura del movimento, guidato da desiderio ed amore. Oltre la dottrina aristotelica dei cieli mobili, l’idea del cosmo mosso da amore risale all’antichità classica [79], ma viene da Dante riletto e reinterpretato in chiave cristiana, ma soprattutto in maniera funzionale al proprio disegno compositivo. In particolare, nel paradiso dantesco, concordevolmente concorrono le due letture che dell’influenza dell’amore cosmico erano state date: la prima, che attribuisce alla forza di tale sentimento un potere attivo, capace di penetrare il creato determinando il movimento; la seconda, secondo la quale è invece l’immobilità dell’essere desiderato la molla che produce la tensione, diretta verso l’oggetto del desiderio. Dante, ancora una volta, contempera queste due linee di pensiero (che Peter Dronke fa risalire a due fondamentali fonti dantesche, rispettivamente Boezio e Aristotele [80] ). Proprio nel primo canto del paradiso, l’incipit chiarisce come

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

(Par I, 1-3)

Mentre più avanti sarà espresso in modo altrettanto evidente come quella che Dante contempla sia la rota che tu sempiterni desiderato (Par I, 76-77). Per l’autore della Commedia questo dell’amore cosmico è evidentemente un tema fondante, tanto da arrivare a farne l’oggetto di vera e propria professione di fede in Par XXIV (vv.132 e sgg).: Io credo in uno Dio / solo ed etterno, che tutto ’l ciel move, / non moto, con amore e con disìo, e compendiare nella chiusa dell’opera l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Strettamente legata alle modalità con cui il legame d’amore che unisce l’intero creato si manifesta è la sottolineatura sull’eternità del sentimento, cui corrisponde eternità del movimento, come chiarisce quel sempiterni. Eternità che si dispiega nel tempo, movimento in quiete quale è quello dato dalla chiusura del cerchio, perdendo l’inizio e la fine; colà dove gioir s’insempra, con una corrispondenza tra il gioire e il tempo che s’ «insemprano». Un’espressione, questa del pararasintetico di matrice dantesca, che ben riassume la sovrapposizione tra componente processuale (il prefisso in-) e sfumarsi della dimensione temporale nell’eternità della base avverbiale sempre.

Ancora Dronke, in un altro scritto, nota come «L’amore si esprime nei due gesti, respirare e girare in cerchio» [81] : due movimenti che hanno implicita la componente della durata, e di un dispiegarsi nel tempo per mezzo di un atto che si ripete sempre uguale a se stesso, come una danza [82] . Questa possibile sovrapposizione semantica tra respiro e girazione diventa evidente nella lettera dantesca nell’apertura del canto X (il primo del cielo del Sole):

Guardando nel suo Figlio con l’Amore
che l’uno e l’altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore
quanto per mente e per loco si gira
con tant’ordine fé, ch’esser non puote
sanza gustar di lui chi ciò rimira.

(Par. X, 1-6)

Si ha qui una sintesi poeticamente significativa di quel linguaggio dello sguardo, dell’amore e del respiro che guidano l’intero percorso del poeta. In particolare, se qui l’azione dello «spirare» si riferisce alla reciprocità del legame d’amore tra Padre e Figlio, mediato dallo Spirito Santo (presentando già la duplice lettura respiro/movimento circolare), più avanti il movimento del sole che si girava per le spire (v.32), «evoca forse non solo il moto astronomico che gli era stato attribuito da Tolomeo, ma anche, tramite un gioco di parole -spira / spirare- un moto che è il complemento visibile dell’amore che spira nella luce solare divina?» [83].

L’ipotesi del gioco di parole è suggestiva, e viene peraltro ripresa in analogo contesto da Kathi Meyer-Baer la quale, con riferimento alla musica humana, sottolinea il duplice significato del termine motion, utilizzato in musica come pure per le emozioni [84] .

Musica ed amore: ritornano i due termini chiave del paradiso dantesco. Ed è ancora una volta Spitzer a chiarire il senso del loro ripresentarsi come immagini fondanti la struttura cosmologia del poema: «i pitagorici identificarono la musica con l’ordine cosmico: i filosofi cristiani, con l’amore» [85] . Con la Commedia, Dante va oltre l’enunciazione dottrinale: nella coreutica messa in scena nei cieli del paradiso si dimostra la raggiunta sintesi tra le due immagini che disvelano l’armonia nascosta nel creato: la concordia, vera espressione della beatitudine celeste, e la consonanza, che ne diventa la ricaduta sul piano musicale.

Già l’utilizzo del prefisso latino cum-, che rende il greco syn-, tiene insieme, anche a livello testuale, i due significati derivanti rispettivamente da sympátheia e symphonía, ma sempre mantenendosi sul piano dell’analisi etimologica, è possibile compiere un passo ulteriore che aiuti a giustificare la sovrapposizione semantica tra i due termini. Esistono infatti almeno due modi per intendere il prefisso cum-: oltre il più immediato significato di «insieme», è possibile leggere una sfumatura perfettiva.

Non solo un trovarsi insieme, un suonare insieme, ma piuttosto un tendere insieme all’armonia, e dunque all’unità; una modalità congruente con la lettura di tipo musicale: una consonanza non è tale solo perché due note risuonano contemporaneamente nel tempo, ma perché nel loro prodursi si rendono riconoscibili determinati rapporti armonici che potremmo definire «perfetti».

Questo stratificarsi di significati giunge fino a far convergere, nel latino tardo, le due famiglie semantiche in un unico etimo. In concordia la radice cord- può richiamarsi sia a cor, cordis, «cuore» che a chorda, «corda», così da consentire una duplice interpretazione come «consenso di cuori, pace ed ordine» che come «armonia di corde, armonia universale» [86] .

Difficile, e probabilmente ingiustificato, sarebbe a questo punto il tentativo di voler leggere in Dante il prevalere dell’una o dell’altra modalità di manifestazione della concordia universale. La grandezza dell’autore sta proprio nell’essere riuscito, all’interno di un’opera che non è un trattato filosofico, a sfumare impegnativi concetti teorici in immagini poeticamente efficaci.

Nella chiusa delle Commedia tutta la tensione conoscitiva instillata nell’animo del poeta dal desiderio d’amore viene placata nella consapevolezza di essere parte dell’armonia universale. Una consapevolezza che trova la propria manifestazione a livello corporeo nel volgersi lungo la circonferenza delle rote celesti: ed è proprio nella partecipazione diretta del personaggio all’eterna danza del creato che l’intendere ha raggiunto il proprio scopo e la volontà si sublima nella condizione di beatitudine, sganciata da qualsiasi riferimento immaginativo. Ed ecco che il movimento si arresta e il cerchio si chiude, perfetto e inattaccabile come una tautologia. Dante ha concluso il proprio percorso, ed è egli stesso «circulata melodia».

Chiara Richelmi

Arnaut ringrazi

Questo saggio è stato scritto con la collaborazione di Carlo Serra, che ha accompagnato il lavoro lungo tutto il suo svolgersi. Un ringraziamento particolare ad Andrea Melis, per avermi aiutato con una serie di segnalazioni bibliografiche, e per le acute critiche avanzate sul testo in fase di stesura. Sono grata al prof. Giovanni Piana, di cui ho avuto la fortuna di seguire uno degli ultimi corsi tenuti all’Università degli Studi di Milano, per aver accettato di farmi svolgere una ricerca su un argomento dantesco, e per la pazienza dimostrata nel lungo periodo di ricerca e scrittura. Desidero inoltre ricordare con gratitudine tutte le persone, docenti, studiosi della materia ed amici, che mi hanno aiutato nella ricerca con consigli, libri e conversazioni.

[1] Italo Calvino, «Il cielo di pietra», in Cosmicomiche vecchie e nuove, Milano, Garzanti Editore, 1984, pp.59-64.

[2] Marc Lachièze-Rey e Jean-Pierre Luminet, «La musique des sphères» in Pour la Science (édition française de Scientific American ), novembre 1998, pp.12-15.

[3] Leo Spitzer, L’armonia del mondo. Storia semantica di un’ idea, Bologna, Società editrice il Mulino, 1967.

[4] «Leggenda del Paradiso Terrestre», ne Le sette opere di penitenza di San Bernardo, Venezia 1846, p.72, citato da Michele Barbi, Problemi di critica dantesca ( I serie ), Firenze, Sansoni ed., 1934, p.285.

[5] Tra le citazioni più decontestualizzate, riportiamo a titolo d’esempio la ripresa che dell’argomento fa Gabriele d’Annunzio ne Il Piacere, a sua volta citando Percy Shelley: dalle sue labbra, come da un giacinto pieno d’una rugiada di miele, cade a goccia a goccia un murmure liquido, che fa morir di passione i sensi, dolce come le pause della musica planetaria udita nell’estasi (G.d’Annunzio, Il piacere, edizione delle opere con il patrocinio della Fondazione «Il Vittoriale degli italiani», Oscar Mondadori, p.315). Ma l’allusione più celebre è probabilmente quella fatta da Shakespeare nel suo Il Mercante di Venezia, atto V scena I: Non c’è il più piccolo, fra gli astri che tu vedi, che nel suo moto non canti come un angelo sempre intonandosi ai cherubini dai celesti occhi.

[6] Riferirsi ad una scuola pitagorica può apparire arbitrario, dal momento che non si tratta di un gruppo definibile in maniera univoca, ma di una serie di personaggi che ripropongono temi e riflessioni che si richiamano agli insegnamenti del caposcuola Pitagora, a sua volta figura a metà strada tra storia e leggenda. Il corpus dei testi della corrente pitagorica è in effetti un coacervo frammentario di voci ricostruite ex post, tanto che parlare in generale di pitagorismo, impone sempre un riferimento ad una filosofia costruita spesso su una pluralità di fonti non chiaramente attribuibili al singolo autore. Nonostante ciò, vi è però la possibilità di riconoscere un ritorno di tematiche che si ricollegano al potere attribuito alle speculazioni su base numerica, e soprattutto uno stile di ragionamento comune ed originale.

[7] Si soffermano brevemente sul problema terminologico Walter Burkert, «Harmony of the Spheres and Astral Immortality» in W.Burkert., Lore and science in ancient pythagorism, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1972, p.351 n.1, e Michel-Pierre Lerner, Le monde des sphères (1.Genèse et triomphe d’une représentation cosmique), Paris, Les Belles Lettres, 1996, pp.41-48.

[8] Giamblico, La vita pitagorica, introduzione traduzione e note di M.Giangiulio, Milano, Bur, 1991, pp.193-197.

[9] W.Burkert, op.cit., pp.350-368.

[10] C.Sachs, La musica nel mondo antico, Firenze, Sansoni, 1942, pp.104-105.

[11] Nel primo capitolo dell’Enchiridion Nicomaco promette alla sua interlocutrice la prossima stesura di un testo in più libri che sviluppi i medesimi argomenti trattati nel manualetto: tale opera non ci è purtroppo pervenuta, ma parrebbe essere la fonte di alcune riflessioni boeziane relative a questioni musicali.

[12] Nicomaco di Gerasa, Manuale di Armonica (241, 3, 5 -11) in Luisa Zanoncelli, La manualistica musicale greca, Guerini studio, Milano, Guerini e associati, 1990, pp146-147:


[... si afferma infatti che ogni corpo lanciato in una materia penetrabile e ad alta elasticità genera necessariamente rumori che dipendono, per grandezza e ambito sonoro o dalla sua mole, o dalla sua particolare velocità, o dalla zona in cui compie la sua corsa, zona che può essere molto elastica o , al contrario, rigida].

[13] Si interessa alle fonti del De Instutione Musica, inserendo il discorso in un’ ampia trattazione sui precedenti della formulazione teorica boeziana, Henry Chadwick, «Le arti liberali nello sfacelo della cultura», in H.Chadwick, Boezio, Bologna, Il Mulino, 1986, pp.99-146.

[14] Nel De Institutione Musica (I, II), Severino Boezio postula la tripartizione della musica in mundana, humana e instrumentis constituta, accreditata in seguito per tutto il Medioevo. La musica mundana corrisponde all’armonia celeste che , pur non raggiungendo l’orecchio umano, non può non discendere dal rapido, ordinato e armonico moto degli astri; la musica humana è l’armonia insita nell’anima umana; la musica pratica viene prodotta per mezzo di strumenti nel tentativo di imitare le prime due.

[15] Il medesimo ragionamento sembra fondare la lettera dantesca, allorché nella Commedia girazione e musica vengono affiancate come nella terzina seguente

L’altra rimase, e cominciò quest’arte
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circuir non si diparte.

(Par XXIX, 52-54)

anche se, in prima istanza, qui l’ «arte» si riferisce alla contemplazione divina da parte degli angeli rimasti fedeli, e solo in un secondo tempo alla produzione della musica celeste.

[16] Aristotele, De Caelo, II, 9.

[17] Si sofferma sul tema della numerologia pitagorica adombrata nel poema il saggio di Paolo Vinassa De Regny, Dante e Pitagora, (I Quaderni de l’Antologia), Milano, Gioacchino Albano editore, 1955.

[18] Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana (vol I. Dalle origini al quattrocento), Milano, Einaudi scuola, 1991, p.193.

[19] «La particolare precisione di Dante nell’uso delle parole consiste nello spessore di queste, nella loro capacità di evocare tutto il proprio campo semantico (...). Un vero vocabolario dantesco dovrebbe porre ogni parola entro un contesto o campo di associazioni; più che di una serie di colonne, esso avrebbe l’aspetto di una mappa estesa su due dimensioni.» In Leo Spitzer, L’armonia del mondo. Storia semantica di un’ idea, Bologna, Società editrice il Mulino, 1967, p.121.

[20] Il tecnicismo dell’espressione viene sottolineato da Nino Pirrotta nel saggio «Dante musicus: gothicism, scholasticism, and music» in: Speculum. A journal of Mediaeval studies, vol.XLIII, Cambridge Massachusetts, 1968, pp.245-257. L’autore colloca la musica mundana solo nella sfera del fuoco velocemente attraversata da Dante e Beatrice, giustificando quindi l’unicità dell’occorrenza e mantenendo la congruenza con la tesi aristotelica.

[21] ARMONIA, in Enciclopedia Dantesca, diretta da Umberto Bosco, Treccani, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1971.

[22] Alighieri, Paradiso, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Firenze, Le Monnier, 1988 e successive,

[23] Dante, Commedia vol.III Paradiso, con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, I Meridiani, 1997, Mondadori.

[24] Alighieri, Oeuvres complètes, Bibliothèque de la Pléiade (trad. et commentaire par André Pézard), Paris, Gallimard, 1965.

[25] Alighieri, The divine comedy, translated with a commentary by Charles Singleton, Bollingen Series LXXX, Princeton University Press, 1975 (2nd printing with correction 1977, first paperback edition in two volumes, 1991).

[26] G.Godoli, «L’armonia delle sfere», in Godoli G., Sfere armoniche: storia dell’astronomia, Torino, UTET Libreria, 1993, pp.72-73.

[27] Luigi Papini, Dante Alighieri e la musica, Venezia, Leo S.Olschki editore, 1895, p.8.

[28] Una tale argomentazione è fin troppo semplicemente smontabile nella sua fragilità teorica e dimostrativa: abbiamo inteso proporla per testimoniare come anche tra i critici e i saggisti l’evocazione della teoria pitagorica agisca spesso più come una sirena o un’immagine che non necessita di una spiegazione circostanziata, in un contesto dove l’allusione ad una presunta conoscenza condivisa diventa troppo spesso l’alibi per non spiegare o, nella migliore delle ipotesi, per non risolvere.

[29] Guido di Pino, «La poesia della luce nell’Inferno dantesco», in Letterature Moderne, gennaio-febbraio, 1951, n°1, pp.40-50.

[30] Johannes Kepler, Gesammelte Werke, Bend VI .Harmonice Mundi, Herausgegeben von Max Caspar, C.H.Beck’sche Verlagsbuchlandlung, Munchen, 1940, p.311. La citazione viene riportata, in inglese, nel saggio di Eberhard Knobloch, «Harmony and cosmos: mathematics serving a teleological undestanding of the world», in Physis. Rivista internazionale di storia della scienza, vol.XXXII nuova serie, 1995, Firenze, Leo Olschki editore, pp.55-89. Nello stesso testo l’autore sostiene che «If however one wanted to adhere to harmonies in spite of their inaudibility, a new non-physical, mathematical, theoretical concept of harmony was needed. It was Kepler who developed such a concept, and thereby returne to the harmonia aphanes, to the invisible harmony of Heraclitus». Non intendiamo soffermarci sulla lettura kepleriana dell’armonia delle sfere che prevedibilmente poco ha a che vedere con quella dantesca, né tanto meno inserire l’autore della Commedia in una fantasiosa linea Eraclito-Dante-Keplero: pure, cercheremo di dimostrare come lo spostamento di prospettiva, e in un certo senso la risoluzione riguardo il problema dell’inudibilità si siano presentati già nella riflessione medievale e nella Commedia stessa.

[31] L’editio princeps di quello che resta del De Re Publica (pubblicata a Roma nel 1822) si deve ad Angelo Mai, che scoprì il testo ciceroniano in un codice palinsesto conservato alla Biblioteca Vaticana riportante un commentario ai salmi agostiniani.

[32] Il premio riservato al buongoverno è l’interpretazione romana e pragmatistica del premio riservato ai «giusti», che bene hanno operato quando la loro anima si trovava sulla terra, oppressa dalla prigione del corpo (corporis custodiis). L’origine astrale dell’anima è dottrina pitagorica e platonica.

[33] Nell’ordine stabilito dai caldei vi sono tre mondi: quello materiale, corrispondente alla regione sublunare; quello etereo, corrispondente alla sfera dei pianeti e delle stelle fisse; quello empireo, che corrisponde al mondo intellegibile. ( cit. dal commento a cura di M.Regali, Macrobio, Commento al Somnium Scipionis, ( Biblioteca di studi antichi. 38 ), introduzione, testo, traduzione e commento a cura di Mario Regali, 2 voll., Pisa, Giardini Editori e stampatori, 1983-1990, libro I, p.363 ).

[34] In questo passo il termine è volutamente polisemico: «tempio» o «cielo».

[35] Alighieri, Paradiso, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, op.cit, p.363.

[36] Un’immagine simile verrà utilizzata anche nella descrizione della discesa del poeta nel cerchio dei lussuriosi: Io venni in loco d’ogne luce muto (Inf.V, v.28).

[37] Cicerone M.T., La république, a cura di E. Bréguet, Paris, Belles Lettres, 1980, p.185 n.2.

[38] Altri commentatori ciceroniani hanno sottolineato diversi ambiti in cui il ruolo equilibratore del sole si manifesterebbe: tramite i cicli luce-tenebra e delle stagioni (Stok) o come metafora politica (Ronconi). Ma ancora Giovanbattista Vico, nei Principi di Scienza Nuova, scrive: Ma, appresso, i filosofi ne fecero l’armonia delle sfere, la quale è accordata dal sole (Lib.2, sez.5, cap.2.17).

[39] Cicerone M.T., Somnium Scipionis, introduzione e commento di Alessandro Ronconi, II edizione, (testi greci e latini con commento filologico II.), Firenze, Felice Le Monnier, 1967 (I ristampa), pp.100-105.

[40] Il termine girazione per definire l’atto del girare, con il preciso senso di «moto citcolare», è specificamente dantesco. L’Alighieri lo usa nel Convivio (Tratt.3, 8), proprio a proposito del cielo: Questo cielo si gira intorno a questo centro continuamente,sì come noi vedemo: nella cui girazione conviene di necessitade essere due poli fermi, e uno cerchio equalmente distante da quelli, che massimamente giri.

[41] Verrebbe da chiedersi se l’osservazione che si tratta dell’armonia delle sfere e non degli astri sarebbe sufficiente a spostare il problema, e quindi giustificare la produzione di un qualche suono. Ovviamente, si tratta forzatamente di una provocazione, anche se l’attribuzione di un suono anche al cielo delle stelle fisse (per definizione incastonate nella propria rota) potrebbe autorizzare una qualche speculazione in questo senso. Per approfondire il tema, vedi Michel-Pierre Lerner, op.cit.

[42] Simplicii, Commentaria in quatuor libros de Coelo Aristotelis, ff.24v-25r (II, ad t.c.37), riportato in Bruno Nardi, «La novità del suono e ’l grande lume», in Saggi di filosofia dantesca (4. Il pensiero filosofico), Firenze, La Nuova Italia, 1967, pp.73-80. Nardi si basa sull’edizione dei Commentaria del 1544, Venetiis, apud Hieronymum Scotum, sulla base di studi filologici che ritengono questa versione identica a quella del 1540 «Guglielmo Morbeto [=de Morbeka] interprete».

[43] Bruno Nardi, «La novità del suono e ’l grande lume», in Saggi di filosofia dantesca (4. Il pensiero filosofico), Firenze, La Nuova Italia, 1967, pp.73-80.

[44] La parafrasi è di B.Nardi, op.cit., p.77.

[45] Tommaso d’Aquino ribatterà le ragioni addotte da Simplicio, difendendo i principi d’indagine aristotelici, ma non riuscirà a convincere Dante, che proprio nella Commedia non manca di ricordare come dietro ai sensi/vedi che la ragion ha corte l’ali (Par II, 56-57), con una sottolineatura sull’imperfezione dei sensi terrestri che è anche in Cicerone, che spiega come solo dopo la separazione dal corpo terreno multo puriora e dilucidiora cernuntur (Tuscolane, 1, XX, 46).

[46] Enciclopedia dantesca, I, 389.

[47] Arnaldo Bonaventura, Dante e la musica, Sala Bolognese, A.Forni, 1978, (ristampa dell’edizione Raffaello Giusti, Livorno, 1904), p.210.

[48] Natalino Sapegno, citato in Dante Alighieri, Commedia (Paradiso), a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Firenze, Le Monnier, 1988 e successive, p.237.

[49] Mario Pazzaglia, «L’universo metaforico della musica nella Commedia», in: M.Pazzaglia, L’armonia come fine. Conferenze e studi danteschi, («La Parola Letteraria»), Bologna, Zanichelli, 1989, p.23.

[50] In Convivio II, 13 Dante stabilisce una corrispondenza tra i cieli e le scienze, giungendo ad accostare ad ognuno dei primi sette cieli planetari una delle discipline di trivio e quadrivio, al Cielo stellato Fisica e Metafisica, al Primo Mobile la Scienza Morale e all’Empireo la Teologia o scienza divina.

[51] Per approfondire il discorso sulle discipline del quadrivium medievale, vedi Chadwick, op.cit.

[52] Pure poche righe più sopra, sempre nel Convivio (Trattato II), leggiamo che Pittagora, secondo che dice Aristotile nel primo della Fisica, poneva i principii delle cose naturali [essere] lo pari e lo dispari, considerando tutte le cose essere numero.

[53] Curt Sachs, op.cit, p.104-105.

[54] Riportiamo la tesi sostenuta nel testo di Paolo Vinassa De Regny, a proposito della chiusa della Commedia:"Pure in questo splendore di ascesi Dante non dimentica il misiticismo del numero, l’armonia geometrica, pitagorica. Vi ricompare in quella rima valore Infinito (Par.XXXIII, 81), ma più ancora coll’accenno al massimo problema dell’epoca: la quadratura del circolo". Se già per chiosare il valore infinito si era ricorsi a ardite speculazioni sulle rime sacre ricorrenti nei versi multipli di nove, il problema della quadratura del cerchio verrebbe addirittura risolto da Dante: «Orbene dal verso con cui questa invocazione comincia sino al termine del canto corrono precisamente sette terzine, che col verso finale raggiungono il numero di 22 versi.(...) Comunemente, i matematici medioevali adoprarono [per rendere il p] la frazione 22/7. E precisamente i versi dell’ultima invocazione sono 22 divisi in 7 terzine (...). E si chiude così l’opera fuori dell’umano grande del pitagorico Dante, il Gran Geometra». (P.Vinassa de Regny, op.cit., pp.187-188).

[55] Non intendiamo avventurarci in elucubrazioni relative alla conoscenza che Dante poteva avere del dialogo platonico, che pure era conosciuto al medioevo latino. Molto probabilmente la dottrina viene mediata dal De natura et origine animae di Alberto Magno, a cui si ascrive anche la rilettura, in senso cristiano e conciliante, della teoria dell’anima discesa dalle stelle che ritroviamo nella Commedia

Quel che Timeo de l’anime argomenta
non è simile a ciò che qui si vede,
però che, come dice, par che senta.
Dice che l’alma a la sua stella riede,
credendo quella quindi esser decisa
quando natura per forma la diede;
e forse sua sentenza è d’altra guisa
che la voce non suona, ed esser puote
con intenzion da non esser derisa.
S’elli intende tornare a queste ruote
l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
in alcun vero suo arco percuote.

(Par IV, 49-60)

Notiamo soltanto la cautela con cui Dante si pone nei riguardi della dottrina platonica, laddove in altri luoghi della Commedia non aveva temuto di pronunciare giudizi anche recisi i favore dell’ortodossia ( e notiamo anche come, per fare questo, ricorra significativamente all’accostamento tra i due sinonimi suonare ed intendere).

[56] In verità, nemmeno troppo forzatamente se consideriamo che Cicerone nel Somnium Scipionis scriveva a proposito dell’armonia delle sfere ille, qui intervallis coniunctus imparibus, sed tamen pro rata parte ratione distinctis , e che proprio questo passo sarà per Macrobio lo spunto per riprendere da Nicomaco di Gerasa la leggenda del fabbro armonioso e giustificare la scoperta,da parte di Pitagora, dei rapporti numerici ( tra le lunghezze dei segmenti di corda vibrante del monocordo ) che producono armonia, e in seguito passare ad esaminare i sei rapporti fondamentali e gli accordi che ne conseguono.

[57] T.S.Kuhn, La rivoluzione copernicana. L’astronomia planetaria nello sviluppo del pensiero occidentale, trad. it di T.Gaino, Torino, Einaudi, 1972, p.143. Non possiamo soffermarci qui su quella che è la tesi più originale dell’opera di Kuhn: una volta stabilita questa disposizione giustificata del disegno dell’universo che ha fissato persino la dimora di Dio (scorrendo quindi dall’astronomia alla teologia), si comprende l’impatto dirompente avuto dalla rivoluzione copernicana: far muovere la terra significava rompere l’intera catena del creato, rischiando persino di dover muovere il trono di Dio.

[58] Il termine disporre, con una sfumatura che potrebbe ricondurre all’atto dell’accordatore, ricorre in un testo medievale ampiamente commentato e glossato ai tempi di Dante, in cui si legge: Summus opifex universum quasi magnam citharam condidit in qua veluti varias chordas ad multiplices sonos reddendos posuit (Onorio d’Autun, cit. da Spitzer, ibid, p.48). Gioverà anche ricordare che proprio Onorio d’Autun è uno degli autori dottrinali che riprende l’armonia delle sfere: cum dulcisona harmonia volvuntur, ac suavissimi concentus eorum circuitione efficiuntur (Imago Mundi, 1, cc.80-81 e Patrologiae Latinae, CLXXII, col 140).

[59] Cicerone, Il sogno di Scipione, a cura di Fabio Stok , con testo a fronte (IL CONVIVIO. Collana di classici greci e latini ), Venezia, Letteratura Universale Marsilio, 1993, pp.23-24.

[60] Nec non Threicius longa cum veste sacerdos / obloquitur numeris septem discrimina vocum / iamque eadem digitis, iam pectine pulsat eburno. (Aen. 6, 645-647). Un’approfondita analisi del passo in questione è quella offerta da Mariarita Paterlini, Septem discrimina vocum. Orfeo e la musica delle sfere, Bologna, Pàtron editore, 1992.

[61] Pareagli esser traslato in un sereno / candido e d’auree fiamme adorno e pieno; / e mentre ammira in quell’eccelso loco / l’ampiezza, i moti, i lumi e l’armonia, / ecco cinto di rai, cinto di foco, / un cavaliero incontra a lui venìa. Si tratta dello scomparso amico Ugone, che nel corso del sogno-visione rivela a Goffredo i futuri sviluppi della guerra per la liberazione del Sepolcro (Gerusalemme Liberata, XIV, IV-V).

[62] Si tramanda che in punto di morte il filosofo chiedesse che fosse suonato il monocordo. Nella lettura di Burkert, questa richiesta va ricondotta al fatto che «souls cannot ascend without music»: la musica, anche quella strumentale, è dunque veicolo di ascesa, di ingresso nel mondo ultraterreno dove risuonano le sfere celesti. Ma forse, oltre la lettura agiografica, quasi edulcorata del detto memorabile, è rintracciabile un richiamo a non trascurare lo studio musicale, alla ricerca di rapporti aritmetici che individuano intervalli consonanti.

[63] W.Burkert, op.cit., p.357.

[64] Il libro dei 24 filosofi, a cura di Paolo Lucentini, Adelphi, 1999, pp.56-57.

[65] Leo Spitzer, op.cit, p.38.

[66] Leo Spitzer, op.cit., p.38.

[67] Amilcare A. Iannucci, «Musica ed ordine nella Divina Commedia (Purgatorio II)», in: Studi Americani su Dante, a cura di Alessio e Hollander, Milano, Franco Angeli, 1989, pp.87-111.

[68] Benvenuti de Rambaldis De Imola, Comentum super Dantis Aldigherij Comoediam, curante Jacobo Philippo Lacaita, typis G.Barbèra, Florentiae, MDCCCLXXXVII.

[69] Jacques Chailley e Jacques Viret, «L’hymne Ut Queant laxis et ses cryptogrammes», in La revue musicale, 1988, n. 408-409, p.23.

[70] J.Chailley, op.cit., p.24 n.37.

[71] I concetti di armonia ed ordine divino presentano un’interessante ricorrenza nel testo chiave dell’angelologia medievale, la Gerarchia Celeste dello pseudo Dionigi Areopagita, cui Dante fa esplicito riferimento per l’ordinamento delle intelligenze celesti (Par.XXVIII, 130-139). Nel passaggio dedicato alla ricapitolazione sommaria dell’armonioso ordine angelico leggiamo infatti La sovraessenziale armonia universale ha provveduto a tal punto al sacro ordine di ciascun essere razionale ed intelligente ed alla sua elevazione ben regolata, che ha stabilito dei sacri ordini per ciascun grado gerarchico (...) ciascuno di questi ordini presenta delle distinzioni basate sulle stesse armonie divine.(CH X, 2 273 A-B). Difficile isolare le diverse sfumature che caratterizzano un concetto con una stratificazione semantica tanto complessa quale quello di sovraessenziale armonia universale. Parrebbe comunque di poter leggere un’allusione all’armonia delle sfere, ma più ancora a quella che abbiamo definito con Sachs «teoria della coordinazione», soprattutto alla luce di quanto è riportato in un altro passo dell’Areopagita, appartenente ai Nomi Divini: «il Bene è causa anche dei principi e dei limiti celesti (...), dei movimenti dell’enorme evoluzione celeste, che avvengono senza rumore» (DN IV, 697B). Oltre la suggestione di questi rimandi testuali, resta però la questione di un’influenza sostanziale e diretta dell’Areopagita su Dante, che non pare poter essere avanzata con sicurezza. Vedi la voce dedicata a Dionigi Areopagita dell’Enciclopedia Dantesca, op.cit.

[72] Leo Spitzer, op.cit., p.34.

[73] Ambrogio, Hexameron, II, c2, 6-7 (Patrologiae Latinae, XIV, col.159).

[74] Ambrogio, De Abraam, II, c.8, n.54 (Patrologiae Latinae, XIV, col.504).

[75] Ambrogio, Enarrationes in XII Psalmos, In Psalmum I enarratio: praefatio (Patrologiae Latinae, XIV, col.595).

[76] Est enim consonantia dissimilium inter se vocum in unum redacta concordia [ la consonanza infatti è una concordia di voci fra loro dissimili condotta in unità] scrive Boezio nel De Institutione Musica, lib.I, caput III..

[77] In Convivio I,XI 11 ci viene presentata una interessante immagine di fabbro « disarmonico ", che certa subito di discolparsi: sì come lo mal fabro biasima lo ferro apresentato a lui, e lo malo citarista biasima la cetera, credendo dare la colpa del mal coltello e del mal sonar al ferro e alla cetera, e levarla da sè. In questo caso l’esempio è in negativo ma il principio analogico resta lo stesso.

[78] Bisogna osservare come in Dante è già avvenuto quello slittamento di significato, con l’attribuzione della capacità di produrre armonie che si sposta dai martelli (e dai pesi) della leggenda pitagorica alla persona dei fabbri, che si ritroverà anche in Haendel ( "il fabbro armonioso» aria e cinque variazioni dalla suite n. 5 in mi maggiore ).

[79] Un catalogo ragionato delle teorie riguardanti l’amore cosmico è proposto nell’articolo di Peter Dronke, «L’Amore che move il sole e l’altre stelle», in Studi Medievali, serie terza, anno Vi, fascicolo 1, giugno 1965, pp.389-422.

[80] Peter Dronke, art.cit, p.390.

[81] Peter Dronke, Dante e le tradizioni latine medievali, Bologna, Universale Paperbacks Il Mulino, 1990, p.132.

[82] Due movimenti che si collegano scopertamente con la metafora che chiude il canto X, ed accosta alla danza della corona di anime il movimento degli ingranaggi di un orologio: Indi, come orologio che ne chiami (...) così vid’ io la gloriosa rota / muoversi e render voce a voce in tempra (Par X, 139, 145-146).

[83] Peter Dronke, op.cit, p.133.

[84] Kathi Meyer-Baer, Music of the Spheres and the dance of death: studies in musical iconology, (Da Capo Press music reprint series), New York, Da Capo Press, 1984 (già ed. Princeton, 1970), p.33.

[85] Leo Spitzer, op.cit, p.27.

[86] Per approfondire l’evoluzione dei concetti di armonia, sinfonia, concordia e temperamento dal mondo greco a quello romano, vedi Leo Spitzer, op.cit., p.105 e sgg.

 

 

Itinerario poetico di Montale  

di Emerico Giachery che ringraziamo

 Montale stesso invita il lettore a considerare la sua opera poetica "nella sua totalità", come un organico itinerario di esperienza conoscitiva ed espressiva scandito in tempi, articolato in successivi sviluppi. Sarà proficuo seguire il suo consiglio, ripercorrendo in sintesi l'intero cammino, tenendo conto delle grandi tappe, dei momenti fondamentali. La Liguria dell'infanzia e della giovinezza (nato a Genova il l2 ottobre 1896, Montale trascorre le prime trenta estati della sua vita nella vasta villa paterna a Monterosso nelle Cinque Terre) offre alla sua prima poesia il costitutivo teatro di un paesaggio intenso di grandi luci estive e di inquieti orizzonti marini: paesaggio, secondo una definizione dello stesso poeta, "universalissimo". Cioè atto ad evocare universali, elementari simboli dell'esistenza e della condizione umana, e segnali di una concezione del mondo maturata in solitudine attraverso assidue letture di scrittori europei classici e moderni, di testi religiosi (anche vicini al modernismo) e filosofici (per esempio di Schopenhauer, di Bergson e specialmente di Boutroux). Pienamente immerso nel paesaggio ligure, e in gran parte "all'aria aperta" e accompagnato dal "delirio del mare", segnato ma non sopraffatto da un intimo rovello filosofico, il suo libro iniziale, Ossi di seppia, è già un capolavoro, uno dei libri-chiave del Novecento poetico. Apparve in prima edizione nel 1925, in seconda edizione accresciuta di alcune importanti poesie, nel 1928.Al 1916 risale la prima redazione del testo più antico della raccolta, che comincia coi versi famosi "Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto", già portatori di alcuni segni-simboli fondamentali del libro (come l'ora meridiana, il muro, l'orto), e che si conclude non meno significativamente: "E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com'è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia /che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia". (Si noti l'asprezza anche fonica dell'immagine finale, inserita nella tonalità caratteristica della cosiddetta "linea ligure" della poesia italiana del Novecento). Il senso angoscioso di una chiusura e costrizione esistenziale (il muro, appunto, che compare in diversi testi, la "rete che ci stringe", la "ferrea catena della necessità", la "catena che ci lega", la "giostra d'ore troppo uguali" della ripetizione banale) domina l'immaginario del primo libro. Vi si oppone la ricerca di sperati spiragli di libertà e di vita autentica: la "maglia rotta" nella rete, "l'anello che non tiene", la "lima che sega" la catena, l'inaspettato prodigio che salva (il "miracolo laico"), di cui è portatrice o nunzia l'immagine femminile, che assumerà nei due libri seguenti la fondamentale funzione di una moderna e laica Beatrice. Laica, non però disancorata dalla dimensione del sacro e dell'oltre. Nella seconda edizione di Ossi di seppia compare un testo- chiave, Arsenio, in cui il poeta condensa gli elementi che caratterizzano il "personaggio che dice io" in questo primo libro. Arsenio, in parte alter ego di Montale (non certo per caso in rima con Eugenio), reincarna il tipico eroe negativo, o antieroe, romantico o decadente, da René di Chateaubriand all' "inetto" di Svevo, del quale proprio in quegli anni Montale scopriva e proclamava, primo forse tra gli italiani, la grandezza. Arsenio è incapace di vivere, la sua tantalica sete di uscire dalla banalità, di aprirsi alla vita autentica cade nel vuoto. Il secondo libro, Le occasioni, esce in prima edizione in un anno funesto per il destino d’Europa, il 1939.Presagi dell'immane tragedia, non tanto espliciti quanto di "atmosfera", si potrebbero reperire in alcune delle splendide poesie conclusive, senza però dimenticare che una certa vocazione "apocalittica" è presente anche altrove . Primo nucleo del libro è la raccoltina La casa dei doganieri e altri versi, in cui ancora compare il motivo del "varco". Nel cuore del libro troviamo i Mottetti, piccolo canzoniere d'amore profondamente originale e moderno, incentrato nel tema della lontananza, dell'assenza. Un critico che di Montale fu commilitone e amico, Sergio Solmi, per far meglio capire il passaggio dal primo libro al secondo, dall'autobiografismo "universalistico", "esemplare" della giovinezza alla dimensione di un destino personale, carico di segreto, ombre, reticenze, proprio della maturità ricorre a una pertinente citazione da Rilke: "più andiamo lontano, e più personale, più unica si fa la vita". Anche il paesaggio muta dopo che il poeta si trasferisce a Firenze: non più la dismisura irrequieta del mare di Liguria, ma la misura "umanistica" delle armoniose colline, peraltro molto raramente presenti nella pagina, nella quale invece di solito compaiono paesaggi quasi casuali, spesso colti di scorcio, con immagini fulminee: "figure d'album d’un involontario turista smarrito quaggiù, intento a cogliervi il momentaneo geroglifico del suo transito terrestre". Così Solmi, il quale continua: "Quei paesaggi sono l'affiorare della complessa architettura di un destino di cui indoviniamo un’arcata mozza, un tronco, un frammento, di colpo illuminati come da una lanterna cieca in una cripta". Queste parole possono giovare a intendere la poetica di Montale al tempo delle Occasioni, la sua ricerca di una poesia simile (a detta dello stesso poeta) "a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l'occasione e l'opera-oggetto bisognava esprimere l'oggetto e tacere l'occasione-spinta. Un modo nuovo, non parnassiano, di immergere il lettore in medias res, un totale assorbimento delle intenzioni nei risultati oggettivi". Come Arsenio, secondo Montale, rappresenta una cerniera tra il primo e il secondo libro, così Nuove stanze, del '39, può considerarsi una cerniera tra Le occasioni e Finisterre, primo nucleo del terzo libro, La bufera e altro (1956), forse il più alto e certo il prediletto dal poeta, ma scarsamente compreso al suo apparire. In Nuove stanze l'atmosfera della guerra ormai alle porte è molto più esplicita che altrove, ed è significativo che si apra una finestra "non vista", e nella sfera del privato, rappresentata dal chiuso di una stanza, penetri minacciosa, allarmante, la Storia, la "tregenda" di un destino comune. Finisterre (quasi finis terrae come finis Europae, minacciata fine di una certa Europa umanistica e illuminata) esce in prima edizione a Lugano in piena guerra, come "un'appendice alle Occasioni, per gli amici che non vorrebbero fermarsi e far punto a quel libro". E ancora: "Le Occasioni erano un'arancia, o meglio un limone a cui mancava uno spicchio: non proprio quello della poesia pura nel senso che ho indicato prima [ossia non come gioco di suggestioni sonore ma come nascondimento dell'occasione- spinta], ma in quello del pedale, della musica profonda e della contemplazione. Ho completato il mio lavoro con le poesie di Finisterre, che rappresentano la mia esperienza, diciamo così, petrarchesca. Ho proiettato la Sevaggia o la Mandetta o la Delia dei Mottetti sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, e mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria.[...] Si tratta di poche poesie, nate nell'incubo degli annì40-42,forse le più libere che io abbia mai scritto". A proposito del titolo del terzo libro, Montale scrive: "La bufera è la guerra, in ispecie quella guerra dopo quella dittatura; ma è anche guerra cosmica, di sempre e di tutti". Su quell' anche sottolineato da Montale, e che compare in altre significative pagine di autocommento, è opportuno soffermarsi perché offre una chiave di lettura, rimanda al cuore di una poetica, che vuol conservare la ricchezza di sensi e di piani, la natura aperta della parola lirica. Oltre a continuare l'esplorazione di immagini del mondo e dell'esistenza colte nella "eternità d'istante" di una "luce di lampo", il terzo libro sviluppa con ammirevoli esiti il tema della memoria, già felicemente presente nel grande notturno di Vecchi versi che apriva Le occasioni. Sullo sfondo disumano di una guerra totale, l'amorevole pietas per le memorie personali e familiari può rappresentare un’intatta isola di squisita umanità. Una poesia che tende, sia pure in modo indiretto, a fondare una città dell'uomo come luogo di civiltà spirituale, di misura umana, di aristocratica elettezza, di rifiuto della banalità, trova nel personaggio femminile adombrato sotto il nome di Clizia (oceanina amata da Apollo e trasformata in girasole, creatura fedele e solare) un centro di irradiazione, un vivo ed intenso emblema. (Nella Bufera compare anche un personaggio femminile non angelicato, denominato la Volpe, al centro della sezione intitolata Madrigali privati). L'ultimo Montale segna una netta svolta nel cammino. Nel l971 appare Satura (di cui alcune parti erano state pubblicate in anni precedenti).Nel 1973, Diario del '71 e del '72. Nel l977, Quaderno di quattro anni. Nel 198l, anno della sua morte (avvenuta a Milano il 12 settembre), vedono la luce Altri versi e poesie disperse. Non va dimenticato, anche se questo ragguaglio concerne soltanto l'opera poetica, che Montale ci ha lasciato un'imponente opera in prosa (ora raccolta in quattro grossi volumi dei "Meridiani" di Mondadori),che comprende i finissimi racconti di Farfalla di Dinard, le felici prose di viaggio intitolate Fuori di casa, scritti saggistici, di critica letteraria, musicale e di costume, che documentano la lunga e assidua attività di giornalista. Nell'insieme dell'opera in versi di Montale successiva alla Bufera gli studiosi hanno tentato di operare distinzioni (un posto a parte occupa in Satura la serie degli Xenia, affettuoso colloquio, fondato sulle dimesse e tenere rievocazioni del quotidiano, con la moglie morta). Ma resta possibile considerare quella produzione piuttosto ampia, e ricca di varianti più di quanto si possa immaginare, come un tutto relativamente omogeneo con alcuni punti di forza. La tensione lirica è ora o totalmente assente o dissimulata con abilità: il poeta ama ora mostrarsi "in pigiama", abitare "a pianterreno", abbandonare la pittura di cavalletto per un'"arte povera", frequentare e lasciar intravedere il "retrobottega" . Egli stesso ci dice: "ho scritto un solo libro, di cui prima ho dato il recto, ora do il verso". Materia di scrittura sono molto spesso spunti di cronaca e di polemica, avvii riflessivi o discorsivi anche minimi. Il linguaggio è prosastico, trito, spesso volutamente sciatto, ma in realtà per lo più frutto di notevole, sorniona scaltrezza espressiva. Frequente la riduzione autoparodica di trascorsi e sintomatici momenti “alti” della propria poesia, il condimento dell'humour, il gioco col significante, quasi a suggerire il senso di una disincantata saggezza: "La mia Musa è lontana: si direbbe / (è il pensiero dei più) che mai sia esistita. / Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio / alzato a malapena su una scacchiera di viti". Ed ecco la conclusione: "La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio / di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo / chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita / di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica / e con quella dirige un suo quartetto / di cannucce. È la sola musica che sopporto". Non è possibile concludere questo rapido e compendioso itinerario della poesia di Montale tralasciando di parlare del discusso Diario postumo, che nel volume apparso (con apparato critico di Rosanna Bettarini ) nella mondadoriana collana "I classici dello Specchio" per il centenario della nascita del poeta comprende ottantaquattro poesie inedite. Questo singolare libro (del quale recentemente Dante Isella, in polemica con gli altri studiosi, ha messo in dubbio l'autenticità) è stato voluto dall'autore vivo e operante, che ha affidato i testi, a condizione però che fossero pubblicati post mortem, alle cure della poetessa Annalisa Cima. Le date di composizione di essi vanno dal 1969 al 1979.Il tono, pacatamente colloquiale, non è molto diverso da quello dominante in tutto l'"ultimo" Montale, anche se le frequenti autocitazioni di antichi segni non sembrano quasi mai caratterizzate da intenti di riduzione parodica. Vi è diffuso un clima di affettuosa amicizia che trasforma il libro in un ideale falansterio di amici animato dall'armoniosa presenza femminile di Annalisa che ne è il centro. Così il poeta ha voluto, in modo davvero inaspettato e tutt’altro che convenzionale e accademico, rinverdire, dal mistero dell'Oltrevita, la sua sorridente presenza tra amici e lettori. "Nell'aldilà mi voglio divertire": così suona un verso del libro volutamente postumo.

 

 

 

© 1995 Copyright Sun.Moon.Lake@agora.stm.it 

The Moon

by Emily Dickinson

The moon was but a chin of gold
A night or two ago,
And now she turns her perfect face
Upon the world below.
Her forehead is of amplest blond;
Her cheek like beryl stone;
Her eye unto the summer dew
The likest I have known.
Her lips of amber never part;
But what must be the smile
Upon her friend she could bestow
Were such her silver will!

And what a privilege to be
But the remotest star!
For certainly her way might pass
Beside your twinkling door.
Her bonnet is the firmament,
The universe her shoe,
The stars the trinkets at her belt,
Her dimities of blue.

 

 


Il Mito Elettra

Grazie a Benelli

 

Nella casa dei Pelopidi, infatti, pesava già la tmenda colpa di Atreo a cui si assommava lo scellerato omicidio di Agamennone uccisore della figlia Ifigenia. Quest'ultimo delitto mette in moto l'inesorabile meccanismo che porterà alla rovina la casa degli Atridi: nell'Agamennone, infatti, si compie l'assassinio del re di Argo per mano della moglie Clitemestra profondamente sdegnata dall'empio crimine del marito. L'atto di Clitemestra scatena a sua volta la vendetta di Oreste, il quale in seguito dovrà sfuggire alla persecuzione delle Erinni. Elettra, compressa in questi ingranaggi, risulta quindi poco caratterizzata rispetto al Coro ed anche in una situazione come quella del 'riconoscimento' tra lei ed il fratello Oreste tornato in patria, in cui sarebbe stato possibile inserire un approfondimento psicologico, Eschilo non si affida ad un'elaborazione drammatica che mostri le reazioni emotive dei personaggi: quello che avvertiamo è il senso profondamente divino dell'evento piuttosto che il risvolto psicologico sugli uomini. Sofocle con la sua tragedia intitolata Elettra, ci pone subito un inquietante interrogativo: quale sia il suo rapporto con l'omonima tragedia di Euripide. Se possiamo affermare con certezza che l'Elettra euripidea fu rappresentata nel 413 a.C., per quella di Sofocle la datazione è incerta (tra il 418 e il 410 a.C.). Si pone quindi tra le due opere un problema di priorità, che allo stato attuale degli studi resta ancora insoluto, anche se la critica filologica propende a dare la precedenza alla tragedia di Euripide. Una delle innovazioni principali del dramma sofocleo consiste comunque nell'invertire la successione delle morti - prima quella di Clitemestra, poi quella di Egisto -, il che ovviamente attenua in modo deciso il tema del matricidio che aveva caratterizzato, seppure con esiti e concezioni diverse, i drammi di Eschilo e Euripide. Sofocle, inoltre, concentra tutta la sua attenzione su Elettra: l'eroina è animata da un odio viscerale per la madre e per l'amante di costei, ma il suo risentimento, che raggiunge uno stato di angosciosa follia, non è vissuto passivamente e con femminile sottomissione, bensì urlato con estrema violenza al Coro: "lasciatemi, vi prego, al mio delirio"; oppure: "Oh, la conosco bene la rabbia che ho qui dentro! (…) per me non ci sarà rimedio, mai; non ci sarà tregua, mai, per le mie pene e i miei lamenti, mai". Tra i due interlocutori, il Coro ed Elettra, s'instaura un dialogo fittizio: il Coro, infatti, caratterizzato dal senso della misura (metriòtes) non riesce a comunicare con la delirante protagonista: "Non c'è misura nella tua disperazione: sempre piangi e prepari così la tua rovina". Elettra, dice Knox, come tutti gli eroi sofoclei, è una 'grande lottatrice' ed il suo destino, fissato dal mito, non è semplicemente imposto da una divinità, ma dolorosamente assunto e faticosamente attuato. Elettra si consacra alla restaurazione dell'ordine di Dike e da ciò nasce l'essenza tragica della sua vicenda compresa tra la fede nella giustizia, l'amore per il suo sangue, la lotta contro l'iniquità. Tuttavia, il rapporto tra Sofocle e il matricidio è problematico: egli si appresta a portare delle giustificazioni, o meglio delle necessitanti premesse alla sua attuazione, quali, ad esempio, l'oracolo del dio di Delfi ed il sogno premonitore di Clitemestra che testimoniano l'adesione degli dèi al piano di Oreste; s'impegna nel togliere ogni traccia di umanità dalla vittima del matricidio, ossia Clitemestra, che emerge dal dramma come donna malvagia e scellerata, spietata assassina, moglie infedele, indegna del minimo sussulto di umana pietà. Sofocle nega addirittura a Clitemestra il suo status di madre, tramite la formula mhvthr ajmhvtwr ("madre non madre", v. 1154), liberando Oreste dal freno del vincolo materno, e avvicinando così il matricidio ad un semplice omicidio. E a questo proposito non sarà fuori luogo ricordare che il diritto attico prevedeva la rivalsa da parte del figlio sul genitore assassino del coniuge. D'altro canto, non si può dubitare che Sofocle concepisse l'atto di Oreste come un delitto orrendo. La religiosità sofoclea, profonda e sentita ("grande in cielo è Zeus, che tutto vede e domina", fa dire al Coro), non era disponibile per una critica al mito di tipo euripideo: il poeta accolse dunque la storia velando meglio che poté tutto ciò che gli parve più odioso e penoso, mettendo in ombra sia le responsabilità degli uomini che quelle degli dèi, e concentrando tutto il pathos sul lamento di Elettra, chiusa nel suo dolore. Euripide offrì una versione del mito tesa a scardinare la sacralità delle convenzioni tragiche. Elettra è presentata come una figura borghese, priva della nobiltà e magnificenza proprie del suo personaggio. Il poeta, infatti, la fa entrare in scena mentre sta svolgendo una mansione propria delle schiave: "Notte nera che nutri stelle d'oro, nell'ombra tua mi reco alle sorgenti del fiume, e reco in testa questa brocca (…) alle faccende di casa devo pensarci io". (trad. F.M. Pontani). Nel pubblico al quale si rivolge Euripide si trovano già i germi di una sensibilità affine a quella 'borghese' che sarà peculiare del periodo ellenistico. Il dolore di Elettra non rimane chiuso nella dimensione psicologica, come in Sofocle, ma si alimenta soprattutto dell'insoddisfazione dello status socio-economico che le deriva dal matrimonio con un semplice contadino e dall'amaro ricordo della originaria nobiltà. Rivolgendosi al Coro, infatti, così si lamenta: "No, a ballare non ci verrò con le vergini d'Argo il mio piede non ruoterà. Altro non faccio, altro non che piangere notte e giorno meschina! Chiome squallide, guardami, cenci d'abiti (...), guarda e dimmi se alla figlia s'addicono di Agamennone". Possiamo notare cambiamenti anche nella fisionomia di Clitemestra, il cui personaggio viene liberato dalla maschera di crudele sanguinaria per assumere tratti più umani improntati a una materna sollecitudine (ella accorre, ad esempio, all'umile dimora della figlia, non appena le viene annunciato, falsamente, che costei ha partorito). Quanto al problema del matricidio, in Euripide esso è finalizzato alla critica dell'assoluta bontà e giustizia del dio. Infatti, se Sofocle accetta con religiosa rassegnazione un ordine che lui stesso considera immorale, Euripide lo critica affermando che un dio che ordina ad un figlio di uccidere la madre non merita di chiamarsi "dio-saggio". L'atteggiamento critico nei confronti della divinità e del mito ritorna con insistenza nella scena del riconoscimento, dove il pedagogo ricalca da vicino le parole e le favolose argomentazioni del medesimo passo eschileo, che viene invece ridicolizzato dal corrosivo e lucido raziocinare di Elettra: un'analisi razionalistica che deriva dall'influenza che Euripide subì dai sofisti. Il movimento filosofico della sofistica, che caratterizzò profondamente la vita culturale dell'Atene del V secolo, infatti, perseguiva una critica serrata a tutto ciò che veniva ritenuto assoluto ed incontrovertibile, consacrato dalla tradizione. Possiamo pertanto affermare che la natura stessa del mito contrasta in maniera profonda e insanabile con la narrazione ed i personaggi di Euripide. I tre drammi ci presentano, quindi, tre donne profondamente diverse tra loro, non solo perché diverse sono le attitudini dei poeti, ma anche perché importanti cambiamenti sociali e politici investono Atene nel periodo di tempo in cui operano i tre tragici e fanno sentire il loro riflesso nella creazione del personaggio. L'Elettra di Eschilo è il frutto di quella fiera generazione di maratonomachi di cui Eschilo stesso faceva parte e che nella tradizione mitica e nella fede nelle divinità trovava il senso ed il limite della propria esistenza. Con l'Elettra di Sofocle assistiamo alla nascita di un religioso umanesimo: il poeta, orgoglioso erede di Eschilo, se ne fa rispettoso innovatore, rivendicando però per l'uomo uno spazio d'azione che lo coinvolga come soggetto attivo e responsabile di fronte al dio. La tendenza di Sofocle a rivalutare la dimensione dell'uomo nella dialettica tra umano e divino, attuata tramite l'analisi psicologica dei suoi personaggi, viene estremizzata da Euripide. Questi, profondamente segnato dalla lenta sconfitta di Atene nella guerra con Sparta, demolisce con forza il significato della divinità, toglie alla sua Elettra ogni alone di nobile tradizione letteraria e ne fa una donna dell'ellenismo, che vive nella limitatezza del quotidiano, senza porsi problemi di ordine religioso. Euripide segna il tramonto dell'età 'classica' e relega i suoi personaggi nelle loro labirintiche interiorità, in cui a regolare l'agire non c'è più il dio, ma umane pulsioni, opposte e contrastanti.  

Il personaggio di Elettra
di Francesco Ricci

"Non possiamo attenderci di trovare nel dramma greco dei personaggi che abbianouna personalità spiccata come quelli di Shakespeare. Questo è impossibile, in parte perchè i poeti greci eseguivano opere di minori dimensioni, ma anche perchè il loro scopo era soprattutto quello di descrivere i destini umani intesi come avvenimenti che possono accadere a ciascuno di noi in quanto esseri umani, con un certo posto nel mondo". L'idea che i personaggi in una tragedia contino più per quello che fanno (o che patiscono) che per quello che sono, è antica. Già Aristotele mostra di condividerla. Nella Poetica (1450a15-17), infatti, individuando nell'intreccio dei fatti, non nei caratteri, l'elemento più importante della tragedia, dedicò appena qualche paragrafo alla caratterizzazione dei personaggi, soffermandosi, invece, a lungo sull'azione e sulle trame del dramma. Se l'Edipo re per lui costituiva il culmine dell'arte tragica, ciò non dipendeva dal modo in cui era sviluppata la personalità del protagonista, ma dalla perizia tecnica con la quale Sofocle aveva combinato il "rovesciamento" (peripeteia) e il "riconoscimento" (anagnorisis), due degli elementi costitutivi del racconto. A distanza di secoli, lo stesso giudizio ritorna nell'Estetica di Hegel. Ad Agamennone, Clitemnestra, Odisseo, Antigone, Ismene e alle altre figure del teatro classico, infatti, il filosofo tedesco era disposto a riconoscere solamente una individualità ideale, "una particolarità pur sempre di natura generale". Anche per Hegel ciò che contava nei personaggi di un dramma non era tanto la loro personalità, quanto il destino, esemplare, che vivevano e rappresentavano: i caratteri restavano subordinati all'intreccio delle azioni. L'autorevolezza delle parole di Aristotele, Hegel, Bowra è tanta, che molte volte si è indotti a dimenticare che le loro affermazioni sono pur sempre delle generalizzazioni, che, come tali, non tengono conto delle differenze che indubbiamente sussistono tra Eschilo, Sofocle, Euripide, in merito ad una questione tanto delicata e rilevante, qual è il rapporto tra personaggio ed azione tragica. In particolare, necessita di maggiore approfondimento e chiarimento la collocazione di Euripide all'interno del quadro che emerge dai giudizi sopra riportati. Questo non già perchè con Euripide l'azione perda importanza, ché anzi tende a divenire più complessa, al pari degli intrecci, che col tempo si fanno più vari, in particolare nei drammi composti poco prima del soggiorno del poeta in Macedonia, alla corte del re Archelao (Elena, Ifigenia taurica, Ione, Fenicie, Oreste); piuttosto, perchè, almeno nei capolavori, non sono più i personaggi che, per usare le parole di Aristotele, "assumono certi caratteri perché siano effettuate certe azioni", ma sono le azioni che si strutturano sopra e a partire da certi caratteri, la cui fisionomia, in tal modo, risulta straordinariamente arricchita e approfondita. Tragedie come la Medea e l'Ippolito lo testimoniano in maniera eloquente Tuttavia, anche per l'ultima produzione di Sofocle, a mio avviso, appare riduttiva una lettura, che disconoscendo o, comunque, trascurando il peso della personalità dell'eroe, sia attenta unicamente al destino che egli è chiamato ad affrontare, percepito e rappresentato come paradigmatico di quello dell'umanità intera. Tanto l'Elettra, quanto il Filottete, infatti, denotano una diversa maniera da parte di Sofocle di guardare al personaggio tragico, che lascia intravvedere una maggiore attenzione per le sue componenti umane e psicologiche. Per quanto concerne l'Elettra, in particolare, è possibile, prendendo spunto da alcune osservazioni contenute nello studio che Vincenzo Di Benedetto ha dedicato al teatro di Sofocle, individuare almeno sette punti, che segnalano altrettanti interventi rilevanti del drammaturgo sui dati tradizionali del mito, finalizzati proprio a delineare con cura la figura della protagonista: 1) La figura di Oreste subisce un'evidente ristrutturazione, che finisce per portare in primo piano come elementi costitutivi della sua fisionomia di personaggio il gusto per l'intrigo e la capacità nell'ordire inganni. Sotto questo aspetto, l'Oreste sofocleo ricorda più il subdolo Odisseo del Filottete che non il protagonista delle Coefore eschilee. 2) Il giorno dell'uccisione di Agamennone, non è la nutrice a trarre in salvo il piccolo Oreste, come si legge nella XI Pitica di Pindaro, bensì Elettra, che poi lo affida alle mani del pedagogo. 3) La scena del riconoscimento tra Elettra ed Oreste viene spostata al termine della tragedia. Essa, infatti, che in Eschilo compare nel primo episodio (v.235) e in Euripide nel secondo (v.517), in Sofocle si trova addirittura nel terzo episodio (v.1224). 4) Il falso racconto delle vicende connesse con la morte di Oreste durante una corsa di carri a Delfi, non si esaurisce con le parole che il pedagogo rivolge al Coro e a Clitemnestra (vv.660-803), ma trova una significativa appendice nella prima scena del quarto episodio (vv.1098-1231), allorchè Oreste, accompagnato da Pilade, reca di persona l'urna che dovrebbe contenere le sue stesse ceneri. 5) A differenza di quanto accade in Eschilo e in Euripide (oltre che nell'Orestea lirica di Stesicoro), la prima a cadere sotto i colpi di Oreste è Clitemnestra. 6) Dopo il matricidio, Oreste ed Elettra non mostrano alcun segno di pentimento o di rimorso, né tantomeno danno libero sfogo alla loro gioia. 7) Il ruolo ed il peso delle Erinni nella tragedia, nonostante l'invocazione rivolta loro da Elettra nell'iniziale monodia anapestica, è marginale e sfumato, sicuramente neppure confrontabile con quello ricoperto nelle Coefore di Eschilo. Questi interventi, sia che investano la struttura scenica del dramma, sia che interessino la caratterizzazione dei personaggi, concorrono, nel loro insieme, a concentrare l'attenzione in maniera pressoché esclusiva sulla protagonista. Con straordinaria maestria, infatti, Sofocle, attraverso un'attenta opera di inclusione/esclusione, recupero/rinnovamento dei dati tradizionali della saga degli Atridi, ora dilata gli spazi e crea le occasioni perché Elettra possa effondere il proprio dolore (ad esempio, come già ricordato, sostituendo all'annuncio che Oreste fa alla madre della propria morte, nelle Coefore di Eschilo, il doppio racconto del vecchio pedagogo e dello stesso Oreste), ora comprime tutte quelle situazioni, in specie emotive (si pensi all'assenza nei matricidi di note di autentica esultanza o cupo rimorso), che sono in grado di distogliere l'attenzione del pubblico dalla figlia di Agamennone o, come scrive Di Benedetto, di spostare altrove "il baricentro della tragedia". L'esito finale è costituito da un prepotente emergere del personaggio di Elettra. Questo fatto di per sé non costituisce certamente una novità per il teatro di Sofocle. Al contrario, l'isolamento e la solitudine dell'eroe sono motivi ricorrenti dell'intera produzione sofoclea, come hanno mostrato, tra gli altri, Bernard M.Knox, che ne ha delineato i tratti tipici e ne ha ricordato l'incidenza nella tragedia rinascimentale e neoclassica, e, prima di lui, Gennaro Perrotta. Tuttavia, nell'Elettra all'isolamento della protagonista si accompagna un suo maggiore studio psicologico, che sul piano artistico si esprime nella descrizione di un animo dalla ricca vita interiore. Certo, anche in Elettra, al pari degli altri eroi sofoclei, è possibile cogliere una passione che domina sopra le altre, un valore che ne ispira la condotta e ne definisce la fisionomia di personaggio. Ciò che in Edipo è l'ansia di verità, in Aiace il senso dell'onore, in Antigone il dovere religioso, in Elettra è senza dubbio l'esigenza di giustizia. Sotto questo aspetto, l'Elettra, al pari dell'intera produzione sofoclea, può essere accostata al sesto libro dell'Iliade, all'Epitafio pericleo per i caduti ateniesi del primo anno della guerra del Peloponneso, all'orazione demostenica Sulla corona, come altissima espressione letteraria della convinzione, centrale nel pensiero greco, secondo la quale, per richiamarsi alle celebre distinzione di Max Weber, l'etica dell'intenzione (gesinnungsethisch), non l'etica della responsabilità (verantwortungsethisch), deve guidare ed orientare la condotta di un uomo (come pure di un popolo), il quale, pertanto, deve essere giudicato non già guardando alle conseguenze delle sue azioni, ma ai principi che le hanno ispirate. L'esigenza di giustizia costituisce sino a tal punto la nota dominante del personaggio di Elettra, che è a partire da essa che Sofocle viene costruendo i rapporti tra la protagonista e i restanti personaggi del dramma, nel senso che l'essere complici o antagonisti della figlia dell'Atride discende e acquista significato, ai fini dell'azione drammatica, dalla prossimità o dalla distanza dall'idea di giustizia che lei possiede. Estremamente significativo, da questo punto di vista, è lo scambio di battute tra Elettra e la sorella Crisotemi nella seconda scena del primo episodio (vv.328-471), in particolare allorchè quest'ultima afferma che: "il giusto non sta in quello che io dico, ma in quello che tu pensi; tuttavia, se voglio vivere libera, sono costretta ad obbedire ai miei padroni" (vv. 338-340). Di uguale rilievo è la prima scena del secondo episodio (vv. 516-659), nella quale si fronteggiano Elettra e Clitemnestra: la difesa che la madre fa dell'uccisione di Agamennone, reo di avere acconsentito al sacrificio di Ifigenia, pur di permettere alla flotta greca di partire per Troia, alla figlia appare un discorso "privo di sostanza" (v. 584). A ulteriore conferma della centralità dell'insopprimibile esigenza di giustizia nel personaggio di Elettra, è possibile evidenziare la cura con la quale Sofocle, a più riprese, descrive le forme, che concretamente assume l'ingiustizia nella vita della giovane donna. L'infame assassinio del padre ("o padre, ucciso indegnamente e miseramente", vv. 101s.), la straziante lontananza del fratello ("da sempre io lo attendo senza stancarmi", v. 164), la propria misera condizione, che può confrontarsi con quella dell'ultima delle serve ("vivo come una serva in casa di mio padre", v. 190), la mancanza di ogni prospettiva di felicità futura e la coscienza del triste presente, i cui elementi costitutivi sono individuati nel dolore e nella privazione ("E intanto la maggior parte della mia vita scivola senza il dono di una speranza e sono stanca; e mi logoro senza figli, senza un amico che mi voglia bene e mi protegga", vv. 185-188), rappresentano momenti e aspetti distinti di un'esistenza, che pare scorrere sempre identica a se stessa, costantemente stretta tra il vuoto lasciato dalla giustizia, la grande assente, e il dominio soffocante dell'ingiustizia presente ("La mia vita è sempre stata come un torrente in piena, che trascina con sé angosce terribili e infinite", vv. 851-852), di un'esistenza, in breve, che pare possedere i tratti tipici di quella che Friedrich Nietzsche, in un denso aforisma di Aurora, chiamava "la vita mancata". Eppure questa condizione di sostanziale emarginazione e desolazione, cui Elettra è costretta, non si traduce mai nel suo animo in motivo di rassegnazione, bensì diviene il terreno nel quale lasciare fiorire un'idea di giustizia nobile e pura, la cui nobiltà e purezza discende direttamente dal fatto di essere una giustizia attesa, sognata, invocata, ma non posseduta e, dunque, ancora immune dalle scorie e dalle impurità - Charles Péguy avrebbe detto dalla "grossolanità" -, delle quali inevitabilmente essa si ricopre, quando si cala nella storia, quando, cioè, entra a fare parte dell'agire dell'uomo. Tale collegamento, così finemente colto da Sofocle, tra la radicale infelicità di Elettra e l'altezza dell'idea di giustizia che lei possiede, non deve suscitare meraviglia alcuna, dal momento che tra i doni che la sconfitta elargisce all'uomo, e l'esistenza di Elettra è interamente compresa entro l'angusto orizzonte della sconfitta, il più prezioso, come rilevava Ernst Junger in una bellissima pagina del saggio Oltre la linea, è certamente quello di far maturare "una coscienza del giusto superiore a quella di chi si impegna nell'azione". Agire nel mondo, in quest'ottica, significa, sempre e comunque, compromettersi col mondo: solo una completa solitudine non conosce colpa. Questa esigenza di giustizia in Elettra è vista e ritratta da Sofocle non come elemento che fissa e, in un certo senso, blocca l'ethos del personaggio, come accadeva alla passione dominante del protagonista nelle precedenti tragedie, bensì come fattore dinamico, capace, cioè, di generare pulsioni, emozioni, sentimenti diversi, talora contrari, nell'animo della protagonista. Lo sconfinato amore per il padre ucciso ("non posso fare a meno di piangere il mio povero padre", v. 133), il profondo affetto per il fratello ("O mio ultimo ricordo della vita di Oreste, l'uomo a me più caro", vv. 1126-1127), l'inestinguibile odio per la madre ("mia madre, che mi ha partorito, è il mio nemico più odiato", vv. 261-262), l'inveterato disprezzo per Egisto ("Uccidilo e dallo in pasto alle bestie che merita, creatura immonda, lontano dai nostri occhi", vv. 1487-1489), la crescente distanza dalla sorella, che diviene vera e propria alteritas ("A te la mensa sia perennemente imbandita e la vita trascorra nel lusso: a me basta non offendere me stessa e i tuoi privilegi non li voglio", vv. 361-364): sono queste le molteplici risonanze sentimentali suscitate nell'anima di Elettra dalla sua sete di giustizia, che finiscono per conferirle una ricchezza e varietà di toni sconosciuta alle altre figure del teatro di Sofocle. Come la sentinella romana, evocata da Oswald Spengler a conclusione di L'uomo e la macchina, che preferì morire durante l'eruzione del Vesuvio piuttosto che tradire la consegna ricevuta, così anche Elettra, al pari di Aiace e di Antigone, ci ricorda che nella fedeltà alla propria coscienza consiste la grandezza e la nobiltà dell'uomo. Di quella coscienza, però, l'ultimo Sofocle non si accontentò di ritrarre la passione dominante, ma volle anche scrutarne pensieri ed emozioni. Senza giungere a ritenere di dover trasferire "la tragedia dentro il petto dell'uomo", come fece Euripide, tuttavia anche Sofocle nella sua vecchiaia non concepì più il personaggio come una semplice funzione della favola tragica. Sotto l'influsso del più giovane poeta, piuttosto, seppe rinvenire nei moti dell'anima una fonte di poesia altrettanto potente quanto lo era "l'illustrazione di una situazione universale, ricorrente, riconoscibile". Stando così le cose, forse non è errato scorgere nell'omaggio che Sofocle tributò ad Euripide, una volta appresa la notizia della sua scomparsa, accanto al riconoscimento della grandezza dell'avversario, anche la tacita ammissione che qualcosa nel proprio modo di concepire il teatro, e in particolare il rapporto azione/personaggio, col tempo era cambiato e che la ragione di questo mutamento era dovuta in primo luogo proprio all'influenza di Euripide. Certo, Elettra resta una creatura poetica ben diversa da Fedra e Medea e diversa, soprattutto, è la profondità dell'introspezione psicologica. Tuttavia, come già notava Max Pohlenz, è fuor di dubbio che "senza le figure femminili di Euripide, neppure il ritratto di Elettra e della sua evoluzione interiore sarebbe stato possibile". Da questo punto di vista, l'ultima produzione di Sofocle costituisce già un capitolo della Fortleben euripidea.

 

Elettra fra Sofocle e O' Neill
di Simona Micheletti

In ricordo dei miei anni universitari Quando ero studentessa del terzo anno di lettere classiche, seguivo il corso di Storia del Teatro: quell'anno, oggetto di studio monografico era il rapporto tra l'Orestea di Eschilo ed Il lutto si addice ad Elettra di E. O' Neill. A distanza di quasi vent'anni, con non minore entusiasmo, torno a riflettere sull'opera del drammaturgo americano, alla ricerca di elementi che richiamino anche la tragedia sofoclea. Saranno proprio quattro chiacchiere senza pretese di alcun tipo, semplicemente un'occasione per rievocare tempi passati a me cari. Per chi non conosce l'intreccio de "Il lutto si addice ad Elettra", trilogia scritta intorno al 1931, offro una breve sintesi. Negli anni della guerra di secessione, il generale Ezra Mannon ritorna a casa dai campi di battaglia e nella propria dimora è ucciso dalla moglie Christine che ha per complice il proprio amante, il capitano Adam Brant, cugino di Ezra, reietto ed umiliato perché figlio di madre serva. La figlia Lavinia, che un viluppo di passioni inconsce lega alla figura del padre, persuade il fratello Orin a vendicarlo. Sottomesso alla sorella, Orin sopprime il capitano Brant: lo seguirà nella tomba Christine, indotta a suicidarsi dalla presenza ossessiva e vindice di Lavinia. Orin e Lavinia si imbarcano per un lungo viaggio, ma il destino luttuoso incombe anche su di loro. Orin si ucciderà e Lavinia, consapevole ormai di essere una Mannon, una creatura cioè in preda ad un'atroce fatale nemesi, si rinchiude nella dimora avita, offrendosi in olocausto precoce alla vendetta dei trapassati. Per chiarire i rapporti tra il mito greco e la trilogia americana un utile punto di partenza può essere costituito da quanto O'Neill afferma: …voglio scrivere un dramma psicologico moderno, valendomi di una delle antiche leggendarie trame della tragedia greca e introdurre un moderno equivalente psicologico del senso greco del Fato… Queste parole già lasciano capire che l'influsso della tragedia greca nell'opera di O'Neill, non è riducibile solo ai tratti esteriori dello schema e della trama, ma agisce a livello di tema drammatico: il senso del destino che da Eschilo in poi ha sempre grandeggiato nella coscienza di chi, faccia a faccia con la necessità di agire, dovette prendere una decisione, fare una scelta; la scoperta dell'ambiguità inesorabile dell'esistenza, della duplicità per cui le parti si invertono e ognuno può passare da un ruolo a quello opposto con estrema facilità, senza possibilità di scampo. O'Neill, a differenza dei tragici greci, recupera a parte integrante e concreta della tragedia la fase per così dire tiestea della saga: la storia, già dimenticata a livello conscio ma ancora viva, di una rivalità amorosa fra fratelli: tra Abe, il patriarca fondatore del clan dei Mannon, e il fratello oppresso ed esule, il cui figlio, il capitano Brant, è l'omologo di Egisto. E' la religione dell'ereditarietà, del mito del 'sangue', che porta ad un assassinio, alla punizione degli assassini da parte dei figli vendicatori ed al tormento per il rimorso. La struttura, dunque, è quella dell'Orestea. Ma quali sono i principali punti di contatto fra O'Neill e Sofocle? Il primo, senza dubbio, è da identificarsi in Lavinia-Elettra, la cui affinità con il padre ucciso è uno degli stimoli alla vendetta; il cui attaccamento al padre, pur avendo meno rilievo di quello di Orin per la madre, ha un peso notevole. L'attaccamento alla figura paterna sussisteva già nel mito, anzi, Sofocle, facendo di Elettra la vera protagonista del dramma, ne evidenziava acutamente la sua inconsolabilità in senso emozionale. In maniera analoga O'Neill ha dato a Lavinia un ruolo centrale: "Papà ha bisogno di me", dice Lavinia rivolgendosi a Orin; e, diretta al padre, "tu sei l'unico uomo che io ami". E Christine dice a Lavinia: "Hai cercato di diventare la moglie di tuo padre … è lui il bello che stai aspettando al chiaro di luna?". La Lavinia di O'Neill, per l'odio spietato verso la madre e il suo amante, si collega più all'Elettra di Sofocle che a quella delle Coefore di Eschilo. Mentre quest'ultima soffre soprattutto l'umiliazione del servaggio ed è solo offesa dall'assassinio del padre e quindi è poco incisiva nell'azione, l'Elettra di Sofocle è consumata dall'odio per la madre. Egualmente Lavinia, aspra e appassionata, sovrasta tutti nell'insonne coscienza dell'oltraggio, subìto da lei e dal fratello, e nell'odio per gli assassini. L'Elettra di Sofocle, fedele ad un passato che non consente oblio, rivela tutta la durezza adamantina del suo carattere, quando ancora più accanita di Oreste, morta la madre, chiede che al più presto Egisto sia tolto di mezzo: "Sbrigati, ammazzalo; poi gettalo ai becchini che spettano ad uno come lui" (vv. 1486 ss.). Già fin dall'inizio della tragedia sofoclea, Elettra si mostra più vigorosa della mite vergine di Eschilo: "A loro il grande dio d'Olimpo faccia patire le stesse pene: non se la godano la ricchezza, loro che hanno compiuto il misfatto" (vv. 209 ss.). Con implacabile forza poi accusa Clitemnestra: "Non lo hai ucciso per giustizia! Anzi ti ha convinto quel vile col quale ora tu vai" (vv. 560 ssg.). Lo strazio morale e l'odio diventano addirittura ferocia nel grido finale che è crudele incitamento ad Oreste: "Colpisci, colpisci ancora, se hai forza!" (v. 1415). Venendo ora ad O'Neill, Lavinia con furia spietata dice alla madre: "Come puoi essere tu vile da valerti di me per nascondere il tuo adulterio?"; e nella terribile scena seguente l'assassinio del padre, quando Lavinia scopre il delitto, esclama: "Oh! l'hai fatto di proposito, l'hai ucciso!"; e più oltre: "Penso che crederai di essere libera di sposare Adam ora! Ma non sarà così! No, finché io viva! Sconterai il tuo delitto". Un'altra triste realtà accomuna queste due giovani donne dal carattere così sanguigno e passionale: la solitudine, la prospettiva desolante di vivere il resto della vita a[teknoi e ajnuvmfeutoi, "senza figli" e "senza marito". Lavinia con fermezza annuncia all'innamorato Peter: "A me non è concesso l'amore", e lo allontanerà da sé per essere sola ad espiare il fato dei Mannon. Se Elettra e Lavinia in qualche modo si richiamano a vicenda, lo stesso non può dirsi per Oreste e Orin. Oreste non è caratterizzato, come invece Orin, da un ossessivo attaccamento ombelicale alla madre. La distanza che separa O'Neill da Sofocle è al riguardo enorme. Infatti, da madre che non ha cessato di essere madre, madre nonostante tutto, Clitemestra diventa in lui la madre-tipo. Orin: "Dio, mamma, come è bello essere qui vicino a te!", e ancora: "Tu vieni prima di tutto". Orin ucciderà l'amante della madre non per vendicare la morte del padre, ma perché Brant è, per così dire, il suo rivale in amore, oggetto di desiderio della madre da cui si è sentito irrimediabilmente tradito. Orin furioso esclama: "E la mia isola di cui le avevo parlato … che doveva essere per lei e per me … vuole andarci con lui …". Ancora Orin alla madre, prima di avere la certezza del tradimento: "E non ti lascerò più adesso … tu sei la mia unica innamorata". L'esasperato amore filiale di Orin giustifica, così, la scelta poetica che O'Neill ha compiuto nella sua rivisitazione dell'esperienza teatrale greca: la rinuncia del matricidio, non spiegabile altrimenti con motivazioni di carattere moralistico. Oreste nell'Elettra di Sofocle uccide la madre senza riserve e senza incertezze per punirla dell'assassinio del padre, per punirla del fatto che sperpera il patrimonio di famiglia, "spassandosela" con Egisto; e, inoltre, per non deludere la sorella che in lui ha riposto speranze di riscatto da trattamenti umilianti e sprezzanti che le ha riservato quella "madre-non madre". Oreste, compiaciuto, dice ad Elettra: "E' morta, la sua ira non ti offenderà mai più". Nonostante queste differenze, in ambedue i drammi, è forte il trasporto emozionale tra Oreste-Orin e Elettra-Lavinia. Il legame forte che si instaura fra fratello e sorella è dimostrato dal fatto che l'uno delega all'altro il compito di rappresentare un intero mondo di affetti che risultano insoddisfatti e frustrati nella direttrice cosiddetta 'normale'. Ad esempio, più volte Elettra, alla presunta morte di Oreste grida: "Ora io sono sola", "La tua morte è stata la mia morte", "Tu eri solo mio, fui tua nutrice, solo tu mi chiamavi sorella". Eppure sappiamo bene che è viva anche Crisotemi, la quale, benché caratterialmente diversa dalla monolitica Elettra, è pur sempre dello stesso sangue di Oreste e di Elettra. Ma Crisotemi rimane un'estranea. In O'Neill il rapporto tra Orin e Lavinia viene esasperato, assumendo aspetti talora erotici conturbanti. Se è vero che, in termini psicoanalitici, la paternità e la maternità sono forme primordiali di attaccamento sessuale, allora fratello e sorella sono indissolubilmente vincolati, perché l'uno vede nella sorella la madre, l'altra vede nel fratello il padre. La frase che Orin rivolge a Lavinia, dopo che è morta la madre - "tu sei tutto ciò che ho al mondo" -, va letta in questo senso: non perché ho perduto tutto, ma piuttosto perché rappresenti, identificandoti con la madre, l'oggetto del mio trasporto. Nell'universo teatrale di O'Neill c'è un'altra donna dalla fragile sensibilità, che vive in mezzo a sospetti, inganni, pettegolezzi e diffidenza, l'adultera ed assassina Christine, debole ed esausta a paragone di Clitemnestra, ma anche lei creatura diabolica, se come dice l'amante, non avrebbe scrupoli circa il modo di uccidere una donna che lo togliesse a lei. Perché Christine diventa assassina? C'è in lei una continua ripugnanza ad essere considerata 'oggetto', oggetto di un rapporto sessuale sentito come esasperante e frustrante passività, oggetto di un piacere non condiviso. Questo è stato appunto il matrimonio di Ezra e di Christine. "Il matrimonio – dice Christine – cambia il romanzo in disgusto". La motivazione principe dell'odio per il marito di Clitemnestra, donna dall' ajndrovboulon kevar, dal "cuore virile", secondo l'incisiva definizione eschilea, è il cupo rancore per il sacrificio di Ifigenia deciso per la ragion di stato. Così dice Clitemnestra ad Elettra nella omonima tragedia: "Codesto tuo padre che tu piangi sempre, unico tra i Greci, ha avuto il coraggio di sacrificare agli dei tua sorella. Non mi pento di quello che ho fatto". Sono assenti in lei quelle note di insoddisfazione sessuale-affettiva che dominano, come si è visto, nella figura di Christine. Nei due drammi, qualunque siano le motivazioni, l'amore adultero della donna è lo 'scandalo' per eccellenza, il fatto 'diverso' che attacca le leggi e l'opinione comune. Gli uomini e le donne dell'Elettra e de Il lutto si addice ad Elettra, pur nelle loro diversificazioni dovute al fatto di appartenere a culture ed età distanti, non sono tipi astratti, ma esseri di carne e di sangue che vivono e soffrono dei loro istinti e delle loro passioni, talvolta anche ferini; e quando sono nella morsa di irrefrenabili istinti e di grandi passioni diventano creature terribili, consapevoli di portare dolore prima a sé che agli altri. Ne risulta un mondo su cui incombe e strema la pena di vivere. Un mondo dove, come dice il poeta neogreco K. Kavafis, "la terra è il recinto del dolore"; e dove, come dice Sofocle, "il dolore è un debito che tutti noi dobbiamo saldare".

 

Elettra: il mito e la fortuna
di Antonio Vannini

Elettra nel mito. La storia dei discendenti di Pelope ha fornito soggetti per testi teatrali di tutti i tempi. La figura di Elettra, in particolare, si è prestata attraverso i secoli per un'ampia gamma di necessità espressive diverse nelle opere dei vari drammaturghi. La stirpe dei Pelopidi, come quella dei Labdacidi, da cui discende Edipo, è una stirpe maledetta; nella mentalità dei Greci questa maledizione è rappresentata come una contaminazione che si trasmette di padre in figlio e che nel succedersi delle generazioni può caricarsi di avvenimenti terribili, senza che un discendente, ingiusto o onesto che sia, possa evitare di prender parte alla turpe storia della famiglia. La storia di Pelope, come è noto, è legata alla leggenda della istituzione dei giochi olimpici. Si tratta di una saga così tenebrosa che Pindaro, quando evoca quel mito per la celebrazione di un nobile vincitore ad Olimpia e introduce la figura del padre di Pelope, il grande peccatore Tantalo, per non compromettere la serenità della sua celebrazione, è costretto addirittura a sostenere che le gravissime colpe del capostipite sono soltanto una diceria degli invidiosi. I figli di Pelope erano quei due fratelli Atreo e Tieste, la cui rivalità si trasformò in odio mortale che offrì le immagini più tremende alla fantasia dei poeti Greci. Atreo era stato infatti indotto da un inganno del fratello ad uccidere il proprio figlio e per vendicarsi non esitò a trucidare i figli di Tieste e ad imbandirne le carni al padre invitato all'orribile banchetto. Ma Tieste con l'altro figlio Egisto, riuscì a prendere la signoria di Micene, cacciandone i figli di Atreo, Agamennone e Menelao. I due Atridi si recarono allora a Sparta, dove sposarono Clitemnestra ed Elena, figlie del re Tindareo, con l'aiuto del quale Agamennone espulse Egisto da Micene e ne ridivenne signore. Scelto come capo degli Achei per la guerra contro Troia, Agamennone fu poi costretto a sacrificare la figlia Ifigenia alla dea Artemide che, per un'azione sacrilega del re, impediva l'arrivo dei venti favorevoli alle navi dei Greci radunate in Aulide e pronte alla spedizione. Al ritorno dalla guerra, insieme alla sua prigioniera Cassandra lo attendeva la morte per mano della moglie Clitemestra, divenuta nel frattempo l'amante di Egisto, lo spodestato figlio di Tieste. È questo l'omicidio che dovette essere vendicato dalla figlia Elettra insieme col fratello Oreste, che, allontanato in tenera età dalla reggia, era intanto divenuto adulto e tornato per uccidere la madre e il suo drudo. La figura di questa figlia di Agamennone è sconosciuta ai poemi omerici e può darsi che si tratti di una aggiunta secondaria alla saga dei Pelopidi. Occorre in questo caso osservare il trattamento del mito come soggetto di un'altra espressione artistica che precede nel tempo la ripresa dell'argomento da parte della tragedia attica. Se la storia del ritorno in patria del capo degli Achei era motivo comune dei pittori vascolari fin dal VII secolo a.C., solo all'inizio del V secolo troviamo scene dipinte su vasi attici a figure rosse che rappresentano la vendetta di Oreste ed Elettra. Anzi, le coincidenze tra pittori diversi e con l'impostazione scenica nelle Coefore di Eschilo, tragedia rappresentata ad Atene nel 458 che quei pittori non potevano conoscere (in particolare l'immagine di Elettra e del fratello che si incontrano presso la tomba paterna) hanno fatto pensare alla diffusione di questa parte del mito nel secolo precedente e in forme già fisse e probabilmente legate al successo di qualche testo letterario più antico. L'ipotesi più probabile è che questa precedente tradizione letteraria faccia capo ad un poema, quell'Orestea che Stesicoro scrisse verso gli inizi del VI secolo: l'opera è perduta, ma sappiamo con certezza che alcuni particolari, ripresi poi nelle tragedie, vi si trovavano già (come per esempio il motivo del sogno di Clitemestra che dà origine alla scena sulla tomba). Autori della più recente antichità ci confermano comunque che Stesicoro aveva citato Elettra. Del resto abbiamo notizia di almeno una precedente opera sul mito di Oreste e si è avanzata anche l'ipotesi di un ciclo epico delfico diffuso nel VII secolo come fonte comune per tutte le trattazioni letterarie della leggenda di Oreste e della sorella.
La fortuna. Il mito di Elettra verrà poi sviluppato soprattutto dai tre grandi drammaturghi del periodo cosiddetto classico - Eschilo, Sofocle, Euripide -, i quali si confrontarono su di esso offrendone diverse interpretazioni (vd. per questi aspetti il saggio di G. Benelli, Il mito di Elettra nei tre tragici). In seguito non ci sono giunti dalla grecità altri drammi su Elettra, ma conosciamo alcuni elementi che dovevano completare la sua storia. Dagli annunci contenuti nelle tragedie di Euripide sappiamo che sposerà Pilade e altre leggende riferiscono che gli avrebbe generato due figli, Strofio (lo stesso nome del padre di Pilade, che aveva accolto Oreste esule) e Medone. Nel manualetto di favole mitologiche di Igino (di età augustea, pur con diversi rimaneggiamenti) troviamo una storia che parte dai fatti della Ifigenia in Tauride di Euripide. In questa tragedia si sviluppava una versione del mito degli Atridi secondo la quale Ifigenia non sarebbe stata realmente sacrificata, ma sarebbe stata salvata all'ultimo momento dalla stessa Artemide che poi l'avrebbe resa sacerdotessa ad amministrare sacrifici umani in Tauride. Di lì Oreste, dopo aver corso il rischio di essere lui stesso vittima di quei riti, perché non riconosciuto dalla sorella, l'avrebbe al fine ricondotta in patria. Nella favola di Igino si narra come Elettra a Delfi avrebbe cercato di accecare la sorella Ifigenia dopo che Alete, figlio non degenere di Egisto, le aveva fraudolentemente raccontato che Ifigenia aveva veramente ucciso Oreste. Nella superstite letteratura drammatica latina, sono poche le tracce del nostro personaggio. Di Accio abbiamo frammenti di una tragedia sui figli di Agamennone ed Elettra era forse citata nella Erigone. Seneca, nell'Agamennone, introduce la figlia dell'eroe dopo che si è consumata l'uccisione del padre: è lei che consegna il fratello Oreste a Strofio, fedele ospite della casa argiva, che insieme al figlio Pilade stava per visitare la reggia, reduce da una vittoria ai giochi olimpici. E mentre la madre chiede al suo drudo la morte della figlia, la tragedia si chiude con la reclusione di Elettra in una solitaria buia e sporca spelonca e con l'uccisione di Cassandra che morendo gioisce dei fati degli Atridi, giusta vendetta per Priamo, e all'ultimo verso fa scorgere profeticamente il furor di Oreste che si abbatterà sui maledetti amanti. L'Elettra di Sofocle, insieme all'Aiace e all'Edipo Re fu abbondantemente copiata, commentata (e interpolata) dagli eruditi bizantini, ma la sua fortuna come testo teatrale (nella letteratura di epoca medievale si registrano alcuni drammi che sfruttano qualche tratto della leggenda pagana di Oreste) dovette attendere l'età degli umanisti, quando venne rimaneggiata e tradotta liberamente nelle lingue più diverse (dal castigliano all'ungherese), senza mai giungere a pièces di grande successo. Degno di far da paradigma, in una storia della fortuna di Elettra, il riadattamento in ungherese fatto nel 1558 dal vescovo luterano e funzionario imperiale Pèter Bornemisza, in una regione dell'Impero asburgico contesa ed accerchiata dai Turchi e toccata di recente dall'etica calvinista. Elettra compie la sua parte di indignata eroina tra le piatte polarizzazioni di un Egisto corrotto e scandalosamente gaudente e il ricordo del padre Agamennone, sovrano giusto e morigerato. Alla madre che rivendica solo le occasioni perdute per colpa del marito di darsi alla lussuria, la figlia oppone la saggezza del padre, il suo incontaminato pudore e la sua cura per il governo dei sudditi. Lo stesso linguaggio, a tratti didascalico, a tratti anche trivialmente popolare, segnala come le necessità del riutilizzo in chiave moralistica e politica abbia causato la perdita dei particolari più controversi e drammatici della saga dei Pelopidi. Qualche interesse per la figura di Elettra si trova in Francia ai primi del settecento, con alcuni epigoni di Racine. Alla metà del secolo Voltaire, nel suo Oreste, introduce la variante del matricidio commesso per errore. Elettra è però ancora raffigurata con una forte brama di vendetta, soprattutto nella scena del contrasto con la sorella Ifisa (corrispondente alla Crisotemi sofoclea). Nell'Oreste di Vittorio Alfieri (1781) torna il motivo del matricidio per errore: nella follia dell'uccisione il figlio non si accorge di trucidare anche la madre. La figura della sorella è consona a questa impostazione, perché concepita con un forte dissidio interiore tra la tradizionale rabbia e la pietà di figlia. Dagli inizi del nostro secolo troviamo forti esasperazioni del carattere di Elettra. Nel 1905 D'Annunzio, ne La fiaccola sotto il moggio, crea il personaggio di Gigliola lasciando pensare all'eroina sofoclea calata nel sanguigno ambiente abruzzese. Gigliola ha un fratello malaticcio, Simonetto, che ricorda Crisotemi, e si è imposta la missione di uccidere la tremenda matrigna Angizia, che ha sposato il padre Tibaldo dopo averne ucciso la prima moglie. Ancora del 1905 è l'Elektra di Hofmannstahl: il forte carattere sofocleo dell'eroina, a contatto con il terrore che si manifesta nell'animo angosciato di Clitemnestra, sprigiona una rabbia vendicatrice senza precedenti nella storia del personaggio. Il mito assume comunque ormai un ruolo drammaturgico nel farsi espressione fisica ed ossessivamente manifesta delle parti doloranti ed angosciate dell'animo. L'impeto etico mostra la sua efficacia non in sé, ma nel far sviluppare esageratamente e nevroticamente in Elettra il suo carattere monocorde teso alla vendetta. Il dramma di Hofmannstahl divenne libretto per l'omonima opera con musica di Richard Strauss (1909). Il delirio espressionistico della musica di Strauss corrisponde agli interventi già operati da Hofmannstahl sulla trama e sui caratteri sofoclei. Elettra evoca lo spirito paterno e profetizza alla madre il tremendo matricidio. Alla fine del dramma, mentre Oreste è acclamato da tutti, l'eroina porta a compimento il suo ruolo espressivo con una danza di folle gioia che la porta alla morte. Nel 1931 il drammaturgo americano Eugene O'Neill fece rappresentare in una sola serata la trilogia Mourning becomes Elettra (Il lutto si addice ad Elettra, tredici atti complessivamente). L'azione ha come punto di riferimento storico-bellico la guerra di secessione, dalla quale si attende il ritorno del generale Ezra Mannon. Nella sua casa si è introdotto, in assenza di lui, il capitano Adam Brant, che poi si rivelerà come figlio di una serva e di un cugino scacciato con ignominia da casa Mannon. Il giovane capitano è divenuto l'amante di Christine, moglie di Ezra. Il personaggio che corrisponde ad Elettra è la figlia Lavinia, che mostra un attaccamento morboso al padre, composto da gelosia verso la madre e da uno strano senso di appartenenza ad una stirpe ancora potente e rispettata, ma prossima da un crollo incombente. Dalla guerra torna anche Orin, il figlio maschio, ridotto dalle tremende esperienze del combattimento in una condizione penosamente intermedia tra l'infantile bisogno della madre e una virilità non ancora consolidata, che cade presto sotto l'influenza della forte personalità della sorella. Dopo che Cristine ha provocato la morte del marito, Lavinia costringe il fratello ad uccidere Brant. I ritratti degli antenati incombono sui personaggi e sembrano ormai garantire la presenza della maledizione: nessuno dei sopravvissuti riesce più a controllare le passioni che si producono di continuo dentro di loro. Christine, tormentata dalla figlia, si uccide; fratello e sorella cercano di dimenticare con un viaggio in Cina il loro passato. Proprio l'Oriente però accenderà nuovi disagi: là Orin sognava di recarsi con la madre come in un rifugio; là Brant aveva promesso di portare Christine e invece, al ritorno dal viaggio, Orin prende a rimproverare Lavinia delle sue simpatie di zitella verso gli indigeni. La casa dei Mannon è ora talmente pregna di lutti e di maledizione che Orin si uccide e la sorella elegge come proprio ruolo nella stirpe contaminata quello della sepolta viva nella villa degli antenati. Diversa la necessità che guida la ripresa del mito da parte di Sartre nelle Mosche del 1943. Un Oreste allevato in terra straniera e non certo educato alla vendetta, arriva ad Argo mentre si sta per compiere uno strano rito di evocazione dei morti da una caverna. Si tratta della cerimonia che per volere di Egisto ha luogo ogni anno nel giorno anniversario della uccisione di Agamennone: ognuno si prende i suoi morti e vive ancora con loro un dì e una notte dando pieno sfogo ai sensi di colpa che abbondano nella città maledetta. Giove, che si aggira nella città sotto mentite spoglie umane, si compiace di questa condizione di eterno rimorso con la quale Egisto mantiene l'ordine. Oreste, completamente estraneo a questa situazione, si lascia però convincere dalla sorella alla vendetta. La fanciulla è tenuta come una serva nella reggia e da anni desidera di sfuggire agli assurdi riti e al grigiore della città, piena di mosche insistenti che gli dèi hanno inviato a render fisico il rimorso dei cittadini. Prima di prendere la sua decisione, del resto, il figlio giustiziere ha dovuto lasciarsi catturare dallo stato d'animo imperante, per potersi volontariamente inserire nella storia della sua famiglia: la sua esistenza è ormai quella del vendicatore. La sorella, pentita dopo il matricidio, lo abbandonerà, ma nel suo ruolo Oreste sarà accettato come nuovo re in mezzo ai soliti sensi di colpa e alle stesse mosche. Nel 1967, in una Ungheria che stava accantonando gli avvenimenti del 1956, si rappresenta con grande successo l'Elettra di László Gyurkó, dalla quale sette anni dopo Miklós Jancsó trarrà il suo film-balletto. Oreste, lontano da Argo, fa credere che la sua vita si dissolve nelle gozzoviglie agli inviati del tiranno Egisto. Coperto da tali dicerie, rientra in città insieme ad un servo muto; una Elettra pazza ed emarginata lo attende nella speranza della vendetta. Egisto, informato di una presenza sospetta in città, riceve dall'incognito figliastro la falsa notizia della sua morte, dinanzi alla quale Clitemnestra non ha adeguate parole di dolore. Elettra incontra il fratello e, al fine riconosciutisi, sorge tra i due un profondo sentimento. La fanciulla sfida poi pubblicamente Egisto durante la festa della verità ed Oreste si rivela figlio di Agamennone ed uccide il tiranno. Quando però si arresta dinanzi al matricidio suscitando la reazione della sorella, finisce con l'ucciderla mentre viene maledetto come fratello e come re, da parte di una Elettra che nella sua follia sterminatrice non accetta il tentativo di Oreste di riportare la pacificazione nella città e nella stirpe. Nel 1973 un'Elettra in greco antico fu rappresentata nel La Mama Experimental Theatre Club, una delle sale dove, accanto a Brodway, artisti provocatori e spericolati tentavano esperimenti di qualità. La saga degli Atridi è invece ripresa come mito di riferimento nella sua complessità tenebrosa ne La recita (1975) del regista greco Thodoros Anghelopulos. Una compagnia di guitti tenta di rappresentare un misero testo teatrale girovagando nei luoghi e nel tempo della Grecia in guerra e nel dopoguerra. All'interno della compagnia si sviluppano gli odi e le maledizioni del mito della famiglia di Agamennone, mentre si è spettatori dell'occupazione nazista e del tempo che segue. Alla pastorella Golfo (questo il ruolo nella recita del personaggio che corrisponde ad Elettra) tocca di prender la parola dinanzi alla macchina da presa per narrare, mentre si riprende dallo stupro subito per salvare il fratello Tassos (sempre chiamato Oreste), partigiano in montagna, le stragi del 3 e 4 dicembre 1944 e la guerra civile che seguì fino al febbraio 1945 ("Tutti credevamo nella liberazione perché tutti avevamo dato"). È ancora lei che assiste immobile al ballo di benvenuto al 1946 con lo squallido trionfo dei realisti spacconi ("Oreste non è tornato: la guerra continua") prima di rimanere, unica superstite insieme al suonatore della fisarmonica che da sola accompagna tutta la storia, a seppellire il fratello ucciso tra le delusioni postbelliche e ad insistere nella sua recita.

 

 

TO THE MOON

Combosed by the Seaside,--On the Coast of Cumberland

by Wordsworth, William (1835)

Wanderer! that stoop'st so low, and com'st so near
To human life's unsettled atmosphere;
Who lov'st with Night and Silence to partake,
So might it seem, the cares of them that wake;
And, through the cottage-lattice softly peeping,
Dost shield from harm the humblest of the sleeping;
What pleasure once encompassed those sweet names
Which yet in thy behalf the Poet claims,
An idolizing dreamer as of yore!--
I slight them all; and, on this sea-beat shore
Sole-sitting, only can to thoughts attend
That bid me hail thee as the SAILOR'S FRIEND;

So call thee for heaven's grace through thee made known
By confidence supplied and mercy shown,
When not a twinkling star or beacon's light
Abates the perils of a stormy night;
And for less obvious benefits, that find
Their way, with thy pure help, to heart and mind;
Both for the adventurer starting in life's prime;
And veteran ranging round from clime to clime,
Long-baffled hope's slow fever in his veins,
And wounds and weakness oft his labour's sole remains.

The aspiring Mountains and the winding Streams,
Empress of Night! are gladdened by thy beams;
A look of thine the wilderness pervades,
And penetrates the forest's inmost shades;
Thou, chequering peaceably the minster's gloom,
Guid'st the pale Mourner to the lost one's tomb;
Canst reach the Prisoner--to his grated cell
Welcome, though silent and intangible!--
And lives there one, of all that come and go
On the great waters toiling to and fro,
One, who has watched thee at some quiet hour
Enthroned aloft in undisputed power,
Or crossed by vapoury streaks and clouds that move
Catching the lustre they in part reprove--

Nor sometimes felt a fitness in thy sway
To call up thoughts that shun the glare of day,
And make the serious happier than the gay?
Yes, lovely Moon! if thou so mildly bright
Dost rouse, yet surely in thy own despite,
To fiercer mood the phrenzy-stricken brain,
Let me a compensating faith maintain;
That there's a sensitive, a tender, part
Which thou canst touch in every human heart,
For healing and composure.--But, as least
And mightiest billows ever have confessed
Thy domination; as the whole vast Sea
Feels through her lowest depths thy sovereignty;

So shines that countenance with especial grace
On them who urge the keel her 'plains' to trace
Furrowing its way right onward. The most rude,
Cut off from home and country, may have stood--
Even till long gazing hath bedimmed his eye,
Or the mute rapture ended in a sigh--
Touched by accordance of thy placid cheer,
With some internal lights to memory dear,
Or fancies stealing forth to soothe the breast
Tired with its daily share of earth's unrest,--
Gentle awakenings, visitations meek;
A kindly influence whereof few will speak,
Though it can wet with tears the hardiest cheek.

And when thy beauty in the shadowy cave
Is hidden, buried in its monthly grave;
Then, while the Sailor, 'mid an open sea
Swept by a favouring wind that leaves thought free,
Paces the deck--no star perhaps in sight,
And nothing save the moving ship's own light
To cheer the long dark hours of vacant night--
Oft with his musings does thy image blend,
In his mind's eye thy crescent horns ascend,
And thou art still, O Moon, that SAILOR'S FRIEND!

 

 

 

 


Le Spose di Ettore

 

 

LE SPOSE DI ETTORE

di Silvia Bevilacqua e Francesco Torchia in collaborazione con Arnaut Daniel

1. Al circo!

A sipario chiuso, si accende un cono di luce. Tersite, inserviente zoppo, attraversa il proscenio, s’accorge del pubblico e avviandosi all’uscita chiama

 

TERSITE Sor Agamennone! Sor Agamennone, ce sta er publico, li spettatori, hanno già pagato, stanno seduti e aspettano!!

 

 

Esce un domatore tra colpi di tamburo. Nella mano sinistra tiene una frusta da cacciatore, nella destra una rivoltella carica.

 

AGAMENNONE, il domatore

Nobili signori e gaie signore, entrate nel serraglio! Venite ad ammirare con ardente voluttà e gelido orrore la donna: la creatura priva di anima domata dal genio dell'uomo. Entrate, lo spettacolo sta per cominciare!

Nobili signori e gaie signore, che cosa vedete nelle commedie e nelle tragedie?! Animali domestici dotati di una sensibilità tanto controllata da placare la loro ira con un ben modesto cibo, mentre si abbandonano compiaciuti ai propri lamenti simili a quelli giù in platea. Di questi eroi uno non sopporta l'alcool, uno non sa se ama veramente, un terzo si lascia prendere dallo sgomento di fronte al mondo e per cinque atti non fa che lamentarsi senza che vi sia qualcun altro pronto a dargli il colpo di grazia. Ma gli animali autentici, gli animali selvaggi e belli, quelli —signori miei! —li vedrete soltanto da me.

Li vedrete strisciare docilmente ai miei piedi, quando (spara un colpo verso il pubblico) la mia rivoltella spara fragorosamente. Vedrete la belva aggirarsi intorno fremendo, mentre io rimango freddo. L'uomo rimane freddo!

Entrare dunque! —Non osate?— So che tra voi sorridete e non credete nemmeno una parola di ciò che sto dicendo. Ebbene giudicherete Voi stessi! Spettabile pubblico... Lo spettacolo va a cominciare!!!

 

 

Il domatore rientra tra i colpi di tamburo. Si spegne la luce e si apre il sipario.

 

2. La parata delle attrazioni

Musica da circo. Agamennone presenta e Tersite introduce per il giro di pista tutte le attrazioni.

 

AGAMENNONE

Eccole! Le attrazioni internazionali! Gli esemplari più rari e più famosi, applauditi da tutte le platee del mondo, che io medesimo, in persona, ho raccolto nei miei favolosi viaggi e qui ho portato per il vostro esclusivo godimento! Animali selvaggi d’ogni tipo, maghe e indovine, cavalli e cavallerizze, attrazioni esotiche, sciantose e ballerine, numeri di alta prestidigitazione, funambolismi e acrobazie: questo e altro ancora, nel grande spettacolo di questa sera!

 

 

Continua la sfilata, finché tutte le attrazioni escono di scena. Agamennone resta solo.

 

3. Lulù, la donna serpente ed Elena, la trapezista

 

AGAMENNONE Ehi, Tersite! Porta qui il nostro serpente!

 

 

L’inserviente zoppo porta l'attrice che interpreta il personaggio di Lulù e la depone ai piedi del domatore.

 

AGAMENNONE Il suo nome è Lulù. E' stata creata per provocare sciagure, per avvincere, per sedurre, per avvelenare, per uccidere, senza che uno se ne renda conto.

 

 

Lulù sinuosamente gli si attorciglia intorno.

 

LULÙ Se in questo mondo appartengo a qualcuno ebbene questo è proprio lei. Non voglio dire dove sarei finita, se non fosse stato per lei. Quando volevo rubarle l’orologio lei mi ha preso per mano, mi ha dato da mangiare, mi ha fatto vestire. Crede che ciò si possa dimenticare? Qualsiasi altro avrebbe chiamato un poliziotto. Lei mi ha mandato a scuola e mi ha fatto insegnare le buone maniere. Nessuno al mondo tranne lei ha fatto qualcosa per me.

 

 

Agamennone l’afferra per il mento

 

 

 

AGAMENNONE Mia dolce bestia, non essere così affettata! Non hai il diritto di deformare con le tue moine e le tue fusa l'immagine originaria della donna! Devi esprimerti in maniera spontanea! Poiché sin dai tempi più antichi la legge fondamentale di ogni arte è la chiarezza! … Su, Tersite! Su! Rulla il tamburo. (Palpa i fianchi a Lulù) Che dolce innocenza, il mio più grande tesoro!

 

 

Musica: Lulù esegue un numero di canto e danza: "LOLA" (da L’angelo azzurro) Terminato il numero di Lulù una luce illumina una trapezista sospesa in aria.

 

ELENA (mentre compie evoluzioni al trapezio) Raccontano che Giove un dì, in forma

di cigno, presso mia madre Leda, volò,

e in amor la prese di sorpresa, mentre

un'aquila fuggiva; ed Elena fui detta.

Tutti gli eventi della mia vita sono prodigi,

e di molti ne fu causa la mia bellezza.

Ahimè, forse che mia madre mi partorì,

perché fossi prodigio fra gli uomini?

Oh, se potessi perdere le tinte

come un quadro, e una apparenza

più brutta invece della bella assumere,

e la triste sorte in cui m'avvolgo

dimenticassero gli uomini!

Dalla patria a barbari costumi

qui mi trassero i Numi; e senza amici

schiava mi trovo, eppur nacqui da liberi.

Il male da me causato, non lo posso punire.

Misera me! Che fatale destino mi perseguita,

io porto ovunque lo scompiglio tra gli uomini,

tanto che essi non tengono più

alcun conto di se stessi, né di nulla!

Per via di rapimenti, seduzioni e combattimenti,

gli eroi, gli dei e anche i demoni

mi hanno trascinato qua e là nelle tenebre.

Indegno è restar sospesa in aria,

invece, nobile e bello è trafiggersi,

in un attimo scindere il corpo dalla vita,

Ché l'altre donne per la loro bellezza

sono felici, ed io ne muoio, invece.

 

4. Le belle di Mahagonny

Un colpo di pistola. La luce si spegne. Agamennone irrompe in pista e parte l’introduzione musicale di "Alabama song".

 

AGAMENNONE Signore e signori ogni uomo porta nel suo cuore l’immagine della donna amata (entrando a ritmo con la musica le "belle di Mahagonny") … Quella che è magra per uno è opulenta per l’altro (le ‘belle’ sono intorno a lui, Agamennone si rivolge ad uno spettatore, indicando una ragazza) Per lei signore, credo che andrebbero bene un paio di fianchi slanciati come questi… Eccole le belle di Mahagonny, una razza speciale comprata a peso d’oro.

 

 

Al comando di Agamennone le belle cantano.

 

BELLE DI MAHAGONNY

Oh show us the way to the next whisky bar

oh don’t ask why oh don’t ask why

for we, we must find the next whisky bar

I tell you we must die

I tell you, I tell you

I tell you we must die

Oh moon of Alabama

we now must say good-bye

we’ve lost our good old mama

and must have wisky

oh, you know why

Oh show us the way to the next pretty boy

oh don’t ask why oh don’t ask why

for we, we must find the next pretty boy

I tell you we must die

I tell you, I tell you

I tell you we must die

Oh moon of Alabama

we now must say good-bye

we’ve lost our good old mama

and must have boys

oh, you know why

Oh show us the way to the next little dollar

oh don’t ask why oh don’t ask why

for we, we must find the next little dollar

I tell you, I tell you

I tell you we must die

Oh moon of Alabama

we now must say good-bye

we’ve lost our good old mama

and must have dollars

oh, you know why

 

 

Le belle escono tra gli applausi.

 

5. Nell’arena con i gladiatori

Entra Tersite e spazza la pista. Un uomo da un lato si esercita con una spada. Entra una donna con un bambolotto, si rivolge all’uomo.

 

ANDROMACA Infelice, la tua forza sarà la tua rovina; non hai pietà del figlio ancora bambino e di me sventurata, che presto resterò vedova, perché gli Achei ti assaliranno tra poco e ti uccideranno; e se ti perdo, allora è meglio che muoia anch’io; non ci sarà più conforto per me se il tuo destino si compie, solo dolore. Ho già perduto mio padre e mia madre; sette fratelli avevo nella reggia, e tutti, nello stesso giorno, tutti scesero all’Ade trafitti da frecce. Tu, tu Ettore mi sei padre e madre e fratello e sei anche il mio giovane sposo: abbi pietà di me, resta qui…

 

 

L’uomo smette di armeggiare e gioca teneramente con il bambolotto che donna gli porge. Colpo di pistola alle loro spalle appare Agamennone. Tersite rulla il tamburo.

 

AGAMENNONE Dalla lontana Ilio città dei barbari e dalla Grecia eroica abbiamo qui con noi gli eterni duellanti. Due superbi gladiatori che con immenso piacere vi presentiamo nel sfida più feroce mai vista nelle arene di tutto il mondo. Senza esclusione di colpi, davanti ai vostri occhi, lo spettacolo più cruento con spargimenti di sangue vero!! E se morte ci sarà, vi posso assicurare che non si tratterà di finzione. Signore e signori: Ettore e Achille!

 

 

Gli eroi si presentano con un inchino.

 

ETTORE Non fuggirò più davanti a te, figlio di Peleo: sento in me il coraggio di starti di fronte. Ti ucciderò o mi ucciderai. Ora però giuriamo davanti agli Dei: io non strazierò il tuo corpo in modo indegno se Zeus mi concederà di vincere e di toglierti la vita, ti spoglierò delle tue armi famose, ma il tuo corpo lo restituirò agli Achei, e anche tu restituisci il mio.

ACHILLE Ettore, dannato, non parlarmi di patti. Non esistono accordi fedeli tra uomini e leoni, e lupi e agnelli non hanno sentimenti uguali, la discordia è fra loro, per sempre. Così anche fra me e te non potrà mai esservi amicizia, non vi saranno patti fra noi prima che l’uno o l’altro muoia. Fa’ appello a tutto il tuo valore, non hai più scampo.

 

 

I due eroi si affrontano in duello a colpi di spada. Tersite accompagna a ritmo di tamburo. Poi al suono di un gong, i gladiatori stanchi e sudati si accasciano uno di fronte all’altro a riposare. Entra uno stuolo di donne.

 

CORO O stolti, quanti van cercando gloria

nei combattimenti, e nell'impeto delle lance,

e non tentano senza dolore degli uomini

di porre un termine alle sofferenze amare.

Ché, se deve decidere il sangue

quale città potrà mai desistere

dalle cruente gare?

 

6. Le danzatrici di Troia

Ritmo di flamenco. Agamennone al centro della pista fa schioccare la frusta.

Entra una donna anziana accompagnata da un’ancella: s’inginocchia.

 

ECUBA Ahi ahi, ah ahi, ahi ahi!

O Cronide, signore dei Frigi, padre

progenitore, vedi le cose che qui patiamo,

indegne della discendenza di Dardano?

 

 

Un gruppo di schiave entra in pista con passi di flamenco.

 

PRIMO SEMICORO Ecuba, cosa gridi? Cosa vai

urlando? A che mira il tuo discorso?

 

 

Un altro gruppo di schiave entra in pista sempre a passo di flamenco

 

SECONDO SEMICORO Ohimè! Tutta tremante, ecco avanzo nella tenda di Agamennone per venire ad ascoltarti, o regina.

PRIMO SEMICORO (danzando sul posto) Su, sventurata, leva da terra la testa, il collo! Troia non c’è più, non siamo più regine di Troia.

SECONDO SEMICORO Gira la fortuna, devi avere pazienza. Devi navigare nel solco della rotta, navigare in balia del destino e non mettere la prora della vita contro l’onda. Naviga secondo i capricci della sorte!

PRIMO SEMICORO Ahi, ahi, ahi, ahi!

ECUBA Perché dite non dovrei rammaricarmi della mia infelicità. Ho perduto la patria, ho perduto i figlioli e il marito. Oh splendido fasto dei miei antenati, come sei un nulla ora vedo.

CORO Ahi, ahi, ahi, ahi! Cosa devo tacere, cosa non tacere. Su cosa intonare il lamento.

ECUBA (mentre Agamennone s’avvicina e fa schioccare la frusta) Mi tocca fare la serva ad un individuo immondo, ingannatore nemico della giustizia, mostro senza legge.

CASSANDRA (uscendo dal coro) Danza madre, guida la danza (due donne sollevano Ecuba che s’unisce con passo tremante alla danza)… Muovi il tuo piede, accordando con me l’armoniosa cadenza dei tuoi passi. La danza è santa.

 

 

Danzano. Ecuba cade. Tentano di sollevarla.

 

ECUBA Lasciatemi stesa qui a terra, bisogna ben stramazzare per le cose che soffro, che ho sofferto e ancora soffrirò.

CORO Ahi, ahi! Ahi, ahi! Con quali lamenti

tu piangi la tua umiliazione. Ahi, ahi!

ECUBA O figli, sentite, ascoltate la voce della madre!

CORO Tu chiami i morti con un canto di lamento.

ECUBA E poso al suolo le vecchie membra

e percuoto la terra a due mani.

CORO (scendendo in ginocchio, mentre Cassandra continua in un assolo di flamenco) Ecco, a mia volta insieme a te poso a terra

il ginocchio e invoco di laggiù

gli infelici miei sposi.

 

 

Cassandra danza intorno ad Agamennone

 

CASSANDRA Madre, canta per le mie nozze! Lo sposo destinato al mio letto, il famoso sovrano degli Achei, Agamennone, farà con me un matrimonio più disastroso di quello di Elena. Io lo farò morire, credimi e devasterò la sua casa, vendicando i fratelli e mio padre.

 

 

Tersite interviene afferrando Cassandra e trascinandola lontano da Agamennone.

 

TERSITE (a Cassandra) Se non fossi fuori di testa non la passeresti tanto liscia, credimi, a lanciare queste profezie contro il mio capo. Ma tu non hai il cervello a posto. Vieni, vieni via bella sposina.

 

 

Trascina via Cassandra e tutte le altre escono. Agamennone si ricompone, schiocca la frusta ed esce. Entrano i clowns. Musichetta leggera.

 

 

7. I clowns

Entra un clown (Polonio) portando uno specchio, inciampa, caduta rovinosa e rottura dello specchio. Entra un altro clown (Amleto).

 

AMLETO Essere o non essere… (va allo specchio, l’altro non sapendo come fare si mette dietro lo specchio rotto e imita tutti i movimenti di Amleto: segue gag dello specchio mentre Amleto continua il suo monologo ) … Questo è il problema. Se sia più nobile all’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’avversa fortuna, o prendere le armi contro un mare di disgrazie e combattendo disperderle. Morire: dormire, sognare forse: ma qui è l’ostacolo. (Prova e riprova il monologo allo specchio con l’altro che gli fa il verso, finché non scopre il trucco e giocando la gag della sigaretta trae in inganno l’altro e gli spegne a sigaretta sulla mano) …Oh sciocco Polonio. T’avevo preso per uno più alto di te.

 

 

Il pubblico applaude. I due clown ringraziano e la luce si spegne.

 

8. Ofelia, la funambola

In un taglio di luce lunare, come sospesa in aria, cammina come in equilibrio su una fune, una giovinetta ornata di fiori che canta un’antica aria nordica. Ci sono voci nel buio intorno a lei:

 

Ia VOCE Oh Dio, guardate lì, signore...

IIa VOCE Gentile Ofelia... Va’ in convento!

Ia VOCE Come state, gentile Ofelia?

IIIa VOCE Seguitela da vicino. E tenetela d'occhio, vi prego.

ALTRE VOCI Gentile Ofelia... Va’ in convento!

Ia VOCE Ofelia… la più desolata e la più afflitta tra le donne

IIIa VOCE Ofelia… che ha gustato il miele e la soave musica delle parole d’amore.

ALTRE VOCI Gentile Ofelia... Va’ in convento!

IIa VOCE Annegata. È Annegata.

ALTRE VOCI Annegata. Annegata.

Ia VOCE Annegata. Oh, dove?

 

 

La giovinetta continua a cantare.

 

ALTRE VOCI

- Sul ruscello dove un salice si protende dalla sponda e specchia il canuto fogliame nella corrente vitrea.

- Là ella intrecciava fantasiose ghirlande con ranuncoli, ortiche, margherite e con le rosse orchidee che le caste fanciulle chiamano dita dei morti.

- Lì volle arrampicarsi per appendere alle fronde le sue ghirlande: ma si spezzò l'invidioso ramo ed ella cadde con tutti i suoi fiori nel ruscello.

- Aprendosi, le gonne la sostennero sull'acqua: ed ella, come una sirena, cantava spunti d'arie antiche, inconsapevole della sua sorte, o come creatura immersa nel suo naturale elemento.

- Ma non durò a lungo, poiché le sue vesti fatte pesanti dall'acqua, trascinarono la poverina dal suo melodioso canto al fango della morte.

 

 

Cantando Ofelia si lascia cadere nel vuoto.

 

9. Nella gabbia delle belve feroci

Musica circense allegra. Luci sulla pista. Tersite prepara la gabbia per le belve e dispone tre sgabelli. Agamennone in primo piano presenta il nuovo numero.

 

AGAMENNONE Signore e signori, nella gabbia angusta si fronteggeranno ora l'animale e l'uomo.

 

 

Tersite conduce in pista tre donne.

 

AGAMENNONE Ecco la leonessa della Lorena, meglio conosciuta come Giovanna, la Pulzella d’Orleans! (fa schioccare sprezzante la frusta e mentre la donna salta sullo sgabello, si rivolge alla seconda) Avanti, vieni avanti Turandot (al pubblico)Ammirate, ammirate la tigre della Cina, la crudele principessa di ghiaccio…

 

 

La terza donna interrompe Agamennone.

 

ANTIGONE Nessuna tua parola può piacermi né mai mi piacerà.

AGAMENNONE (facendo schioccare la frusta) Aspra la piccola Antigone, non ha saputo rassegnarsi alla sventura, la testarda pantera di Tebe.

 

 

Agamennone a colpi di frusta costringe le donne ad eseguire alcuni numeri. Mentre eseguono i numeri le donne incitate da Agamennone si presentano.

 

GIOVANNA Dicono tutti che sono matta, signori, prima di avermi sentito parlare.

Vengo dalla terra e lavorando la terra mi sono fatta forte. No, non mi sposerò mai, io sono un soldato, non voglio che si pensi a me come a una donna, non voglio vestirmi come una donna, non mi importa nulla delle cose che stanno a cuore alle donne; loro sognano di amanti, di denaro, io sogno di guidare un assalto e di piazzare grossi cannoni.

TURANDOT In questa reggia,

or son mille e mille anni,

un grido disperato risuonò.

E quel grido del fiore della mia stirpe

qui nell’anima mia si rifugiò!

Principessa Lo-u-Ling,

ava dolce e serena,

che regnavi nel tuo chiuso silenzio,

in gioia pura, e sfidasti

inflessibile e sicura

l’aspro dominio,

trascinata da un uomo,

via nella notte atroce,

dove si spense la tua fresca voce…

Principessa Lo-u-Ling,

tu rivivi in me.

ANTIGONE Non parlate vi prego del destino.

Lo conosco. Parlate

di chi mi uccide, innocente; a lui

collegate un destino! Non crediate

d’essere risparmiati, o infelici.

Altri cadaveri mutilati

vedrete a mucchi giacere insepolti

sull’insepolto. Voi che al tiranno la guerra

trascinaste per terre straniere, per quante

battaglie egli vinca sarete

inghiottiti dall’ultima. Voi, che invocaste

il bottino, non pieni vedrete tornare

i carri, ma vuoti.

TURANDOT O Principi che a lunghe carovane

da ogni parte del mondo

qui venite a tentar l'inutil sorte,

io vendico su voi quella purezza,

io vendico quel grido

e quella morte! No!

Mai nessun m'avrà!

L'orrore di chi l'uccise

vivo nel cuor mi sta! No!

Mai nessuno m'avrà!

AGAMENNONE Ed ora il meglio: la mia testa tra le fauci di una belva. Lo spettacolo non è nuovo, ma diverte sempre. Io oso spalancare le fauci alla belva, ma essa non osa azzannarmi. (Si accosta a Turandot e tenta di afferrarla per la testa).

TURANDOT (ad Agamennone che le si avvicina) Straniero non tentare la fortuna.

AGAMENNONE (Rivolgendosi questa volta Giovanna) Per quanto sia così bella e selvaggia e abbia un manto macchiato di tanti colori, questa ha rispetto della mia testa!

GIOVANNA Non sono una spaccona, sono una serva di Dio e la mia spada è sacra, il mio cuore trabocca coraggio e non rabbia: io sarò la condottiera e gli uomini mi seguiranno.

AGAMENNONE (assestando un colpo di frusta a Giovanna) Hai peccato con grande superbia: mangerai il pane e acqua fino alla fine dei tuoi giorni in reclusione perpetua.

GIOVANNA Io non temo il pane e l'acqua, quando mai ho chiesto di più? Non è fatica bere acqua se l'acqua è pulita. Il pane non ha dolore per me, né l 'acqua afflizione. Ma escludermi dalla luce del cielo e dalla vista dei prati e dei fiori; incatenarmi i piedi perché non possa mai più cavalcare tra i soldati e arrampicarmi su per le colline; farmi respirare le tenebre sporche ed umide; allontanarmi da tutto ciò che mi riconduce all'amore di Dio mentre la vostra empietà e follia mi hanno indotta nella tentazione di odiarlo, questo no. Posso fare a meno del mio cavallo di battaglia; posso trascinarmi qua e là con la gonnella; posso permettere agli stendardi, alle trombe, ai cavalieri e ai soldati di passarmi accanto e di lasciarmi indietro come lasciano le altre donne, posso accettare tutto questo se ancora mi è dato di udire il sibilo del vento tra gli alberi, le allodole alla luce del sole, e le cento volte benedette campane che mandano le voci dei miei angeli fino a me, sulle ali del vento. Senza queste cose io non posso vivere.

 

 

Agamennone cambia idea e si rivolge ora ad Antigone.

 

ANTIGONE Viventi, vi compiango

per quanto vedrete

quando il mio occhio sarà pieno di polvere.

Dite

a chi chiede di Antigone:

l’abbiamo vista fuggire nella tomba.

 

 

Antigone afferra la frusta e con gesto veloce se l’attorciglia intorno al collo e s’impicca.

 

10. L’ultimo duello

Colpo di gong. Riprende il duello tra Ettore e Achille.

 

ETTORE Mi hai mancato! Non è vero allora, Achille, che Zeus ti aveva rivelato la mia sorte; eppure è questo che andavi dicendo. Erano chiacchiere, volevi farmi paura perché dimenticassi la forza e il valore.

 

 

Il duello continua finché Ettore cade.

 

ACHILLE Ettore, quando hai spogliato Patroclo delle sue armi ti credevi al sicuro: Illuso! C’era un guerriero molto più forte, io, che ti ho ucciso: ora cani e uccelli ti faranno a pezzi.

 

 

Achille colpisce mortalmente Ettore. Entra un coro di donne con in testa Andromaca. Due donne cantano un lamento flamenco mentre le altre ricompongono il corpo di Ettore.

 

ANDROMACA Ahimè! Ho visto una mano crudele trafiggere il solo a cui si rivolgevano i miei sguardi. Il mio amore fu destato un tempo da Ettore; e con lui s'è chiuso nella tomba.

CORO Ettore, tu eri il più caro al mio cuore, da te non ho mai udito una parola cattiva, un’offesa.

ANDROMACA Ahimè! Ho visto morto mio padre e incendiate le mura di Troia. Ho visto troncare la vita di un'intera famiglia, ho visto il mio sposo coperto di sangue e trascinato nella polvere, e suo figlio, restato con me, serbato alle catene.

CORO Non furono pochi gli Achei che per mano di Ettore hanno morso coi denti la terra infinita. Non era tenero Ettore nella battaglia funesta.

ANDROMACA Ahimè! Debbo forse dimenticare Ettore, privato degli onori funebri, e trascinato ingloriosamente intorno alle nostre mura.

CORO Ettore tu muori giovane, tu che vegliavi sui giovani, sulle nobili spose.

ANDROMACA Ma mi resta un figlio. Saprete un giorno, fin dove giunge il nostro amore per un figlio; ma non saprete, per lo meno vi auguro di non saperlo mai, in qual turbamento ci getta tutto quel che lo tocca, quando questo figlio è tutto quello che ci resta di tanti beni sperati, e che si vuol togliercelo.

CORO Ettore, come potrò vivere dopo questa spaventosa sciagura. Ti amavano anche gli Dei quando eri vivo, tu che giorno e notte eri il mio orgoglio nella città.

ANDROMACA Ahimè! rammento: il giorno che il suo coraggio gli fece cercare Achille, o piuttosto la morte, chiese di suo figlio, e lo prese tra le braccia: "Cara sposa, mi disse tergendomi le lagrime, ignoro qual successo riserbi alle mie armi la sorte; ti lascio mio figlio in pegno della mia fede: se egli mi perde, desidero che mi ritrovi in te. Se t'è cara la memoria della nostra felicità coniugale, mostra al figlio a qual punto amavi suo padre".

 

 

Escono portando in processione il cadavere.

 

 

11. Circe e Medea, le maghe

Entra un gruppo di ancelle con ceri infuocati.

 

CORO ANCELLE Per vedere la maga figlia del gran sole,

spingendoti fuori da questi rifugi,

senza ostacolo verrai nel dominio di Circe,

che non è affatto racchiuso entro angusti confini.

Con vario ed armonioso canto si leveranno qua e là

i volatili del cielo

sulla soglia poi, e nello stesso ingresso dell'atrio,

il genere di bestie latranti che là se ne sta in ozio,

ti sarà molesto per il grande abbaiare,

e terribile per le fauci.

Se per questo non smarrirai il senno, e se neanche i cani si

infurieranno,

mentre ti addentri nei luoghi più celati,

ti verrà incontro il solare volatile, il gallo,

per condurti in presenza della figlia del sole.

 

 

Canto del gallo. Entra la maga Circe. Musica.

 

CIRCE Mi rivolgo a te, sole meridiano, per la potenza mirabile con la quale tu solo fai opere tanto numerose. Quale, ti chiedo, è la misura che fu imposta alle cose? Ecco che sotto una scorza umana sono celati animi ferini. Conviene forse che un' anima bestiale abiti un corpo di uomo come se questo fosse una dimora cieca e ingannevole? Dove sono le leggi che per diritto governano le cose? Non è forse la stessa madre natura che ci inganna? Se pochissimi animi di uomini sono stati plasmati, per quale motivo, ti chiedo, tanti corpi sono stati modellati in forma di uomini? O Sole, designa la tua Circe, perché possa lei stessa comandare agli spiriti che assistono e presiedono da vicino alla formazione di questi corpi. Ti scongiuro, strappando da ciascun individuo di specie bestiali le sembianze umane, fa sì che questi esseri si mostrino nelle loro figure esteriori e veritiere… Si allontanino, si allontanino i volti umani dalle bestie!

 

 

Si sente tutt’intorno un grugnire di porci e altri versi di animali selvaggi.

 

MERI ( guardando giù in platea) Mirabile a vedersi, Circe, mirabile a vedersi: di tanti uomini che prima potevamo vedere, solo tre o quattro sono rimasti tali. Tutti gli altri vedo che sono stati trasformati in animali di diverso genere.

CIRCE Di' piuttosto che solo adesso hanno reso visibili le forme che erano loro proprie. Sarà certo inevitabile che mi si accusi, Meri: gli uomini privi di senno chiameranno malvagia la benefica Circe.

MERI Sono scossa dal terrore, mia dea e regina, giacché adesso belve terribili a vedersi ci minacciano.

CIRCE Questi che adesso vedi nel loro aspetto di animali bruti e di bestie non sono per niente diversi da quelli che poco fa vedevi come uomini, se non perché ora soltanto hanno reso evidenti quelle unghie, quei denti, quegli aculei e quelle corna che prima celavano. Anzi, voglio che ti sia ben chiaro questo: poiché adesso sono privi di quell'organo che è efficacissimo nel ferire l'intimo stesso degli animi, sono divenuti tutti quanti assai meno nocivi e temibili.

MERI Quale organo è questo?

CIRCE La lingua.

 

 

Entra Agamennone sparando colpi di pistola: Circe e le ancelle escono.

 

AGAMENNONE Ed ora, la grande attrazione, l’animale più selvaggio che nessun uomo ha mai domato: Medea, la malefica figlia della Colchide…Certo trama qualcosa. La sua perfidia, le sue arti, chi non le conosce. Risparmierà qualcuno? Lascerà che qualcuno viva in pace? Eccola (appare Medea con due coltelli tra le mani). Viene verso di me. Che orgoglio, nel suo volto, e che minaccia! Servi, tenetela discosta, che non mi tocchi, non mi venga addosso. Che impari, una buona volta, a piegarsi agli ordini.

MEDEA Sono dolce con gli amici ma terribile coi nemici, io. La gloria è solo di coloro che si comportano senza incertezze. (Agamennone esce).

Aaah! Parlami, terra, fammi sentire la tua voce! Non ricordo più la tua voce! Parlami sole! Dov'è il punto dove posso ascoltare la vostra voce?

CORO Parlami, terra, parlami, sole. Forse vi state perdendo per non tornare più? Non sento più quello che dite!

MEDEA (conficca i pugnali sul terreno) Tu erba, parlami! Tu pietra, parlami! Dov'è il tuo senso, terra? Dove ti ritrovo? Dov'è il legame che ti legava al sole ?

CORO Tocco la terra coi piedi e non la riconosco! Guardo il sole con gli occhi, e non lo riconosco!

MEDEA Ora, ora dovete venire, dee vendicatrici dei delitti, Furie: la morte, date la morte alla nuova sposa di Giasone, al suocero, a tutta la famiglia regale, ma a me date qualcosa di peggio, che io possa augurarlo al mio sposo. Che viva, lui, e corra per città sconosciute, esule, privo di tutto e colmo di terrore, odiato e senza asilo. E rimpianga me come sposa, e batta a porte straniere come un ospite troppo conosciuto. Anima mia, se ancora sei viva, se ti rimane un po' della tua forza di un tempo, cercala tra le viscere la via della vendetta. Scaccia le paure di donna, e ritrovalo, nel tuo cuore, il Caucaso selvaggio. Atroci, orrendi, mai sentiti sono i delitti che agitano la mia mente, da far tremare il cielo e la terra. La mia collera deve salire più in alto. Più atroci sono i delitti che mi spettano, ora che ho partorito…( s’inginocchia e guarda esitante i coltelli).

CORO …Perché esiti, Medea? Il tuo impulso è bello, seguilo. Giasone, tu l'ami ancora, pazza, se ti basta che resti vedovo. Trova per lui, un castigo che mai nessuno abbia sentito. Non ci sia nulla di sacro, per te, non più ombra di ritegno. Discendi nel cuore dell'ira, svegliati dal torpore, Medea, fa che sgorghino dal fondo del tuo petto i tuoi impulsi di un tempo. Tutto ciò che hai compiuto sinora, sia chiamato pietà.

MEDEA ( stacca con violenza i coltelli e li brandisce minacciosa) Che poteva l'ira di una fanciulla? Ora io sono Medea. Il mio ingegno è cresciuto col male. É stato splendido, sì, recidere la testa a mio fratello, e squartarne le membra, splendido strapparti, padre mio, l'arcano vello d'oro, splendido armare voi, figlie di Pelia, perché uccideste quel vecchio. Furore, cercati del cibo. Figli che foste miei, pagherete voi per la colpa di vostro padre.

CORO L'orrore si insinua nel mio petto, un gelido torpore mi paralizza le membra, ed il mio cuore trema. L'ira mi ha abbandonato. La madre, scacciata la sposa, non è più che madre.

MEDEA (fa volteggiare i coltelli nell’aria e poi li lascia cadere) Versare io il sangue dei miei figli? Il sangue del mio sangue? O pazzo furore! Via da me questo delitto, via quest'infamia, anche il pensiero, via! Per quale delitto pagheranno, loro? Il delitto è Giasone, il padre, e delitto peggiore è Medea, la madre.

CORO Muoiano, non sono miei.

MEDEA Muoiano, sono miei. Non hanno colpa, loro, lo confesso. Sono innocenti. CORO Anche tuo fratello era innocente. (Raccogliendo i coltelli)

MEDEA Perché esiti, anima mia? Queste lacrime, perché mi bagnano il volto?

CORO Di qua l'odio, di là l'amore… (Porgendo i coltelli a Medea).

MEDEA …mi strappano, mi dividono, perché? Opposte correnti mi rapiscono, nella mia incertezza. Rabbiosi venti si fanno guerra spietata, flutto si scatena contro flutto, il mare ribolle e non ha sbocco: è così, proprio così, che il mio cuore è sconvolto.

CORO L'ira dà il bando alla pietà, la pietà all'ira. Rancore, cedi alla pietà.

MEDEA Venite qui, cari bambini miei, sola dolcezza della mia famiglia distrutta, venite qui e stringetevi a me.

CORO T'incalza l'esilio, la fuga. In un attimo, tra lacrime e grida, li strapperanno dal tuo seno di proscritta...

MEDEA (afferrando decisa i coltelli e serbandoli al petto) Ecco, il rancore si fa grande, l'odio si accende. Ti seguo, ira, dove mi conduci. Muoiano dunque per il padre, poiché per la madre sono morti.

 

 

Escono come furie.

 

12. L’amazzone, tiratrice con l’arco

Entra Agamennone, s’aggira agitato.

 

AGAMENNONE Dov’è? Dove è finita?

 

 

Dal lato opposto entra Tersite.

 

TERSITE S’è liberata e se l’è data a gambe.

AGAMENNONE (al pubblico) Gentile pubblico, sono rammaricato, Pentesilea, l’amazzone invasata, è fuggita dalla gabbia, attenzione, è assai pericolosa.

TERSITE M’ha rubato pure il mio arco e le frecce, che il suo l’avevamo sequestrato.

 

Entra di corsa delirante Pentesilea. La seguono altre donne. Musica e danza delle Amazzoni.

 

PENTESILEA Fanciulle, su, alla guerra! A me la preda più folgoreggiante! Mi dovete concedere, o celesti, il piacere di stendere ai miei piedi, sconfitto nella polvere, il guerriero tanto bramato. - Prendi il comando delle truppe, Asteria! Impegna quelle dei Greci e bada che la violenza del combattimento non si attenui. Nessuna, chiunque sia, colpisca il Pelide Achille! Io sola, io sola so come si abbatte il figlio della dea. Questo ferro, compagne, nel più dolce degli abbracci lo attirerà sul mio seno senza dolore. Fiori primaverili, sollevatevi, ché quando cade non abbia a ferirsi. Rinuncerei più facilmente al sangue del mio cuore che al suo. Non avrò pace finché dall'aria come un uccello variopinto non l'avrò fatto precipitare davanti a me.

 

 

Dal lato opposto entra Achille, il gladiatore.

 

PENTESILEA Il Pelide!... Sentiamo: fosti tu colui che sotto le mura di Troia abbatté Ettore, il più grande dei figli di Priamo? Tu, veramente, con codeste mani gli trafiggesti i piedi e, rovesciato, lo trascinasti col tuo cocchio intorno alla città natale?... Di'!

ACHILLE Sono io.

PENTESILEA (dopo averlo fissato, alle altre donne) Dice di essere lui.

PROTOE (una delle altre donne) Lo è. Lo dicono i suoi fregi. È la corazza, vedi, che sua madre, Teti divina, carpì con le lusinghe al dio del fuoco Efesto.

PENTESILEA Ebbene, questo bacio, indomito guerriero, ti fa mio. A me, a me, giovane dio di guerra, tu mi appartieni.

 

 

Si scaglia contro Achille che fugge via, inseguendolo Pentesilea esce con le altre donne.

 

AGAMENNONE Oh che disastro, è pazza! È entrata nella parte e non ne esce più. Filottete, inseguila, riportala in gabbia.

 

 

Tersite, sempre claudicante esce. Agamennone fa’ gesti di disperazione e di prostrazione davanti al pubblico. Rientrano le donne.

 

MEROE (al pubblico) Lo sapete, ella muoveva incontro al Pelide, il giovane che amava, affrettando, nello sconvolgimento dei suoi giovani sensi, con gli orrori della battaglia, il desiderio ardente di possederlo.

PROTOE Tra l'ululare dei cani, tra elefanti, giunse con l'arco in pugno.

ASTERIA Meno selvaggia e atroce è la Guerra che si scatena tra concittadini, fantasma sanguinante, orribile, a gran passi, seminando lo spavento e agitando la sua torcia di fuoco sopra floride città.

MEROE Achille, il quale, - giovane folle! - l'ha sfidata in campo soltanto per soccombere di sua voglia; perché anche lui l'amava, le viene incontro, pieno di soavi presentimenti, e alle sue spalle lascia i fidi amici. Ma ora, vedendo la minaccia truce piombargli addosso - a lui che solo per finta, ingenuo, s'era armato d'una lancia, - stupisce, volge il collo snello, e ascolta, corre atterrito, ferma il piede, e si rimette in corsa: come il capriolo che in mezzo ai dirupi ode il ruggito del leone irato.

ASTERIA - Ulisse! - chiama con voce strozzata, e vuole rifugiarsi tra gli amici; ma ecco, un manipolo gli sbarra il passo, egli alza le mani al cielo, poi s'appiatta, si nasconde - infelice! - tra la nera ramaglia d'un abete.

PROTOE Intanto s'è avanzata la regina, seguita dai mastini, esplorando dall'alto boschi e alture, come fosse a caccia, e nel momento in cui, spartendo i rami, egli sta per abbracciarle le ginocchia…

MEROE - Ecco, le corna hanno tradito il cervo! - esclama lei e, con la forza dei dementi, tende l'arco finché si baciano gli estremi, e mira, e scocca, e con il dardo gli attraversa il collo. Egli cade, ed un urlo di vittoria s'alza selvaggio dalla calca intorno.

PROTOE Ma ancora è vivo, quello sventurato, e con la lunga freccia che gli ha trapassato il capo, si alza rantolando, ricade, si solleva ancora e fugge.

ASTERIA Ma lei già grida: - Agguantalo, Melampo! Afferralo, Tigri! Qua, Leena, Dirce! Dalli, Ircaone! Dalli Sfinge! - e piomba - piomba con tutta la canea, o Diana! addosso a lui, l'afferra per il cimiero, come una cagna in mezzo al branco, e questo addenta il petto, quello il collo, e lo atterra facendo rimbombare il suolo intorno.

MEROE Lui, voltolandosi nel proprio sangue purpureo, tocca il dolce viso e dice: - Pentesilea, mia sposa, che mi fai? Sarebbe questa la festa delle rose che tu mi promettesti?

ASTERIA Ma colei, toltagli la corazza, affonda il dente in quel suo petto bianco, a gara con la muta, a destra Tigri e Sfinge, ella a sinistra.

PROTOE Quando arrivai, da bocca e mani le sgocciolava sangue.

 

 

Escono, Agamennone le guarda uscire. Guarda il pubblico, è imbarazzato, cerca un modo per rimediare all’incidente…

 

 

13. Gran finale

 

AGAMENNONE Nobili signori e gaie signore, avete visto l’animale bello e selvaggio, l’animale autentico, avete visto la tigre sbranare come suo costume ciò che le capita al momento sul cammino. La spassosa scimmietta civettare con le proprie nudità… avete visto persino un cammello (ride e spara un colpo di pistola). La belva s’aggira intorno fremendo, ma io rimango freddo. L’uomo rimane freddo! Per salutare ossequiosamente le vostre signorie.

 

 

Musica circense. Agamennone s’inchina per salutare il pubblico, alle sue spalle appaiono due amazzoni, lo afferrano e lo immobilizzano, entra Circe, s’avvicina ad Agamennone e lo trasforma in porco. Agamennone grugnisce, Pentesilea con altre amazzoni irrompe in pista e con l’arco teso dà la caccia ad Agamennone che fugge via. La musica cambia. Le luci si attenuano… entra Andromaca, seguita dal coro: una pioggia di petali floreali cade dall’alto

 

ANDROMACA Io dormivo ma il cuore udiva

La voce del mio amico che bussava

VOCE DI ETTORE (apparendo in lontananza nella sua splendente uniforme)Aprimi sorella mia

Amica mia colomba mia perfetta mia

CORO La rugiada ha coperto la mia testa

La notte ha inumidito i miei capelli

Già mi sono svestita mi rivesto?

Mi sono lavati i piedi torno a sporcarli?

ANDROMACA L'Amato mio toglieva

Dal buco la sua mano

E le mie cavità muggivano

Per lui

ECUBA Per aprire al mio amico io mi alzavo

Al suo richiamo la mia anima usciva

TURANDOT E la mia mano mirra colava

Dalle mie dita la mirra fluiva

Sul chiavistello che impugnavo

GIOVANNA Apro all'Amato mio

L'Amato mio era sparito

 

L’immagine di Ettore scompare.

MEDEA Lo cerco e non lo trovo

ANTIGONE Lo chiamo e non mi risponde

ECUBA Le guardie in ronda per la città

Trovandomi m'hanno battuta mi hanno ferita

ANDROMACA Del mio velo mi hanno spogliata

Le guardie delle mura

CORO O figlie di Ierusalèm io vi scongiuro

Se incontrate il mio Amato

Che cosa gli direte?

LULU’ Che io muoio d'amore

CORO Che cos'avrà il tuo Amato

Più di ogni altro amante

O tra le donne la più bella?

Che cos'avrà il tuo Amato

Più di ogni altro amante

Perché tu così ci scongiuri?

 

Riappare in lontananza l’immagine di Ettore.

ELENA Bianco e rosso è l'Amato mio

Uno stendardo su moltitudini

La sua testa è oro puro

OFELIA Un mare d'onde come corvi neri

I suoi capelli

TURANDOT Come colombe nei corsi d'acqua

I suoi occhi si bagnano nel latte

Abitano nell'opulenza

CIRCE Le sue guance sono aiuole di balsamo

Giardini pensili profumati

ANTIGONE Rose molli di resinosa

Mirra le labbra sue

MEDEA Lamine d'oro incrostate di brillanti

Le sue mani

GIOVANNA Un avorio splendente

Tempestato di zaffiri è il suo ventre

CASSANDRA Colonne di marmo bianco le sue gambe

Su basi di oro puro

CORO Appare come il Libano

Sublime come i cedri

ANDROMACA La sua bocca è tutta dolcezze

ECUBA Il suo essere è gioia senza fine

 

L’immagine di Ettore scompare.

CORO

O figlie di Ierusalèm così è il mio Amato

Così è l'Amico mio.

 

La musica cresce di volume, mentre il sipario si chiude.

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Baudelaire

Les fleurs du mal

(1857)

L'ALBATROS

                Souvent, pour s'amuser, les hommes d'équipage 
                Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
                Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
                Le navire glissant sur les gouffres amers.

                À peine les ont-ils déposés sur les planches, 
                Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
                Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
                Comme des avirons traîner à côté d'eux.

                Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!       
                Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid!
                L'un agace son bec avec un brûle-gueule,
                L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait!

                Le Poète est semblable au prince des nuées  
                Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
                Exilé sur le sol au milieu des huées,
                Ses ailes de géant l'empêchent de marcher.
Première strophe :

Les acteurs sont marqués par le nombre pluriel : les hommes d'équipage s'opposent aux albatros, dans le drame qui est celui de la capture. L'espace aérien des oiseaux laisse rapidement la place à l'espace maritime du navire. Le temps de la fiction est un présent répétitif. Pour les hommes d'équipage, il y a un investissement euphorique, dans l'amusement et la prise; pour les albatros, l'investissement est plutôt aphorique, dans l'accompagnement et l'indolence; la dysphorie apparaît à la fin du quatrième vers, dans la négation des mers par les gouffres amers.

Deuxième strophe :

Le nombre pluriel des acteurs se maintient, mais il y a pronominalisation des hommes d'équipage, dans le drame de la captivité des albatros. L'espace aérien des rois de l'azur est vite remplacé par le même espace marin, qui devient lui-même aquatique, voire subaquatique, par les ailes blanches qui traînent comme des avirons. L'usage d'un verbe au passé composé comme temps de la narration au début de la strophe transforme le présent en un temps de la fiction plutôt ponctuel. L'investissement y est nettement dysphorique, dans la maladresse et la honte des albatros et dans la pitié qu'ils inspirent.

Troisième strophe :

Il y a singularisation de l'albatros et des acteurs qui s'y opposent toujours : "L'un" et "L'autre". L'espace, encore marin, se caractérise maintenant et de plus en plus par la descente, par le boitement de "l'infirme". Le présent prend définitivement le dessus sur le passé de la beauté et du vol. Pour les deux acteurs anthropomorphes, l'investissement est encore euphorique, dans les actions d'agacer et de mimer; pour l'acteur zoomorphe, de "compagnon[s] de voyage" devenu "voyageur ailé", l'investissement est absolument dysphorique, dans la gaucherie, la veulerie, le comique, la laideur et l'infirmité.

Quatrième strophe :

Le titre révèle maintenant sa double isotopie : l'albatros n'est pas seulement un oiseau, car le Poète lui est semblable. L'espace céleste du prince des nuées n'épargne pas le poète de l'espace terrestre des huées : sur le sol, avec ses ailes de géant, il ne peut marcher; l'immobilité du drame de l'exil a remplacé la mobilité du vol, en passant par une mobilité de handicapé. Lorsqu'il y a zoomorphisation du poète, l'investissement est euphorique (dans les deux premiers vers de la strophe); lorsqu'il y a anthropomorphisation de l'albatros, l'investissement est finalement dysphorique, dans un présent intemporel ou atemporel, éternel : l'univers gigantesque ou princier et individuel du Poète-albatros, univers céleste des Divins, n'est pas l'univers moyen ou médiocre et collectif du monde des hommes, univers terrestre des Mortels...

En résumé, nous considérons que, selon le drame, selon l'espace et selon l'investissement, le poème peut être segmenté en trois séquences :
I : première strophe,
II : deuxième et troisième strophes,
III : quatrième strophe.

C'est ainsi qu'il y a inversion des contenus, «transvaluation des valeurs» ou transformation des acteurs, par la singularisation de l'albatros et par la singularité du poète.

fot2concerto.jpg (28545 bytes)Concerto PoesiaMusica Arnaut Daniel

Piazza Duomo Spoleto 2002

Carmelo Bene
Abbiamo ricevuto il seguente ricordo di Carmelo Bene che sottoponiamo al vaglio dei nostri lettori. Per prima cosa, ci pare impaggio fondamentale della nostra cultura scomparso recentemente; in secondo luogo ci pare interessante partire da questo approfondito scritto per discutere delle forme di dialogo critico con opere ed artisti. L'estensore del pezzo usa il linguaggio di Bene, lo avvicina attraverso i suoi luoghi elettivi, si "bagna" nella sua poetica, esemplificando in qualche maniera l'abitabilità e la praticabilità di una "voce" testimoniata con la vita e ancora vitale dopo la morte (eredità di un modo d'essere).
L'approccio che Orfeo è invece quello della traduzione, della connessione; l'altro (l'artista) ha già parlato, ha già detto abbastanza, a parole, a suoni. Per arricchire il senso di una esperienza (quella del rapporto con le opere) crediamo fondamentale trasporle, irradiarle verso altri livelli, metterle in comunicazione con altre forme culturali. Ci occupiamo spesso di musiche lasciate al soliloquio, che devono ritrovare il loro anello di pertinenza, la loro presa sul reale, il loro cogente interloquire. Tradurre affinché si possa tacciare almeno di sordità chi certi cammini, come quelli straordinari di Bene, li ha cassati a priori a partire dal loro parlare inopinatamente una lingua straniera. Ecco allora che forse proprio questo articolo e il "caso Bene" possono portare a una discussione che affidiamo nel caso ai nostri lettori.

Carmelo Bene: del musicale

"Tutto il teatro comincia nell’addio".

Nel sorriso del tragico travestito in musica. Perché c’è solo la musica. Questo è l’assunto che ci lascia Carmelo Bene - eredità fin da ora non capitalizzabile, monumento senza effigie, sarcofago senza spoglia, epicedio senza voce -. Sembra poco e anzi: lo è.

Non c’è teatro se non nell’addio. Non c’è musica se non nell’addio, come chiosava amaro Adorno pensando a Berg... Insomma allora addio al teatro, addio alla musica. Addio a Carmelo Bene... da che ogni scena è scena funebre, culla simulacrale in pozza blu della rappresentazione che non c’è, non c’è mai stata.

Carmelo Bene è morto. Vale per dire che non bisogna per forza defungere per meritarsi un funerale... sembra di sentirlo intonare: "LA MORT (leggi la mor = l’amor alla francese)... Ma la morte è la vita, anzi prenatale, quando noi s’è feto noi siam già fetenti, nel senso che noi abbiamo già questo olezzo di morte, e questa nascita non è una vera nascita; è già la morte che è incominciata... La vita è un coma, nevvero? Un coma che inizia nelle acque maternali e poi s’arriva alla morte della morte. Perché è la morte che muore, noi non si muore, noi non si muore più... La morte non esiste, è impensabile, non si pone; è chiaro che ci sono delle agonie, ma tutta la vita è un’agonia e poi con tutte le malattie dolorose, questi fastidi che sono appunto fastidiosi. La morte è lei che muore. Come sincera Lorca al torero morto ‘Tu es muerto para siempre’, cioè per sempre è importante. Non quest’anticamera della morte. ‘Che muoia la morte’, così urla il Tamerlano, il great, lo zoppo, il Timur della superba pièce di Christopher Marlowe... "

Ecco dunque che la musica morente è dapprima il parlare di musica oggi, anzi il ‘parlare’. Oggi come ieri, dopo la scomparsa di Carmelo Bene, parlare è orrendamente difficile. È impossibile sproloquiare del modo di un’arte che è puro radicale alieno, in colloquio coi millennî e con le forme; non con i siparietti delle circostanze maldestre e ossequiose della nostra piccola parrocchia culturale, fogna mestierante di burocrati, di direttori artistici, di organizzatori-banchieri, in che si bagna la fronte d’un’estrema unzione ogni teatro e ogni musica praticabile.

Carmelo non era un musicista a rigore, non era neanche un attore e non era un artista. Non era e basta. Per chi è consapevole della invisibile parodia, celata in filigrana dietro il rito antropologico di una vita, di un’idea di teatro, di una mossa azzardata di pensiero a spossessare il divenire delle mode, degli ‘ismi’, per incastonarsi in una segreta calotta di segni che dialogano tra di loro. Una comunità silente di affinità elettive, sempre più lontana e a latere, comunità dell’ascolto di chi ‘non c’è’, di chi ‘è altrove’, pacificato in conversari intimi.

Chi conosce questi guasti dell’attenzione discorre con un linguaggio perfettamente normale eppure assolutamente incomprensibile, nella ‘lingua straniera di casa’ di Proust, in un dialogo privato in mezzo alla piazza principale.

Parlare di musica oggi è questo ‘sussurrarsi all’orecchio’ dell’Epitteto in mezzo al querulo cicalare altissimo della piazza mercantile. Dire di Carmelo Bene è ormai come dire di Shakespeare o di Debussy o di Bacon: un sibilìo nel vacuo, un appello che si perde e scema. Dire di Carmelo Bene in morte come in vita è un tacer-si, un porgersi le parole monche e troncate, nella pena e nella gioia di un’estinzione dal discorso che non ha luogo e non ha tempo.

La musica e il teatro finiscono. Questo è un fatto. Nelle fauci di mercati assiepati ad ogni angolo di quotidiano e di ottundimenti perenni, non c’è più posto per l’arte e men che meno per i ‘capolavori’. E oggi questa fine si è accelerata di molto. È un fatto. Come peraltro è accademia, almeno dai greci in poi, che l’arte sia "... il resto di che mai fu, sia essa prosa, musica, immagine, architettura che nella sua consistenza ingombrante strazia l'aria, siccome svenuta sui gradini di una chiesa magari del Borromini..."

In ogni caso il corteo di un ‘s’ignora’ ha steso il suo sudario su ciò che è ‘imparlabile’. Compresi i coccodrilli e le rivendicazioni, gli sdoganamenti e i fasti storico-filologici pronti a scatenarsi nel processo di beatificazione al calendario dei santini nazionali, a cui si assisterà ben presto, come è facile vaticinare. Si dirà d’altro, dunque, facendo finta che Carmelo Bene sia stato a questo mondo e che abbia fatto musica, tra le altre cose, cioè che si sia ‘distratto’ fra due colpi di dadi, sempre in un entre-deux dove si confessa il nostro scambiarci consolazioni, dando per scontata ogni equivocità e per acquisita l’impopolarità e l’inattualità della musica, così come dell’arte.

Al minimo potrebbe assomigliare a uno spostamento, a un’avventura, questa pretesa di ‘dire’ e di ‘spendere’ il nostro conforto, un po’ come l’Alessandro carmelobeniano, intento a "... misurare il suo precoce sapere sull’ironia geografica del viaggio stesso".

Ecco... si va a dissennare: Bene da Otranto aveva una voce musicale. E questo dovrebbe autorizzare a blaterare di lui, qui e adesso. Una voce è una voce e nient’altro. Proprio così. Uno strumento capace di ‘divertirsi’ (da etimologia: uscir di traiettoria, di sé, di senno) in armonia, modalità e intervalli, esattamente come un’orchestra.

Voce è poesia. "... delirio, suono, risuonare del dire oltre il concetto, è intervallo musicale d’altezza in che si dice la delusione di quell’altro intervallo (distanza) tra il pensiero e il suo riporto sulla pagina".

E tra la gigantesca mole del suono tecnologico, bivaccante nelle radure dei vuoti, quella voce si andava da sempre sbriciolando dietro la mareggiata dello spettacolo, come solo un’altra voce è stata forse capace di fare nel secolo, addensata dello stesso dolore ‘antico’: il canto scuro della Callas. Quella voce ha attraversato la musica e la storia e vi si è infranta, come l’Adelchi che trova sui fondali dell’Opera romantica il cimitero della storia e del poema epico, sgusciato in costumi di tragedia. Questo e non altro è il divenire teatrico di quelle anime che, intransigenti, dialogano con la grandezza nel ‘cantar l’ascolto’, appartenendo già ai gesti impossibili di questa vita, in cui non c’è mai un’azione che possa realizzare il suo scopo, se non si smarrisce nell’atto. La voce si sporge così fuori dal teatro, dalla musica, dalla scrittura, fino alla poetica dell’ascolto - vera rivoluzione filosofica -, in una zona dove non ‘si dice’ ma ‘si è detti’.

In effetti non si può suonare musica, si può solamente stare in ascolto: "Intendo il teatro come il luogo dell’esser ‘detto’ nel piano dell’ascolto. Così come la scena è il luogo del ‘levar di scena’ e la platea il luogo dell’esser ‘spiato’".

Se la finzione è fin dall’inizio un chiudere la partita con il sé, con l’io e l’identità, in che stride la ‘ripetizione dello spettacolo’, la phoné assiepa intorno alla sua stessa risonanza la poca arte possibile, intermittente e ‘insignificante’ in una differenza. Insomma il ‘teatro e il suo doppio’ artaudiano sono appena il punto di partenza da dove la parola soffiata del lògos greco tesse la sua trappola: ma la phoné funge da risvolto all’enfasi anfitrionica dell’essere, istoriata nel linguaggio. Anticipando la presenza ontologica in un ritardo... Prima di iniziare a parlare c’è già un soffio che interdice la voce delegittimandola. Un pronome del suono... Un impensabile al centro del pensiero.

Si sperimenti dunque l’aldilà dell’avanguardia, l’aldilà di Artaud, la post-crudeltà per depensare la fêlure centrale, approdando alle variationen dei taglî di lingua, a ‘parlare’ i gesti e gli oggetti, abitando i suoni e lo spazio: "A tremila anni di distanza ripropongo a teatro il prodigio della phoné. E alle soglie del duemila sperimento l’assolutamente moderno e quindi l’assolutamente antico e quindi inedito: il teatro greco amplificato in maschere e coturni". Quel moderno teatro-lampadario di Baudelaire, inficiato in mascheroni giganteschi, oltre la filastrocca del causa-effetto storico-cadaverica.

Che poi i flirts, la pochade, la prostituzione dell’arte e del miracolo siano all’ordine del giorno è faccenda comune per chi ha a che fare con la teologia. Gli sberleffi e il dandysmo non hanno niente di sregolato, sono il minimo lusso che si può concedere al santo stilita ficcato a capofitto dentro la materia, dentro la religione ritmica. Una facezia di eccentricità che mura in un ritiro chi sa di ‘dover mancare per esser-ci’.

Esteta è lo straniero, sdilinquito in un deserto di boccascena, in un Idéal baudelariano, accompagnato dall’Angelo di Rilke o dall’azur mallarmeano o dalla testa di Medusa di Celan, sopportando se stesso umano (troppo umano) solo se oggettivato. Un capolavoro non sa che farsene dell’arte, dunque non può che ‘attuare’ un costume raro. Sapendo che il suo atto come vera ricerca incontrerà l’effimero, cioè lo scacco, il fallimento, sempre. - Se è così perverso è così puro - e tenta la bellezza in ciò che è oltre.

... così: scialo del teatro, della musica a teatro, del teatro in musica, della musica teatrale... sovrimpressione, dissolvenza, mutamento, divenire delle forme che - in ogni caso - non è storico.

Ecco dunque di seguito e senza soluzione lo squartamento del linguaggio e del senso nella di-riscrittura scenica, la disarticolazione del discorso succubo del significante, il togliere di scena, l’infinità dei doppî, la sartoria e scenotecnica-linguaggio, il rinnovamento del poema sinfonico, la lettura attoriale come non-ricordo del morto pre-scritto, il superamento di Artaud, la sospensione del tragico, il cinema come immagine acustica, la strumentazione fonica amplificata, la macchina attoriale...

Punteggiare, strappare la ‘carta’ del teatro con la carne, con la ginnastica, con il sacrificio, con una catottrica di geroglifici corporei, musicali e coreografici, in una macerazione cilicea (la stessa di Huysmans, di Sade alla Bastiglia, di Goya alla quinta del sordo...) loyoliana, quasi militare, laddove Artaud si era fermato. La lettura-scrittura di scena si dilata ad ogni prassi di parola e di vita... Così la strumentazione fonica amplificata di Carmelo Bene si arricchisce nel tempo di varie tappe, in un programma puntuale, serissimo e laboriosissimo: si passa dalla ‘verticalità del verso’ delle letture dantesche, leopardiane, campaniane, agli ‘accenti interni del poema’ in Majakovskij, nel Manfred e nell’Egmont sinfonici, al ‘canto fermo’ (firmus) del gregoriano e del lied, al parlato d’opera, all’intenzione musicale, alla dinamica e alle s-modulazioni di frequenza, all’ampiezza del ventaglio timbrico delle suite amletiche, dell’Otello, alle variazioni tonali del S.A.D.E., al puppen-staccato del Pinocchio, all’emissione (petto-maschera-testa-palato-denti-nuca; e non solo naso, come tutti ingiuriano), "sempre ‘stretta’ nel diagramma monotòno della fascia armonica e del basso continuo mai disinserito", tale da far nevicare in grumi esplosivi l’alone del suono, del Macbeth... La macchina attoriale è la voce che attraverso la strumentazione fonica amplificata ‘si atomizza nella risonanza (‘voce-ascolto’). E la risonanza arriva sempre prima del suono (‘voce udita’): la voce non è il dire, è l’ascolto stesso... un fiato in ispirazione o un fiato trattenuto, un tratteggio vocalico a scriteriare la frastica del logos.

L’infortunio sintattico è perentoriamente completo, nelle spire di una melologia ben oltre lo sprechgesang o lo sprechstimme.

La musica è per Carmelo come un’anestesia, un torpore che spalanca la sensazione, la narcosi di un pharmakon platonico, che separa finalmente dal senso. Musica sono d’un tratto le ‘guerre’ foniche, filanti, del Tamerlano di Marlowe, dove le frasi sono "... fatte a pezzi, sanguinanti fonemi, deliranti agonie a squarciagola". Nel bagliore corrusco, nelle ‘fotografie astrali’ del blank verse anglosassone, con il suo claudicare giambico, al di qua della metafora stessa. L’arsi e la tesi boicottano infatti il senso dello scritto e digrignano il versante dell’ascolto come retorica del dire e della rappresentazione:... Artaud, Nono, Hölderlin... Oppure ne Il Rosa e il nero da Lewis, evocato dalle partiture di silenzî di Bussotti (eterne le liti e le condivisioni tra Sylvano e Carmelo), in cui la messinscena avvampa d’usura barocca: "Teatralmente è musica, testualmente è tradimento fedele, di ‘orientale’ è la Cina esculsa". O ancora nell’elettronica salivata, intercettata sui denti, sulle cavità di palatali o di labiali, ruttata, borborigmata dell’afasia del Macbeth.

Deleuze dirà di questa voce, di questa musica di scena: "È già sprigionare dei divenire contro la storia, delle vite contro la cultura, dei pensieri contro la dottrina, delle grazie e delle disgrazie contro il dogma".

Distrazione, miraggî, strazî solitarî ripopolati di fantasmi... Carmelo si perde nello scrupolo assoluto, algido, terribile, della scrittura di scena. Suffragato dalla non-volontà di Schopenhauer, da un auto-digerimento di Nietzsche, una volta licenziato tutto il teatro della ‘cornice’, della ’quadratura’ borghese, una volta toltasi perfino la maschera per mostrare un masque ben più sacrale e incontemplabile: la faccia stessa. La Moira dello specchio, oltre il principium individuationis, oltre il velo di Mâya.

L’attore è busto e nient’altro. Fregoliana è la sua goffaggine, l’inciampo, la botola tra regine-soubrette, tra bambine assassine carrolliane, tra Pentesilee cinte di bustier acustici o Salomé mulatte ma selenitiche, tra i palchi ammonticchiati di fiori, tra guscî ossei percussivi, tra maglie di ferro e discariche di storia dell’arte. L’attore è monitor, visiera.

Rotaie acustiche incidono il palinsesto del racconto e lo disseminano in croste musive; la voce è la visiera dell’elmo achillico, il visus segnato dalla mancanza, come l’ingiuria inascoltabile dell’umano - si può esser solo mostri guerrieri o burattini di legno, tronchi neuro-vegetativi, anime-come-fil-di-ferro -. Si può solo essere contro il regista come contro il direttore d’orchestra, nûs anassagoriani che guidano la storia occidentale ontologica in vece di chierici-reggitori, per la messa (in scena) del solito "presepe nostrano" o della solita sincronia-partitura didascalico-dialettica.

... Abissi, regie incenerite del suono, intervalli scavati, rubati, sordine ammutolite, scale e volatine furiose, glissati... saranno questi gli effetti ottici della phoné nei décor del Pinocchio, di Otello, dell’Achille, di Mercuzio, di Gloucester, di Amleto, svariando dai substrati favolistici ai Globe elisabettiani, fino alle mascherine da intermezzo settecentesco... o nelle inquadrature cinematografiche del Don Giovanni (circa 4000) o della Salomé (4500). Una specie di privilegio della dannazione, nei panni byroniani a palazzo Moncenigo: esser cioè minati dalla grazia del vaniloquio... Anche il cinema come la musica di Bene è un’appendice di trapianti, di traslochi metonimici. L’immagine si fa ascolto e l’ascolto immagine. Con il cinema ci si trova di fronte alla ‘macchina attoriale’ in movimento. Visivi sono i silenzî musicali della voce, e basta.

Corpo, cinepresa e montaggio non sono che strumenti del ritmo, della musicalità dell’immagine. Al pari di Ejzenstejn che usava gli obiettivi come strumenti in un’orchestrazione.

Il suono bofonchia ovunque vuoti e cesure, bautte musiche dell’altro parlante lungo la sospensione del tragico che è il depensamento... Anche della musica, anche del cinema, anche del teatro... Se si raccatta qualcosa è dagli spasmi minerali, dai detriti di tableaux vivants di Tiziano, dai nudi botticelliani delle attrici, di Lydia; in fondo alla spazzatura di citazioni ‘basse’, fescenniniche che depurano dalla contaminazione, dal mélange des genres, anziché aggiungere.

... venuti al mondo orfani dall’aver affrontato l’altro artaudiano, che ruba l’io e ci espropria: "Mi fu privata anche la voce, la mia bella voce calda forgiata nel tempo... mi era appena concesso in odio all’amplificazione di gridare o di restar muto in ascolto, in attesa di niente", si può permettersi l’economia dello spreco di Bataille, l’illusionismo musicale in fate morgane e ‘pose’ di tenore fuori registro. È il Pinocchio stritolato in una "distrazione a due voci tra scena e quinta", il Lorenzaccio demussetiano (dove i piani dell’ascolto si impalmano come in un ricercare a tre voci), primo avvento delle morbose intuizioni del fuori-tempo, dell’aiòn, il ‘tempo’ fuori tempo degli Stoici, il tempo che non lascia eredità o discendenza, che eccede ogni cronologia, ogni testo, ogni cronica nell’anacronismo.

Tempo dell’oblio, del confondere le tracce. Che accoglie il divenire di Deleuze come variazione, come differenza. Come l’aiòn di Giacinto Scelsi. Come il soqquadro di certi cluster materici... Precedenza o tardività che eccede, che non appartiene alla cronologia ma al rifiuto dell’originale, alla musica barbarica dei tirsi bacchici. Ma il dionisiaco e l’orgiastico in realtà finiscono subito di bullare una geburt der tragödie aus dem geist der musik, qui frastagliata in manieri-sagoma barocchi, in baccanali-sabba da camera. "Il nostro Ejzenstejn da camera", battezzerà Cosulich a proposito del corto Hermitage... Il suono è appena l’intimo trucco di un’arte magica, lo ‘spavento’ stellare di un’eclosione di scena: il suono non proviene da nessuna parte, è lo spazio compitato a geometrie e volumi di vuoto, è lo ‘scandalo’della visione, l’immagine che scivola e scompiglia i sensi.

Gilles Deleuze, Pierre Klossowski, Maurizio Grande, Jean Paul Manganaro, Piergiorgio Giacché... per citare solo i più in vista, prendono le difese di questa ‘sottrazione’. Prendono le difese di Carmelo Bene, il più grande uomo di teatro del mondo, contro la sordida arroganza papale della critica provinciale e sciatta, palude in cui si dibatte il teatrino e la cultura italiana.

La macchina è antropologica, come vuole Giacché, è cioè una macchinismo che recupera il cabotinage, l’istrionismo, il gesto della ‘fine dell’attore’ e della ‘fine dell’uomo’, dell’avvento della macchina desiderante deleuziana anti-psicologica, anti-edipica, del corpo senz’organi in prospettiva di un teatro ‘totale’. Ma un teatro totale può solo essere totale come rottura del teatro, emorragia dell’avanguardia. Se c’è un’avanguardia nell’arte è da intendersi semplicemente come cineseria della ‘scomparsa’: un ‘Amleto di meno’ è digià pornografia bucata dalla voce, gesto-segmento spezzato, puntillismo d’azione-musica riscoperta in Schönberg.

Cieli come correnti d’aria, vanitas d’occhî nella dipartita dalla scena verso la balbuzie, verso l’amnesia nel prato fiorito delle polifonie, sulla spuma marina di convulsi madrigali contestati. Nel mezzo sta l’eccesso e il mezzo non è la media, è il divenire. Non l’origine. Non l’arrivo, che sono la storia.

La musica di Carmelo Bene sta in mezzo. Nel tam-tam del canovaccio che percuote e mette alla berlina la partitura-testo, la rigurgita a frange, la cartografa a rizoma, ne sbrana la grana con gli ensemble vocali, con le sinfonie di voci altercanti, nei rimpalli degli imi ipogei tra voce e eco, negli intervalli modali, nei bassi ostinati, nel frinire rumoristico. È l’ora del Manfred di Byron-Schumann a S. Cecilia o alla Scala, in cui il suono esce di sé e diventa personaggio fino alla curva coloristica del timbro che si flette nel tempo o dell’Egmont, tutto contro Goethe e in favore di Beethoven (del quale Goethe avea rifiutato le musiche di scena), che Deleuze definisce "Una sfida e una vittoria del modale". Sinfonismo di sala forse anticipato nelle ataviche lotte con i poemi: la Lectura Dantis dalla Torre degli Asinelli nella Bologna ‘sognata’ in merli medievali, "come profferta da ser Boccaccio settecento anni fa", o nei rimbombi orfici di campana, o in ‘quattro diversi modi di morire in versi’, dove la voce si fa ascolto e dispare in estasi mariane o in orgasmi berniniani di sante Terese o di beate Ludoviche Albertoni. In mezzo sta il canto, l’attonimento celestiale di una fine della rappresentazione e del campo sgombro - ormai camposanto - dei proprî doppî moltiplicati... Von Sacher Masoch, Sade, Nijinskij, Leopardi, Laforgue... Sottoporre la lingua e tutti gli elementi interni della lingua: fonologici, sintattici, semantici, gestuali, coreutici, al lavorìo della variazione continua - già lavorìo barocco in fughe di soggetti e contro-soggetti -. Non padroneggiare mai il dominio. Naufragare nella variazione perpetua. Ottenere il balbettìo incidendo solchi che trascinano il linguaggio fuori da un sistema di dominanti.

La musica diventerà quindi luce, linea di variazione: "... aria, terra, sole, colori, luci e suoni", come dice Deleuze. Scivolamenti degli oggetti/affetti/vestiti/fiori che ingombrano la scena in Riccardo III e in S.A.D.E....costumi che cadono, oggetti, mobilio ingombrante.

Lo spazio della prossemica si nega in ostacolo, il gesto della cinesica si annichilisce in tratto, la visione è l’oscurità: la luce viene usata o ‘sciupata’ come musicalità. Al di là del testo, del pensabile, del senso. Il buio è l’eccedenza della luce come l’assordamento è l’eccesso del suono. In un caso e nell’altro si s-dà e si appanna ogni contrappunto: il pathos artiglia i misteri fonici ed eidetici e li sbarazza in giro. Tutto è suono: gli oggetti, i corpi, le idiofonìe dell’architettura, della quinta. Le differenze in musica splendono come differenze deleuziane, come mere finzioni di David Hume: taglî di lingua, di trama, di mondi...

Il klossowskiano ‘principe delle modificazioni’, affogato nell’oblio-partitura della musica, trova la sua nemesi nel play-back, affacciatasi come disciplina assoluta e ascetica della ‘sparizione’, non certo come mezzo ‘facile’, accomodante. Il play-back è un aiòn destinale che fa circolare un pneuma irrespirabile, al modo stesso che il non-sincrono tra suoni e immagini nei film aprono epigrafi funerarie, iati di ostranenie. La voce viene sbrecciata in costolature di ululati, di barriti, di cinguettìi... Musica che si fa scarto, malattia: lo stato di grazia come il vizio amletico, come il molecolare, chimico disgregarsi dell’attore, come un decadentismo di epici disagî musici: "Che Des Esseintes non possa dirigere un’orchestra di liquori non è forse più importante di un’esecuzione riuscita di Von Karajan?"

Lo scandalo, l’inciampo, la provocazione, l’ostacolo sono il bagaglio pesante e contraddittorio della nascita del suono, come della nascita del soma: delitto escrementizio di femmina-regina, Giocasta accampata nell’Edipo dei nostri dubbî, dei nostri enigmi sul musicale.

E a Edipo, a Des Esseintes, al servo-padrone del S.A.D.E., fa eco Don Giovanni nell’inferno musicale, liberato per sempre da Da Ponte, e restituito alla rosea cifra del femminile come mancanza. Proprio il dongiovannismo narcisistico sporcato e riscattato in Leporello. Kierkegaard... L’ascoltarsi anche dell’erotismo, del desiderio che ci abbandona, del mortificare il presente in corpi-di-femmina o in note-di-musica. Le note-bambine mozartiane (certo: l’amatissimo Mozart, contro le cui mise en scène Carmelo si scaglia: "Non mi riesce di ascoltare Mozart senza il castigo visivo d’un salotto", come del resto per Verdi: "Il fasto cafone o la frugalità miliardaria delle messinscena verdiane") che sono l’idioma con cui parlano gli angeli tra di loro. Emblema o ninnolo di quanto è arte, valendo per quanto ‘manca’, per quanto è fuori dall’opera ed è ‘capolavoro’, è miracolo mariano del vedersi specchiati stecchiti nella Madonna che si è. "Sono apparso alla Madonna".

E al medesimo modo Carmelo Bene affranca anche i suoi autori amati, dispensandoli d’esser in opera, svelando a loro dispetto l’origine non-originale che li precede. Ne è la voce che anticipa il loro testo, che ne benedisce il manque à être. Per Bene il genio di Verdi, già bollato in Credito italiano V.E.R.D.I., in tempi non di claque-centenario, quello di Mejercho’ld, di Cajkovskij, di Beethoven, di Marlowe, di Lautréamont, di Schumann, di Velazsquez si alternano nella risonaza lirica della lettura-scrittura di scena, nell’oggettivarsi attoriale in fonemi.

Solo in exitu Carmelo si concede alla poesia, alla composizione: eccome se affrancando se stesso nell’ultimo meta-baudelairiano ’l mal de’ fiori! "Prima di questo 'L mal de' fiori non mi ero mai imbattuto in una nostalgia delle cose che non furono mai in nessuna produzione artistica (letteratura, poesia, musica)". In esso, del musicale poetico, para-dannunziano o pompieristico, si conserva improvvisamente il diffrangersi tipografico... i tritatutto graffitistici di Cummings, i calligrammes di Apollinaire, la scrittura-pittura di Ezra Pound, ri-adattati in tracciati scritturali dove la phoné si è mutata in graphein. Più che un comporre, che un imbastire un testo, è un ritirarsi, un dekomponieren di sentenze in caduta.

"Non si può che confermarsi ‘stranieri nella propria lingua’... Il plurilinguismo (crogiuolo di idioletti, arcaismi, neologismi di che trabocca il poema) è il contrario d'una accademia di scuola-interpreti. È ‘nomadismo’: divagazione, digressione, chiosa, plurivalenza, etc. Il testo intentato è (deve essere) smentito, travolto dall'atto, cioè de-pensato. L’oggettivarsi è l’eccedenza del progetto, al modo che la musica è l’ascolto stesso. Poesia è l'immediato nella ruminazione orale d'uno scritto già estraneo a noi dicenti. Scritto in Voce. Voce come ri-animazione (rigor-mortis) del morto orale che è lo scritto... Questo ‘L mal de’ fiori è un ventaglio di differenze".

In parallelo a questo nulla in iscritto va l’ultimo nulla a teatro. Poco più in là c’è solo il tempo di dissipare anche questa "stagione di nostra vita meteora", che ci si accorge immediatamente di quanto solo l’impossibile sia frequentabile, a teatro come nella vita. È l’avvento della macchina sepolta sotto la piramide dei microfoni, del play back totale. Quell’ultimo anticipo del teatrico che per Carmelo Bene è il play-back in Achille: un funerale dell’avvenire...

Il nothing dittatoriale folgora come un nume la sua ‘apparizione’: non c’è narratore in questo spettacolo, non c’è soggetto, non c’è storia. Un’Achilleide, rivisitata molte volte e in molte occasioni, fa tabula rasa negli eterniritorni della necrofilia. Non c’è un linguaggio, non c’è rappresentazione, non c’è un ‘io’... siamo già all’ultimissimo Invulnerabilità d Achille (impossibile suite tra Ilio e Sciro), siamo già a Sciro, l’isola di Licomede, dove la premura materna di Teti ricovera Achille (ricercato da Giove) truccato da bambina, che gioca con Deidamia e la mette incinta a 10 o 11 anni. Sciro è la felicità infantile, il passato mai presente a se stesso, il tempo dell’impossibile’. Siamo già alla necroflia sul corpo di Pentesilea, posseduta in un flash da morta, mentre Achille sente il brulicare dei vermi che abitano la sua stessa carne. Auto-necrografia... Siamo già ai rantoli della ‘precocità della morte’: Achille vuol dire ‘chi giovane si muore’. Egli è il mito dei miti. I suoi doppî sono infiniti. È uno che "Se avesse potuto esistere avrebbe voluto vivere... Invulnerabile ma vulnerabilissimo".

La musica sente già i vermi che si agitano nella carne quando questa è ancora viva. E il testamento è di fatto intestimoniable, è già fuori dal teatro, compreso quello stesso di Bene. In scena non c’è nulla. "C’è solo il miracolo che procura miraggi". Achille non si occupa più di teatro. La grande arte è nella differenza, se ne infischia dell’arte, si eccede. È lo s-concerto.

La phoné greca, come protesi-altra del corpo-voce attoriale, vicina alla deità, nell’irrompere in altri candidi firmamenti, in semicerchi scenici sofoclei o in settecentesche bomboniere stuccate a oro, uccide comunque l’attore da vivo. Si rimane trascolorati nella scenografia, come in un’ideale reggia di Metastasio o nella ‘battaglia della foresta’ macbethiana; è il non-esserci e come tale tremola in trousse, in vitro, in cipria: soffia dappertutto come un polline stregato, un’insinuazione ensorcellé di musica; è il monitor, le casse, la batteria degli spot elettrici, i mixer...

La béance offusca in nerofumo questo melodiare attardato di spettri vagabondi, arrotola in pieghe i margini delle forme. In musica come in cinema l’asincronismo smarrito in cerimonia di techne perfora il soggetto fino a polarizzarlo in oggetto.

La musica è oggetto per un ‘altrove’, non si è nient’altro che musica: pulsazione costellata di colpi singolari, ruggito tenorile che ha in serbo la concezione della vita come dépense e il senso dell’orchestra "a fossa vuota". Regressione nell’inorganico, geologia melodica come purezza, infanzia d’incantesimo senza ragione, nello stupore delle variazioni della terra salentina: infinite visioni smaltate tra il mare e il fogliame degli alberi di fico, a picco in controluce accecante... ancora un ritmo tra la luce e l’ombra...

... il nulla in sei ottavi.   Riccardo Vaia

 

 

Perchè il male?
di Massimo Cacciari

 

Il tema della libertà e il tema del male formano un tutt'uno. Quale è stata la risposta dominante, nella grande tradizione filosofica-teologica, a questo tema che inquieta ciascuno di noi appena ci arrestiamo a pensare - e questo è il lavoro della filosofia: arrestare e far pensare? Qual è stata la risposta dominante nella nostra tradizione filosofica e teologica a questo grande problema, comune a tutti? Forse è stata quella impostata da Platone all'origine della nostra riflessione. Dice Platone - e la sua risposta diventa canonica -: "del male, del nostro far male, il Dio non può essere ritenuto causa. Dio è bene, Dio è immutabile, è semplice, è veritiero, ed è causa di tutti i beni: thèos anaìtios, Dio è innocente".

Tutta la riflessione teologica successiva si fonda su questo presupposto platonico: Dio deve essere ritenuto innocente dei mali del mondo, del nostro far male. Quindi noi facciamo del male per nostra scelta, per nostra libertà. Noi non siamo determinati dal Divino ad agire male; le nostre imperfezioni, le nostre miserie, sono frutto e prodotto della nostra libertà.

Ma qui nascono grandiose aporie e nuovi problemi in cui si imbatte la cultura classica e tutta la cultura teologica, non solo cristiana ma anche islamica e giudaica. Come possiamo tener ferma la concezione da cui siamo partiti, del thèos anaìtios, del Dio innocente che non è causa del male, se la caduta dell'anima è male, e se questa caduta dell'anima è necessaria?

Ecco la grande aporia in cui si imbatte la tradizione filosofica tardo-antica nonché la tradizione filosofica-teologica cristiano-europea. La grande domanda che martella non soltanto il filosofo, e tantomeno soltanto la professione della filosofia, ma anche la grande letteratura europea: basti pensare al nostro Leopardi, a Dostoevskij. Se l'anima cade necessariamente in questa valle di lacrime; come può essere considerata colpevole? Come possiamo non pensare che vi sia un male in Dio, se l'anima cade non per sua colpa, se questa caduta è necessaria?

Qual è la risposta cristiana? Partiamo dalla risposta teologica. Una risposta inquieta, assillante: bisognerebbe lavorare sui testi per dare davvero l'impressione di quanto queste risposte, che spesso sono presentate in termini quasi canonici, scolastici, sistematici, siano in realtà drammatiche per i grandi autori che le interpretano. La risposta canonica nella cristianità è quella agostiniana: Dio non è autore del male, ma né è origine. In che senso? Nel senso che Dio, per conseguire un bene maggiore - la nostra libertà - non poteva che farci capaci di peccato, di male. Quindi Dio è origine del male perché ci fa capaci di peccato; ma Dio non fa il nostro peccato, non è l'autore del nostro peccato. Solo noi facciamo il male, solo noi siamo gli autori del male; i peccati sono solo nostri, e bestemmia chi li attribuisce a Dio.

Ma allora, se io faccio il bene, è perché Dio mi ha eletto, perché Egli ha costruito la mia anima in modo tale che possa fare il bene; e altrettanto vale se sono un peccatore, cioè se la mia natura è tale che mi costringe a peccare. Si fa avanti l'idea della forza predestinante. Per Lutero ciò segna il crollo di ogni possibile teodicea, di ogni possibile giustificazione di Dio; di ogni possibile discorso - nato con Platone - che fa di Dio un innocente. Ogni teodicea risulta impossibile dato che Dio ci predestìna in base a un imperscrutabile disegno: alcune nature sono fatte per peccare, altre nature sono fatte per essere salvate comunque, che pecchino o non pecchino; sono predestinate alla salvezza.

Ma a questo punto Dio non può più essere in alcun modo detto innocente; è un Dio predestinante. Ogni discorso volto a giustificare Dio per il male del mondo è condannato all'insensatezza, proprio perché Dio non può più essere ritenuto innocente, come in Platone e - tutto sommato - in Agostino. Con la concezione del Dio predestinante, invece, Dio è proprio autore della mia anima, che è un'anima destinata a peccare.

 


 

 

 

Mario Luzi L'opera poetica
Voce e silenzio in Luzi
di Sergio Givone

…Dov’è dunque la verità? È la domanda che, specialmente nella raccolta "Per il battesimo dei nostri frammenti", Luzi sottende quasi in forma di tacito controcanto. Dove un senso che appaia infine afferrabile dalla parola? Nell’espansione chiara e luminosa di un sì che tutto accoglie e benedice, o nel risalimento buio verso l’insensatezza e la casualità dell’origine? Che cos’era in principio? Il verbo o il nonsenso? E che cosa sarà alla fine?
Nulla può dirci la poesia, nulla il suo pensare interiore. Altro il suo compito, secondo Luzi. Essa interroga. E perciò si trattiene sulla soglia. Non dà risposte. Al contrario, è custode gelosa del punto di domanda. Ne impedisce la cancellazione. Lo ribadisce. In quanto voce che ha per compagno il silenzio (per dirla con Plotino), essa lascia che tutte le parole e tutti i suoni trovino la via e la possibilità di sussistere come in assenza di fondamento e di ragione. Quel fondamento e quella ragione che intervenendo sugli assetti discorsivi decidono ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è degno di memoria e ciò che merita l’oblio, ciò che appartiene all’essere e ciò che è ricacciato nel nulla.
Sbriciolando l’immane massa del silenzio, la parola poetica "insorge" liberamente. Ma prima ancora è il suono a trovare una via d’accesso al mondo dei significati, come se la parola fosse preceduta da una modulazione che increspa la levigata e impenetrabile superficie del silenzio convertendola in moto ondoso, turbolenza di acque risonanti, rigurgito ormai prossimo alla gola. Modulazione immemoriale, ha detto Walter Friedrich Otto: intendendo quel misterioso trasalimento dello spirito che nella notte dei tempi ha spezzato l’identità di essere e nulla e ha visto gli dei sorgere dal caos. In Luzi però questo non significa che la poesia sia chiamata a infondere vita alle figure del divino. Né che essa come voleva Nietzsche lavori a dissolvere le costellazioni mitologhiche mostrandone il carattere fittizio, quindi mettendosi dalla parte di uno smascheramento o di un gioco affabulatorio a sfondo nichilistico. La poesia semmai resta fedele alla sua verità contraddittoria: tutto è pieno degli dei, gli dei ci hanno abbandonato. E sceglie di sostare dove gli opposti possono essere prospettati nel loro quasi insostenibile coesistere. Perciò (alla poesia) "non le torna niente / dal fondo, non risale / suono / o segno dal precipizio". Perfetta sospensione. Apertura di uno spazio in cui la verità sopporta la contraddizione.
Non c’è "insecuritas" più grande. Nulla la garantisce circa quello che dice: realtà o allucinazione? Inoltre quello che dice potrebbe sia gettar luce sia produrre una più profonda oscurità – e questo sempre, sempre di nuovo.
Eppure qualcosa c’è che sembra risparmiato dal dubbio. Questo accade quando "il silenzio della parola" rientra "nella chiara e terribile / semplicità del suo esserci". Bisogna che i detriti delle epoche storiche siano attraversati dalla parola che resiste allo svuotamento e alla devastazione. Non più che un "borborigma", forse una frase sdrucita, lisa, comunque un messaggio strappato a un gorgo: ma per quanta sordità ne impedisca l’ascolto, per quanta vertigine faccia confondere se il significato è l’alfa o l’omega, l’inizio o la fine, certo un pensiero, un’immagine mentale miracolosamente partecipano della verità. Lo rivela un’"indicibile simiglianza". Simiglianza rispetto a chi o a che cosa per l’appunto non si può dire; ma simiglianza, dunque uno stare nelle "luci della mente".
Che sia questa la risposta della poesia alla cosiddetta domanda fondamentale della metafisica, che chiede perché c’è qualcosa e non piuttosto il nulla? C’è perché c’è. Anzi, si dovrebbe dire che il fatto di esserci è di per sé miracoloso. Inspiegabile sulla base di una ragione che lo precomprenda. Dono di una divinità generosa o di un demone beffardo? Non sappiamo. E forse neppure è necessario sapere. Infatti, più che la risposta a questa domanda, importa che il domandare tenga ancorato il suo oggetto, cioè l’esserci, all’irriducibile ambiguità dell’essere: ciò che lo fa apparire di volta in volta come prodigio o mistero, "portento" o "enigma". Che qualcosa sia, anzi, che sia tutto ciò che è, comporta una vera e propria estasi del pensiero, un suo schiudersi al suo stesso altro, la realtà, non deducibile, non spiegabile. "C’è questo, c’è prodigiosamente". "C’è tutto, tutto, / tutto incredibilmente".
Non che la poesia abbia una sua via privilegiata all’essere. La parola poetica giace in una profondità dove regna il silenzio. Del quale deve perforare la dura compattezza, l’impenetrabilità. Per trovare, finalmente, il suo significato non più revocabile. Ma in questo suo movimento, prima di rientrare in se stessa la parola è sempre "al di qua" o "al di là" di sé. Faticoso, doloroso cammino del poetare. Sofferenza della poesia. La parola è sempre al di qua di sé, e infatti è nel rumore, suono, singulto, convulsione del corpo, moto e contraso elementare, palpito subliminale, animale (lo è in ogni trascolorare da buio a luce, nelle armonie e nelle dissonanze, nel volo della pernice e della rondine, nel guizzo della trota). Ma è anche sempre al di là di sé, e infatti è annuncio, messaggio, presunzione di verità (come accade a seguito dell’attraversamento di tutto l’insensato vociare e del suo rifluire in un più profondo tacere). Dovremmo però aggiungere: quando la parola, sospesa e in equilibrio tra forze contrastanti, è interamente raccolta in sé, allora essa appare precaria e minacciata come non mai, e tuttavia in grado di esprimere in modo pieno la sua capacità d’interrogazione.
Naturalmente l’essere di cui qui si parla non è l’essere aristotelico, l’essere già da sempre salvo e che perciò non ha bisogno di salvezza. Invece è l’essere introdotto nell’orizzonte del pensiero dall’apocalittica ebraico-cristiana. E’ l’essere esposto al suo possibile annientamento. L’essere che perciò ha bisogno di salvezza. Misteriosa salvezza. Incredibile salvezza – precisamente ciò che la poesia di Luzi si assume il compito di dire, forse al limite della disperazione o forse già nella luce ("Vola alta, parola, cresci in profondità, / tocca nadir e zenith della tua significazione").
Vale per l’essere quel che vale per la parola (la sua cellula germinale, potremmo definirla). Si leggano i versi che nel "Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini" Luzi dedica al seme. Che affonda sotto gli zoccoli e trova infine dimora dove il limo si rapprende, per ripararsi, poiché "al sicuro non si sente", infatti un niente può distruggere "la sua incalcolabile potenza", il becco di un merlo, che lo cerca, roditori sotterranei, la fame degli uccelli, e poi deve comunque scoppiare morire marcire, se mai vorrà rinascere, perché, come sta scritto, solo morendo è possibile essere restituiti alla vita: no, non che la morte sia in funzione della vita, piuttosto la vita trova nella morte una sua occasione paradossale, nient’altro che un’occazione… Questo vale per l’essere e per la parola: "E umile, trattiene / quasi timoroso il fiato".
Allora dell’essere si dirà bensì che è flusso eterno, diveniente totalità, orizzonte che comprende divisione e differenza. Ma si dirà anche che, nel suo cuore, nella sua matrice più intima, nel suo segreto più sconcertante e problematico, l’essere lascia sbocciare, in forma di domanda, un’irriducibile ambivalenza.

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David- Morte di Socrate

 

 


A Giorgio Caproni

 

 

Poeta dei sapori e degli odori conosce la bellezza del tepore amoroso della donna- ragazza- natura acquatica e aerea, sirena che puoi ascoltare nel canto marinaro senza timore di restare, scarnificata carcassa, sulla spiaggia . Il suo poetare ha l'andamento cantabile della conzonetta settecentesca e trobadorica , di un trobar lieu di cui odi la musica -parola.

Ma il mare ha un afrore

"che mi rammenta tanto

i tuoi capelli, al primo, chiareggiato mattino.

negli occhi ho il sole fresco

del primo mattino. […]

Odore e lavoro di donna

 

L’ aria delle mattine

bianche è la tua aria

di sale e sono vele

al vento, sono bandiere […]

Sono donne che sanno di mare

[…]

 

senti sulla tua pelle

fresco aprirsi di vele

e alle labbra d’arselle

deliziose querele […]

La struttura metrica si muove dalla brevità (1932-1942) agli endecasillabi più ampi e distesi dei sonetti e delle ballate composti nel successivo decennio (1943-1953) per tornare alla brevitas del verso che può approdare al quasi silenzio, linguaggio estremo per afasia da dolore.

La guerra gli impone un ordine di fronte allo scempio della scelleratezza delittuosa del mondo e Giorgio Caproni ritorna alla cantabile misura della tradizione. E' tentare una sopravvivenza di ordine.

E' il compianto ed il lamento

 

I mare brucia le maschere,

le incendia il fuoco del sale.

Uomini pieni di maschere avvampano sul litorale. […]

Caproni saprà poi raccontare per quella necessità di partecipare al mondo e il nuovo Enea è con Anna l'universo parentale che ti sostiene e a cui ricorri. Immagino Enea il nuovo sposo di Anna Picchi la madre e la "ragazza" del poeta della quale si può essere gelosi, ma non di Enea. La nuova mitica coppia è certo viva tra i "vivi" ,  là al mare di Livorno, un mare pur genovese.

Il treno, poeta gentile, ti sta portando da noi perché, viaggiatore cerimonioso, i rituali della tua parola , delle tue ariette sono benigni e cortesi.

Grande trovatore del mio tempo.

a.d.

 

 

 

Filosofia e Scienza da Res Cogitans

L'etica del viandante

Margherita Bologna

Marghebo2000@yahoo.com

 

"La scienza non ha uno sguardo innocente. La scienza non è pura. La scienza è già animata da un'intenzione tecnica: guarda il mondo per modificarlo"."Scientia est potentia", diceva Bacone.

Per il ciclo di incontri promossi dalla biblioteca Gambalunga di Rimini, nella sua relazione intitolata "L'etica del viandante" il prof. Umberto Galimberti docente di Filosofia della Storia presso l'università di Venezia ha messo ben in chiaro questo concetto che costituisce un po' la premessa ad ogni successiva considerazione: ogni argomentazione che vuole salvare  l'innocenza della scienza scaricando ogni conseguenza della sua pratica sull'uso o sulle applicazioni buone o cattive che della tecnica si possono fare, è falsa e deleteria perché tra scienza e tecnica non c'è differenza.

Al tempo della sua nascita, nell'antica Grecia, la tecnica era molto più debole di quella che i greci chiamavano la necessità' che vincola la natura. Oggi i rapporti sono rovesciati. La scienza da strumento utilizzato dall'uomo per raggiungere degli scopi è diventata essa stessa il primo scopo. E, nella sua ascesa, ha messo in crisi quei valori etici che sono stati stabiliti tra gli uomini al tempo in cui non c'era il problema di salvaguardare gli enti di natura (l'acqua, l'aria) mentre è proprio lì che la scienza morde.

E' possibile allora che l'etica possa porre un freno nei confronti della tecnica? Per il prof. Galimberti non c'è speranza. L'etica oggi è debole, non può che implorare e non può certo impedire a chi può, di fare ciò che vuole.

Innanzitutto è errato credere che l'etica come del resto la politica siano enti immutabili perché anch'esse nascono, crescono e muoiono come gli enti di natura. Come la politica oggi non è più il luogo della decisione ma amministra delle scelte che avvengono nel mondo dell'economia (la quale a sua volta guarda alle risorse tecniche) così anche l'etica di cui Nietzsche da oltre un secolo nella Genealogia della morale aveva profetizzato la caducità, è alle corde.

Pertanto non è una operazione di stampo nihilistico tentare di smontare delle norme di comportamento che non funzionano più. Volendo analizzare a fondo quanto accade oggi nei rapporti tra etica e tecnica viene alla luce una evidenza: "che la tecnica  non ci richiede più nessuna etica perché è più forte dell'etica". La tecnica  è più dura e severa dell'etica . In un mondo organizzato tecnicamente non è possibile sbagliare perché l'errore pone il suo autore fuori dal sistema. Il soggetto che compie un'azione non diviene, sulla base di questa, buono o cattivo, meritevole o colpevole ma è definito capace o incapace, adatto o inadatto. "Il bene e il male diventano capacità e incapacità, non giudizi di valore". Il soggetto vale fintantoché si identifica con il ruolo che gli è stato assegnato dall'apparato tecnico al quale interessano efficienza e funzionalità ma non è altro che un ingranaggio in un apparato di cui non controlla i fini. In questo ulteriore aspetto in cui si manifesta l'organizzazione degli apparati tecnici il prof. Galimberti individua "la tomba dell'etica". Quando le finalità delle azioni che compiamo ci sfuggono, Platone direbbe che non ci troviamo più "nell'agire" ma nel  puro e semplice "fare".

Ci troviamo cioè in una condizione di totale irresponsabilità delle azioni che compiamo.

Lo scenario più drammatico nel quale questo modo di procedere ha avuto luogo è stato quello dell'epoca nazista ma al giorno d'oggi ne possiamo rintracciare dei più comuni. Chi costruisce bombe a mano in una fabbrica di Brescia- dice il prof. Galimberti- è un operaio o un delinquente? E la risposta è che nella misura in cui è responsabile di un compito e non delle  finalità per le quali sono prodotte le bombe a mano, è un operaio.

 Ma oggi scenari di deresponsabilizzazione come questi nell'età della tecnica sono la norma. D'altra parte che cosa può oggi l'etica cristiana o etica dell'intenzione, sulla quale è basato tutto l'ordinamento giuridico in Europa di fronte alle scoperte degli scienziati quali ad esempio la scoperta della bomba atomica? E' più importante l'intenzione che aveva Fermi quando ha inventato la bomba atomica o hanno maggiore rilevanza gli effetti che essa produce?

Che cosa può l'etica dell'intenzione di fronte all'etica praticata dagli scienziati che perseguono il fine di ottenere i massimi risultati da tutto ciò che è oggetto della loro ricerca?

E l'etica kantiana che ci impone di considerare l'uomo non come mezzo ma come fine, anche se ai nostri giorni non è stata ancora completamente realizzata non è sufficiente per il nostro tempo perché è un'etica che considera esclusivamente i rapporti tra gli uomini.

Oggi invece, preso atto dei disastri che la tecnica produce è possibile guardare agli elementi fondamentali della natura come a dei semplici mezzi, o piuttosto non devono anch'essi essere considerati come fini? Ai nostri giorni poi assistiamo al fenomeno della 'globalizzazione' che si sostanzia nella perdita del territorio e nella perdita di garanzie giuridiche  che il territorio garantisce. Il territorio è la condizione che permette la conoscenza, e la conoscenza è una fonte di sicurezza.

La metafora del viandante si inserisce a questo punto. Il viandante passa per un territorio senza che questo sia per lui uno spazio che lo protegge. E, come il nomade, quando volta le spalle ad un territorio, questo per lui non esiste più. Il nomade incontra sempre "altri", non persone che conosce già. E la conoscenza "dell'altro" è la condizione della sicurezza. Non l'appartenenza ad una razza. Questa per il prof. Galimberti è l'etica minima possibile nell'età della tecnica.

Trovandomi d'accordo con un'affermazione fatta dal relatore secondo la quale "le cose che fai ti cambiano" la considerazione proposta è che, partendo da questo fatto, si potrebbe tentare di costruire  un'etica che diviene pratica delle scelte tra le diverse possibilità di condotte di vita e pratica delle scelte delle regole di convivenza. Tanto più che oggi la conoscenza del mondo consentita dai media e l'infinita potenza della tecnica non, ci invitano, ma ci sfidano a comprendere, nonostante la nostra riluttanza, che il nostro destino individuale non è più legato unicamente a quello della nostra nazione, né a quello del nostro continente ma a quello del mondo intero. Perché l'etica minima proposta dal prof. Galimberti sia realizzabile s'impone innanzitutto il tentativo di costruire l'etica dell'uomo non in quanto viandante ma in quanto abitante del pianeta.

Perciò la mia individuale e locale pratica di vita e la nostra collettiva e globale pratica delle regole di convivenza dovranno essere rapportate alla costruzione del fine della salvezza del pianeta. Altrimenti il destino futuro della nostra (madre) terra potrebbe essere quello di vedere affacciarsi un giorno una nuova tipologia di etica: quella dei batteri che, unici, sopravviverebbero alla eventuale distruzione dell'ambiente e dell'uomo, possibile nell'età della tecnica.

In questo modo gli enti di natura (l'acqua, l'aria) tanto ricordati dal prof. Galimberti sarebbero salvaguardati.

 


 

 


 


Arte
Ammira E.Munch

 

From E.H. Gombrich, "The Story of Art" Grunewald Crocifissione

"Art for him did not consist in the search for the hidden laws of beauty - for him it could have only one aim, the aim of all religious art in the Middle Ages - that of providing a sermon in pictures, of proclaiming the sacred truths as taught by the Church.

The central panel of the Isenheim altarpiece shows that he sacrificed all other considerations to this one overriding aim. Of beauty, as the Italian artists saw it, there is none in the stark and cruel picture of the crucified Savior.

Like a preacher at Passiontide, Grunewald left nothing undone to bring home to us the horrors of this scene of suffering: Christ's dying body is distorted by the torture of the cross; the thorns of the scourges stick in the festering wounds which cover the whole figure. The dark red blood forms a glaring contrast to the sickly green of the flesh. By His features and the impressive gesture of His hands, the Man of Sorrows speaks to us of the meaning of His Calvary.

His suffering is reflected in the traditional group of Mary, in the garb of a widow, fainting in the arms of St John the Evangelist, to whose care the Lord has commended her, and in the smaller figure of St Mary Magdelene with her vessel of ointments, wringing her hands in sorrow.

On the other side of the Cross, there stands the powerful figure of St John the Baptist with the ancient symbol of the lamb carrying the cross and pouring out its blood into the chalice of the Holy Communion. With a stern and commanding gesture he points towards the Savior, and over him are written the words that he speaks (according to the gospel of St John iii. 30): 'He must increase, but I must decrease.'

"There is little doubt that the artist wanted the beholder of the altar to meditate on these words, which he emphasized so strongly by the pointing hand of St John the Baptist. Perhaps he even wanted us to see how Christ must grow and we diminish. For in this picture, in which reality seems to be depicted in all its unmitigated horror, there is one unreal and fantastic trait: the figures differ greatly in size. We need only compare the hands of St Mary Magdalene under the Cross with those of Christ to become fully aware of the astonishing difference in their dimensions. It is clear that in these matters Grunewald rejected the rules of modern art as it had developed since the Renaissance, and that he deliberately returned to the principles of medieval and primitive painters, who varied the size of their figures according to their importance in the picture. Just as he had sacrificed the pleasing kind of beauty for the sake of the spiritual lesson of the altar, he also disregarded the new demand for correct proportions, since this helped him to express the mystic truth of the words of St John.

"Grunewald's work may thus remind us once more that an artist can be very great indeed without being 'progressive', because the greatness of art does not lie in new discoveries. That Grunewald was familiar with these discoveries he showed plainly enough whenever they helped him to express what he wanted to convey. And just as he used his brush to depict the dead and tormented body of Christ, he used it on another panel to convey its transfiguration at the Resurrection into an unearthly apparition of heavenly light.

It is difficult to describe this picture because, once more, so much depends on its colors. It seems as if Christ has just soared out of the grave, leaving a trail of radiant light - the shroud in which the body has been swathed reflecting the colored rays of the halo. There is a poignant contrast between the risen Christ, who is hovering over the scene, and the helpless gestures of the soldiers on the ground, who are dazzled and overwhelmed by this sudden apparition of light. We feel the violence of the shock in the way in which they writhe in their armor. As we cannot assess the distance between foreground and background, the two soldiers behind the grave look like puppets who have- tumbled over, and their distorted shapes only serve to throw into relief the serene and majestic calm of the transfigured body of Chris

 

 

Eugenio Montale

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida,rivolgendomi vedró compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
 

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sará troppo tardi; ed io me n'andró zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

 Esegesi di Italo Calvino

Forse un mattino è un "osso di seppia" che si distacca dagli altri non tanto perché è una poesia "narrativa" (la tipica poesia narrativa di Montale è La folata che alzò l'aroma dove il soggetto dell'azione è la verifica dell'assenza d'una persona, quindi il movimento narrativo sta nel contrapporre un soggetto non umano presente a un oggetto umano assente), ma perché è priva di oggetti, di emblemi naturali, priva di un paesaggio determinato, è una poesia d'immaginazione e di pensiero astratti, come raramente in Montale. Ma m'accorgo che (a distanziarla ancor più dalle altre) la mia memoria aveva apportato una correzione alla poesia ; il sesto verso per me comincia: "alberi case strade" oppure "uomini case strade" e non "alberi case colli" come solo ora rileggendo il testo dopo trentacinque anni vedo che dice. Cioè io sostituendo "strade" a "colli" ambiento l'azione su uno scenario decisamente cittadino, forse perché la parola "colli" mi suona troppo vaga, forse perché la presenza degli "uomini che non si voltano" mi suggerisce un viavai di passanti; insomma la scomparsa del mondo la vedo come scomparsa della città piuttosto che come scomparsa della natura. (M'accorgo ora che la mia memoria non faceva che stingere su questa poesia l'immagine del verso "Ciò non vede la gente nell'affollato corso" che appare quattro pagine prima, in un componimento gemello a questo).

 

Un'aria di vetro

A ben vedere, la molla che scatena il "miracolo" è l'elemento naturale, cioè atmosferico, l'asciutta cristallina trasparenza dell'aria invernale che rende le cose tanto nitide da creare un effetto d'irrealtà, quasi che l'alone di foschia che abitualmente sfuma il paesaggio (qui torno ad ambientare la poesia di Montale, del primo Montale, nel consueto paesaggio costiero, assimilandolo a quello della mia memoria) s'identifichi con lo spessore e peso dell'esistere. No, non ci siamo ancora: è la concretezza di quest'aria invisibile, che appunto pare vetro, con una sua solidità autosufficiente, che finisce per imporsi sul mondo e farlo sparire. L'aria-vetro è il vero elemento di questa poesia, e la città mentale in cui la situo è una città di vetro, che si fa diafana fino a che scompare. E la determinatezza del medio che sbocca nel senso del nulla (mentre in Leopardi è l'indeterminatezza che raggiunge lo stesso effetto). O per esser più precisi, c'è un senso di sospensione, dal "Forse un mattino" iniziale, che non è indeterminatezza ma attento equilibrio, "andando in un'aria di vetro", quasi camminando nell'aria, in aria, nel fragile vetro dell'aria, nella luce fredda del mattino, fino a che non ci s'accorge d'essere sospesi nel vuoto.

Il senso di sospensione e insieme di concretezza continua nel secondo verso per via dell'oscillante andatura ritmica, con quel "compìrsi" che il lettore è continuamente tentato di correggere in "compiersi", ogni volta poi accorgendosi che tutto il verso gravita proprio su quel prosastico "compirsi" che smorza ogni enfasi nella constatazione del "miracolo". È un verso a cui il mio orecchio è sempre stato affezionato proprio perché nella dizione (mentale) va aiutato un pò, sembra che abbia un piede di troppo, che invece non è affatto di troppo, ma la mia memoria spesso tende a scaricare qualche sillaba. La zona del verso più labile mnemonicamente è il "rivolgendomi" che alle volte mi viene da abbreviare in "voltandomi" o "girandomi", sbilanciando così tutta la successione degli accenti.

Tra le ragioni per cui una poesia s'impone alla memoria (prima chiedendo d'essere mandata a mente, poi facendosi ricordare) le peculiarità metriche hanno una parte decisiva. In Montale m'ha sempre attratto l'uso della rima: le parole piane che rimano con le sdrucciole, le rime imperfette, le rime in posizioni insolite come Il saliscendi bianco e nero dei (balestrucci dal palo) che rima con dove piú non sei. La sorpresa della rima non é solo fonetica: Montale è uno dei rari poeti che conoscono il segreto d'usare la rima per abbassare il tono, non per alzarlo, con effetti inconfondibili sul significato. Qui, il miracolo che chiude il secondo verso viene ridimensionato dalla rima con ubriaco due versi dopo, e tutta la quartina resta come in bilico, con una vibrazione sgomenta.

Il "miracolo" è il tema montaliano primo e mai smentito della "maglia rotta nella rete" , "l'anello che non tiene" , ma qui è una delle poche volte in cui la verità altra che il poeta presenta al di là della compatta muraglia del mondo empirico si rivela in una esperienza definibile. Potremmo dire che si tratta né più né meno che della irrealtà del mondo, se questa definizione non rischiasse di sfumare nel generico qualcosa che ci viene riferito in termini precisi. L'irrealtà del mondo è il fondamento di religioni filosofie letterature soprattutto orientali, ma questa poesia si muove in un altro orizzonte gnoseologico di nitidezza e trasparenza, come "in un'aria di vetro" mentale.

Merleau-Ponty nella Fenomenologia della percezione ha pagine molto belle sui casi in cui l'esperienza soggettiva dello spazio si separa dall'esperienza del mondo oggettivo (nel buio della notte, nel sogno, sotto l'influsso della droga, nella schizofrenia, etc.). Questa poesia potrebbe figurare nell'esemplificazione di Merleau-Ponty: lo spazio si distingue dal mondo e s'impone in quanto tale, vuoto e senza limiti. La scoperta è salutata dal poeta con favore, come "miracolo", come acquisizione di verità contrapposta all' "inganno consueto", ma anche sofferta come vertigine spaventosa: "con un terrore di ubriaco". Neanche "l'aria di vetro" sostiene più i passi dell'uomo; l'avvio librato dell'"andando", dopo il rapido volteggio, si risolve in un barcollare senza più punti di riferimento.

Tra gli uomini che non si voltano

Il "di gitto" che chiude il primo verso della seconda quartina circoscrive l'esperienza del nulla nei termini temporali d'un istante. Riprende il movimento dell'andare all'interno d'un paesaggio solido ma ora come sfuggente; ci accorgiamo che il poeta non fa che seguire una delle tante linee vettoriali lungo le quali si muovono gli altri uomini presenti in questo spazio, "gli uomini che non si voltano"; è dunque su un molteplice movimento rettilineo e uniforme che si chiude la poesia.

Resta il dubbio se questi altri uomini fossero spariti anche loro durante l'istante in cui il mondo era sparito. Tra gli oggetti che tornano ad "accamparsi" ci sono gli alberi ma non gli uomini (le oscillazioni della mia memoria portano a esiti filosofici differenti), quindi gli uomini potrebbero essere rimasti lí; la sparizione del mondo, così come resta esterna all'io del poeta, così potrebbe risparmiare ogni altro soggetto dell'esperienza e del giudizio. Il vuoto fondamentale é costellato di monadi, popolato di tanti io puntiformi che se si voltasseró scoprirebbero l'inganno, ma che continuano ad apparirci come schiene in movimento, sicure della soliditá della loro traiettoria. Potremmo vedere qui la situazione inversa da quella, per esempio, di Vento e bandiere dove la labilitá é tutta dalla parte della presenza umana mentre "Il mondo esiste .." , nel tempo irripetibile. Qui invece solo la presenza umana persiste nel venir meno del mondo e delle sue ragioni, presenza come soggettivitá disperata perchè o vittima d'un inganno o depositaria del segreto del nulla. (CONTINUA...)

Il mito di  Didone

 

·          La genesi dei personaggi del mito si realizza in un tempo identificabile con approssimazione, per molti di loro non si azzarda neppure l'attribuzione di una ipotetica cronologia d'origine, e le vicende che li vedono protagonisti si amplificano nel corso dei secoli, offrendo spesso versioni discordanti. Capita addirittura che un personaggio abbia facoltà di lagnarsi contro le presunte menzogne di un poeta, simulatore di comportamenti non confacenti all'autentico mitologema.

·          La bionda Didone deve certamente la propria fama alla sublime arte di Virgilio, che ha dedicato alla regina cartaginese il IV libro dell'Eneide e numerosi altri versi del poema; tuttavia la fisionomia dell'eroina ha subito, ad opera della geniale inventiva artistica, una trasformazione radicale lesiva di una proverbiale pudicizia. Contro l'invidiosa Musa virgiliana si scaglia pertanto il risentimento di Didone; ne è portavoce Ausonio, che latinizza un testo greco: "Invida cur in me stimulasti Musa Maronem / fingeret ut nostrae damna pudicitiae?"

·          La storia della fenicia Elissa/Didone, fuggita da Tiro, dopo che il fratello Pigmalione le ha ucciso il marito, si lega alla leggenda di fondazione di Cartagine.

·          Un'antica etimologia - Didone significherebbe "donna virile" - attribuisce peraltro al nome dell'eroina una valenza combattiva ben confacente a colei che, profuga in terra straniera, ha ottenuto dagli indigeni il permesso di occupare una porzione di terreno equivalente alla superficie delimitabile mediante una pelle di bue. Agendo d'astuzia, l'intraprendente colonizzatrice taglia la pelle in sottili strisce che le consentono di contrassegnare un perimetro bastevole per la costruzione della nuova città: la punica Byrsa, ovvero "pelle di bue".

·          Corteggiata da molti sovrani africani, per resistere alle insistenti profferte di Iarba e non venire meno alla fedeltà nei confronti del marito defunto, la regina si suicida e, secondo lo storico Giustino, diviene pertanto una delle divinità del pantheon cartaginese. Molti dettagli cultuali, pertinenti alla religione fenicia, appartengono infatti alla leggenda tradizionale: il tabù che vieta le seconde nozze per le vedove e lo stesso suicidio rituale, perpetrato mediante il fuoco, quasi una pratica purificatoria a sostegno dei ritmi stagionali di fecondazione della terra.

·          Il poema di Virgilio, celebrativo dell'impero di Ottaviano Augusto e della conseguente grandezza di Roma, opera in senso divergente rispetto alla leggenda che suffraga la divinizzazione della casta Elissa e ciò non stupisce, perché l'incursione nelle tradizioni culturali di un popolo nemico, duramente combattuto e infine sottomesso a prezzo di secolari sacrifici, fa parte di un'operazione politica assai sofisticata, ma non inusuale.

·          Il patto di fedeltà coniugale perdurante oltre la morte, appannaggio di una virtuosa donna cartaginese, cede al cospetto della magnanimità di un eroe progenitore di quella gens Iulia, da cui l'imperatore stesso discende.

·          Virgilio elabora ogni dettaglio del carattere di Didone, esasperandone le valenze umane e donandole una affettività disperata e totalizzante: il personaggio commuove e risulta essere indimenticabile, eppure la sua configurazione originaria appare usurpata.

·          La fama di pudicizia che inorgogliva la regina "elevandola fino alle stelle" (Eneide, IV, 322), vero e proprio connotato divino, lascia il posto a comportamenti furiosi confacenti ad una baccante, allorché la donna scopre il "tradimento" dell'amante, in procinto di partire. "Saevit inops animi totamque incensa per urbem / bacchatur [...]" (Eneide, IV, 300-301): questo aggirarsi fuori di senno, per la città, si correla al tormento amoroso che le ha dilaniato l'animo tra penosi conflitti prima della unione fatale.

·          Nella tormentata sequenza dedicata alla rivelazione dell'innamoramento, il paragone con la cerva ferita da una freccia, l'ha infatti assimilata ad un animale indifeso e braccato: "Uritur infelix Dido totaque vagatur / urbe furens, qualis coniecta cerva sagitta" (Eneide, IV, 68-69).

·          Il lessico della passione ruota attorno ai campi semantici del fuoco bruciante (uritur/incensa), che prefigura il suicidio conclusivo, e del furor (bacchatur/furens), che trasporta sul piano infero lo statuto di una eroina originariamente destinata alla dimensione siderea.

·          Tuttavia, pur nel capovolgimento del mito, è accaduta una sorta di compensazione: la Didone virgiliana ha suscitato, nel corso dei secoli, una sorta di trasporto empatico da parte di molti poeti, del quale l'altra Didone, protagonista della leggenda punica, non sarebbe stata probabilmente mai capace.

·          S. Agostino si commuove, mentre legge la sventurata sorte di Elissa (cfr. Confessioni, XIII), benché a posteriori condanni l'umana debolezza che induce il lettore a dedicare troppa commiserazione alla finzione letteraria e poca verso le proprie peccaminose miserie.

·          Giacomo Leopardi, invaghito dalla intensità affettiva della regina, prova addirittura una sorta di avversione nei confronti dell'eroe troiano: "ma Virgilio a riguardo d'Enea e della sua passione parla così coperto, anzi dissimulato, (dico della passione, e non di ciò che ne segue d'inonesto a descrivere, nel che giustamente egli è copertissimo anche rispetto a Didone), anzi serba quasi un così alto silenzio, che e' non mostra essa passione se non indirettamente e per accidente, e in quanto ella si congettura e si lascia supporre per necessità da quel ch'ei narra di Didone, e sempre volgendosi alla sola Didone"(Zibaldone).

·          Il mitologema di Elissa modifica nel corso dei secoli il proprio tema di fondo, acquisendo sfumature interpretative consone soprattutto alla sensibilità individuale, di segno ben diverso a paragone della funzione etica o sociale che punici e latini variamente gli attribuivano.

·          "Viene dal mio al tuo viso il tuo segreto; / Replica il mio le care tue fattezze; / Nulla contengono di più i nostri occhi / E, disperato, il nostro amore effimero / Eterno freme in vele d'un indugio" (La terra promessa, VIII). Per Giuseppe Ungaretti, Didone è simbolo della memoria, di tutto ciò che è incancellabile, in quanto accaduto, perché l'assenza, sottolineando il distacco, mette in gioco la facoltà di rivivere incessantemente l'intensità delle emozioni: "est une poétique de l'absence, elle est dans ce sens une poétique de la mémoire". E dunque le "vele d'un indugio" valgono a dilatare a dismisura anche gli attimi più brevi, giacché, come insegna lo stesso S. Agostino, non v'è oggettiva corrispondenza tra tempo interiore e tempo fisico.

 

Poetica dell'assenza e poetica della memoria stabiliscono la circolare connessione interpretativa che rinnova ad ogni lettura la scoperta dell'identità mitica: Didone rappresenta una sorta di alter ego simbolico non solo per Ungaretti, ma per quanti, accostandosi all'invenzione virgiliana, si sono rispecchiati in lei.

 

Conferenze e Incontri
Incontri in Aula Magna:

Properzio

Si ringrazia la dirigenza del Liceo  e la Dirigente Scolastica Regionale dott. ssa Carmela Lo Giudice Sergi il cui intervento  è parso magistrale.

Altri documenti
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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