La
Violetera
Como aves precursoras de primavera
En Madrid aparecen la violeteras
Que pregonando parecen golondrinas
asQue van piando, que van piando
Que van piando, que van piando
Llévelo usted señorito
que no vale más que un real
cómpreme usted este ramito
pa' lucirlo en ojal.
Son sus ojos alegres su faz risueña,
lo que se dice un tipo de madrileña,
neta y castiza, que si entorna los ojos
te cauteriza, te cauteriza.
Llévelo
usted señorito
que no vale más que un real,
cómpreme usted este ramito
pa' lucirlo en ojal.
Llévelo usted señorito
que no vale más que un real,
cómpreme usted este ramito
pa' lucirlo en oja
Giulio Ferroni
Giulio Ferroni: L'impresa nella letteratura
www.filos
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Rai Educational che ringraziamo
Il Grillo (9/5/2000)
Giulio Ferroni
L'impresa nella letteratura
...in un contesto culturale globalizzato,
l'unico tipo di personaggio concepibile è l'antieroe, un eroe della
marginalità e del rifiuto, per il quale la sola impresa possibile è
riconoscere che il mondo globale é destinato al fallimento, la cui
sola azione fattibile sta nella difesa di quelle particolari zone
desperienza che la cultura nel suo insieme ancora rifiuta e nega...
L'elemento di negatività presente in tutte le imprese dell'epos classico
La doppia funzione del Don Chisciotte
La condizione dell'eroe contemporaneo: l'impossibilità di compiere
qualsiasi impresa
Impresa eroica e società (1 , 2)
Italo Calvino e la possibilità di una svolta razionale
Il rapporto tra eroismo e globalizzazione
Letteratura moderna ed impresa economica
Siti Internet sul tema
Messa in Onda del 9 Maggio 2000
Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Copernico" di
Napoli
FERRONI: Buongiorno. Mi chiamo Giulio Ferroni e sono docente di
Letteratura italiana presso lUniversità "La Sapienza" di Roma. Il tema di
cui oggi discuteremo è L'impresa' nella letteratura; prima di iniziare il
dibattito, visioniamo una breve scheda filmata.
A furia di leggere le storie degli eroi e delle loro imprese, un
oscuro hidalgo esce di senno e, preso il nome di Don Chisciotte della
Mancia, si getta in avventure luna più fallimentare dellaltra. Nel
romanzo di Cervantes, la potenza evocativa della narrazione delle
gesta eroiche si fonde con il racconto di un eroe che non riesce ad
essere tale. Si tratta di uno scritto che per molti versi costituisce
un punto di svolta nel complesso rapporto fra impresa eroica e
letteratura. Per quante peripezie un eroe potesse attraversare, il
successo della sua impresa era un elemento imprenscindibile delle
grandi narrazioni epiche: Ulisse riuscirà a tornare ad Itaca, Enea
darà vita alla stirpe che fonderà Roma e, nella Gerusalemme Liberata,
il Santo Sepolcro verrà conquistato. La decadenza del genere epico
coincise con un ripensamento della figura delleroe e con una
riconsiderazione del valore e della narrazione relativi allimpresa
eroica: queste due tendenze raggiunsero il loro culmine nella
letteratura moderna e contemporanea, popolata da eroi destinati al
fallimento o da antieroi impossibilitati non solo ad agire, ma anche
ad affermare la propria identità. Il Werther di Goethe e lo Jacopo
Ortis di Ugo Foscolo, oppressi dalla propria sorte, sceglieranno il
suicidio; il capitano Achab, nel tentativo di placare un'ossessiva
sete di vendetta, sprofonderà negli abissi insieme alla balena bianca
Moby Dick; ne Il processo, Josef K. combatterà e perderà una battaglia
che non solo risulta priva di senso, ma in cui l'avversario non mostra
mai il suo volto. Figure diverse, eroi diversi, imprese diverse: tutti
accomunati dal fallimento. Questi moderni eroi letterari possono
realmente essere definiti tali? Le loro gesta, benché fallimentari,
rimangono comunque delle "imprese"? Che ne é stato di quelleroismo
letterario cui il nostro linguaggio quotidiano ancora si riferisce per
denotare le imprese coronate dal successo?
STUDENTESSA: Nella scheda filmata è stata operata una distinzione tra gli
eroi del mondo greco - coronati dal successo - e quelli di epoca moderna,
destinati inesorabilmente al fallimento. Lei ritiene che - nonostante
alcuni esempi di "antieroi" antichi quali Giasone ed Icaro, nonché il
ritorno all'originaria dottrina del mito nella letteratura neorealistica -
tale distinzione sia ancora puntuale?
FERRONI: Limpresa si pone sempre in riferimento ad un obiettivo da
raggiungere: l'eroe mira ad ottenere successo. Tuttavia, se si guarda al
destino degli eroi - persino quelli vittoriosi della letteratura epica
classica - è possibile notare che talvolta questo successo risulta
imprescindibilmente legato ad un oscuro presagio e al senso di sconfitta.
Il primo poema epico della tradizione occidentale - il suo scritto
fondante, ossia lIliade di Omero - si conclude con gli onori resi da
Troia al cadavere arso di Ettore, il paladino ucciso da Achille. In punto
di morte, Ettore aveva rammentato ad Achille che sarebbe stato a sua volta
ucciso da Paride. Ciò significa che perfino leroe vittorioso, il Pelide
Achille, non può fuggire dalla minaccia di morte: l'aver ucciso Ettore
equivale ad anticipare la propria fine. Da questo punto di vista,
limpresa vittoriosa si smentisce in quanto tale e si colloca in un ambito
di dolore e di sconfitta. L'Eneide di Virgilio, invece, si discosta dai
poemi omerici e si pone ad un livello superiore ad essi perché è percorsa
da un forte intento politico, vale a dire la "giustificazione" mitica
della nascita di Roma. Leroe Enea compie la sua missione con successo,
sebbene Virgilio sia molto accorto nel misurare la quantità di sconfitta
che alberga in ogni vittoria. E difatti il poema si conclude con un
perdente: Virgilio si sofferma sull'anima del selvaggio e giovanile Turno
che "fugge indignata sotto le ombre" - fugit indignata sub umbras. In tal
modo il trionfo di Enea, che pure aveva sconfitto Turno in duello ponendo
fine alle eterne tribolazioni della vicenda, non viene affatto rimarcato:
l'ultima frase del poema che cantava "la Roma prima della Roma imperiale"
è dedicata ad un vinto.
Tutto questo per dire che, nell'epos, l'esito vittorioso mostra sempre un
elemento di sconfitta, e non solo in relazione al nemico dell'eroe.
STUDENTESSA: Nella scheda filmata Don Chisciotte viene considerato come un
eroe fallimentare. Al contrario, certe traduzioni critiche del romanzo -
ad esempio quella curata da Vittorio Bodini - presentano lhidalgo come un
intellettuale innamorato dellazione. Quale dei due modelli interpretativi
risponde meglio al personaggio del folle e famoso cavaliere mancego?
FERRONI: Il personaggio di Don Chisciotte é stato oggetto delle più
svariate interpretazioni, e la sua ricchezza sta proprio nella sua
complessità. Limmagine che ne dà Bodini potrebbe quasi essere definita
"metaforica": Don Chisciotte appare come lintellettuale innamorato
dellazione, il cavaliere dellideale e di quelle gesta impossibili che,
in quanto tali, sono condannate a sfociare nel fallimento o nella follia.
Don Chisciotte - un povero hidalgo totalmente assorbito dalla lettura dei
romanzi cavallereschi, di cui discute lungamente con il parroco e con il
barbiere Mastro Nicolàs - si ammala di una follia che lo porta a farsi
"cavaliere errante" per accrescere la sua fama e rendere onore al suo
Paese. La vicenda di Don Chisciotte rappresenta esemplarmente quella
contraddizione tra laspirazione allimpresa, quale é data dalla
letteratura, e la realtà. La grandezza del personaggio gli deriva non solo
dal fatto di essere "fallimentare", ma anche dal rendere esplicito che
tale fallimento appartiene in egual modo all'ideale rappresentato dai
libri. La follia della creatura di Cervantes sta nella volontà di
raggiungere un obiettivo puramente ideale che non ha riscontri nella
realtà.
STUDENTESSA: Nel filmato si sosteneva che anche il Werter costituisce un
personaggio fallimentare. Dopo aver letto diversi testi critici del
romanzo di Goethe, mi sento di affermare che il fallimento non sta tanto
nel personaggio, quanto nella società di cui fa parte, società che di
fatto si risolve in una "maschera". Anche Lei è del parere che la morte di
Werther decreti il suo fallimento?
FERRONI: Naturalmente il personaggio di Goethe deve essere
contestualizzato all'interno dell'epoca, della scena letteraria e della
società cui appartiene: in tal modo il fallimento del primo implica
indirettamente una sconfitta delle altre. Tuttavia il suicidio finale di
Werther non lascia dubbi sul suo fallimento individuale.
STUDENTESSA: Personalmente ritengo che l'eroe moderno non esiste perché
risulta incapace di proporre modelli. Qual è la Sua opinione in proposito?
FERRONI: Sia nel caso del Werther di Goethe, sia nel caso dello Jacopo
Ortis di Foscolo ciò che realmente manca é limpresa: leroe fallisce
senza aver intrapreso alcunché. Ciò avviene perché l'universo sociale,
personale e storico in cui questi personaggi si muovono rende impossibile
un qualsiasi tipo d'azione: ciò che viene descritto non è tanto il
fallimento di un progetto eroico, quanto la sua non fattibilità.
Ciononostante, la narrativa dellOttocento - e in parte quella del
Novecento - ha continuato a contemplare numerosi tentativi d'impresa atta
al raggiungimento di un obiettivo, sebbene in genere si tratti di
obiettivi destinati a fallire. Nella letteratura della seconda metà del
Novecento viene compiuto un passo ulteriore: l'eroe non risulta più
connotato dal fallimento, ma addirittura dallimpossibilità di compiere
una qualsiasi azione, condizione che travalica la disperazione derivata
dalle imprese non attuabili. Al riguardo risultano emblematici i
personaggi del 'teatro dellassurdo' di Samuel Beckett. In Finale di
partita, i decrepiti genitori di Hamm hanno perso le gambe in un incidente
e vivono chiusi dentro due bidoni della spazzatura: non si tratta più di
decretare il fallimento all'interno di una società basata sulle imprese,
perché la scena desolata in cui i personaggi non riescono a muoversi e il
loro parlare senza senso, danno ormai lacuta sensazione dell'immobilità
assoluta dettata dallodierna civiltà, e resa palpabile dalla
frantumazione del linguaggio.
STUDENTESSA: Se non sbaglio, già nel romanzo Le ultime lettere di Jacopo
Ortis Ugo Foscolo fa esplicito riferimento a tale impossibilità di
muoversi
FERRONI: In Foscolo cè piuttosto una tensione tragica allurto, allo
scontro, dunque alla lotta. Nell'Ortis è presente tutta lansia dettata
dalle nuove aspirazioni romantiche: vi si può ancora constatare
un'insistente volontà di combattere, sotto le vesti di evidenti turbamenti
esistenziali. Tale lotta conduce al "fallimento tragico", in questo caso
al suicidio. La totale immobilità dei personaggi di Beckett, invece,
costituisce un passo ulteriore e denota una situazione completamente
diversa.
STUDENTE: In che modo la società può cambiare così tanto da portare l'eroe
al fallimento? Probabilmente l'eroe dell'antichità, assistito dagli dei,
serviva a dettare delle norme di vita, mentre quello moderno - ad esempio
il Don Chisciotte di Cervantes - agisce esclusivamente per motivi
personali
FERRONI: Molti eroi della letteratura ottocentesca ancora presentano alle
loro spalle una società solidale. Tuttavia l'eroe moderno - a partire
dalle opere di fine Cinquecento - tende a porsi in contrasto non tanto con
la società considerata nel suo insieme, quanto con il gruppo o la classe
sociale cui appartiene: si isola, e da tale isolamento scaturiscono dei
fallimenti di tipo diverso. I personaggi e gli autori antecedenti al XVI
secolo potevano contare su un gruppo sociale ed uno stuolo di lettori
assolutamente consenzienti. Al contrario, lo scrittore moderno é di
frequente in forte contrasto non solo con la società globalmente intesa,
ma anche con il gruppo sociale da cui proviene: egli si ritrova da solo e
sperimenta avventure che lo pongono contro il contesto di appartenenza.
Naturalmente non mancano le eccezioni, come ad esempio il Robinson Crusoe
di Daniel Defoe, un eroe smanioso d'avventure che si ritrova, unico
sopravvissuto di un naufragio, sulla riva di unisoletta deserta alle foci
dellOrinoco. Crusoe rappresenta fedelmente, anche se in maniera semplice,
i valori sociali della media borghesia inglese contemporanea.
STUDENTE: E' possibile affermare che la letteratura è lo specchio della
società? Da una società cinica e spietata come quella del Duemila che tipo
di letteratura, quali eroi e quali imprese ci possiamo aspettare?
FERRONI: Probabilmente la società é sempre stata spietata. Nelle culture
antiche e tradizionali la violenza era addirittura più esplicita e
immediata di quella attuale, soprattutto perché oggi essa appare mediata
dall'immagine. La nostra é essenzialmente una società "globale", in cui
pare che ognuno possa partecipare a tutto quel che succede nelluniverso.
In epoche più lontane - caratterizzate dalla scarsità di comunicazioni -
poteva accadere che la violenza, sebbene esplicita, non fosse sotto lo
sguardo di tutti. Col passare dei secoli, l'eroe si è andato gradatamente
svuotando del valore di "forza-personaggio" individuale: non è più stato
caratterizzato da quella consistenza che lo portava a scegliere una strada
e a conquistare un obiettivo. Dagli eroi "finti" e "di cartapesta", si
è
rapidamente passati agli "eroi virtuali" a noi contemporanei. Questi
ultimi sono degli eroi "sportivi" che possono anche portare distruzione.
Leroe "di culto" - tipico del mondo di oggi - va incontro agli interessi
di un gruppo sociale limitato e ben definito, ma non tenta lazione, non
si imbarca in quell'impresa significativa che dà un senso allesistenza
dellindividuo e della società globalmente intesa. Questo tipo di eroe è
andato perduto, e non è detto che sia un male: come diceva Bertolt Brecht,
"sfortunata é la terra che ha bisogno di eroi". Ciononostante, si deve
comunque andare alla ricerca di esperienze che diano un senso
allesistenza delluomo, per il bene della letteratura e della società.
STUDENTE: Lei non crede, quindi, che nella società attuale sia possibile
concepire un eroe in grado di esprimere dei valori forti
FERRONI: Anche tralasciando la società, nella cultura attuale non esiste
più questo tipo di eroe. I valori che oggi si impongono sono ormai legati
alla comunicazione globale, al consumo e alla pubblicità. La letteratura
contemporanea - per quel poco che cè - esprime soltanto eroi marginali.
In un contesto culturale globalizzato, l'unico tipo di personaggio
concepibile è l'antieroe, un eroe della marginalità e del rifiuto, per il
quale la sola impresa possibile è riconoscere che il mondo globale é
destinato al fallimento, la cui sola azione fattibile sta nella difesa di
quelle particolari zone desperienza che la cultura nel suo insieme ancora
rifiuta e nega.
STUDENTESSA: Tra i vari romanzi della letteratura moderna ha suscitato in
me un particolare interesse il Siddharta di Hermann Hesse, perché ritengo
che il tema della piena conoscenza del proprio io vi sia magistralmente
interpretato. Dato che, alla fine del romanzo, Siddharta riesce a compiere
con successo la propria impresa, non crede che possa essere considerato un
eroe?
FERRONI: Certamente, sebbene il personaggio rispecchi una certa
"illusorietà", soprattutto se si considera lo scrittore: Hesse, infatti,
particolarmente influenzato dal pensiero religioso indiano, proiettò il
romanzo in culture lontane da quella europea. La fortuna di Siddharta -
anche tra le giovani generazioni - é dovuta proprio ai modelli positivi
d'autentica conoscenza che il romanzo propone. Si tratta tuttavia di
modelli "chiusi", come in un bozzolo, e in contraddizione troppo esplicita
con il mondo circostante. Tali modelli positivi risultano illusori proprio
perché riflettono su sé stessi ignorando completamente la realtà della
vita quotidiana e della cultura globale in cui luomo é oggi inserito. In
ultima analisi, si tratta di modelli che ciascuno può coltivare per sé e
per il proprio risarcimento psicologico, ma che non si rapportano alla
società globalmente intesa.
STUDENTESSA: Si è detto che oggi non esiste più l'eroe "tradizionale"
perché è mutato il soggetto storico. L'eroe della letteratura ottocentesca
e novecentesca, infatti, risulta essere un eroe "di se stesso". Come
oggetto emblematico della trasmissione abbiamo scelto unarmatura, simbolo
tanto dell'eroe quanto dell'impresa così come veniva concepita
nell'Antichità e nel Medioevo. Con tale oggetto volevamo anche riferirci
al personaggio di Agilulfo de Il cavaliere inesistente di Italo Calvino,
un eroe senza corpo di cui vive solo larmatura, animata dalla fede e
dalla volontà di compiere delle gesta.
FERRONI: Larmatura rappresenta la facciata esterna di un eroe che non
esiste o di quel che resta di un eroe.
Nella seconda scheda filmata è riprodotta la rappresentazione teatrale
dellOrlando Furioso di Ludovico Ariosto per la regia di Luca Ronconi. Si
tratta di un famoso spettacolo scritto dal regista in collaborazione con
Edoardo Sanguineti e rappresentato per la prima volta al Festival di
Spoleto nel 1969.
(si visiona il secondo contributo filmato, accompagnato da un
sottofondo musicale e costituito dallo svolgersi di sole sequenze
filmate)
"Cavalcando lIpprogrifo, Astolfo ha attraversato i cieli ed é
smontato sulla Luna. Il duca inglese decide di esplorare il satellite
e si introduce in uno dei suoi crateri".
FERRONI: Se si prende in considerazione lOrlando Furioso, si può
facilmente notare come il rapporto con l'impresa che viene stabilito dalla
letteratura sia per molti versi paradossale, perché la vittoria può essere
sempre pregiudicata dalla follia che incombe su qualsiasi azione umana.
Astolfo va sulla Luna per recuperare il senno di Orlando, poiché lì si
manifesta tutto ciò che viene perso sulla Terra tranne la pazzia.
Limpresa, soprattutto quella dell'Orlando di Ludovico Ariosto, é
strettamente connessa alla propria possibile negazione, allillusione di
cui é piena la vita umana.
STUDENTE: LOrlando Furioso di Lodovico Ariosto precede cronologicamente
il Don Chisciotte di Cervantes, di poco successivo alla Controriforma:
qual è stata l'influenza che la politica del tempo ha operato su queste
due imprese fallimentari? Che tipo di legame è intercorso tra le due opere
e il periodo della Controriforma?
FERRONI: Mi sembra chiaro che gli atteggiamenti contraddittori del
personaggio di Don Chisciotte - e del suo stesso autore - siano da
collegarsi ad una sorta di distacco dal mondo di allora, soprattutto dai
valori canonici imposti dalla cultura del tempo. Sarebbe interessante
confrontare il Don Chisciotte con la Gerusalemme liberata di Torquato
Tasso, il poema epico italiano che, al contrario dell'opera di Cervantes,
vuole essere una traduzione in versi dellideologia della Controriforma.
Argomento centrale della Gerusalemme liberata, infatti, é la Prima
Crociata, la guerra con la quale i cristiani, guidati da Goffredo di
Buglione, riuscirono a liberare il Santo Sepolcro sconfiggendo i saraceni
comandati da Argante e Solimano. La Gerusalemme liberata é uno di quei
poemi in cui l'impresa raggiunge con successo il suo obiettivo, in questo
caso l'adorazione del Santo Sepolcro e lo scioglimento del voto. Tuttavia
l'opera è attraversata da momenti di fascinazione da parte del piacere e
del male, distaccandosi in questo da alcuni propositi della Controriforma.
STUDENTESSA: In precedenza abbiamo citato Il cavaliere inesistente di
Italo Calvino. Ne Il visconte dimezzato, lo stesso scrittore applica la
tecnica narrativa del "contrasto", proponendo un eroe con una metà buona e
una metà crudele. Leroe e lantieroe calviniani si muovono
contemporaneamente e lo fanno allinsegna del divertimento. Lei condivide
la scelta, in tal caso operata da Calvino, di un "eroe ideale" che sia al
contempo "eroe" e "antieroe"?
FERRONI: Italo Calvino registra la dimensione alquanto contraddittoria
dellinesistenza, tipica del mondo contemporaneo, in cui gli elmi dei
cavalieri possono essere spezzati in due e le armature nascondere il
nulla. Al contrario di quegli autori novecenteschi che registrano
continuamente il fallimento delleroe, lo scrittore italiano tenta
un'operazione di recupero razionale. La sua narrativa si fonda su un
principio di forte impianto razionalistico, quasi "illuministico": egli
parte da una riflessione indirizzata allapprofondimento della
contraddittorietà dellesperienza umana, per poi fornire ipotesi per un
comportamento razionale, possibile nellesistenza. Da questo punto di
vista, il personaggio calviniano più significativo - presente nella
raccolta I nostri antenati - é Cosimo Piovasco di Rondò de Il barone
rampante, il quale decide di vivere sugli alberi. Limpresa di Cosimo si
rivela impegnativa perché implica una scelta di 'marginalità'. Tale
marginalità viene però compensata da una migliore contemplazione di quanto
accade sulla terra, da un'osservazione "distaccata" delle contraddizioni,
degli errori, delle illusioni e degli eroismi che vi si perpetrano. Questo
guardare le cose "da lontano" può aiutare luomo a creare una società che
non abbia bisogno di "eroi", una società che sia giusta, serena e
razionale. Tali erano, almeno, la speranza e lintendimento di Calvino nel
momento in cui scrisse i tre racconti citati.
STUDENTE: In precedenza ha sostenuto che l'eroe moderno non esiste. Per
quale motivo, allora, si continuano a cercare eroi conformi ai canoni
passati? Non sarebbe più semplice crearne di nuovi mettendoli in
riferimento, ad esempio, al consumismo dilagante o ad altri fenomeni di
questa società?
FERRONI: Di eroi se ne cercano tantissimi e di molto diversi tra loro. In
questa puntata stiamo parlando di eroi letterari, tuttavia il nostro é un
mondo pieno di "eroi": basti guardare a ciò che succede nel cinema, nella
televisione, nei cosiddetti "multimedia" e nellimpero dei giochi. Di
questi eroi quasi tutti, a mio avviso, sono fasulli. Le imprese - anche
criminali - degli 007 e degli agenti segreti di tutti i tipi, riflettono
il bisogno d'identificazione dello spettatore comune - più che del lettore
- in nuovi modelli, tramite cui limmagine di vita possa risultare
potenziata. I mezzi di comunicazione di massa presentano le imprese più
estreme e le azioni più eccezionali: al giorno d'oggi parlare di "impresa"
significa riferirsi al "culto dell'estremo".
STUDENTE: Lo stesso discorso, però, potrebbe valere per le imprese
dell'antichità, dato che la stragrande maggioranza dei greci non poteva
essere paragonata ad Achille. Che differenza passa tra lo 007 dellattuale
società e leroe della società greca?
FERRONI: Achille rappresenta una società primitiva in cui
lidentificazione con leroe avviene da parte del gruppo sociale nel suo
insieme, prima di tutto per difendersi dalla violenza della realtà
esterna, ossia dal contatto con le altre comunità. LIliade é costellata
da imprese militari proprio perché la società dellepoca era dominata
dalla forza militare: in una civiltà in cui la guerra costituisce un
elemento di quotidianità indispensabile a valorizzare la vita di un
popolo, i valori dell'intero orizzonte sociale vengono meglio
rappresentati dalleroe soldato. Al contrario, le guerre attuali si
combattono nellambito di un sistema sociale estremamente complesso e
variegato, caratterizzato dalla divisione dei ruoli e dei compiti:
l'elemento relativo alla forza fisica immediata non coincide più con
laffermazione dei valori di un tempo, con la difesa di uno strato sociale
o perfino con la preservazione dellesistenza. Attualmente imperano altri
meccanismi, prima di tutto industriali. La guerra, con i nuovi e
raffinatissimi mezzi di cui dispone, é legata in primo luogo alleconomia
e allindustria, così come alle nuove tecnologie: ne derivano situazioni
belliche più tecnicizzate. Gli eroi moderni e gli 007 che oggi ci vengono
presentati, vivono in un mondo cui nessuno di noi partecipa realmente, in
tal modo essi appaiono "astratti" e artificiali. Ciò avviene perché l'eroe
é tenuto nascosto e risulta offuscato dai nuovi "superprodotti"
industriali e tecnologici: attualmente la potenza della tecnologia é il
vero sostegno della violenza sul mondo. Ne deriva che la violenza stessa
può divenire spettacolo grazie a mass media; al contrario, le imprese del
Pelide Achille non costituivano uno spettacolo, quanto un valore in grado
di giustificare il senso dellesistenza. Dato che oggi tutto é spettacolo,
gli eroi protagonisti delle imprese possono essere infiniti. Si tratta più
che altro di imprese "sportive" e legate all'estremo, in cui lefficacia
economica, materiale e fisica quasi si confondono.
STUDENTESSA: Ne I Malavoglia di Giovanni Verga, i Toscano - detti appunto
"Malavoglia" - tentano di modificare la propria condizione sociale e vanno
incontro al fallimento. Alessi, il più giovane dei fratelli, è lunico che
non intende recidere le basi della sua famiglia: non crede che egli sia da
considerare il solo eroe positivo della vicenda?
FERRONI: Certamente sì, perché é colui in cui si incarna la "religione
della famiglia" ereditata dal patriarca della "Casa del nespolo", vale a
dire Padron Ntoni. Leroe Alessi ben s'inquadra nellambiziosa
dichiarazione dintenti della poetica di Verga, tanto per la compresenza
di uno schema antropologico e sociologico dimpronta darwiniana, quanto
per la fede nei valori della tradizione, una tradizione che si rivela
amara ed assolutizzante nel momento in cui i suoi principi si fanno duri e
violenti. Il riferimento a Verga mi offre lo spunto per parlare del
romanzo dellOttocento, in cui l'eroe si configura come un individuo che
cerca sé stesso e una propria posizione nel mondo anche attraverso il
conseguimento di una robusta condizione economica. Gli eroi di tanti
romanzi balzachiani si imbarcano in imprese il cui scopo è la difesa o il
raggiungimento di un solido status economico. Limpianto che é alla base
delle vicende del personaggio borghese contemporaneo é sempre collegato
alluniverso economico: egli costruisce se stesso portando a termine
un'impresa economica o inventandone una che, anche quando si connota come
culturale o amorosa, possa avere dei risvolti economici. Il grande
interesse nei confronti del romanzo ottocentesco, é giustificato ancora
oggi dal modo in cui gli elementi economici sono posti in evidenza.
Limpresa come "conquista" - propria del "letterario" - è sempre
più
comparabile allimpresa come combinazione di fattori produttivi, come
formazione di un soggetto economico, o come organizzazione e sistema che
si riflettono in un insieme di attività e passività.
STUDENTESSA: Tornando al Foscolo e a Goethe, Lei non crede che le imprese
di Jacopo Ortis e di Werther, anziché fallimentari, possano essere
considerate vittoriose, dato che per loro la morte rappresenta una
liberazione?
FERRONI: Nel caso del Werther la morte costituisce unimpresa di grande
successo, visti i molti emuli che ha saputo creare: parlo dei suicidi
reali derivati dalla lettura del romanzo, i quali hanno contribuito a
costruire e a fondare lidentità di scrittore di Goethe. Sarebbe
interessante appurare quanto il fallimento delleroe, in una letteratura
così lontana da quella contemporanea, fosse collegato al successo
dellautore.
STUDENTESSA: Da ciò che ha detto mi è sembrato di capire che è la società
a ricercare certo pessimismo. Perché tale ricerca è portata avanti proprio
in questo periodo?
FERRONI: Evidentemente sono presenti degli elementi di negatività che
anche il pubblico più sprovveduto è capace di avvertire. Di fronte al
fallimento dell'impresa, la letteratura di tutti i tempi ha reagito o in
modo "tragico" - concludendo la vicenda con la distruzione o con la morte
-, o in modo "ironico", irridendo e tradendo le aspettative della società.
In proposito si potrebbe citare il celeberrimo Canto XXII dellOrlando
Furioso, in cui Astolfo viene attirato nel palazzo di Atlante. Il palazzo
di Atlante, infatti, rappresenta il luogo dei desideri e delle illusioni,
e tutti coloro che vi entrano vedono limmagine della cosa desiderata:
ogni cavaliere, ad esempio, vi scorge lobiettivo da raggiungere, anche se
gli oggetti riportati non sono reali, ma solo simulacri ed apparenze
prodotti dagli artifici del mago. Tali immagini apparenti simboleggiano
metaforicamente la vanità delle imprese: probabilmente molte vicende si
risolvono proprio in un rincorrere le illusioni.
STUDENTE: Da una ricerca effettuata in Internet sul personaggio di Edipo,
é emerso che uno degli eroi più famosi dell'antichità può anche essere
considerato un antieroe perché, nel tentativo di cambiare il proprio
destino attraverso la ragione, non riesce a mutare l'esito della crudele
profezia che grava sulla sua nascita, sebbene sia stato capace di
sconfiggere la Sfinge. Com'è possibile conciliare la ragione con il
destino?
FERRONI: Il destino vince sempre, almeno secondo i canoni della tragedia
greca. DallEdipo re sofocleo si potrebbe dedurre che la scelta della
ragione deriva dal caso. Le stesse imprese di Edipo sono dettate dal caso,
nonostante egli cerchi di costruire una sorta di "società razionale": ciò
gli risulterà impossibile perché il destino ha già fissato le infauste
condizioni che daranno luogo al riconoscimento di Giocasta, sua moglie e
sua madre allo stesso tempo. Edipo continuerà a vivere, ma si renderà
cieco trafiggendosi gli occhi per il dolore in seguito al suicidio di lei.
Naturalmente sul mito di Edipo sono stati scritti fiumi di parole, che
inducono a riflettere su quanto sia difficile il cammino della ragione, in
equilibrio tra la resistenza alla natura e gli infiniti condizionamenti da
cui essa stessa risulta caratterizzata. Il tentativo di affermare comunque
- attraverso le imprese e i relativi fallimenti, attraverso il
riconoscimento delle "illusioni" connesse allimpresa - la possibilità di
una "società razionale", costituisce la vera novità del mito, che afferma
altresì la realizzazione di un mondo umano, in cui, benché le imprese
falliscano, si deve continuare a sperare.
Puntata registrata il 10 Marzo 2000
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E Zeus il corpo mutò toro divenne.......
nel biondo colore splendida la fronte di
argento lunata
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Nel prato appari' non fu delle
fanciulle spavento, divino profumo di bestia
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vinse i fiori in afrore divino .
Ai piedi prostato d'Europa fulgente
il capo lambiva, incanto alla fanciulla.
...Ella baciò egli muggi' come
flauto.
....Europa sali' con sorrisi sul dorso di
toro che in un rapido
balzo al mare veloce corse. E il
mare si quietò e il toro come i
delfini
sulle acque correva......
Ormai era solo mare e cielo infiniti
"divino toro dove mi conduci...
il mare non temi "
" Fanciulla sii coraggiosa il mare non
ti spaventi
Sono Zeus in figura di toro....
illustri figli genererai da me"
A.G.D
Sciamanesimo - Elemire
Zolla
da Rai Educational
1 Professor Zolla, il tema dello sciamanesimo
attraversa la sua opera come un elemento costante di interesse e di polarizzazione di
significati. Quali sono state le tappe di tale ricerca?
Ho conosciuto queste indagini grazie al grande
trattato di Mircea Eliade sullo sciamanesimo: in tale opera non si parla degli
sciamanesimi più importanti dell'Asia, come quelli birmani, coreani o giapponesi, ma in
essa venne presentato il mondo sciamanico come un tutto. Tale idea di unità non risale a
Eliade, ma a Herder che, all'inizio dell'Ottocento, scoprì l'importanza dello
sciamanesimo come stato primordiale dell'umanità e quindi cominciò a parlare dell'unità
del mondo sciamanico. Ma la dimostrazione particolareggiata di questa grande unità la
fornì soltanto Eliade che fonda tale idea di unità sull'esperienza avuta in India, dove
assimilò perfettamente la metafisica tradizionale, trovando l'ancoraggio dal quale
partire per intendere a fondo lo sciamanesimo.
Una delle principali fonti sullo sciamanesimo è
costituita dai testi russi; vanno anche menzionati, nella letteratura americana, il
notevole materiale rappresentato dai volumi della Smithsonian Institution che raccolgono
le indagini fatte nelle varie tribù, a partire dalla fine dell'Ottocento fino ai giorni
nostri. Oltre che indagini scientifiche, antropologiche, ogni ricerca racchiude anche una
storia umana: ci furono infatti grandi esploratori che dedicarono la loro vita allo studio
dei Pellerossa e, grazie a loro, possediamo valide testimonianze di grandi sciamani, i
quali esposero tutte le loro esperienze a questi esploratori. La letteratura a
disposizione oramai è sconfinata.
Lo studio critico dello sciamanesimo cominciò alla
fine del Settecento, quando importanti ricercatori tedeschi andarono in Russia a studiare
gli sciamani; al tempo stesso, l'idea dello sciamanesimo si diffuse anche tra i grandi
autori inglesi. Coleridge fu uno dei primi a parlare di una «seduta sciamanica» in
ambito eschimese, in The destiny of nations, dove descrive accuratamente
l'esperienza di uno sciamano che penetra, immaginativamente, nelle profondità del mare e
lì scopre la dea che si ravvia i capelli, tormentati dai peccati degli uomini, riesce a
sfuggire ai mostri che l'inseguono.
Lo studio dello sciamanesimo si è diffuso molto lentamente: per più di un secolo si è
diffuso adeguatamente, fino a culminare nell'opera di Eliade.
Successivamente se ne appropriò l'etnologia, che si concentrò sulla distinzione tra
possessione e viaggio sciamanico. La psiche occidentale si costruì una difesa dallo
sciamanesimo per non doverne riconoscere l'ampiezza, il significato; si difese
dall'attrazione dello sciamanesimo, dalla facoltà di utilizzare in pieno la fantasia. La
fantasia europea era una parte della psiche corrotta, diminuita, disprezzata, mentre nello
sciamanesimo la fantasia è la guida alla quale ci si affida per conoscere i grandi
misteri dell'esistenza.
Ci fu il tentativo di considerare gli sciamani dei
depravati, dei pervertiti, chiudendoli così in un manicomio: basti pensare che l'uomo che
si dedicava allo sciamanesimo spesso era un omosessuale, tanto che in Siberia si diceva:
«La sciamana mangia lo sciamano». Quindi si provò a collocare nella bolgia dedicata
agli omosessuali dal sistema morale europeo tutta l'esperienza sciamanica; ci fu la
categoria della schizofrenia, entro cui confinare lo sciamanesimo; si tentò anche di
associarlo a malattie particolarissime, come il latah dei Malesi, caratterizzata
dalla perdita della personalità.
Per lo più l'antropologia attuale è guarita da
questa «malattia infantile» ed accetta che lo sciamano non è un menomato mentale, ma è
il più capace della tribù: non è necessariamente il capo, ma è chi guida la mente
della tribù.
2 In cosa consiste lo sciamanesimo coreano?
Quello coreano non è uno sciamanesimo perfettamente
libero perché ha subito una persecuzione che risale più o meno all'anno Mille, con
l'introduzione del Buddhismo in Corea. Il Buddhismo era ovviamente avverso allo
sciamanesimo, perché l'ideale sciamanico consiste in un richiamo alla bella vita, mentre
il Buddhismo invita a riconoscere la vita come dolorosa e a basarsi su questa
constatazione per trascenderla. Ci fu poi la lunga parentesi confuciana della Corea, dalla
metà del secolo XIV fino agli inizi del Novecento sotto un'unica dinastia, la quale
impose l'ideologia confuciana, ponendo in primo piano la società e i suoi bisogni e
sottomettendo l'uomo con una serie di rituali che lo conformavano alle esigenze sociali.
Per tale società lo sciamanesimo rappresentava uno scandalo, ma, sopravvisse, anche se
maledetto ed escluso dal centro della vita sociale. Il popolo non volle mai disfarsene,
tanto più che ci furono anche imperatrici sedotte da sciamane. Nella Corea del Nord il
regime comunista lo ha represso, almeno alla vista; lo sciamanesimo, infatti, ha
continuato a vivere adottando una mitologia nuova; non è un caso che fra le attuali
figure della visione sciamanica coreana figuri anche il generale cinese dalle molte
vittorie, personaggio abbastanza recente rispetto alle origini, probabilmente tunguse,
dello sciamanesimo locale.
L'attuale modello di cerimonia sciamanica è
articolato in dodici parti, nel corso delle quali la sciamana sale lungo una scalinata,
che dal mondo umano va verso i cieli, in una serie di fasi durante le quali si cambia di
abiti: prima indossa il costume comune, poi si veste da generale cinese, poi indossa altri
abiti ancora e infine perviene all'alto dei cieli, dove incontra il dio della vita e della
vitalità, accompagnato dalla sua tigre: lì ottiene ciò che desidera. Quindi scende in
altre dodici fasi. Ho provato a sovrapporre tali fasi a quelle dello zodiaco locale e mi
sembra che coincidano abbastanza, dimostrando come questa cerimonia sia il riassunto di
tutte le possibilità che la vita offre. Tale cerimonia rappresenta un'esperienza totale,
nella quale la sciamana vive tutte le parti possibili e improvvisa una serie di poesie
deliziose, basate su un testo fondamentale, sul quale divaga, a seconda di come la
cerimonia procede.
Queste sciamane sono dunque poetesse, cantanti e
grandi acrobate, in quanto danzano in vario modo per rappresentare la loro ascesa e per
entrare in trance: in un certo senso, sono anche delle grandi guaritrici, perché
qualunque malattia si offra alla loro attenzione, riescono a sanarla modificando
l'immaginazione, i sentimenti, l'interiorità del malato, rendendolo partecipe del rito.
Così come il malato partecipa del rito, allo stesso modo si partecipa di quel grande
spettacolo che ritorna alle origini del cosmo e ripropone l'origine dell'anno. La
sciamana, fra l'altro, per guarire, insegue l'anima, allontanatasi dal malato, in tutti
gli anfratti dell'al di là, fino a riprenderla. Oppure rievoca gli spiriti del padre e
della madre del malato, quindi li impersona, trasformandosi in loro. La guarigione
sciamanica, dunque, guarisce fino alle fibre che per prime hanno vibrato alla vita, alle
fibre del fanciullino che in ognuno si nasconde.
3 Nelle sue opere Lei sembra guardare
in modo particolare all'archetipo del matrimonio dello sciamano con gli esseri
soprannaturali e seguirne le specificazioni, le forme assunte nella storia della cultura.
Potrebbe tratteggiare i passaggi più salienti dell'incarnazione di questo archetipo nella
storia della cultura?
È fondamentale comprendere che lo sciamanesimo non
è limitato al mondo rappresentato da Eliade nel suo grande trattato. Lo sciamanesimo è
presente anche nei Vangeli: allorché il Cristo guarisce gli indemoniati, partecipa a
un'azione di tipo sciamanico. Mi sembra, dunque, molto strano che dei popoli che credono
di basarsi sui Vangeli, non abbiano dimestichezza con la vita sciamanica, la quale non
dimostra altro che questa facoltà di risanamento, di esorcismo. Anche la Grecia, che è
il punto dal quale si fa partire la cultura occidentale, era un paese sciamanico: i grandi
eroi orfici della Grecia, infatti, non erano altro che sciamani; anche l'intellezione
della tragedia greca è impossibile se non ci si immedesima con esperienze di tipo
sciamanico. Si prenda, per esempio, il caso di Cassandra: responsabile di non aver voluto
un figlio da Apollo, aveva avuto l'esperienza tipica della sciamana, ossia sposare un dio,
tuttavia non aveva ceduto interamente a lui. Pertanto ritengo che senza tener presente le
esperienze sciamaniche, non sia possibile comprendere chi fosse effettivamente Cassandra.
Come per il caso di Cassandra, nell'interpretare
altri fenomeni si è trascurato spesso uno dei princìpi fondamentali dello sciamanesimo:
quale lo sciamano, per acquistare la sua potenza, l'uso pieno della sua fantasia, deve
avere un'esperienza particolare, un'esperienza erotica con la divinità. Quindi lo
sciamano deve diventare l'amante della Grande Dea. Ma come fa a ottenere tale risultato?
Tutti sognano di avere rapporti erotici: lo sciamano non è altro che una persona in grado
di organizzare questo istinto fondamentale dell'uomo per costruire, plasmare, una grande
avventura. Lo sciamano cheyenne, per esempio, si proietta in una caverna del monte cosmico
e lì viene a contatto con la Grande Dea, la quale è capace di produrre abbondanza, di
dare tutti i benefici all'umanità. Soltanto seducendola, egli raggiunge il suo fine.
Quella dello sciamano è un'esperienza fondamentale,
che può essere rappresentata da un amore passeggero o addirittura, come succede in molti
popoli, da un matrimonio. Per esempio, tale genere di matrimoni è una parte essenziale
della vita vudù; allo stesso modo, in molti popoli della Nigeria e del Togo è comune
l'idea che il sacerdote sia colui che è sposato alla dea, o addirittura colui che, a un
certo punto, si immedesima con la dea, cominciando a vestirsi da donna.
4 Cosa accadde con l'avvento del Cristianesimo?
Quanto la visione teologica totalizzante trasformò l'immaginario umano?
Il grande avvio della fantasia cristiana ebbe luogo
in Egitto grazie ai primi eremiti rifugiatisi nel deserto. Tra di loro, infatti, ci fu un
eremita, il quale ebbe una visione di tipo sciamanico, nella quale superò tutte le
difficoltà sciamaniche, proiettate in veste di peccato, pervenire infine alla suprema
potenza, conferitagli dal dio cristiano o dalle divinità inferiori del Cristianesimo,
ovvero i vari santi, spiriti e angeli. Questa fu l'origine della fantasia cristiana, che
poi alimentò tutta la grande mistica.
Pertanto ritengo che nel Cristianesimo ci fu una
trasformazione della denominazione degli eventi, non una trasformazione degli eventi
sciamanici stessi, anche perché tutte le grandi esperienze mistiche si rifecero a questo
paradigma.
5 Nelle sue opere dichiara di
rinvenire dei forti tratti sciamanici nella letteratura cortese europea. Ciò appare assai
significativo proprio perché le semplici interpretazioni in termini di letterature
comparate non arrivano a rendere conto di un fenomeno così complesso, che crea un gioco
di richiami tra culture dichiaratamente diverse, come quella europea e quella islamica. Ma
quale fu l'origine di tale letteratura?
Per rispondere a questa domanda, è possibile partire
dal Corano, o meglio dal rapporto che ebbe il Profeta con gli abitanti de La Mecca, i
quali avevano un culto per alcune dee con le quali amoreggiavano secondo gli schemi di un
rapporto puramente sciamanico. Maometto si oppose a questo culto, detto dei jinn,
sostituendolo con il suo. Egli dunque disse ai Meccani, per distoglierli da questo culto,
che se avessero rinunciato subito ad avere rapporti erotici con i jinn, nell'al di là
avrebbero ottenuto molto di più, ovvero le huri, le compagne deliziose, sempre vergini,
di chi si è comportato piamente nella vita.
Questo discorso diede origine a una serie di
conseguenze: nell'Islam i primi Sufi, o esoteristi, cominciarono a pensare che le huri
potessero anche essere percepite, in qualche maniera, in vita; ne cominciarono una sorta
di culto, anche se in veste islamica, finché ci fu la grande esperienza di Ibn Arabi il
quale, durante il suo pellegrinaggio a La Mecca, incontrò prima una deliziosa fanciulla
di Isfahan che lo fece innamorare e assurgere al massimo dell'esperienza mistica.
Successivamente incontrò un giovinetto che lo portò a un'esperienza ancora più
profonda. Questa è la base da cui partì tutta l'esperienza trovadorica europea.
A tal proposito vale la pena ricordare che i poeti
dello Stil Novo si chiamavano fra loro «donne» come, d'altra parte, chi aveva un
rapporto con una Grande Dea, a un certo punto si trasformava in lei. Il fatto che si
chiamassero «donne» era dunque l'indicazione di un'esperienza precisa: Dante, Cavalcanti
e Guinizelli avevano fra loro un rapporto di comunicazione atto a informare del grado che
ciascuno aveva raggiunto. In altre parole, si trattava di scambi fra «donne» su
esperienze rarissime, difficili da esprimere con le metafore comuni e che, pertanto, solo
raramente furono espresse chiaramente. Per esempio ne La vita nova ci sono pagine
straordinarie, nelle quali Dante spiega, in termini che potrebbero essere proprio quelli
di uno sciamano, la sua elevazione alla conoscenza di Beatrice. Ma chi era mai Beatrice?
Le ricerche su quale donna di carne e ossa della Firenze dei tempi di Dante si potesse far
coincidere con Beatrice sono abbastanza inutili, poiché essa rappresentava la Somma Dea,
cioè la figlia del fondatore dell'universo. Quindi Beatrice ebbe esattamente la funzione
della Grande Dea delle religioni primitive e non fu una figura che Dante trasse dalla
teologia cattolica.
6 La Dama come «eterno femminino» sembra emergere
nel Romanticismo tedesco con una sua rilevanza. In particolare Lei, ne L'amante
invisibile, parla dell'incarnazione dell'«eterno femminino» in Goethe. In quale
opera Goethe fece un esplicito riferimento a tale tema?
Goethe nascose i propri convincimenti esoterici nelle
sue opere, salvo che nel Wilhelm Meister dove ne fece una spiegazione totale, completa. È
straordinario come in questo romanzo, che sembra realistico, all'improvviso Wilhelm, il
protagonista, si innamori di una donna che è al di là dei pianeti. Goethe, dunque,
mentre sembra presentare la descrizione di un essere femminile vero e proprio,
estremamente elevato, come un angelo sollevato al di là della sfera planetaria, in
realtà sta enunciando, in modo molto semplice e preciso, una esperienza sciamanica,
ovvero la scoperta della donna che è al di là delle influenze planetarie e che si trova
verso stelle come Sirio e Aldebaran.
Quindi all'interno di tale opera compare quella
visione dell'«eterno femminino», altrove incarnato da Beatrice o da Laura, all'origine
della grande poesia europea.
7 Nella modernità sembrano rarefarsi le tracce più
vitali dello sciamanesimo. Cosa ha determinato questa sorta di
depotenziamento dell'archetipo?
Potrei rispondere che sono state le fiamme che hanno
avvolto Giordano Bruno, che fu il massimo teorico della fantasia e dell'uso della fantasia
come metodo per allenare la memoria. Non è un caso che oggi i suoi libri sulla memoria
non si comprendano a pieno, risultano molto difficili. Dunque è possibile considerare
Giordano Bruno come l'ultimo a essersi occupato di questa utilizzazione della fantasia, di
questo irrobustimento della fantasia finalizzato all'accrescimento della memoria per
ottenere una conoscenza più profonda. Pertanto è all'inizio del Seicento che comincia a
cedere la fantasia europea. È possibile considerare il Tasso come l'ultimo grande poeta
epico dell'Europa, poiché con esso si vede morire tutto l'insieme dei prodotti della
fantasia che un tempo rallegravano la vita. La nostra attuale fantasia non ha nulla in
comune con quella di un qualunque seguace del vudù di Haiti: la nostra fantasia non
riesce nemmeno più ad affrescare una chiesa.
Di contro, la fantasia sciamanica riesce a ordinare
il cosmo evocando un archetipo fondamentale, quale l'ascesa di una montagna, l'entrata in
una caverna e la scoperta, in fondo alla caverna, della Grande Dama che concede la vita.
Questo è uno degli schemi più antichi, più diffusi, che è possibile trovare in tutti i
popoli. Laddove si trasforma la scena, non cambia nulla del sostrato. Un'altra storia
prototipica è rappresentata dallo sciamano che si immerge nel mare fino alle massime
profondità e, in un anfratto della costa, entra in una caverna dove incontra la
divinità, principio della vita e fondamento dell'esistenza. In altre storie, invece della
salita o della discesa, vi è la grande traversata del deserto e l'arrivo nell'oasi dove
domina la Grande Dea dell'Atlantide.
Quindi tutte le possibilità sono aperte, ma in
realtà è unica la storia: l'attraversamento di un percorso accidentato, la perdita di
tutte le vesti e, infine, l'arrivo nudi alla meta e la lotta per avere l'accesso alla
fonte della verità e della vita.
8 Perché nell'esperienza sciamanica
le dimensioni della guarigione e della cura assumono un'importanza fondativa?
L'esperienza sciamanica è sempre terapeutica nel
senso che, riconducendo l'uomo alle scene fondamentali, permette a questo di acquistare
una visione complessiva della realtà e quindi di superare quell'angustia che ha
determinato la malattia. Oggi, in certi paesi dell'America Latina, dove la tradizione
sciamanica ancora sopravvive, lo sciamano viene chiamato a risolvere quei casi disperati
che nessun medico riesce a guarire: è interessante notare il fatto che, ancora oggi,
qualche volta tali sciamani riescano a trasformare il malato.
Inoltre, un tempo, la funzione terapeutica dello
sciamano era concepita come un tutt'uno con la funzione poetica, con la funzione musicale
e con la funzione, in genere, teatrale: un tempo non si facevano distinzioni, dunque
l'arte doveva guarire. Un'arte che non era in grado di guarire era considerata inutile,
era considerata come uno scialo di immagini che non rispondeva a nessun fine. Quindi la
domanda non è tanto come mai lo sciamano si protende alla cura, ma come si fa a produrre
arte senza intendere come suo fine la guarigione.
9 Oggi si tenta in qualche modo di riattingere alla
cura sciamanica, anche da parte dell'etnopsichiatria. Lei ritiene
possibile un attingimento del genere o lo considera solo uno sforzo inutile?
Personalmente non credo a questo attingimento. Io
vidi nascere tale movimento in America, negli anni Ottanta. Ogni volta che facevo una
conferenza di argomento sciamanico, tutti mi parlavano dell'ultimo libro di Harner, ma
rimanevo esterrefatto perché essi parlavano di esperienze di studio, non di possibilità
reali. Scoprii che già allora c'erano vari centri i quali spedivano, in contrassegno, le
maracas e tutti gli strumenti utili per immedesimarsi con un'esperienza sciamanica, quale
che fosse. Inoltre Harner diffondeva lo sciamanesimo delle tribù venezuelane o
brasiliane. Quindi c'era la pratica di scavare dentro la terra per arrivare al mondo
soprannaturale, oppure la pratica di volare nei cieli, per librarsi fino al mondo
sovraceleste. Di fatto oggi lo sciamanesimo è una delle tante religioni americane perché
alcuni hanno portato in America gli sciamani degli Huicholes del Messico, mentre altri
hanno inventato altre forme.
Personalmente non credo che qualcuno oggi possa
immettersi in un mondo sciamanico, tuttavia non posso nemmeno escluderne la possibilità
in senso assoluto. Ciò che vidi in America mi parve puerile, ma questa che sembra una
debolezza degli Americani, in realtà rappresenta l'inizio di una grande forza. Per ora
credo che sia soprattutto una fonte di guadagni per chi riesce a simulare di essere uno
sciamano: quindi tanti Indiani d'America e tanti Messicani probabilmente stanno ingannando
il popolo più labile e più facile da incantare.
Esiste tuttavia una rivista molto importante, lo
Shaman's drum di San Francisco che rappresenta uno strumento, secondo me, indispensabile:
si tratta di un mensile straordinario che porta qualche testimonianza di esperienze
sciamaniche dimenticate, tratte dalla letteratura passata o attuale.
10 Ne L'amante invisibile Lei
delinea una sorta di pedagogia della visionarietà, auspicando un possibile ritorno di
attenzione al piano dei sogni, delle visioni. Lei parla di una traduzione delle conoscenze
scientifiche in una griglia mitica: cosa intende con ciò?
Prospettavo la possibilità che qualcuno potesse
avere una forza della fantasia così agguerrita da riuscire a costruire un sistema di
metafore attorno alle verità scientifiche ultime, quali, per esempio, la fisica
quantistica. Di fatto, coloro i quali non conoscono la matematica in modo abbastanza
profondo, non sanno nulla della fisica quantistica. Dunque un matematico potrebbe ideare
qualche metafora con la quale fornire un piccolo aiuto a trasportare la mente su quel
piano.
In genere nelle scuole si insegna soltanto il sistema
metaforico congegnato attorno alle verità tradizionali. Perché non inventare, con
superba forza, tutte le metafore necessarie, evitando di limitarsi a quelle puramente
pedagogiche attualmente in uso, allestendo un grande dramma, come usavano fare gli
sciamani?
Elémire Zolla racconta come è nato il
suo interesse per lo sciamanesimo ed espone lo sviluppo di queste
ricerche con una conseguente analisi critica delle reazioni occidentali di fronte alla
singolarità della figura dello sciamano. Zolla parla dello sciamanesimo soreano,
sopravvisuto a diverse forme di proibizione nel corso dei secoli -dal divieto buddhista ai
tentativi di repressione del regime comunista della Corea del Nord- quindi descrive una
delle cerimonie sciamaniche coreane più importanti, affontando anche la funzione
guaritrice dello sciamano Zolla dimostra che lo sciamanesimo è, in realtà, ben radicato
nella tradizione culturale occidentale, sia rileggendo da tale punto di vista gli episodi
di guarigioni miracolose riferite dai Vangeli, sia riferendosi al mondo greco. Analizzando
la vicenda di Cassandra, viene inoltre evidenziato che il punto fondamentale
dell'esperienza sciamanica è indissolubilmente legata al cosiddetto «matrimonio» con la
Grande Dea, ossia al rapporto sessuale con la divinità depositaria dell'abbondanza, della
fertilità, in grado di arrecare benefici alla comunità; sono anche documentati casi in
cui lo sciamano non solo si sposa con la Dea, ma si abbiglia egli stesso da donna. Nel
Cristianesimo si è verificata non una trasformazione dell'esperienza sciamanica, ma una
trasformazione della dominazione degli eventi. Nella letteratura cortese, tradizionalmente
considerata debitrice delle produzioni islamiche, vi sono degli effettivi richiami
all'esperienza sciamana legata alla predicazione di Maometto. Egli, infatti, introdusse la
figura delle huri per distogliere i Meccani dall'antico culto delle jinn: come
conseguenza, nell'Islam si verificò una sorta di costante ricerca delle huri anche nel
mondo terreno, ricerca che culminò con la vicenda sciamanica di Ibn Arabi, che raggiunse
i più profondi livelli di esperienza mistica prima incontrando una fanciulla, quindi un
ragazzo. Queste tradizioni giungono nella letteratura europea medievale e, in particolare,
i segni più evidenti sono nello Stil Novo: su tutti, vale l'esempio di Beatrice; altro
caso esemplificativo, molto più recente, è costituito dal Wilhelm Meister di
Goethe, in cui il protagonista si innamora della donna che è al di là dei pianeti. Va
tuttavia ricordato che in Europa lo sciamanesimo perde forza e consistenza nel Seicento,
il secolo che si apre con il rogo di Giordano Bruno e nel quale la poesia cortese ha il
suo ultimo grande rappresentante in Torquato Tasso. Questo ha determinato la perdita, da
parte del mondo occidentale, della fantasia propria dello sciamanesimo, ordinatrice del
cosmo grazie all'attuazione di uno schema, di un archetipo per il quale lo sciamano deve
compiere un viaggio faticoso -grotta, deserto, caverna marina- che lo porterà al
congiungimento con la Grande Dea. L'esperienza sciamanica ha sempre una funzione
terapeutica, in quanto arreca guarigione attraverso l'acquisizione di una visione
complessiva della realtà che supera il dolore. Inoltre la funzione terapeutica si associa
a quella poetica, musicale, teatrale proprie dello sciamano; hanno invece un valore del
tutto commerciale i fenomeni di massa legati ad una nuova e presunta attività sciamanica
guaritrice, di moda negli Stati Uniti. In conclusione, Zolla si auspica un ritorno alla
fantasia sciamanica per costruire un sistema di metafore intorno alle cognizioni
scientifiche.
Mongolia- Cavalli al tramonto del sole
Massimo Cacciari |
«Et moi je ne
supporte que les poètes qui, par ailleurs,
ont aussi des pensées, comme Pindare et Leopardi»
F.
Nietzsche, Nachgelassene
Fragmente 1875-1879, KSA, Bd. VIII, p. 128.
1.
Leopardi en est convaincu : le monde est «koinonia kakôn» et sa puissance provient en
premier lieu de ce quil est expression de lois physiques, dune Anankè bien
plus forte que toutes nos lois, tous nos impératifs. Leopardi en est convaincu : les
esthloè, les agathoè, les «bons et magnanimes», il est naturel que l«on tente
de les détruire ou de les pourchasser par maints efforts» (Pensieri, i). Conviction qui
rend impossible lêtre persuadé, la joie de la Persuasion, en ce quelle
affirme linexorable victoire de la «généralité», de la capacité
dadaptation universelle des «malfrats» les uns aux autres, et du flux indéfini de
leurs convoitises sur le théâtre du monde (Pensieri, xcviii).
Mais
que disent-ils, en vérité, ces «bons et les magnanimes»? «Ils sont sincères et
appellent les choses par leurs noms» (Pensieri, i); en dautres termes, ils ne font
pas de rhétorique: ils ne passent pas leur temps à «bavarder» (Pensieri, viii). Ils ne
traduisent pas «les vrais enseignements [...] dans la langue du faux»; ils parlent «à
mots nus» des choses «qui se font et toujours se feront». Mais ici, «Machiavel dira»
(Per la novella Senofonte e Machiavelli, in Tutte le opere, a cura di F. Flora, Milano
1961, Le poesie e le prose, vol. I, pp. 1051 sq.1) ici cest Machiavel
lun des auteurs privilégiés, avec Thucydide, du Nietzsche «historisch durch und
durch» qui enseigne: «la morale est déjà irréparablement abolie et
détruite», et il faut substituer à la philosophie socratique la «solide et froide»
observation de leffectif, la seule qui puisse enseigner aux hommes (»ces diables de
chair») lart du vivre (qui seul sharmonise à la naturelle philopsychia),
tandis que la morale devra plutôt sappeler art du non-vivre (art de
limpossible Vie).
Et
relisant ainsi, à la flamme de Michelstaedter, ces pages léopardiennes, nous voici
aussitôt conduits au cur du problème. Le magnanime, est-il donc «simplement»
celui qui ne ment pas, celui qui détrompe, le véridique précisément, dans
lacception nietzschéene la plus directe et explicite? Est-ce vraiment la même
personne, ce «bon» dont il est question dans la première Pensée, et le Machiavel,
maître de la vie sociale et des règles inflexibles qui gouvernent la «koinonia
kakôn»? Le «bon» ne serait pas autre chose, dès lors, que le «vrai philosophe»
(ibid., p. 1055) et le «vrai philosophe» nordonne pas, ne pontifie pas mais
explique «clairement et distinctement lart véritable et utile»: en dautres
termes, ses paroles se convertissent en faits, en pratiques utiles pour celui qui les
suit. Le «bon» ne serait, dès lors, que la vérité même de cette époque et de ce
monde: celui qui en dévoile, sans hypocrisie ni fiction, la nature authentique. Et il ne
serait pas chassé pour autre chose, sinon du seul fait que le monde ne supporte pas que
le mal soit nommé (Pensieri, i).
Mais
une telle conclusion serait déjà en soi contradictoire. Le fait que le monde ne supporte
pas dêtre dit à mots nus, signifie que cela ne lui est utile en rien, et
quil sagit même dun principe contraire à sa propre philopsychia. Alors
le «vrai philosophe» qui enseigne froidement «lart véritable et utile» trompe,
puisque dire le vrai effectif nest daucune utilité pour personne. Déjà,
dans la simple volonté dobserver sans fiction résonne un détachement du monde que
lon observe, comme des règles qui linforment. Déjà cette observation obéit
à un nomos qui apparaît décidé de la physis du «troupeau civil». Le principe selon
lequel le bon doit (Sollen !) observer, est, pour ainsi dire, entièrement a priori par
rapport à lordre immanent de la communauté. La position du «vrai philosophe» est
donc intrinsèquement paradoxale: alors quil affirme que «la morale est
irréparablement abolie et détruite», il accomplit une affirmation morale en tant
que telle incompatible avec le monde qui en a fait une réelle apostasie2. Du seul fait de
sen tenir «à la connaissance de la nature humaine» (Pensieri, li), en tant
quhistorien de ses cultures et de ses langages, il ny participe pas
puisquy participer implique de ne pas appeler les choses par leurs noms, mais
plutôt de «traiter et décrire avec le lexique de la morale» l«art de la
scélératesse» (Per la novella..., op. cit., p. 1053).
Mais
plus encore: pour pouvoir saisir les principes effectifs de ce monde en formes claires, et
non comme ces philosophaillons qui voudraient «que toute la vie fut sage et
philosophique» (Pensieri, xxvii)3, il sera nécessaire de les pouvoir définir et
den montrer, donc, les limites. Le «vrai philosophe» nanalysera pas
seulement le mécanisme interne de la culture du corps social, mais découvrira aussi à
quels autres principes et à quelles autres forces il soppose, de quelles limites
«souffre-t-il». Immanent à lobservation véritable est ce jugement :
déconstruire toute prétention à la totalité. En effet, lobservé, en tant
quil est observé, ne peut a priori apparaître comme un tout puisquil
implique nécessairement un observateur qui ne lui est pas immédiatement identique. Mais
la prétention de valoir comme unique totalité ne peut être éliminée dans la
«koinonia kakôn» (qui, de ce fait, est contrainte juxta propria principia
à chasser le «bon»: le «bon», en simposant de dire, avant tout, la vérité
effective, bouleverse cette prétention sur laquelle se maintient lunion du plus
grand nombre, l«état social»). Il ne se trouve pas de désenchantement possible
qui ne comporte la connaissance de ce que ce monde nest pas de ce qui pour
lui est simplement oublié, ou considéré comme mort ou vaine illusion. La connaissance
des forces qui régissent ce monde (qui appartiennent à larchôn de ce monde,
devrions-nous dire) ne se peut disjoindre de la connaissance de tous ceux hommes,
expériences ou idées qui souffrent de son arrogance (Pensieri, xxviii). Ainsi,
non seulement celui qui véritablement observe ce monde doit lui être étranger, mais il
devra aussi reconnaître ce que ce monde considère comme simple passé, il devra écouter
toutes ses victimes sans quoi il ne pourra être ce solide et ferme (et donc
libéré de son incessante «mutation», de ses «modes» insatiables) connaisseur du
monde qui veut et doit être. Pour ces raisons essentielles (bien que presque toujours
sous-entendues) les images dune vie heureuse, dheureuses erreurs (et nous en
verrons la nature authentique), de doux espoirs, de «tromperies amènes» (Le ricordanze)
toute la dimension, en somme, du «cher imaginer», (Al conte Carlo Pepoli),
interdite par le vrai (Ad Angelo Mai) , ont une fonction décisive dans
lexpression même du vrai effectif, car cest par elle quapparaît la
limite de ce vrai et donc la raison pour laquelle ce vrai ne peut être Vérité,
ne peut prétendre à quelque totalité que ce soit. Cest nécessairement seul celui
qui chante la douloureuse mélodie des «choses passées», et donc les remémore, les
transfigurant dans son tourment qui dure, les rendant vivantes encore dans un tel tourment
(Alla luna), qui peut dun il libre rechercher «lacerbe vrai» (Al conte
Pepoli) «de lâpre sort et de lobscur lieu / que Nature nous donna» (La
ginestra) sans aucune kolakeia, sans aucune servile adulation pour le «siècle
orgueilleux et imbécile» sans «sadapter» un seul instant à son éloge des
«magnifiques destins en progrès» (ibid.).
2.
Le froid et dur observateur reconnaît, avant tout, le caractère intrinsèquement
nihiliste qui domine les «magnifiques destins» de la Ratio européenne4. Lidée de
nihilisme, comme chiffre de la tradition métaphysique à son apogée, est soumise à
lenquête par Leopardi avec une extraordinaire rigueur, entièrement débarrassée
de ces tonalités «sentimentales» qui, pour une très grande part de la littérature
Romantik, caractérisent la critique de lAufklrung et du nouvel ordre
économique et social. Et il ne se trouve pas trace non plus chez Leopardi de cette
nostalgie régressive à légard de dimensions culturelles précédant
laffirmation du logos impositif-projetant contemporain. Une telle nostalgie (typique
elle aussi dune grande part de la Romantik) ne pourrait être valable pour une
raison de fond: Leopardi tient pour un fait certain le caractère destinal de
laffirmation de ce logos il le conçoit même comme laccomplissement,
la vérification de sa plus intime nature ab origine. Mais tel est
lauthentique désenchantement léopardien! ce destin est le destin du logos
occidental, non une abstraite totalité. Sa prétention de valoir comme le Tout, est le
trait fondamental de son arrogante volonté de puissance et elle vaut, justement,
dans ces limites: comme expression dune volonté. Le «cher imaginer» ne
représente pas une époque ou une culture déterminée à laquelle on puisse se référer
avec une nostalgie désespérée mais, bien plus radicalement, une dimension
spirituelle que jamais cette volonté de puissance ne pourrait reconnaître mais
quelle ne pourra jamais aussi de ce fait prétendre davoir complètement
subsumé en soi, «épuisé» en soi. Subsiste, donc conservée, si lon veut,
justement dans son actuelle «invisibilité» une dimension imaginative, une
faculté de créer des images ou de mettre en image (cette faculté propre de lâme
quest le metaphoreîn, disait Plotin), une faculté dinvention dimages,
qui actuellement sans aucun pathos régressif conteste la prétendue
exclusivité de la ratio calculante et en définit linfranchissable limite. Le
«cher imaginer» ne vit pas ailleurs, dans un «autre monde» par rapport au «vrai
acerbe», mais en constitue plutôt la critique immanente. Oui, «Dès quapparaît
le vrai» tombent les «suaves pensées», «ma douce espérance» (A Silvia) car
il nest de salut, sinon de salut qui tombe mais elles tombent dans le
ressouvenir du chant, dans les «tristes et chers / émois du cur» (Le ricordanze),
que la mémoire du chant accueille et garde. Et une telle poésie existe elle
nest pas soupir, elle est désir en acte de bonheur et de vie. Ce désir qui bat,
conscient dêtre problèma pour le nihilisme du logos et donc désir qui se
connaît soi-même : rien dirrationnel ou de vitaliste est-il simplement
catalogable, alors, comme «condition transcendantale» de toutes les erreurs que la
volonté de puissance-volonté de vérité est destinée à arracher ? Car ce qui définit
en propre le destin du nihilisme cest de poser comme nulle en soi toute expérience
immédiate, de donner figure au monde, et donc, le subsumer, linterpréter, le
transformer en figure de linterprétation (la « gedeutete Welt » de Rilke). La
«misère» de lexpérience (dont Benjamin parlera) est signe de la puissance de la
raison à arracher les erreurs, à poser lêtre comme calculable-manipulable (un
positum de la volonté du sujet), et donc, tous les êtres comme en soi équivalents :
«et le monde est figuré par une brève carte; / Voici, tout est semblable...»
mais semblable dans lêtre rien en soi: «et découvrant / seul le rien
saccroît» (Ad Angelo Mai, [n.s.]). Le savoir et la découverte apparaissent donc
nécessairement insatiables et leur «dure morsure» en vain «requiert le
bonheur» (Al conte Pepoli), car le bonheur ne peut sy trouver comme le dira
Michelstaedter, en interprétant son Leopardi que dans laccomplissement, dans
la paix des erga justement cette paix a priori qui ne peut être atteinte à
travers la fatigue de la découverte, qui avance sans cesse, ruinant illusions, espoirs et
jeunesses. Notre «ardeur scélérate», notre «furor» qui «ouvre les rivages et les
antres / Et les paisibles forêts» (Inno ai Patriarchi il semble que résonne dans
ces mots un écho du stasimon sophocléen de lAntigone sur limage terrible de
lhomme «pantoporos», «aporos epoudèn», «qui en tout lieu ouvre sa
voie», qui en tout lieu aplanit son chemin), jamais ne sera persuadée, jamais ne pourra
se dire energos, mais toujours sera menacée par lennui par la mélancolie
qui assaille de par son insatiable avancée. Cest sans doute le trait le plus
profondément pétrarquien et tassien de la pensée de Leopardi: une épaisse brume
dacédie5, plus encore que dennui, enveloppe la «furor» de notre savoir et
de notre action, à peine comprenons-nous quils ne se peuvent «apaiser» dans des
uvres «heureuses», mais ne sont quun éternel re-commencement (»tanta
cptorum moles» comme les appelle Pétrarque, de la douleur desquelles «commence et
naît / le chant italique»). Mais ce type dhétérogénèse des fins, qui semble
miner à la racine lultra-humanisme du logos, «et le fuyant et nu / Bonheur, sous
le soleil bas, pourchasse» (Inno ai Patriarchi), ne peut être dit, ne peut être jugé
sinon par celui qui a à cur, dès à présent, la mémoire de ce bonheur et
raisonne sans répit sur son combat avec les principes destinés à le détruire.
3.
Demandons-nous alors si ce qui réagit de manière critique au sens
immanentiste-matérialiste dominant dans le processus de la raison peut nêtre que
la dimension de l«erreur de jeunesse». Les illusions que le savoir extirpe et
détruit ne sont-elles pas autres que celles du «jour de fête»? Le rire que
lon perçoit comme un écho extraordinaire et lointain nest-il que
limmédiate expression de linconsciente et insouciante jeunesse?
Que
les sensations soient «nos seules maîtresses» et quelles nous enseignent «que
les choses sont ainsi, parce quelles sont ainsi, et non parce quelles doivent
être absolument ainsi, cest-à-dire parce quil existe un bien et un bon
absolus, etc.» (Zibaldone 1339-1340, 17 juillet 1821), de cela Leopardi en est
parfaitement convaincu (et, nous le savons maintenant, ceci équivaut à dire quil
est convaincu, in uno, quil ne sagit pas, dans ce savoir, de persuasion).
Locke la démontré, selon lui, sans nul doute possible, et pour ce faire, il
fallait témoigner dune «très haute connaissance, dune finesse et dune
acuité inventive suprêmes, dune très vaste doctrine, dun grand génie en
somme» (ibid., 2707, 21 mai 1823). La raison des choses est toujours et seulement
relative (le «quantum» nietzschéen de «bonne raison» que chaque fait possède!);
«les circonstances variant, et donc les convenances, la morale varie aussi, et il
nest aucune loi qui soit gravée primordialement dans nos curs» (ibid., 1638,
5-7 septembre 1821). Ainsi la philosophie dont Leopardi est convaincu apparaît sans
hésitation celle qui, de manière plus cohérente, détruit la fable du système
platonicien des idées (ibid., 2709, 21 mai 1821), comme «modèles éternels et
nécessaires des choses» (ibid., 1638, 5-7 septembre 1821). Et une fois les idées de
Platon expulsées, tout innéisme sécroule, «labsolu se perd» (ibid., 1462,
7 août 1821). Le «démon» anti-platonicien de la philosophie moderne ne pourrait être
exprimé de façon plus lucide et précise et qui est véritablement détrompé et
connaisseur du verum-factum ne peut pas ne pas y prendre part. Mais la fable de Platon
serait-elle une expression naïve de la «légende antique» qui faisait vivre un seul
jour les fleurs et lherbe et les bois (Alla Primavera) avant que lhomme ne
sen fasse un chemin ? Certes, pour Leopardi, les temps de Platon, «conservaient
encore bien assez de nature» (Zibaldone, 1067, 20 mai 1821), mais le système de Platon
est tout autre quun songe vague cest un système très hardi qui
embrasse toute lexistence, qui veut rendre raison de la nature toute entière.
Platon est «le plus profond, le plus vaste, le plus sublime philosophe parmi tout ceux de
lantiquité» (ibid., 3245, 23 août 1823). Une «fable» son système, mais non
point une chimère: «le système de Platon des idées qui préexistent aux choses (...)
non seulement nest pas chimérique, bizarre, capricieux, arbitraire, fantastique
mais tel quon sémerveillera de voir comment un ancien a pu atteindre au fond
ultime de labstraction ...» (ibid., 1713, 16 septembre 1821 [n.s.]). Si le système
platonicien est illusion, il est une haute illusion; sil est une erreur, il est une
erreur divine6 ; sil est une fable, il lest au sens du mythos, bien plutôt
«parole vivante» que simple narration.
A
partir des années 1821-1823 lintérêt pour cette «erreur» absolument
extraordinaire, tel que lui apparaît être le système de Platon, continue dêtre
central chez Leopardi. Il est presque sur le point de «sengager» à traduire pour
limprimeur De Romanis toutes les uvres de Platon (Lettre à Monaldo Leopardi,
4 janvier 1823); son intention est de traduire le Gorgias qui lui semble être «un des
plus beaux dialogues de cet auteur» (Lettre à Carlo Antici, 5 mars 1825: Michelstaedter
avait-il connaissance de la préférence de Leopardi?); il veut préparer lédition
dun recueil des Pensées de Platon qui contiendrait «tout le beau et
léloquent, le détachant de son éternelle dialectique qui de nos jours est
insupportable» (ibidem et il convient de rappeler à ce propos le «combat» de
Michelstaedter contre le Platon des grands dialogues dialectiques). De ce dernier projet,
parmi ceux de cette époque, «je men suis satisfait principalement» dit-il (Lettre
à Carlo Bunsen, 3 août 1825) et plusieurs années après, il persiste encore à
croire que ses observations sur Platon «contiennent beaucoup de vrai, et sont même pour
la plupart vraies et utiles à lintelligence de Platon» (Lettre à Louis De Sinner,
21 juin 1832).
Ce
«beaucoup de vrai» était déjà exprimé dans une note du Zibaldone (1713-1714, 16
septembre 1821): Platon atteint «au fond ultime de labstraction» en tant
quil découvre (donc lui aussi est philosophe qui démontre, outre que poète : cf.
Zibaldone, 3245, cit. véritable «idée», en somme, de pensée poétante) que si
nous voulons sauver les principes de nos jugements de la relativité du flux de
lopinion, nous devons faire lhypothèse «des images et des raisons de tout ce
qui existe, éternelles, nécessaires, etc., et indépendantes de Dieu lui-même » (n.s.)
car autrement elles ne seraient pas absolues, mais relatives, en tant que dépendantes de
la volonté de Dieu, et ne pourraient donc daucune manière nous persuader. Nous
serons pour continuer dans la métaphore michelstaedterienne effectivement
vaincus, à travers les idées, par la volonté de Dieu, mais jamais persuadés par elles
et en elles. Il sagit en vérité dune annotation «foudroyante»7 dans
laquelle Leopardi saisit lindépassable problème destiné à affliger toute
«métaphore» du platonisme grec dans le cadre de la tradition théologique
judéo-chrétienne. Dun côté, il est essentiel pour cette dernière de «sauver»
la doctrine des formes ou des idées de tout relativisme historico-linguistique; de
lautre, elle est contrainte de le faire en en subordonnant la constitution au
vouloir de Dieu, dun Dieu créateur personnel qui les contienne en soi comme raisons
propres. Et cela ne change rien théorétiquement si lon considère
immuable le sens dune telle volonté le pas fatal a déjà été accompli:
concevoir comme volonté lessence même de lêtre. «Quelque négation ou
affirmation absolue que ce soit», alors, «se détruit entièrement par elle-même», et
cest pure illusion (un «merveilleux» artifice) de croire que lon puisse
sauver la possibilité de jugements ou de principes indestructibles, en détruisant, in
uno, le système platonicien, ou en le trouvant faux ou inconsistant.
La
«fable» platonicienne, donc, nest pas une simple illusion, mais constitue, au
contraire, cet essentiel système de référence selon lequel il est possible de critiquer
non seulement le caractère illusoire et hypocrite de la philosophie de ce monde, du
siècle «imbécile» justement parce qu«orgueilleux» de ses destinées (La
Ginestra), mais aussi laporie qui informe toute la pensée de lEurope ou de la
Chrétienté. Cette pensée, malgré son avancée «victorieuse», nest pas capable,
ne peut être capable, de labsolue rigueur de labstraction platonicienne; son
savoir ne peut jamais atteindre la logicité du discours ardu de Platon: si nous voulons
nous «sauver» de loscillante dénomination des «hommes à deux têtes», il est
nécessaire de supposer et de considérer «indubitablement comme absolues», et donc
absolues du Dieu lui-même, les images ou raisons de lêtre. Celui qui, dans
lEurope ou la Chrétienté, a tenté de penser avec cette même rigueur impitoyable,
a toujours dû subir comme le Socrate de Platon laccusation
dhérésie, dapostasie, dimpiété. «Exact raisonnement» que celui de
Platon, et pour les exigences de «lexacte philosophie» celui-ci réélabore et
transforme sa langue même (qui était déjà «la plus riche, la plus féconde, la plus
facile à produire, la plus libre, la plus habituée et donc intolérante à légard
de la nouveauté»), au point de paraître «des plus hardies» aux grecs eux-mêmes.
Hardiesse, liberté, mania poétique et créatrice et, en même temps, exercice,
subtile philosophie, cohérence logique (Zibaldone, 3236-3237, 22 août 1823): telle est
la profondeur du mythos platonicien, que Leopardi revisite.
Si
nous oublions lidée, si son mythos se réduit à une chimère infantile, nous ne
saurons pas même observer-juger ce monde effectif, car nous nen reconnaîtrions pas
laporie constitutive car la raison pour laquelle, dans ce monde, la vie
heureuse est impossible, la raison pour laquelle ce monde est abios bios, nous
échapperait. Et cette raison est celle de Michelstaedter: une fois lidée
détruite, toute persuasion est détruite toute possibilité de «demeurer», de
en-ergheia ruinée, nous sommes destinés au désir insatiable et à lennui qui,
finalement, laccompagne. Mais, alors, ce ne sont pas les chimères et les illusions
de la jeunesse qui rendraient cette vie heureuse, si jamais telle vie pût exister
mais seulement une Vie illuminée par lIdée, une Vie transfuse dans lIdée
(lhomoiosis du Théétète). Ce ne sont pas les erreurs dun «petit enfant»
qui font un éternel contre-chant au «monde figuré» mais, bien plus profondément, la
pensée dominante de lIdée. Oui, quelle soit, elle aussi, erreur, mais erreur
qui ne peut abandonner le jugement, et dautant moins quil est plus dur et
froid car ce nest quà la lumière de lintransigeante logicité
de ce système que «lapparition du vrai» peut ne pas nous enchanter, ne pas nous
séduire, ne pas nous asservir, quil peut être saisi dans ses immanentes
contradictions propres. Lesprit «erre» véritablement le long de la réalité
sensible, dans une sorte dextase, alors quil «voit» lIdée, mais dans
de telles visions, « Io riconobbi i miei non falsi errori » «je reconnus mes
erreurs qui ne me trompaient pas» (Dante, Purgatoire, xv 117)»!
Telle
est la «chère beauté» de la femme aimée. «De te voir vivante désormais / il ne me
reste aucun espoir»; sa Beauté dédaigne «être vêtue ... de forme sensible», mais ce
nest quà sa «mesure» que je peux comprendre quelle douleur «propose le
destin à lâge humain». «Vivre bienheureux» serait, en effet, pouvoir
taimer sur terre «véritable et telle que ma pensée te forme». Le bonheur serait
que lIdée soit effective, quelle puisse «sincarner» et donc
que notre amour pour lIdée puisse réellement saccomplir. Mais si est
illusion cet accomplissement, divin, certes, mais toujours pour autant une erreur,
nest pas illusoire au contraire lamour désespéré tendant à «déifier» la
vie mortelle, et est bien réelle son éternelle capacité à «former-imaginer», à
concevoir «des idées éternelles». Et ce nest que dans ces pensées quil
peut trouver quelque réconfort (»de limago, / lors que du vrai je ne puis,
largement je me paye»). Si la foi dans la réalité de lIdée est détruite,
nest pas pour autant détruite, mais au contraire plus douloureuse et vivante la
«palpitation» insomniaque «de toi pensant» la remémoration-méditation qui
pour elle seule serait «cette vie bienheureuse» (Alla sua Donna, qui date de septembre
1823).
Dun
côté le contraste qui ne se peut disjoindre entre la Beauté de lIdée et le
nécessaire amour pour elle qui habite le «cur non vil» (Leopardi retrouve des
accents quasiment stilnovistes dans le lexique de ces Chants «platoniciens»), et de
lautre, «la vie malheureuse», ce grand drâma est exprimé avec encore plus
d«exact raisonnement» et une langue encore «plus riche» et «féconde» dans Le
penser dominant, qui est bien postérieur (composé probablement entre octobre 1831 et
1832-1833). Puissante, dominatrice, telle est la pensée-amante du Beau, «don du ciel»
comme la mania erotikè platonicienne. Delle provient une «joie céleste» et bien
quelle soit qualifiée de «terrible»: «cause aimée de tourments infinis»
et non pas tant parce quelle apparaît comme une fureur qui ne peut être contenue,
telle que dès lors son «délire» serait «humain trop humain» et ne saurait être
comparer aux «songes des immortels», mais bien plus parce quelle nous contraint à
dé-lirer extatiquement de toute «conversation terrestre», du «monde stupide», de
toutes les sortes de «lâches» et «âmes non généreuses, abjectes» de cet «âge
présomptueux, / qui de vaines espérances se nourrit, / épris de bavardages, et de vertu
ennemi». Amour nous détache implacablement de toute philopsychia, nous rend
insupportable la koinonia kakôn mais que celle-ci ne soit quune communauté
de stupides et de lâches, cest le «mètre» dAmour qui nous le fait
connaître ; ce nest que sur son miroir que nous pouvons savoir les «envies» qui
en constituent lessence (»Avarice, orgueil, haine, dédain / soif dhonneur,
de pouvoir»). Tremblant, lAmour nous dépayse, nous interdit
quelqu«adaptation» que ce soit, nous ôte la sécurité de lantique terre
sous les pieds, nous rend étrangers8.
Et
donc, il faut le répéter, il ne sagit pas de simple nostalgie. Leopardi sait que
«tu nes, doux penser» quun songe, il sait que, fût-elle divine, la nature
appartient aux «erreurs gracieuses». Jamais Leopardi ne se trompe quant à son «état
terrestre» quaucune «angélique beauté», quaucune «apparence
angélique», quaucun songe, fût-il songe dimmortels, ne pourrait
«racheter». Et pourtant ce penser (le terme est décisif et conclut le Chant)
nest pas seulement plus résistant à lavancée du vrai effectif que tous les
autres enchantements «de lâge le plus beau» (Il sabato del villagio) il
est précisément enchantement qui pense (tout comme dans le mythos platonicien), et qui
pensant-et-jugeant harcèle la sottise du monde, au moment même où il sen sépare
[se ne decide]. Non seulement «de vertu ennemi» savère être cet âge, mais
encore stupide et justement lui qui voudrait prétendre «tout réduire à la
raison pure et (...) pour la première fois, ab orbe condito, géométriser toute la vie»
(Zibaldone, 160, 8 juillet 1820) «stupide» parce que «lutile exige / sans
voir que toujours / plus inutile devient la vie». Non stupide, non chimérique est donc
cette «fable» qui démontre comment serait la vraie Vie, celle-là seule capable de
revenir à la vision «des idées éternelles». Dune telle idée de la résistance
tenace de son «fil» «dépend» la possibilité dun critique radicale du nihilisme
de la raison. Résistance quaucun ton funèbre ne parvient à détruire. A y bien
regarder, lenchantement qui semble rompu dans Aspasia, (composé entre 1834 et
1835), lardeur qui semble «éteinte» pour «cette divinité / qui en mon
cur/ eût vie jadis, / et sépulcre aujourdhui» ne se réfèrent pas à
l«idée amoureuse» en tant que telle, mais à lillusion qui peut se donner
une réelle harmonie, ici sur la terre, entre cette Beauté «rai divin» qui suscite
«lamour démesuré», ses tourments, ses indicibles émois et «délires», et
cette femme que «moi timide, tremblant ... moi privé de moi» peut dire avoir vu. La
tromperie véritable ne consiste pas dans lIdée, mais dans l«échange»
entre Idée et réalité (»Enfin découvrant son erreur et les objets qui
séchangent / il sirrite» [n.s.]). Mais cest justement cette tromperie
que le platonisme dénonce! Ce qui explique comment la découverte dune telle erreur
ne peut impliquer la pure et simple extinction du rai de lIdée! La «fille de son
esprit», lIdée (il sagit donc précisément damor intellectualis, de
«forme ... angélique » [n.s.]) qui «contemple le mortel blessé», et quelle ne
disparaît à l«apparaître du vrai» et donc de cette tromperie des
«objets échangés» , à tel point quelle peut se dire seulement maintenant
pleinement reconnaissable. Mais reconnaissable du fait même de son impuissance radicale
à exister, du fait de son absence du fait de labîme, dira Michelstaedter,
entre Absolu et corrélatif. Sur cela lamant ne se trompe plus mais dans ce
même désabusement sur la possibilité de «relativiser» labsolu, il garde
justement cette «amoureuse idée» et en libère «les accords musicaux» de toute
puissance terrestre. Pour saisir cette joie joie dun doux penser
«éprouver les tourments humains / et supporter longtemps / cette vie mortelle, ne fut
pas indigne. / La route vers un tel but, / quelquexpert en nos maux que je sois /
encor je reprendrai» (Il pensiero dominante). «Platonisme» dur, donc, désenchanté,
débarrassé de tous ces éléments dialectico-conciliants qui en avaient marqué
lourdement la tradition, et particulièrement dans la culture littéraire artistique
italienne. Il sagit dun «platonisme» critique à légard de
quelqu«harmonie préétablie», téléologisme, providentialisme, exaltation
rhétorique de la dignité de lhomme que ce soit9 : en somme un «platonisme» tout
à fait étranger à la perspective humaniste, dans le cadre de laquelle, entre le xve et
le xvie siècles, on a pu assister au «retour» de Platon. Et pour ces motifs mêmes un
«platonisme» extraordinairement proche de celui au travers duquel, paradoxalement,
Schopenhauer pouvait lire Kant. |
Musica
per gli occhi -Riccardo Vaia
Debussy
Suono e
immagine una musica per gli occhi? -
Immagine
e suono
Suono e immagine, cinema e musica: sono due dominî che sembrano
mettersi in relazione tenendosi ossimoricamente separati
Limmagine è il prodotto di una messa -in- scena. Il suono
è il prodotto di uno stato-della-scena.
Gli oggetti visivi non sono fonti di luce ma oggetti che vengono
illuminati dalla luce. Gli oggetti sonori sono invece essi stessi la fonte del suono.
Eppure qualcosa in entrambi delega ai sensi di cercare altrove le loro
condizioni duso. Le immagini rimandano alle sonorità, i suoni fanno balenare tracce
visive.
La image-track, che sostanzia il linguaggio in forme
scritte nellinquadratura, è coetanea alla sound-track, la quale, però,
disloca per contro il linguaggio dellimmagine altrove rispetto
allinquadratura (le prime volte che nel cinema muto il pianista suonava in diretta
per intrattenere il pubblico, le persone provavano un senso di
straniamento assai particolare).
I regimi luminosi e quelli sonori capitano da parti opposte.
Tutto ciò rappresenta lindirizzo a partire da Foucault,
da Deleuze, da Syberberg
nel cinema.
Ottuso negoziare la questione con una lente semiotica e parlare
stupidamente di inferenze, di abduzioni tra un suono e unimmagine, di
transcodificazioni. Solo le loro rispettive grammatiche e i loro alfabeti possono essere
equiparati, come sistemi di divisione in unità minime. Il resto è una spaccatura di chronologies,
perché suono e immagine campano su piani temporali impossibili
Una musica per gli occhî
Lanciando unamara occhiata a ciò che resta della nostra
Storia e della nostra storia dellArte, in quanto relazione di una creatività umana
(chiamata tale e che in realtà non è), bisogna davvero discutere sulle calunnie
che ci sono state confezionate da una genealogia secolare di potere.
È unimmagine-suono che va ri-discussa oggi. Un criterio
di riconoscibilità dei nostri sensi, che ci sono stati rubati e che sono stati
depotenziati, abbattuti, stritolati in dogmi trascendentali e proposizionali, perché di
fatto facevano paura ai quadrillages di governo, di controllo, andrebbe rifondato.
Cè denunciare il ruolo restaurativo e burocratico del
complotto, macchinato nei confronti dellimmagine, almeno a partire dalla
Controriforma e dal Classicismo francese del XV secolo.
Ci sarebbero tante cose da discutere. Eppure non cè
niente di cui discutere, per iperbole e per aporia del dire. Se anche solo ne
volessimo parlare dovremmo preludiare che lutopia di unimmagine è vecchia
come il mondo.
Quando si parla di "voler liberare limmagine"
dai suoi laccî metafisici, dalle prigioni in cui è stata inchiodata dagli Assolutismi
dei Lumi e dallidea di aufklärung kantiana fino ai nostri giorni, dominati
dallo spettacolo debordiano, erede di una grande, infida mossa oscurantista, si parla di
unimmagine finalmente pura, crudele, veritiera.
Si parla di unimmagine anti-linguistica in senso epsteiniano, dove la raffinatezza
di grafia si fa agrafia. Si parla di unimmagine che si riavvince al flusso
del divenire astorico e ateleologico, convincendosi di larga misura che questo segnavia
mena alla nozione, allutopia di una musica per gli occhî.
Una musica per gli occhî è rivoluzionaria dal
momento che è aporetica: è come ripensare le facoltà sensoriali, è come rifondare
foucaultianamente le tecniche del sé allinterno dello schema percettivo, è come
riappropriarsi non di unidentità (obsoleto giogo poliziesco di controllo e di
irregimentazione del desiderio) ma di unidentità di flusso, di una
forma-di-noi-stessi in variazione. Non cè nemmeno bisogno di durare una fatica ad
elencare le avanguardie storiche del 900, per chiamare in causa i primi che se sono
occupati. Ancor precedentemente che tra musica e cinema, si parlava di un rapporto tra
musica e pittura: e, in queste autentiche discussioni di sperimentazione, sembrava più
che naturale il percorso di accorpamento dei sensi e di una sorta di risonanza tra di
essi.
Kandinskij, Klee, il Cubismo e poi Richter, Ruttmann,
Vertov, il Futurismo
facile e immediato indagare forme, ritmi visivi, campiture
cromatiche, geometrie. Il momento glorioso del cinema ai suoi albori, quando il medium
palesava già una maturità spinta, sulla via di una liberazione dallo psicologismo o
dalla narrazione. Il montaggio e le grandi teorie su di esso aprivano la
riflessione sul movimento e sul tempo, cambiando per sempre la
faccia dellarte. Con il montaggio, nel cinema, ci si trovava infatti per la prima
volta palesemente davanti al filo temporale e alla metamorfosi del continuum; cosa
che né la musica né la scrittura né la pittura erano state in grado, fino a quel
momento, di esplorare così spietatamente (la danza rimane un discorso del tutto a sé).
Berlino, sinfonia di una grande città di
Ruttmann, Luomo con la macchina da presa o Sinfonia Donbass di Vertov,
Entr'Acte di René Clair sono louverture allastrazione del
movimento: frammentazioni esperienziali di segmenti ritmici, sillabazioni del
respiro greco gettate, per la prima volta, direttamente nel tempo.
Il Cineocchio di Vertov coi suoi trucchi, le sue dissolvenze, le sovrimpressioni, il suo split
screen e soprattutto con laccelerato e il rallentato, e con il movimento
rovesciato, apre dimensioni inedite per la versificazione visiva, orizzonti che la musica
non avrebbe mai potuto pensare con le sue sole forze. Clair e Picabia invece
mettono alla berlina lunivocità della scena, centellinando lo spazio
dellinquadratura in mutevoli rimandi plastici e seppellendo lidea di sequenza
ancora prima che nascesse. Fischinger o Kubelka da parte loro procedono a fondare nuove
tecniche di décadrage materici. Un Michel Fano fa risaltare in modo inaudito lo
spazio-off, fuori dallinquadratura, attraverso colonne sonore
rumoristiche.
Più o meno da qui, ancora prima dellinvenzione vera e
propria del sonoro, da questo momento storico, ci si rende conto che suono e immagine sono
sempre stati irriducibili solchi di scrittura che suddividono il continuum:
allimprovviso è tiranna nella sensazione la dimensione del tempo,
allimprovviso sono chiari e terribili gli effetti di phoné
dellesametro
Quanto il 'respiro' orale della tessitura-testo antica,
primigenia sia vicino al cinema, vien facile da dimostrare. Tutta quanta la metrica
arcaica, ctonia è basata sul respiro, sulle quantità di phoné che si contano tra
un ictus e l'altro... Omero è il grande respiro epico delle corazze che grondano;
le vesti, i carri, le spiagge il temporale, i lirici sono così infantili
nelle loro intonazioni elegiache, patetiche (da Mimnermo ad Archiloco) tutte
giocate su una metrica dell'anima, sulla ghiandola della psiché,
oppure il saturnio latino è macinato e legnoso, ma anche le coblas dei provenzali,
per esempio sono tutte matematica in unissonans o in capfinidas -,
anche il graphein luminoso dei quadri di Caravaggio o la macinazione dei temi
nelle forme di Beethoven sono cinematografici...
Eccola dunque lutopia di una musica per gli
occhî
ecco dimostrato lufficio repressivo che ha condotto una
metafisica della censura, della morale, della verità governativa, kantiana,
cartesiana, nella determinazione di uno statuto dellimmagine come verità
dimostrabile e psicologizzabile, percepita sì attraverso i sensi (e quindi nel
divenire) ma ricontrollata, filtrata, decantata,
setacciata, di volta in volta dallintelletto o dal giudizio, dalla
scienza o dalla fenomenologia, dal potere o dal sapere ecc. ecc. Una metafisica teologica
del soggetto che sta alla radice dellalbero europeo, che deve per contratto celare
la cosa così comè, loggetto che siamo, che deve
demoltiplicare limmagine e le sue prerogative di apertura verso un altro
mondo, la deve ridurre, schiavizzare per i suoi loschi disegni di perpetuazione di
un regime e di una produzione eterna di confini, la deve scollare dai sensi e dai
desiderî, la deve insudiciare con blande genesi e con cicliche ripresentazioni
escatologiche, non deve permettere che essa si avventuri fuori-dalla-scena,
fuori-dalla-cornice, non deve permettere che essa apra finalmente gli
occhî e si rinvenga altrove, si rinvenga senza origine come la musica.
Riccardo V
La Circulata melodia
Il cielo di
pietra
Forse la storia universale è la storia della diversa intonazione di
alcune metafore.
(Jorge Luis Borges, La sfera di Pascal in Altre Inquisizioni)
In un breve racconto che confluirà nelle Cosmicomiche, Italo Calvino descrive la vita di
immaginari abitanti degli strati interni del pianeta terra, che si muovono tra le sfere
concentriche contenute luna dentro laltra fino al nucleo centrale. È un testo
singolare, che nella rubrica introduttiva fa riferimento alla legge fisica che postula la
dipendenza della velocità di propagazione delle onde sismiche dalla profondità e dalle
discontinuità tra i materiali che compongono i diversi strati del globo terrestre. Ma è
anche un testo che parla di amore, e di musica. Le vibrazioni provenienti
dallatmosfera e la voce di uno sconosciuto cantore rapiranno la protagonista al
mondo minerale, scatenando nel suo compagno il desiderio di «costruire sopra di lei una
nuova volta, un nuovo cielo minerale, salvarla dallinferno di quellaria
vibrante, di quel suono, di quel canto» [1] .
Il racconto non ha in realtà grande attinenza con largomento
del presente saggio - una riflessione sullarmonia delle sfere in Dante - , ma il
titolo Il cielo di pietra può diventare lo
spunto iniziale per una riflessione sullargomento.
Le sfere planetarie che compongono il paradiso dantesco sono un cielo
di pietra, nonostante la loro composizione eterea. Anzi, è proprio la presenza di una
materia dotata di moto circolare ed eterna, il cosiddetto quinto elemento o etere, a
giustificare agli occhi degli uomini del medioevo lesistenza di una musica celeste
derivante dal perpetuo volgersi dei pianeti. Se questo legame appare nella Commedia giustificato e necessario, la teoria
dellarmonia delle sfere è però caratterizzata da una persistenza che va ben oltre
letà medievale e la concezione tolemaica delluniverso, superando anche
linterpretazione geometrizzante operata da Keplero nel XVII secolo.
Alcune delle più recenti teorie fisiche che vogliono descrivere il
comportamento delle particelle elementari utilizzano in effetti modellizzazioni basate su
particolari simmetrie spaziali, quando non precisamente la nozione di armonia, che
risalgono alle speculazioni dei pitagorici e di Platone.
Tale tesi è sostenuta da Marc Lachièze-Rey e Jean-Pierre Luminet in
un affascinante articolo pubblicato nelledizione francese di Scientific American [2].
In particolare, la teoria delle superstringhe, secondo la quale il
fondamento della fisica microscopica risiederebbe nelle interazioni tra corde/stringhe di
diametro infinitesimale, e non tra punti senza dimensione, nel suo riproporre la ricerca
di un modello che interpreti efficacemente la natura intima del mondo passando per la
conoscenza delle modalità vibratorie di corde inaccessibili ai nostri sensi, farebbe sì
che «On retrouve ainsi, par un biais inattendu, la
musique secrète des Pythagoriciens, qui nest perceptible quaux
<oreilles> adaptées à leur écoute. Dans le Songe de Scipion, Cicéron disait que la
musique des astres ne pouvait sentendre quen quittant la Terre pour rejoindre
les orbes gigantesques du ciel. La théorie des supercordes nous suggère que la musique
des particules microscopiques ne pourrait sappréhender quen plongeant au
coeur de linfiniment petit»
Una simile enunciazione teorica sarebbe probabilmente piaciuta a Leo
Spitzer, che sul tema dellarmonia del mondo ha scritto uno dei saggi più ricchi e
interessanti [3], che è stato la mia prima guida nel labirinto della
storia semantica del concetto di armonia.
La presente riflessione sulle sfere armoniche della Commedia nasce proprio dal tentativo di applicare
il metodo dindagine spitzeriano, tra lessicografia e storia delle idee,
allanalisi del concetto di armonia delle sfere per come si presenta nel testo
dantesco. Lipotesi che mi propongo di dimostrare è che vi sia la possibilità di
leggere la teoria dellarmonia delle sfere, oltre che come ripresa di
unimmagine suggestiva, quale struttura eidetica di fondo delluniverso
dantesco.
Tale convinzione verrà verificata in primo luogo con il reperimento
dei passi della Commedia nei quali si allude in modo più o meno esplicito alla musica
delle sfere, cercando successivamente di rileggere la mappa concettuale dantesca alla luce
della nozione di armonia che ne consegue.
§ 1. LArmonia delle
sfere: appunti per la «storia semantica di un id
[I tre monaci] incontanente che
furono dentro [alla porta desso Paradiso], udirono lo suono della rota del cielo che
si volgeva; lo quale suono era di tanta dolcezza e suavitate e di tanto diletto, che quasi
non sapevano lo sito dove erano, anzi si posono a sedere dentro della porta, tanto erano
allegri e dilettosi di quello suono della rota del cielo!
(Leggenda del Paradiso
Terrestre, ne Le sette opere di penitenza di San
Bernardo)
Larmonia delle sfere vive una condizione curiosamente
dicotomica. Nelle opere di letterati, viaggiatori, anche fisici, o nelle scritture
popolari di cui abbiamo dato un esempio sopra [4], essa si presenta
spesso come un immaginifico archetipo dai contorni poco definiti, quando non viene
addirittura declassata ad etichetta allusiva di volta in volta della concezione
pre-scientifica, del rapimento estatico cui è soggetto qualche personaggio, di
unatmosfera languida e sognante [5] .
Al contrario, in origine lambito teorico entro cui tale
dottrina si colloca è ben diverso: la giustificazione ed esemplificazione
dellesistenza della musica data dal volgersi perenne delle sfere celesti era di
pertinenza della cultura scientifica, e della scienza matematica.
Una riflessione filosofica rigorosa, quella riconducibile alla scuola
pitagorica [6] , aveva fondato su precise basi matematiche la disciplina
musicale e ne aveva fatto il paradigma di riferimento per il riconoscimento di un disegno
dordine immanente il cosmo, di cui larmonia delle sfere sarebbe la
manifestazione più alta ed insieme più necessaria (nel senso matematico del termine).
Il reperimento di corrispondenze tra scale musicali e ordine
planetario si era spinto a livelli di teoresi di difficile comprensione per i non
iniziati, tanto che già in età medievale non è estranea alla tradizione testuale che
affronta la teoria una precisa dichiarazione di reticenza relativamente
allinserimento di troppi dettagli tecnici. Si legge infatti al termine del
commentario di Macrobio al Somnium Sciponis: nec enim quia fecit in hoc loco Cicero musicae
mentionem, occasione hac eundum est per universos tractatus qui possunt esse de musica,
quos quantum mea fert opinio terminum habere non estimo, sed illa sunt persequenda quibus
verba quae explananda receperis possint liquere, quia in re naturaliter obscura qui in
exponendo plura quam necesse est superfundit addit tenebris, non adimit densitatem (Comm. II, 4, 12 ).
Nel presente studio non approfondiremo la questione della possibile
sovrapposizione tra scala planetaria e sistema musicale: è unoperazione che Dante
non compie nemmeno in nuce, e rischierebbe di portarci lontano. Resta da stabilire se non
si possa però considerare proprio questo volubile statuto teorico come costitutivo, e in
qualche maniera fondante, una teoria che vive nel continuo temperamento tra
unistanza massimamente allusiva ed evanescente, e dallaltro un così stretto
legame con la lingua matematica nella quale sono scritti i misteri delluniverso.
A questo proposito, risulta utile ricordare come il termine stesso di
armonia si ricolleghi al convergere di opposti, e come questa connessione si effettui
allinterno di una dimensione continua che sfuma, senza soluzione di tale
continuità, dalluno allaltro estremo.
Il richiamo etimologico non è casuale, dal momento che una
riflessione sui termini ci introduce già nel corpo del problema di una possibile
legittimazione dellarmonia delle sfere.
Effettivamente, la definizione della musica celeste appare
problematica già dalla sua formulazione terminologica: lespressione «armonia delle
sfere», si può considerare se non errata almeno anacronistica, in quanto la nozione di
sfera, con riferimento al sistema di Eudosso, risulta successiva alla formulazione della
teoria che attribuisce al movimento dei pianeti la produzione di una sublime musica [ 7] .
Linvenzione della teoria nota come armonia delle sfere viene
comunemente ascritta alla scuola pitagorica o a Pitagora stesso, che secondo la
testimonianza di Giamblico (La vita pitagorica,
65-67) [8] era in grado di udire la musica cosmica, e variamente
giustificata come un portato degli studi matematici, geometrici, musicali e astronomici
(che nella concezione pitagorica mantengono una stretta interdipendenza, e non a caso
confluiranno poi nel quadrivio medievale).
Nel suo lavoro Lore and Science
in ancient Pythagorism [9] , Walter
Burkert si preoccupa di reperire le fonti di tale concezione la quale, anche in virtù
della sua caratteristica di assommare in sé una «impressive
image» a un «naive thought», avrà enorme
diffusione nellantichità ed oltre: ancora Keplero, che pure ha raccolto la lezione
copernicana e si muove a partire da osservazioni rigorose allo scopo di dedurre precise
leggi matematiche che regolino il percorso dei pianeti, recupererà il paradigma armonico,
seppure riletto in chiave non più aritmetica ma geometrica.
Burkert riconduce la teoria dellarmonia delle sfere ad una
concezione pre-scientifica che cerca di rendere comprensibile il mondo disponendo la
molteplicità dei fenomeni entro un ristretto numero di schemi (e proprio in virtù di
questa sua potenza ordinatrice sarebbe stata favorevolmente accolta dalla cultura
medievale). Secondo la lettura antropologica da lui sostenuta, la giustificazione della
credenza nella musica cosmica si collocherebbe sullo stesso livello della costruzione dei
miti e dei riti, mentre sarebbe un errore postulare una qualche teoria
matematico-astronomica da cui si potesse dedurre, o significare, lesistenza della
musica cosmica.
Mantenendosi sul livello delle fonti storiche documentarie, Curt
Sachs [10] rileva lesistenza di una correlazione tra aspetto
cosmologico e concetti musicali già presso antiche civiltà indiane e cinesi, avanzando
di conseguenza lipotesi di diffusione dalloriente della teoria; larmonia
delle sfere, ricevuta una forma finale in Babilonia, si sarebbe diffusa poi sulle rive del
Mediterraneo e avrebbe trovato la sua formulazione matematica in Grecia con il
pitagorismo.
Che alla base dellarmonia delle sfere ci fosse una precisa
speculazione matematica oppure la suggestione del numero quale principio ordinatore del
cosmo , la considerazione delluniverso ordinato, ed ordinato come sistema musicale,
è un prerequisito fondamentale per una nutrita serie di teorici riconducibili alla
cosiddetta koiné platonico-stoico-aristotelica,
che grande influenza eserciteranno su Dante.
È il neo-pitagorico Nicomaco di Gerasa che più di altri riporta in
auge limmaginifica teoria. Nell Enchiridion
harmonices [11] , manualetto
di armonia dedicato ad una colta lettrice, che costituisce il solo scritto di argomento
musicale che di questo autore ci sia giunto, egli addirittura postula la necessità del
rumore prodotto da un corpo lanciato o rotante, e specifica che la qualità di detto
rumore dipende dalla dimensione del corpo, dalla sua velocità e dal mezzo di propagazione
[12] .
Severino Boezio, in quel De
institutione Musica [13] che
proprio a Nicomaco guarda come ad un modello privilegiato, con riferimento alla musica mundana [14] , riprende questa dimostrazione naturalistica e
immediatamente condivisibile sulla base di un ragionamento logico, scrivendo:
Qui enim fieri potest, ut tam
velox caeli machina taciti silentisque cursu moveatur? ( ... ) non poterit tamen motus tam
velocissimus ita magnorum corporum nullo omnino sonos ciere, cum praesertim tanta sint
stellarum cursus coaptatione coniuncti, ut nihil aeque compaginatum, nihil ita commissum
possit intellegit.
(S. Boezio, De Institutione
Musica, I, II)
Se il suono ha la sua origine nel movimento non può qualificarsi
come assurdo lavere immaginato che, dal momento che tutto luniverso si muove,
esso debba produrre una possente armonia. [15]
Dante accoglie larmonia delle sfere, discostandosi dal dettato
del maestro Aristotele nel De Caelo [16] , sulla base di questo ragionamento e dellauctoritas di Boezio, ma soprattutto di quanto
sullargomento era stato detto dallo «spirito magno» Cicerone.
§ 2. Musica coelestis:
ipotesi sul primo canto del Paradiso
Dopo aver visto le cose di cui
sopra vien riferito, io, Maometto, e Gabriele discendemmo al settimo cielo, dove
cerano gli angeli che sono chiamati Cherubini. (...) E tutti lodavano Dio, e
lodandolo alzavano a tal punto le loro voci che se la gente del mondo ne udisse anche una
soltanto, morirebbe per lo spavento causato da quel suono.(l libro della Scala di Maomet
Abbiamo detto che lesistenza dellarmonia delle sfere era
stata negata da Aristotele e dai suoi commentatori, tra cui Averroé, Alberto Magno e
Tommaso dAquino. Ma la fantasia creatrice di Dante doveva essere stata
particolarmente toccata dal pensiero di un concerto dei cieli, cantanti la gloria di Colui che tutto move. Oltre questo
motivo di carattere squisitamente estetico, non bisogna dimenticare di riconoscere la
persistenza nellopera dantesca delleco della corrente di pensiero
pitagorico-platonica [17] , mediata principalmente
dallinsegnamento di Boezio, SantAgostino e San Bonaventura.
A questo proposito, ci sembra particolarmente significativa
unannotazione critica di Giulio Ferroni. Egli sostiene che «la filosofia di Dante
non propone novità speculative, ma contempera prospettive diverse» [18]
. È proprio sullidea del contemperarsi, così caratteristica dello spirito della Commedia, ma soprattutto così scopertamente legata
allarea semantica musicale, che intendiamo soffermarci nel tentativo di riprodurre
la mappa concettuale dantesca, secondo la definizione di Leo Spitzer [19]
. Una tale prospettiva impone in primo luogo il reperimento di occorrenze testuali
significative: nel nostro caso, si tratta di verificare la persistenza dellidea
dellarmonia delle sfere e di studiarne le modalità di manifestazione.
Lincontro di Dante personaggio con la musica delle sfere
avviene entro i primi cento versi della Terza cantica, nel momento in cui egli varca
assieme a Beatrice la sfera del fuoco per entrare nel primo cielo, quello della Luna:
Quando la rota, che tu sempiterni
Desiderato, a sé mi fece atteso,
Con larmonia che temperi e discerni,
Parvemi tanto, allor, del cielo acceso
De la fiamma del sol, che pioggia o fiume
Lago non fece mai tanto disteso.
(Par I, 76-81)
Larmonia che temperi e
discerni è espressione tecnica e musicale: temperare
indica qui latto dellaccordatura (tipico soprattutto di uno strumento a corde
come la lira, cfr. le sante corde/ che la destra del
cielo allenta e tira di Par XV, 5-6, su cui avremo modo di ritornare), mentre
nellespressione discerni sarebbe secondo
alcuni commentatori ravvisabile un preciso riferimento alla discretezza dei numeri per
mezzo dei quali, secondo la teoria pitagorica, vengono stabiliti i rapporti matematici che
organizzano lo spazio sonoro [20] .
Secondo lEnciclopedia
Dantesca, si tratterebbe di «un riferimento preciso alla musica mundana, alla vera e
propria armonia delle sfere; ma la maggior parte delle citazioni alludono ad un rapporto
non immediatamente evidente che lega musica e simbolismo o, per meglio dire, a fenomeni
strutturali interpretati musicalmente» [21] .
Nelle glosse allunico luogo sicuramente attestato, le edizioni
italiane sono nel complesso piuttosto caute: quella a cura di Umberto Bosco e Giovanni
Reggio [22] si richiama alla dottrina pitagorico-platonica e al Somnium Scipionis, precisando però che a questa musica celeste Dante
non farà più riferimento nel corso del poema. Sulla stessa linea anche la
Chiavacci-Leonardi che dice esplicitamente che «è quellarmonia
delle sfere», e conclude «Nel creare il suo paradiso, Dante segue la tradizione di
ispirazione platonica che gli offre la possibilità di raffigurarne aspetti sensibili
quali, oltre la luce, il suono» [23] . Particolarmente ricco
lapparato al testo delledizione a cura di Natalino Sapegno, che cita
testualmente il passo del Somnium Scipionis nella
glossa al termine temperi e rimanda ad una serie
di altri saggi per ulteriori approfondimenti.
Sembrano adombrare un più esplicito riferimento, almeno
terminologico, alla dottrina, due traduzioni della Commedia.
Ledizione francese della Bibliothèque de la
Pléiade [24] (tradotta e commentata da André Pézard) così
riporta la terzina sopra citata:
quand lorbe
queternise
désiderance de toi saisit mes sens
par lharmonie quil régle entre les sphèrene ui esplicitamente
utilizzato il termine sfere, che non è presente
nel testo originale, crediamo a scopo esplicativo (anche se viene a perdersi lidea
del temperamento che è più forte di quella del régler)
e con unevidente allusione alla teoria, di cui sono testualmente citate i due
referenti (armonia e sfere) nello spazio dello stesso verso.
Per quanto riguarda la traduzione inglese ad opera di Charles
Singleton [25] , se la resa di Par. I non risulta particolarmente
evocativa (When the revolution which Thou, by being
desired, makest eternal turned my attention unto itself by the harmony which Thou dast
temper and distinguish), al contrario la traduzione di un altro luogo che viene
generalmente citato come esempio di musica mundana appare qui chiaramente espresso.
Singleton rende infatti così fui sanza lagrime e
sospiri / anzi l cantar di quei che notan sempre / dietro a le note de li etterni
giri ; (Purg XXX, 91-93) come
So was I without
tears or sighs
before the song of those who ever sing
in harmony with the eternal spheresdove, ancora una volta, le parole harmony e spheres
compaiono nello spazio del medesimo verso.
Probabilmente meno deferenti verso certa critica dantistica di
stretta osservanza filologica, gli studiosi doltre confine si permettono con
maggiore leggerezza lavventura entro percorsi esegetici che cercano di cogliere le
eco di alcune affascinanti «eresie» presenti nellopera dellAlighieri. Le
scelte operate in sede di traduzione diventano allora la conseguenza macroscopica di una
peculiare modalità di lettura, meno compartimentata sullaspetto retorico.
Anche in ambito italiano, la disamina sulla musica mundana dantesca
percorre vie sotterranee e spesso liminari. È interessante notare come siano autori che
si occupano marginalmente di esegesi dantesca, almeno quanto di teoria musicale, i più
strenui difensori, almeno a livello di enunciazione teorica, della presenza della teoria
dellarmonia delle sfere nella Commedia.
Ovviamente viene poi a cadere, in questi contesti estranei a prospettive di analisi
testuale e riflessione filosofica, qualsiasi tentativo di giustificazione teorica della
presenza di una tale musica.
Nella sua storia dellastronomia, che già presenta il
significativo titolo di «Sfere Armoniche» [26] , Giovanni Godoli afferma che «Dante parla chiaramente della teoria
addirittura in più luoghi del poema», doviziosamente citati seppure soltanto con un
rimando numerico (Purgatorio XXX, 91-93 e XXXI, 144-145; Paradiso I, 76-84 VI,124-126 XXI,
58-60 e XXIII, 109). Ad uno spoglio attento, non tutti i passi censiti da Godoli possono
però essere letti come esemplificazione dellarmonia delle sfere senza incorrere nel
rischio di veder amplificare a dismisura la portata semantica del concetto, stemperandone
la specificità musicale. Citeremo soltanto il caso più macroscopico: la richiesta di
Dante e dì perché si tace in questa rota / la
dolce sinfonia di paradiso, che giù per laltre suona sì divota (Par XXI,
58-60) si riferisce al canto dei beati e non allarmonia delle sfere, a cui il poeta
non fa più cenno dal cielo della Luna, e che comunque in nessuna tradizione presenta un
punto di discontinuità così marcato al settimo grado (cielo di Saturno).
Sorprendentemente paradossale è la prospettiva teorica entro la
quale si muove Luigi Papini [27] , che addirittura si vale della musica
mundana quale prova decisiva, oltre allevidenza di frequentazioni con musicisti come
Casella e al presupposto studio delle discipline quadriviali, a favore della tesi di una
precisa competenza musicale del poeta, con un rovesciamento di prospettiva rispetto alle
argomentazioni consuete: «la prova che a me pare sicura, è la conoscenza che Dante
mostra di avere della credenza degli antichi intorno allarmonia delle sfere celesti,
la quale va sempre unita alla teoria musicale, anzi ne è una parte. (...) Se Dante dunque
aveva questa credenza, doveva conoscere certamente anche il resto della teoria musicale.»
Larmonia delle sfere come premessa di un sillogismo resta comunque un unicum
documentario [28] .
Abbiamo già notato come la letteratura critica sullargomento
sia vasta e frammentaria, difficilmente collocabile in un contesto disciplinare rigoroso:
dal momento che non esiste una tradizione testuale di riferimento in materia la maggior
parte delle osservazioni, anche pertinenti e che spesso aprono linee interpretative di
particolare interesse, sono reperibili allinterno di un corpus estremamente
variegato che comprende raccolte di scritti di esegesi dantesca, lavori sulle dottrine
musicali antiche e medievali, saggi di argomento astronomico e testi di più spiccato
impianto teorico. La nostra indagine partirà quindi dalla lettera dantesca per poi
muovere ad analizzare la complessa mappa concettuale sottostante.
§ 3. Nella luce della musica:
appercezione sinestetica e saturazione sensoriale
Admirez le pouvoir
insigne
Et la noblesse de la ligne:
Elle est la voix que la lumière fit entendre
Et dont parle Hermès Trismegiste en son Pimandre.(Apollinaire, Orphée, in
Le bestiaire ou le cortège dOrphé
Il Paradiso della Commedia
è un universo etereo di luce, musica e movimenti armoniosi. La terza cantica si apre non
casualmente su una grandiosa immagine di luce, offertaci sotto forma di perifrasi
incipitaria con lespressione la gloria di
colui che tutto move. Che il termine gloria adombri quello di luce e virtù è
chiarito dallo stesso autore, nellEpistola
a Cangrande della Scala: Patet ergo quomodo ratio
manifestat divinum lumen, id est divinam bonitatem, sapientiam et virtutem, resplendere
ubique (...) Bene ergo dictum est, cum dicit quod divinus radius, sive divina gloria,
per universum penetrat et resplendet (Epistole, XIII, 21-23). È questo diffondersi della
luce divina fino a saturare di sé lintero universo a costituire largomento
degli ultimi trentatré canti, ma non solo: vedremo subito che leffetto di
saturazione dello spazio prodotto ad opera del lumen irradians si accompagna a quello
uditivo derivante dal volgersi delle sfere celesti.
«Dante ha dato al suo Paradiso una temperie di luce che mancò ai
maestri senesi: dispose quella loro stupenda musica degli ori nella trasparente geometria
delle sfere» è la tesi esposta da Guido di Pino nel saggio La poesia della luce nellInferno dantesco [29] . Anche se non riusciamo a capire cosa dovrebbero rimproverarsi Duccio
da Buoninsegna e Simone Martini, questa notazione ci introduce con unimmagine
immediatamente evidente nellatmosfera della terza cantica. Ecco che «temperie»,
nel suo significato di «equilibrio, giusta proporzione» (basato quindi su rapporti,
anche numerici, rigorosi) richiama il tecnicismo musicale «temperare», ma si presenta
qui legato al campo semantico della luce; «musica degli ori» è una pretta sinestesia,
una figura retorica che ritroveremo come particolarmente significativa nel dettato
dantesco relativo alla musica mundana; quanto alla trasparente geometria delle sfere, si
tratta della cadenza di un discorso che si muove per immagini lungo il suggestivo percorso
del quadrivio medievale: dopo laritmetica (temperies) e la musica, la geometria come
mediatore e ultimo passaggio verso larmonia delle sfere eteree, verso la concezione
astronomica.
Il richiamo allelemento geometrico potrebbe peraltro aiutarci a
giustificare lintroduzione di una definizione che, se è certamente anacronistica
rispetto ai tempi danteschi, lo sembra molto meno per quanto concerne la portata teorica
che lascia intravedere, e che appare significativa anche per lopera dantesca. Scrive
Keplero, trecento anni dopo Dante: Duo sunt, quae
nobis harmonias in rebus naturalibus patefaciunt, vel lux vel sonus (Harmonice Mundi, liber V caput IV) [30].
Luminosità e musicalità non sono semplicemente unetichetta
che qualifica il Paradiso dantesco, ma possono diventare un indice significativo della
presenza di sottostanti rapporti armonici, basati su proporzioni numeriche, che con questa
modalità vengono disvelati ai sensi.
Soffermiamoci adesso sullanalisi delle terzine del primo canto
del Paradiso, che abbiamo detto costituire la più esplicita allusione alla musica
celeste.
Quando la rota, che tu sempiterni
Desiderato, a sé mi fece atteso,
Con larmonia che temperi e discerni,
Parvemi tanto, allor, del cielo acceso
De la fiamma del sol, che pioggia o fiume
Lago non fece mai tanto disteso.
La novità del suono e l grande lume
Di lor cagion maccesero un disio
Mai non sentito di cotanto acume.
(Par I, 73-84)
Il passo ha evidenti riscontri nel ciceroniano Somnium Scipionis, sesto ed unico libro della Repubblica conosciuto al Medioevo [31]
, narrazione di un immaginario viaggio nellaldilà compiuto in sogno da Scipione
Emiliano, che ebbe enorme influenza sulla cultura filosofica medievale grazie al commento
di Macrobio (V secolo). Come il titolo De Re Publica
allude allomonima opera di Platone, così laver posto alla fine del dialogo la
narrazione di un immaginario viaggio nellaldilà richiama il mito di Er, con cui si
conclude la Repubblica. Platone è però più
fonte di ispirazione limitatamente al disegno globale dellopera, repertorio di
situazioni cui attingere, anziché autentico referente dottrinale.
Fonti diverse influenzano il dettato ciceroniano, in cui si ritrovano
molti topoi tradizionali di lontana origine mistica, spesso attribuiti a Pitagora,
riecheggiati in Platone come negli stoici, e che sono diventati paideia, patrimonio comune.
Come Dante, anche Scipione è stato innalzato oltre il dominio umano,
come Dante osserva l universo dal cielo, precisamente da quella Via Lattea che, da
Pitagora alla dottrina stoica del Somnium, è
ritenuta la sede celeste delle anime, qui riservata agli eroi e ai benefattori
dellumanità [32]. Come Dante, Scipione vede ridimensionata
limportanza della Terra, piccolo pianeta della regione sublunare [33]
dove tutto (eccetto le anime che transitoriamente vi si trovano ) è mortale e caduco,
tanto piccola da provocare rammarico (Cicerone usa paenitet
dove Dante dice «...io sorrisi del suo vil
sembiante» ) ma, coerentemente con la dialettica alto/basso e la conseguente tensione
dellanima verso lalto, sottostante lintero Somnium, su invito dellAfricano leva lo
sguardo e passa a considerare lo spettacolo del «templum» [34] entro
cui è giunto. Soprattutto, e in questa sede è il particolare che più ci interessa,
anche Scipione ascolta la musica delle sfere, e come Dante ne chiede ragione alla sua
guida:
quid?, hic -inquam- quis est, qui complet aures meas tantus
et tam dulcis sonus?". «Hic est -inquit- ille, qui intervallis coniunctus inparibus,
sed tamen pro rata parte ratione distinctis, inpulsu et motu ipsorum orbium efficitur et
acuta cum gravibus temperans varios aequabiliter concentus efficit; nec enim silentio
tanti motus incitari possunt, et natura fert, ut extrema ex altera parte graviter, ex
altera autem acute sonent(Somnium Scipionis, 18)
Bisogna ricordare che la conoscenza diretta del Somnium Scipionis da parte di Dante è ancora
oggetto di dibattito: se da un lato la cosa appare altamente probabile, data la diffusione
del commento di Macrobio nel corso di tutto il Medioevo, il reperimento di precise
occorrenze testuali risulta più controverso.
LEnciclopedia dantesca
non inserisce il passo relativo allarmonia delle sfere tra quelli in cui sarebbe
ravvisabile una rispondenza tra le due opere (che effettivamente manca, almeno a livello
testuale). Più possibilista sulla conoscenza del testo, ma più recisa circa il suo
utilizzo da parte del poeta, appare la posizione di Umberto Bosco che, nel momento
dellascesa di Dante al cielo delle stelle fisse presso la costellazione dei Gemelli,
individua nel Somnium Scipionis il precedente
classico del riproposto topos della visione della terra dal cielo (riecheggiato, questo
sì, anche nelle scelte lessicali) ma rileva altresì lincongruenza astronomica di
tale visione.
Assai interessante è la conclusione, che riportiamo: «Non è questo
lunico caso in cui in Dante la ragion poetica ha il sopravvento sulla scientifica:
per esempio, in Paradiso I, afferma che le sfere celesti emanano, girando, un armonioso
suono: questo contro lopinione di Aristotele e della filosofia scolastica, ma
secondo proprio un passo dello stesso Somnium
Scipionis» [35] .
Parrebbe di poter cogliere, nelle parole del commentatore, la
convinzione dellesistenza duna corrispondenza tra citazioni del Somnium e una sorta di delirio poetico
dellAlighieri, che in tali momenti abdicherebbe alle conoscenze della filosofia
scolastica.
Ora, non si capisce perché il recupero di una teoria quale quella
pitagorico-platonica, certamente «altra» rispetto alla tradizione aristotelico-tomista,
ma pienamente legittimata e ripresa anche dai padri della chiesa (da Ambrogio a Origene ad
Onorio dAutun) debba essere tacciato di delirio: volendo rispondere con una
provocazione che si connette ad unimmagine tanto abusata nei commenti danteschi come
icona della perfezione, si potrebbe osservare che anche per chiudere un cerchio il
delirio, almeno a livello strettamente etimologico, è condizione necessaria.
Ritornando al testo della Commedia,
non tratteremo per ora della condizione del poeta, appena transumanato, né del movimento
circolare che, pur restando sullo sfondo, informa di sé tutta la cantica, come pure la
struttura delluniverso dantesco. In questo momento ci interessa puntare
lattenzione sulla compresenza di luce e suono, e sullo stretto legame che si
instaura tra i due ambiti sensoriali.
Procedendo ad una sommaria parafrasi delle terzine, osserviamo un
passaggio senza soluzione di continuità tra la sfera uditiva e quella visiva: nel momento
in cui larmonia delle sfere celesti attrae lattenzione di Dante, allora gli si
rivela la grande luminosità del cielo. Una appercezione sinestetica che Dante autore
connette anche a livello testuale, saturando la misura del verso con i due sintagmi
nominali uniti da congiunzione copulativa «la
novità del suono e l grande lume».
Osservare che luce e suono informano di sé lintero paradiso
dantesco sarebbe poco significativo; più interessante è notare come lutilizzo
della sinestesia visiva/uditiva percorra lintera Commedia, e si ritrovi allinizio del
viaggio dantesco, al margine della voragine infernale, regno del caos per antonomasia
(anche se gioverà sottolineare che quello proposto dallAlighieri è comunque un
caos ordinato, dove la coppia non deve intendersi con valore antonimico). Quando Dante si
è già disposto a lasciare la selva oscura ascendendo il dilettoso monte, larrivo
delle tre fere e soprattutto della lupa, gli impone di retrocedere là dove l sol tace (Inf.I, 60) [36].
Tre versi più avanti, a conclusione della terzina che segna
lapparizione sulla scena di Virgilio, il poeta latino viene definito come Chi per lungo silenzio parea fioco (v.63), con un
ritorno della coppia sensoriale udito/vista, questa volta «in absentia».
In questultimo caso, ci risulta chiarificatrice una delle
interpretazioni avanzate dalla critica dantesca sul significato letterale del verso, e
più precisamente sullattribuzione dello stato di silenzio: questo non andrebbe
ascritto a Virgilio personaggio, né alla ragione da lui personificata, né alla memoria
del poeta classico. Si tratterebbe invece del silenzio del Sole, che non penetra nelle
oscure profondità del limbo dove Virgilio ha la propria sede eterna, temporaneamente
diserta per accorrere in aiuto di Dante.
Se il sole tace, ne consegue che si abbia un luogo dogne luce muto, e che chi vi si trova a
causa di questa privazione diventi fioco. Oltre lappercezione sinestetica si pone
però uninterpretazione simbolica abbastanza scoperta. Con unimmagine
poeticamente molto efficace e filosoficamente impegnativa, Dante disegna un luogo ove
vengono meno i caratteri positivi di esattezza, luminosità, musicalità che sono propri
di Dio; caratteri che si sovrappongono agli attributi solari-apollinei, che però nella
selva oscura non sono presenti, o meglio, «tacciono», sospendendo così la propria opera
ordinatrice. Ed ecco che già nei primissimi canti del poema incontriamo il ruolo divino
di lumen irradians e numero numerans attribuito allastro solare,
con la seconda accezione che può essere intesa come idea musicale.
Facciamo un passo indietro, e torniamo a considerare il Somnium Scipionis. Nellopera ciceroniana
viene riservato al sole un ruolo centrale, nonchè la collocazione tipica dellordine
caldeo, di medium tra i sette pianeti conosciuti; questa posizione privilegiata giustifica
il ruolo rivestito dal sole, che è dux et princeps
et moderator luminum reliquorum, mens mundi et temperatio (Somnium, 17).
Cicerone qui sta mediando tra la visione della maggior parte degli
stoici, che fanno delletere il summus deus, e quella di Cleante, che vi sovrappone
limmagine del sole-dio, avanzando quella che è stata considerata una visione
eliocentrica mistico-religiosa, seppure non astronomica. Per i nostri intenti, risulta
particolarmente interessante una nota riportata nell edizione del De Re Publica a cura di E.Bréguet [37]
, che ricorda come la posizione occupata dal sole nella successione planetaria
corrisponda, tra le sette corde della lira, a quella della mese, a partire dalla quale la
lira viene accordata.
Il ruolo del sole quale dux et
princeps et moderator, ma più ancora quale
mens mundi et temperatio, viene a questo punto letto anche allinterno della
concezione musicale dellarmonia delle sfere. In particolare lepiteto temperatio, in questo contesto, viene interpretato
come un ulteriore allusione allaccordatura delle corde a partire dalla mese [38] , con una suggestiva precisazione per quanto riguarda la scelta
lessicale: Cicerone non scrive temperator,
«termine parimenti ciceroniano che qui si sarebbe allineato con precisa concinnità a moderator, ma che Cicerone non usa perché non si
tratta ora della divinità trascendente, che regge in equilibrio il mondo
dallesterno, ma del principio stesso, panteisticamente immanente nelle cose, del
reggerle» è la puntuale osservazione di Ronconi nelledizione del Somnium da lui curata [39] .
Unidea certamente suggestiva e che non sembra del tutto
estranea al sentire dantesco, soprattutto se si confronti quanto detto a proposito di
Cicerone con la definizione del Sole che viene dal poeta proposta nel momento
dellascensione al cielo corrispondente, in cui si dice: Lo ministro maggior de la natura, / che del valor del
ciel lo mondo imprenta / e col suo lume il tempo ne misura (Par X, 28-30). In
particolare, ritorna in questa terzina un altro termine chiave della lettura «musicale»
del testo del Somnium: quello di valore, che compare in uno dei passi la cui
interpretazione ha creato il maggior numero di perplessità tra i commentatori
ciceroniani, producendo un florilegio di ipotesi tra le più fantasiose.
Ille autem octo cursus, in
quibus eadem vis est duorum, septem efficiunt distinctos intervallis sonos, qui numerus
rerum omnium fere nodus es
(Somnium, 18)
La mancata sovrapposizione tra gli otto giri e i sette suoni ha
convogliato la riflessione esegetica sullespressione eadem vis, a cui viene generalmente attribuito il
significato di velocità di rotazione, senza però riuscire a stabilire in maniera univoca
quali siano i pianeti che ruotano con la medesima velocità. Più interessante
lipotesi proposta ancora dalla curatrice delledizione Les Belles Lettres, la quale riprende da
Th.Reinach la traduzione di vis (gr. dynamis) come valence, nel senso di «la place et la function de
chaque note dans le tétracorde auquel elle appartient», e la applica ad una struttura
per tetracordi disgiunti che assicuri la copertura dellottava, e nella quale sono le
note estreme ad avere la medesima vis: vis, dynamis, valore della nota, che a questo punto
sembra quindi essere accostabile al concetto di «qualità sonora».
Applicare quanto detto alla Commedia
dantesca può sembrare in un primo momento azzardato, ma se si consideri la sommatoria
delle concordanze testuali, avvalorate dalla possibile sovrapposizione tra il ciceroniano mens mundi e il dantesco ministro maggior della natura, e rilette nel
quadro dellazione dellanima del mondo del Timeo platonico (riferimento fondamentale per ogni
dottrina che disponga luniverso entro uno schema musicale) non così ingiustificato.
È altamente probabile che Dante si ponesse in posizione critica rispetto alle riletture
cristiane dei classici: se da un lato la sua posizione appare coerente con
lortodossia cristiana e quindi il ruolo del sole viene ridimensionato,
dallaltro non è forse estraneo agli intenti danteschi un tentativo di riconfermarlo
nel ruolo di congiunzione (synaphe) tra i due tetracordi che risuonano nella girazione dei pianeti [40] .
È proprio questa armonia ordinata dalla presenza del sole, che nel
regno infernale è descritta in absentia, che si ritrova come caratteristica precipua del
Paradiso, dove si moltiplicano le immagini di luce associate alla musica: gli spiriti che,
nel cielo del Sole, si dispongono a formare una corona attorno al poeta, sono più dolci in voce che in vista lucenti (Par X,
66), ma la loro dolce melodia è ineffabile, come avverte Dante autore:
e l canto di quei lumi era di quelle;
chi non simpenna sì che là su voli,
dal muto aspetti quivi le novelle
(Par X, 73-75)
Ancora un carattere dellatto percettivo descritto in Par I deve
essere indagato: la saturazione dello spazio. A
differenza di quanto era stato sostenuto da Cicerone, Dante non considera in termini
tecnici una saturazione dello spazio musicale (ravvisabile nella struttura tetracordale
adombrata nel Somnium, che si tratti del
precipitare degli estremi sul Sole-mese o più semplicemente della chiusura
dellottava), e anche per quanto riguarda lemergenza fisica separa le due cause
dei propri dubbi: della luce lo colpisce laspetto quantitativo, lestensione;
per quanto riguarda la musica è affascinato piuttosto dalla sua novità, dalle
caratteristiche qualitative di questo suono, e forse anche dal suo rendersi percettibile
tutto dun tratto senza alcun progressivo avvicinarsi che possa aiutare a collocare
nello spazio la fonte sonora. Ancora una volta, è piuttosto la dimensione del tempo ad
essere in causa per la musica, e quella dello spazio per la luminosità.
Musica eterna e luce infinita, che però non possono essere
immediatamente riconosciute in tutte le loro implicazioni da Dante personaggio.
Diversamente si era interrogato Scipione nel Somnium, in un primo momento a proposito della
luminosità riscontrata nella Via Lattea:
(...) erat autem is
splendidissimo candore inter flammas circus elucens- quem vos, ut a Grais accepistis,
orbem lacteum nuncupatis
(Somnium, 16)
e di seguito, relativamente alla musica celeste:
quid?, hic -inquam- quis est, qui complet aures meas tantus
et tam dulcis sonus?omnium, 18)
Oltre a qualificare il sonus sia quantitativamente (tantus) che qualitativamente (tam dulcis), Cicerone si sofferma a lungo ad
indagare la teoria dellarmonia delle sfere, dimostrando di essere almeno a
conoscenza della letteratura tecnica sullargomento. Nel passo ciceroniano è poi
evidente già a livello terminologico limpressione di saturazione: Scipione afferma
che il sonus compleat, «riempie» le sue
orecchie. E la chiusa del capitolo del Somnium che
tratta dellarmonia delle sfere non fa che puntualizzare il parallelo tra vista ed
udito:
Hic vero tantus est totius
mundi incitatissima conversione sonitus, ut eum aures hominum capere non possint, sicut
intueri solem adversum nequitis eiusque radiis acies vestra sensusque vinci(Somnium,
19)
Lopzione della saturazione, se da un lato appare molto
suggestiva ed è efficacemente sovrapponibile ad una lettura musicale, è però utilizzata
come lelemento «versus» la teoria dellarmonia delle sfere da Aristotele.
Riprendendo la coppia di aggettivi proposta da Cicerone nel Somnium, potremmo immediatamente osservare come la
confutazione del De caelo si basi più sul tantus che sul tam dulcis, come qualità del sonus celeste.
In un primo momento, Aristotele illustra la teoria pitagorica
qualificandola come gradevole ed interessante, anche se falsa. È egli stesso a riportare
la giustificazione attribuita ai pitagorici del perché non udiamo la celeste armonia:
perché un suono o un rumore non vengono percepiti se non in contrasto con il proprio
opposto, il silenzio o meglio lassenza del suono medesimo; dal momento che quello
prodotto dalla rotazione delle sfere planetarie è un suono che ci è presente sin dalla
nascita, non è possibile riconoscerlo, in quanto ci manca la percezione del suo
contrario. Una saturazione per assuefazione, simile a quella provata dai fabbri che
appaiono indifferenti al rumore provocato dalla propria quotidiana attività lavorativa.
Basata su una diversa sfumatura semantica del concetto di saturazione
è la posizione propria di Aristotele, decisamente più recisa nel negare larmonia
delle sfere: alla domanda perché non udiamo la musica delle sfere risponde perché non
cè nessuna musica, di più non cè nemmeno nessun rumore. Non si sofferma qui
su tecnicismi musicali, non gli interessa avanzare ipotesi su presunte qualità celestiali
o cacofoniche del suono: non esiste nessuna musica, ed è facilmente dimostrabile, per
assurdo. Se esistesse un suono prodotto dalla rotazione degli astri, sarebbe talmente
forte ed intenso da distruggere la vita sulla terra, cosa che non è. Quindi, non esiste
alcuna musica delle sfere. Ma perché non esiste? Perché gli astri si muovono nel medium
della propria sfera, e quindi non cè attrito [41] .
La soluzione, o meglio lo spostamento di prospettiva che permette di
aggirare lostacolo della confutazione di Aristotele arriva proprio da un
aristotelico, Simplicio, il cui commento greco al De
Caelo viene tradotto in latino da Guglielmo di Moerbeke nella seconda metà del XIII
secolo.
Simplicio sposta lattenzione dalludibilità della musica
in sé, attorno alla quale ci si interrogava con gli strumenti della scienza acustica del
tempo, allo stato ricettivo in cui è richiesto di porsi allascoltatore.
Forte igitur, secundum virorum
philosophiam, solvendam instantiam, dicendo quod non omnia sunt invicem commensurata,
neque omne omni est sensibile neque apud nos. Insinuant
autem canes odorantes animalia de longe, quod homines non odorant. Quanto itaque magis,
intantum natura distantibua, quantum incorruptibilia a corruptibilibus et caelestia a
terrenis, verum est dicere quod divinorum corporum sonus terrenis auribus non est
audibilis! Si autem aliquis et hoc corpus terrenum separatum et autoideale ipsius et
caeleste sedile et eos quam in ipso sensus purificatos habeat, aut per bonam sortem, aut
per vitae bonitatem, aut adhuc propter sacerdotalem perfectionem, iste utique videbit quae
aliis invisibilia sunt et audiet quae ab aliis non audiuntur, sicut narratur Pythagoras
extitisse. Divinorum autem et immaterialium corporum, si utique fiat aliquis sonus, neque
percussivus neque perimens fit, sed generativorum sonorum excitat virtutes et operationes
et cognatum sensum perficit. Et proportionem quidem habet quandam ad sonum concurrentem
cum motu terrenorum corporum. Operatio autem quaedam est motus illorum impassibilis soni,
qui apud nos fit propter sonativam aeris naturam. Si igitur ibi aer passivus non est,
constat quod neque sonus utique erit. Sed videtur Pythagoras sic dicere harmoniam illam
audivisse tamquam et in numeris harmonicas proportiones intelligens, et quod in ipsis
audibile, audire dicebat harmoniam. -Dubitaret autem utique quis merito, propter quid ipsa
quidem astra visivis nostris sensibus videntur, sonus autem ipsorum auribus nostris non
auditur. Et dicendum quod neque astra ipsa videmus. Neque enim magnitudinem ipsorum aut
figuras neque excellentes pulchritudines, sed neque motum per quem sonus fit, sed velut
illustrationem quandam ipsorum videmus talem, velut et solis circa terram lumen et non
ipse sol videtur. Forsitan autem neque utique erit mirum, visivum quidem sensum veluti
immaterialiorem et secundum actum magis axistentem quam secundum passionem, et mulutm
aliis supereminentem, claritate et fulgore caelestium honorari. Alios autem sensus
neque alias alteras assignet causas probabiliores, amicus sit sed non inimicus habeatur [42] .
È interessante notare come il commentatore faccia esplicito
riferimento a Pitagora e alle credenze che volevano che il filosofo udisse larmonia
celeste essendo in condizione di trance; egli però non si limita a questa notazione
aneddotica, ma cita esplicitamente la riconoscibilità di proporzioni e numeri al suo
interno.
Bruno Nardi, che ha il merito di essere uno dei pochi ad affrontare
nello specifico il problema dellarmonia celeste nel poema dantesco [43]
, dopo aver riportato la tesi di Simplicio conclude sostenendo che la musica mundana
«diletta gli orecchi degli uomini divini che hanno purificato i loro sensi nel quotidiano
sforzo di elevazione verso il mondo superiore; e risuona alla fantasia del Poeta che ha
compiuto la sua purificazione sulla cima della montagna santa, dopo avere attraversato il
duplice regno del peccato. Non ludirono, quel divino concento delle sfere,
Aristotele e Tommaso, perché troppo la loro mente giudicò "ex apparentibus secundum
sensum» ; ludirono invece Pitagora e Dante, che seppero innalzarsi sopra il mondo
terrestre dei sensi. (...)" [44].
Per Simplicio la musica delle sfere non va dunque intesa come una
vibrazione propagantesi nellaria che colpisce ludito umano, ma come un atto
intellettivo, attraverso il quale luomo accede alla comprensione dei rapporti
armonici che regolano la struttura ordinata delluniverso [45] .
Ed è proprio questa sfumatura che verrà ripresa da Dante che, nonostante le confutazioni
mosse da Tommaso, non rinuncerà ad inserire nel suo paradiso un tale concento dei cieli:
larmonia delle sfere non va tanto ascoltata a seguito di una percussione
dellonda sonora, va riconosciuta con un atto intellettivo.
§ 4. Intendere larmonia
Mais tu sais bien que tous les gens dont tu me parles, tous
tes «musiciens», comme on les appelait autrefois, nont été que dassez
agréables jongleurs: ils ont gambadé sur les octaves ainsi que sur des échasses, du
haut desquelles ils culbutaient leurs accord...Mais ils nont jamais soupçonné
cette essence qui nous pénètre, nous anime, nous fait exister, «ce chant énorme des
planètes» que Pythagore a préconnu, et sur lequel on sest si bien mépris!
(Segalen, Dans un monde sonore)Un discorso che
puntasse a sviscerare il concetto di «intendere» nel dettato dantesco ci porterebbe
molto lontano e soprattutto, su un terreno teorico distante da quello che abbiamo deciso
di percorrere nel corso di questa analisi. Moltissime le occorrenze del verbo intendere nella produzione dantesca, ricollegabili
principalmente a tre diverse aree semantiche, di cui le prime sono tra loro speculari: si
tratta di quella relativa allattribuzione di un significato (e quando dico terra intendo...) e dellaltra
che si concentra invece sul momento in cui tale significato viene correttamente capito,
come sinonimo quindi di «comprendere» (con una significativa apertura dei sinonimi fino
a riconoscere e percepire).
Oltre questi significati e, potremmo dire, in unaccezione
assoluta del termine, si pone il senso di intendere come appare nella terzina seguente:
O luce etterna che sola in te sidi,
sola tintendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
( Par XXXIII, v.124-126)la
quale viene adombrato il mistero della trinità dietro latto dellintendere
divino. Certamente questa è somma armonia, è la chiusura del cerchio (o la sua
quadratura, come verrà spiegato con suggestiva similitudine nelle terzine finali) che
pacifica tutti i contrasti, è moto in quiete che si volge su se stesso. Non a caso Dante
sostiene nel Convivio: Dico adunque che Dio, che tutto intende (ché suo
"girare" è suo "intendere"), non vede tanto gentil cosa quanto elli
vede quando mira là dove è questa Filosofia (Trattato 3, 12.5). Non ci soffermiamo
oltre sulla adombrata sovrapposizione tra intendere e girare, ma cè ancora
unosservazione da puntualizzare: in questo contesto, il verbo girare assume infatti
un significato che può essere contemporaneamente transitivo o intransitivo,
(parafrasabile quindi come «ruota su se stesso», stando fermo, oppure «gira», cioè fa
girare). Più che motivo di ambiguità, questa sovrapposizione semantica di intendere e
girare si qualifica come caratteristica identificante del motore immobile, e delle
intelligenze angeliche che a lui obbediscono. Basterà qui ricordare altri due celebri
luoghi danteschi:
"Io sono amore angelico, che giro
lalta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera suprema perché lì entre".
Così la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.
(Par XXIII, 103-111)
E la prima canzone analizzata nel Convivio, dove si ritorna con puntualità sulle
tematiche dellintendere e sulla pluralità di significati correlati.
Voi che ntendendo il terzo ciel movete,
udite il ragionar chè nel mio core,
chio nol so dire altrui, sì mi par novo.
El ciel che segue lo vostro valore,
gentili creature che voi sete,
mi tragge nello stato ovio mi trovo.
Onde l parlar della vita chio provo,
par che si drizzi degnamente a vui:
però vi priego che lo mi ntendiate.
(Convivio, canzone 1)
Ma cè anche un luogo del Paradiso dantesco dove si ritrova
questo richiamo allintendere legato alla realtà fenomenica, in compresenza proprio
con il tema delludito, con un suggestivo addensamento di occorrenze sinonimiche:
E come giga e arpa, in tempra tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non è intesa,
così da lumi che lì mapparinno
saccogliea per la croce una melode
che mi rapiva, sanza intender linno.
Ben maccorsio chelli era dalte lode,
però cha me venìa "Resurgi" e "Vinci"
come a colui che non intende e ode.
Io minnamorava tanto quinci,
che nfino a lì non fu alcuna cosa
che mi legasse con sì dolci vinci.
(Par XIV, 118-129)
Quattro terzine «musicali», aperte da una similitudine di tecnica
esecutiva dalle possibili ricadute teoriche importanti, e scandite dalla ricorrenza
dellintendere. Come uno strumento come la giga o larpa, con le corde tese ed
accordate (in tempra tesa è una metonimia),
rende un suono gradevole (tecnicamente, genera una consonanza) a colui che non riconosce
la struttura musicale, così dalle anime lucenti che Dante scorge, si diffonde per la
croce una melodia che rapisce lattenzione del viaggiatore, senza che egli riconosca
linno. Tuttavia, Dante si accorge che si tratta di alte lodi, per il fatto che gli
giungono le parole «resurgi» e «vinci», come a colui che non comprenda, pur udendo.
Delle tre ricorrenze, ci interessa soprattutto la prima, dal momento che per le altre
sembra di poter affermare che la preoccupazione di Dante sia proprio di ordine verbale,
relativamente il testo dellinno che viene cantato e non immediatamente riconosciuto
dal pellegrino, circostanza spiegabile peraltro con la teoria dellimpossibilità
della piena comprensione del mistero divino oltre la resurrezione e con
lineffabilità della mistica rivelazione. Ma veniamo alla similitudine che apre il
passo in esame. Nel primo membro Dante lascia scorrere unaffermazione di teoria
musicale pura: il suono prodotto da uno strumento a corde ben temperato viene riconosciuto
come consonanza anche da quanti non conoscono la teoria musicale, o più nello specifico
non riconoscono i rapporti matematici sottostanti la consonanza. Ci pare di poter
accogliere una tale spiegazione, che ha senza dubbio il pregio della chiarezza, rispetto a
quella volutamente vaga, seppure suggestiva, avanzata da R.Monterosso «non si tratta di
maggiore o minore capacità recettiva da parte dellascoltatore, sì piuttosto di
indeterminatezza originaria del suono stesso. Il quale esce dalla sorgente che lo genera
non articolato in una serie acustica, matematicamente scomponibile, ma ovattato e
stemperato in ununica sensazione fatta di estrema vaghezza, appunto perché rimane
ad uno stato premusicale...una similitudine che, come spesso nella Commedia, trae la sua maggiore forza espressiva
dalla mancanza di contorni troppo netti e precisi» [46] , che sembra
però un alibi per lasciare la spiegazione nel vago, e al contempo negare allautore
una competenza musicale che sembra invece riaffiorare in più luoghi del testo.
A riprova di ciò, si può citare una lettura del medesimo luogo
testuale che invece estremizza la competenza armonica e la conoscenza di storia musicale
da parte dellAlighieri: secondo Arnoldo Bonaventura [47] , la
posizione richiamata da Dante in questa terzina, assicurando il primato
allimpressione dascolto onde formulare un giudizio in campo musicale, di
contro allarmonia fondata sui rapporti numerici, si ricollegherebbe a quella di
Aristosseno piuttosto che a quella della scuola pitagorica. In questo ci sentiremmo di
frenare le competenze attribuite al nostro autore: un conto è dire che le consonanze
vengono naturalmente riconosciute dallorecchio umano, altro è imputagli una
prospettiva teoretica complessa come quella aristossenica. Pure proprio nei versi seguenti
troviamo una delle più splendide ed immaginifiche metafore che alludono al concetto di
armonia: si tratta di quel saccogliea per la
croce una melode (Par XIV, 122) che Natalino Sapegno rende mirabilmente spiegando come
esso esprima «il diffondersi nello spazio e insieme lunificarsi armonioso del
suono» [48] .
Lintendere, alla luce di queste osservazioni, si configura
dunque come una facoltà intellettiva che si situa contiguamente a quella delludire,
non solo e non tanto in un ordine superiore quanto alla qualità dellatto
percettivo, ma piuttosto come una sfumatura dellatto stesso. Potremmo affermare che
è proprio del momento dellintendere unistanza conoscitiva, e di una
«conoscenza per partecipazione», come la definisce Mario Pazzaglia [49]
, che può anche prescindere dalleffettivo, fisico passaggio delludire. Si
può udire senza intendere, ma si può anche specularmente intendere senza udire. Questo
particolare, se da un lato riconduce la musica ad un contesto tipicamente quadriviale,
allontanandola dal discorso di tipo estetico, ci interessa soprattutto perché avrà una
ricaduta determinante sulla considerazione della musica mundana, come vedremo subito
§ 5. Musica e strutture
dordine
O qui perpetua mundum ratione gubernas, (...)
tu numeris elementa ligas, ut frigora flammis,
arida conueniant liquidis, ne purior ignis
euolet aut mersas deducant pondera terras.
tu triplicis mediam naturae cuncta mouentem
conectens animam per consona membra resoluis;
(Boethius, Consolatio
Philosophiae, lib.III, m9)
Ricondurre lo statuto della musica celeste a quello
dellintendere, sulla linea indicata da Simplicio, significa per Dante recuperare la
posizione dottrinale tomistica, senza dovere per questo rinunciare a fare del proprio
Paradiso un universo di musica e luce, con un opera di «temperamento» tra diverse
posizioni degna di un vero musico nellaccezione boeziana. E non è un caso che
ritornino significativamente proprio i nomi di Boezio e Tommaso in una lapidaria
definizione dello statuto quadriviale dellars musica: Musica considerat sonos non in quantum sunt soni, sed in
quantum sunt secundum numeros proportionales (Tommaso dAquino, Comm.Boeth De
Trinitate 5.3 ad 6 Boezio mus I, 7).
La traslazione dalla musica udita a quella intesa non potrebbe essere
più recisa, e sarebbe scorretto affermare che Dante sposi in toto unipotesi di
questo tipo. Pure, è importante sottolineare lallusione al numero, anzi al rapporto
numerico proporzionale, che Tommaso pone alla base della concezione della musica. Una
prospettiva teorica di chiara matrice pitagorica, ripresa dal medioevo latino e alla quale
Dante fa riferimento non solo nella Commedia.
Leggiamo infatti nel Convivio:
E lo cielo di Marte [50] si può comparare alla Musica
per due propietadi: luna si è la sua più bella relazione: ché, annumerando li
cieli mobili, da qualunque si comincia, o dallinfimo o dal sommo, esso cielo di
Marte è lo quinto, esso è lo mezzo di tutti, cioè delli primi, delli secondi, delli
terzi e delli quarti. Laltra si è che esso Marte ( ... ) E queste due propietadi
sono nella Musica: la quale è tutta relativa, sì come si vede nelle parole armonizzate e
nelli canti, de quali tanto più dolce armonia resulta quanto più la relazione è
bella: la quale in essa scienza massimamente è bella, perché massimamente in essa
sintende. Ancora: la Musica trae a sé li spiriti umani, che quasi sono
principalmente vapori del cuore, sì che quasi cessano da ogni operazione: sì e
lanima intera, quando lode, e la virtù di tutti quasi corre allo spirito
sensibile che riceve lo suono.
(Convivio, Tratt. 2, 13)
Nella prima parte della spiegazione dellanalogia tra cielo di
Marte e scienza musicale, Dante riconduce la comune più bella relazione al posto medio che il quinto
cielo occupa nella successione di nove cieli mobili.
Nella conclusione la posizione dellautore appare più sfumata:
sostiene che la relatività della musica richiama la possibilità di ottenere una armonia
tanto più dolce quanto più la relazione è bella, ma non spiega che cosa si intenda con
il termine relazione, né con quali parametri se ne possa stabilire la maggiore o minore
bellezza (Il fatto che il cielo di Marte si trovi al quinto posto nella scala planetaria
da qualsiasi parte la si consideri, come ricorda Dante, unito allosservazione sulla
bellezza della relazione conseguente, potrebbe forse autorizzare un richiamo al diapente
greco, intervallo consonante per eccellenza).
Più immediatamente comprensibile appare il secondo assunto della
comparazione, che riporta piuttosto alle implicazioni etiche di una considerazione della
musica in senso naturalistico-psicologico, che troverà la propria applicazione nella
trasposizione della teoria dellethos dei modi dalle scale greche ai modi gregoriani.
Non intendiamo, in questo contesto, soffermarci oltre su osservazioni
di teoria musicale; ma laver spostato lattenzione sullesistenza di una ratio riconoscibile, sulle relazioni che veicolano
le consonanze, sul carattere matematico della scienza musicale, ci riporta in quel
contesto quadriviale entro il quale la musica si pone come una delle strade per accedere
alla conoscenza del mondo, ordinato appunto secondo uno schema matematico. Dante molto
probabilmente conosceva il De Institutione Musica
di Boezio e ne condivideva lattribuzione di importanza alle discipline del
quadrivium come vie da percorrere per apprendere a scorgere la divina matematica insita
nellopera della creazione. Boezio, che a sua volta riprende l Introduzione allArmonia di Nicomaco di
Gerasa, segue nella sua esposizione lordine del curriculum medievale: aritmetica,
musica, geometria e astronomia sono methodoi
per imparare a trascendere il mondo fisico della percezione sensoriale. Posta in questo
quadro di riferimento, la musica permette di cogliere il disegno ordinato che sottende
lordine provvidenziale delluniverso; «non è un intrattenimento piacevole o
una consolazione superficiale per un animo abbattuto, ma una chiave essenziale per
interpretare larmonia segreta di Dio e della natura, in cui lunico elemento
dissonante è il male che si annida nel cuore degli uomini.» [51]
Senza forzare largomento sul «tutto è numero» pitagorico [52] , lidea delluniverso ordinato, ed ordinato secondo una
logica numerica rigorosa che è poi quella della musica, è presente nellopera
dantesca come speculum del numerus infuso dal creatore allintero universo. Con
questo spostamento di prospettiva, ci muoviamo dallarmonia delle sfere a quella,
differente ma correlata, che Curt Sachs definisce Teoria
della coordinazione: «Questultima aveva stabilito che un certo pianeta stava ad
un altro pianeta come una certa altezza sonora stava ad unaltra altezza;
larmonia delle sfere significò qualcosa di totalmente diverso: i pianeti, o meglio
le loro sfere, risuonavano in autentici, per quanto impercettibili suoni» [53]
.
Un riorientamento necessario per proseguire lanalisi
dellopera dantesca, che solo in pochissimi luoghi cita testualmente larmonia
delle sfere. Ma non si pensi che questo ci porti lontano dal discorso musicale: in Dante,
con una modalità che solo apparentemente potrebbe apparire paradossale,
lallontanamento dalla musica vera e propria si traduce nello scaturire di un più
profondo e rigoroso discorso di teoria musicale nello specifico armonico, con
unattenzione diretta al riconoscimento dei rapporti che regolano luniverso
come tutto ordinato.
La rilettura che Dante fa della coppia dicotomica caos/cosmo si
configura ai massimi livelli nella strutturazione della Commedia, vero microcosmo entro il quale si
rispecchia lordine del macrocosmo: a livello figurativo, data la tematica sviluppata
nel poema, ancora prima che a livello formale. Quello dantesco è un cosmo contrapposto al
caos (e non è ozioso ricordare che il significato originario del termine, desunto dalla Teogonia di Esiodo, significa abisso,
baratro, con una successiva sovrapposizione del senso di voragine
tenebrosa), ma è anche un cosmo tout court, e sotto diversi punti di vista.
Laddove non fosse sufficiente la lettura diretta del testo, la
sterminata bibliografia degli studi danteschi ha dimostrato con modalità più o meno
rigorose la presenza di simmetrie, simbologie numeriche, giochi di specchi e richiami
allinterno delle tre cantiche; alcune di queste ipotesi, soprattutto tra quelle che
cercano di fare dellAlighieri un piccolo pitagorico, o un piccolo orfico, sono
francamente fantasiose quando non teoreticamente azzardate [54], ma il
postulato da cui muovono è in definitiva condivisibile: la struttura della Commedia si regge su leggi rigorose che
sottostanno al controllo del creatore dellopera, prima ancora che a quelle del
Motore immobile. Il caos della voragine infernale è in definitiva un caos ordinato (in
gironi, bolge e zone), dove i due termini non vanno intesi come una coppia ossimorica ma
come una condizione fondante. Assodato questo punto, se persino linferno si
configura come parte del cosmo, lestensibilità dellassunto allintera
opera risulta di semplice applicazione, e la procedura induttiva non troppo azzardata.
Ma quale è il principio dordine che struttura luniverso
dantesco? Quello musicale, come è stato per una lunghissima tradizione dautori, dal
Platone del Timeo in poi [55]
. Il tentativo di approfondire la persistenza di una vera e propria prospettiva platonica
nel cosmo dantesco non è nelle nostre intenzioni, ma lidea di un cosmo strutturato
secondo leggi musicali, oltre ad essere particolarmente congruente con il cursus studiorum
quadriviale, si ritrova anche in una serie di autori ben conosciuti alletà
medievale.
Scrive infatti Quintiliano, a proposito della necessità dello studio
musicale per loratore: Atqui claros nomine
sapientiae viros nemo dubitaverit studiosos musices fuisse, cum Pythagoras atque eum
secuti acceptam sine dubio antiquitis opinionem vulgeverint mundum ipsum ratione esse
compositum, quam postea sit lyra imitata, nec illa modo contenti dissimilium concordia,
quam vocant harmoniam, sonum quoque his motibus dederint (Institutio Oratoria I,10,12).
Lidea della ratio,
che potremmo un po forzatamente leggere come un tecnicismo musicale [56]
, ritorna in un testo che costituirà una delle principali fonti sulla cultura musicale
latina per il De Musica di Boezio: nel De architectura di Vitruvio (I sec. a.C.),
lautore sostiene che le proporzioni di una costruzione architettonica debbano essere
progettate sulla base dei rapporti armonici che regolano larte musicale, in modo da
garantire un risultato che veicoli una sensazione di armonia per losservatore. Anche
se ci muoviamo su un diverso ambito disciplinare, di fronte alla complessità ordinata
della Commedia la metafora di edificio
monumentale non pare azzardata, come pure un richiamo alla nozione di armonia nel suo
significato etimologico di accordarsi della molteplicità, di elementi disparati e
potenzialmente in conflitto tra loro. Il cosmo dantesco è ordinato, labbiamo già
detto. Vediamo ora di specificare un po meglio lordine del problema, e quindi
il problema dellordine.
(...) le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che luniverso a Dio fa simigliante.
( Par I, 103-105 )
Nella riflessione sul tema dell «avere ordine» si inserisce
da subito la dimensione simbolico-teologica: avere ordine, in prima istanza, significa
rispondere al divino disegno dordine impresso dal creatore. Un duplice significato
è quindi implicito nel concetto stesso di ordine: da un lato la conformazione del mondo
quale esso è, come forma impressa dal creatore, dallaltro lordine
direzionale, il verso di percorrenza della parabola terrestre di ogni uomo, chiamato a
seguire la strada della propria vocazione, e nello specifico di quel particolare viator
che è Dante personaggio della Commedia, per il
quale esiste un ordine nelle tappe del cammino, e una finalità cui la successione delle
tappe risponde.
I due piani risultano peraltro legati da un vincolo di necessità
quando si consideri la struttura reale delluniverso come specchio dellordine
religioso e morale. La tesi sostenuta da Th. Kuhn ne La
rivoluzione copernicana è che «attraverso lallegoria la Divina Commedia mostrò che luniverso
medievale non poteva avere altra struttura che quella aristotelico-tolemaica» [57] . Necessaria era la collocazione intermedia delluomo
allinterno della catena gerarchica delle sostanze, e strategica la sua posizione,
sotto lo sguardo di Dio ma dotato di libero arbitrio, per scegliere tra natura terrena e
spiritualità celeste.
Non è estranea a questa lettura uninterpretazione di ambito
musicale: la seconda cantica si chiude sulla condizione di renovatio di Dante puro e disposto a salire a le stelle; oltre la
purificazione data dal lavacro nelle acque dei fiumi del paradiso terrestre,
laggettivo è stato inteso dai commentatori danteschi come indicante «una chiarezza
assoluta di percezione». Tale osservazione diventa tanto più significativa se
consideriamo la coppia sintagmatica puro e
disposto, laddove la disposizione non si traduca semplicemente in disposizione
interiore, ma in una vera e propria «accordatura» dellanima in senso musicale.
Con il presupposto di questa accresciuta facoltà percettiva, ed
essendo stato riaccordato dallintervento dellarchimusicus [58]
, non ci si deve stupire che pochi versi oltre, nel primo canto del Paradiso, Dante oda ed
intenda larmonia delle sfere, e che questo avvenga nel momento in cui il
protagonista sta ascendendo al cielo della Luna, oltre la sfera del fuoco.
Lintendere, riletto sotto questa prospettiva, riacquista anche
il proprio significato etimologico di tendere verso, con un movimento che non è solo
dellanima ma anche del corpo. Il trascorrere di Dante attraverso i cieli avviene per
mezzo di un atto intellettivo che coincide con un progressivo potenziamento della
capacità ricettiva del personaggio; parallelamente, la direzione del movimento parte
rettilinea per concludersi lungo la traiettoria di una circonferenza, e vedremo in seguito
che cosa significhi questo variare di direzione.
Ma già qui, nel primo canto del Paradiso, levidenza del legame
di interdipendenza esistente tra riconoscimento della musica mundana e transumanar qualifica il carattere del viaggio
iniziatico intrapreso da Dante allinterno dei tre mondi ultraterreni, che si svela
chiaramente nel suo statuto di romanzo di formazione.
Va sottolineato come quella della Bildung sia una componente che si lega con una
frequenza quantomeno sospetta alla tematica dellarmonia delle sfere; non possiamo
non citare ancora una volta la principale fonte dantesca sullargomento, ossia il Somnium Scipionis, nelle parole di Fabio Stok, che
ne ha curato una delle più recenti edizioni: «come la maggior parte dei viaggi
nellaldilà, anche quello di Scipione è un viaggio di formazione, quasi un
Bildungsroman. (...) Le tappe della ricezione del messaggio-rivelazione da parte di
Scipione sono scandite, nella finzione scenica, dalla capacità che egli acquisisce di
distogliere lo sguardo e linteresse dalla prospettiva terrena. Il tono didattico che
caratterizza lesposizione dellAfricano è da ricondursi a questa funzione
educativo-formativa della rivelazione dellAfricano» [59] .
§ 6. Armonia delle sfere e Bildungsroman
Il secondo mattino, intorno
alle undici, il re in persona e il seguito di nobili, di cortigiani e di dignitari, dopo
aver preparato tutti i loro strumenti musicali sonarono con essi per tre ore consecutive,
sicché fui completamente rintronato dal rumore, né mi fu possibile arguire il
significato finché non fui informato dal mio precettore. Mi disse che la popolazione
della loro isola aveva gli orecchi conformati in modo da udire la musica delle sfere che
sonavano sempre in certi periodi; e i componenti della corte erano ora preparati a
sostenere la propria parte su qualsiasi strumento in cui eccellevano grandemente.(Jonathan
Swift, I viaggi di Gulliver - viaggio a Laputa-)
È abbastanza immediato il paragone tra il somnium nellaldilà vissuto da Scipione
Emiliano e lesperienza del personaggio dantesco della Commedia, nel corso del viaggio ultraterreno.
Anche il percorso di Dante ha le caratteristiche del Bildungsroman,
anche il poeta fiorentino, come Scipione, verrà aiutato da personaggi illustri e a lui
cari ad accedere alle massime verità (nel caso specifico, soprattutto verità di fede), e
come Scipione ascolterà la musica delle sfere, una volta giunto in Paradiso, dopo essersi
purificato con il bagno nelle acque del Leté e dell Eunoè.
Ma la tradizione che lega viaggio iniziatico e armonia delle sfere
data molto più indietro, ed appare particolarmente feconda: dal mito di Er (Platone, Repubblica, 614 e sgg.) alla discesa di Enea
nellAde (ove potrebbe ravvisarsi un riferimento alla teoria nellespressione
scelta per descrivere il suono della lira dOrfeo [60] ),
attraversa il medioevo e le opere dottrinali per arrivare alla Gerusalemme Liberata [61] e divenire oggetto di parodia nei Gullivers Travels di Johnatan Swift. E sono
sempre personaggi in qualche modo eletti, elevatisi oltre la bassa corporeità, quelli che
accedono alla musica mundana: più spesso, anime buone premiate con il paradiso, o
protagonisti di sogni. Riprendiamo ancora una volta le terzine di Paradiso I:
Si era sol, di me, quel che creasti
Novellamente, Amor, che l ciel governi,
Tu l sai, che col tuo lume mi levasti.
Quando la rota, che tu sempiterni
Desiderato, a sé mi fece atteso,
Con larmonia che temperi e discerni (...)
Il problema della possibilità dellascesa al paradiso con il
corpo mortale viene da Dante prospettato, ma in definitiva non risolto e demandato
piuttosto allonniscienza divina: in ogni caso, a chi abbia seguito lascesa
purificatrice della montagna del Purgatorio, apparirà chiaro che il corpo del poeta è
ormai come quello degli spiriti beati dopo la resurrezione della carne, materia senza
peso. Dante si è insomma già levato oltre i limiti della natura umana (vv.70-71 Transumanar significar per verba / non si porìa ),
e può quindi accostarsi alla rota che il desiderio di comunione con Dio «sempiterna»,
così da percepire «la novità del suono e l grande lume».
Manca in Dante, a questo punto del viaggio, una qualche
sottolineatura sullo stato di coscienza alterato come prerequisito necessario per
percepire la musica celeste: la dimensione del somnium viene da lui risolta su un piano
allegorico-simbolico, diversamente da quello che era accaduto in Platone e Cicerone che
insistono piuttosto sullo stato di sonno, quando non di morte apparente (nel caso del
soldato Er) dei protagonisti. Sogno, vita di puro spirito, ma non solo: ancora diversa è
la posizione sostenuta dal già ricordato Burkert che, riallacciandosi alla tesi della
concezione pre-scientifica che sarebbe alla base della teoria dellarmonia delle
sfere, riprende la leggenda secondo la quale Pitagora [62] era in grado
di udire la musica celeste, autorizzandola come conseguenza della condizione di trance che
media il contatto con loltre mondo:« The soul that in ecstasy, or dream, or trance,
travels to heaven, hears there the music of the universe, and its mysterious structure
immediately becomes clear to him» [63] . Una tale prospettiva è
estranea allintento dantesco che, almeno nel primo canto del Paradiso, si muove
ancora con uno stringente ragionamento logico che giustifichi la realtà fenomenica (la
famigerata disquisizione sulle macchie lunari di Paradiso II ne è lesempio forse
più rappresentativo).
Di estasi, ma meglio di visione estatica legata alla rivelazione di
una verità divina, si può piuttosto parlare per lultimo canto della Commedia. Allora, il disvelamento del mistero
dellincarnazione viene seguito dalla folgorazione ad opera della divina grazia, e la
tensione si placa nellappagamento della volontà che è ormai un unicum con quella
del creato.
Qual è l geomètra che tutto saffigge
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ondelli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
limago al cerchio e come vi sindova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A lalta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e l velle,
sì come rota chigualmente è mossa,
lamore che move il sole e laltre stelle.
(Par XXXIII, 133-145)
Due sono le immagini che Dante accosta a questo momento cruciale. Da
un lato il tentativo, vano, di risolvere il problema della quadratura del cerchio (che
rimanda alle grandezze incommensurabili, oggetto di segreta indagine da parte dei
pitagorici); dallaltro, la similitudine della ruota che si volge attorno al proprio
asse di rotazione, sintesi del moto in quiete di cui anche il poeta può far parte. Dopo
aver percorso lintero cielo in linea retta, in modo congruente con il fine del
proprio viaggio, Dante termina il proprio viaggio muovendosi del perfetto moto circolare
che è tipico dei cieli, degli angeli e dei beati, dellattività contemplativa.
È, questa immagine di Dante «rota», uno dei più scoperti passaggi
che segnano la bildung del personaggio, che qui
risolve una situazione di incompletezza avvertita e denunciata nella Vita Nova nel momento in cui Amore appare in sogno
al poeta (V.N, 5, 11-12):
Allora mi parea che io lo
conoscesse, però che mi chiamava così come assai fiate ne li miei sonni mavea già
chiamato: e riguardandolo, parvemi che piangesse pietosamente, e parea che attendesse da
me alcuna parola; ondio, assicurandomi, cominciai a parlare così con esso:
"Segnore de la nobiltade, e perché piangi tu?". E quelli mi dicea queste
parole: "Ego tanquam centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentie
partes; tu autem non sic". Allora, pensando a le sue parole, mi parea che
mavesse parlato molto oscuramente; sì chio mi sforzava di parlare, e diceali
queste parole: "Che è ciò, segnore, che mi parli con tanta oscuritade?". E
quelli mi dicea in parole volgari: "Non dimandare più che utile ti sia
Se nellopera giovanile Dante era eccentrico rispetto alla
perfezione circolare, descritta e vincolata dal rapporto tra circonferenza e centro, al
termine del viaggio ultraterreno egli diventerà al contrario attante di una perfetta
girazione attorno a quel punto di centro universale che è Dio.
Cerchi, rote e soprattutto sfere che disegnano la perfezione del
cosmo dantesco, si caricano di un significato gnoseologico che, come nel caso sopracitato
della ricerca del p, trascende nel teologico.
Nella tradizione del neoplatonismo cristiano tramandata dal Libro dei 24 filosofi, si ritrova la definizione
secondo la quale Deus est sphaera infinita cuius
centrum est ubique, circumferentia nusquam, e la successiva spiegazione «Questa
definizione è data raffigurando la prima causa, nella sua vita propria, come un continuo.
Il termine della sua estensione si perde al di sopra del dove e ancora oltre. Per questo
il suo centro è ovunque, e lanima non può pensarlo con alcuna dimensione. E quando
cerca la circonferenza della sua sfericità, la dirà elevata allinfinito, poiché
ciò che non ha dimensione è indeterminato come fu linizio della creazione» [64] .
Una riflessione su problematiche di ordine teologico è assolutamente
estranea ai nostri interessi, ma possiamo soffermarci per un momento a notare leco
che queste riflessioni produrranno nellopera dantesca. Nella Commedia, lEmpireo è un non-spazio di luce
ed amore - Noi siamo usciti fore / del maggior corpo
al ciel chè pura luce: / luce intellettual, piena damore; amor di vero ben,
pien di letizia (ParXXX, 38-41), spiegherà Beatrice a Dante nel momento
dellarrivo allEmpireo -, ed è la
luce dellEmpireo ad assumere la forma circolare simbolo della perfezione:
È si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura:
(Par XXX, 103-105 )
Non si deve pensare ad una circonferenza rigidamente limitante, ma
nemmeno ad uno stemperarsi del disegno in un infinito alluso e non giustificato: se
altrove era stato detto a proposito del Primo Mobile: questo miro e angelico templo / che solo amore e luce
ha per confine (ParXXVIII, 53-54), sempre nelle parole di Beatrice, Dante propone un
richiamo allidea della mensura: La natura del mondo, che quieta/ il mezzo e tutto
laltro intorno move / quinci comincia come da sua meta. / E questo ciel non ha altro
dove che la mente divina, in che saccende / lamor che l volge e la
virtù chei piove. / Luce ed amor dun cerchio lui comprende / sì come questo
li altri; e quel precinto / colui che l cinge solamente intende. / Non è suo moto
per altro distinto; / ma li altri son mensurati da questo, / sì come diece da mezzo e da
quinto. (Par XXVII, 106-117)
Se dunque limmagine del cerchio ritorna in più luoghi della Commedia, rispetto al nostro intento di
interpretazione musicale però ci interessa una particolare ripresa, quella della scena
biblica del creatore che disegna i confini del mondo con il compasso:
Poi cominciò: "Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
non poté suo valor sì fare impresso
in tutto luniverso, che l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
(Par XIX, 40-45)
Ma lintervento divino non si limita a questo porre in essere il
disegno delluniverso, effettuato allinizio dei tempi, come era del demiurgo
platonico. Specifico della prospettiva dantesca è la teoria di una creazione, ordinamento
e accordatura del cosmo che si dà nel tempo, coerentemente con la tradizione
giudaico-cristiana. Una modalità di lettura che ritroviamo, con importanti ricadute anche
sulla dimensione musicale, nellopera di SantAgostino, un autore che come Dante
contamina tradizione scientifico-razionale (quadriviale ) e mistico-estetica ( liturgica
).
§ 7. Numero et mensura nella
rilettura cristiana
Doveri tu quandio
ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta intelligenza! Chi ha fissato le sue
dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la misura? Dove sono fissate le sue basi,
o chi ha posto la pietra angolare, mentre gioivano in coro le stelle del mattino e
plaudivano tutti i figli di Dio?
(Libro di Giobbe, 37, 4-7)
Allinizio del suo trattato De Musica (che si occupa principalmente del ritmo
e del metro), Agostino pone la definizione «musica
est scientia bene modulandi»: la musica è innanzitutto una scienza, è musica
pensata e strutturata secondo le leggi del numero, nel rispetto proporzionato dei tempi e
degli intervalli (questo il significato dellavv. bene).
Nella filosofia della musica di Agostino non cè posto per la
musica suonata o cantata, che pure tanto emozionava il filosofo ( nelle Confessioni parla di una occulta familiaritas fra la musica e lanima
per giustificare la maggiore efficacia delle preghiere cantate). Mistica dei numeri (di
tradizione pitagorica) e mistica cristiana tendono a convergere. La musica è vista come
unoperazione dellanima.
Pur passando sotto silenzio la vera e propria tematica della musica
delle sfere, Agostino riprende termini platonici relativi a numero ed armonia, come
segnali che indirizzano verso la verità divina.
Nel saggio LArmonia del
mondo, che è ormai divenuto un classico di riferimento rispetto alla tematica da noi
trattata, Leo Spitzer chiarisce con il consueto rigore come «Per Agostino le leggi
numeriche sono importanti, perché solo la certezza oggettiva, matematica, ci permette di
dimostrare la certezza di Dio; e distribuendo i numeri in una successione temporale egli
riesce a dare alluomo la coscienza di se stesso quale essere che vive nel tempo.
Solo nella propria anima luomo può trovare i numeri che attestano lesistenza
di Dio; i numeri e le loro leggi sono superiori alla ragione umana. La musica (e la poesia
metrica) è basata sui numeri e si evolve nel tempo; come potrebbe la musica non rendere
testimonianza a Dio?» [65]
Quelli di Agostino sono dunque, sempre secondo Spitzer, «numeri
temporali»: Considerando questa insistenza dellautore sulla dimensione temporale
della creazione e della vita interiore, si comprende come la musica, con la sua esplicita
componente di durata, offra un campo di ricerca privilegiato per intuire larmonia
insita nelluniverso e nellazione della Provvidenza. Solo lanima che ha
coscienza dei numeri può capire larmonia di Dio, perché sono proprio i rapporti
numerici a guidare il nostro intelletto a prendere coscienza del manifestarsi della
dimensione divina.
Conclude ancora Spitzer: «Il creato per Agostino ha un principio, un
mezzo, un fine, muove lungo il tracciato della storia: lazione della Provvidenza si
svolge nel tempo, Dio assegna le cose al tempo conveniente. Il Creatore prende la forma
dell archimusicus, che considera il proprio materiale in termini di ritmo e di
tempo» [66] .
Sulla base della tesi appena enunciata, possiamo anche proporre una
dimostrazione in negativo di questa lettura del ritmo dato dalla presenza divina. Abbiamo
già visto come, nellInferno, il fatto che il sole taccia si colleghi allo
stravolgimento dellordine e alla mancanza di musica. Amilcare A. Iannucci propone
unoriginale rilettura del senza tempo
come «senza ritmo», citando a tale proposito uno degli antichi commentatori danteschi:
«Questa idea è assai bene espressa da Jacopo della Lana, che collega lespressione aura sanza tempo tinta con il suono disarmonico
della voragine infernale: E questo dice elli (Dante)
perchè ogni suono attemperato per ragion di musica rende alludire alcun diletto,
ché il tempo è in musica uno ordine, il quale fa consonare le voci insieme con aria di
dolcezza. Or dunque se quel romore è senza tempo, seguesi che è senza ordine, per
conseguens senza alcun diletto. Senza tempo non vi è musica, poiché la distanza
proporzionata delle note, governata dai numeri, viene espressa, per la musica
instrumentalis almeno, dentro il tempo» [67] .
In Dante ritroviamo diverse metafore che utilizzano la terminologia
musicale secondo l idea del dio musicista. Oltre al già ricordato verso con larmonia che temperi e discerni (Par I,
78 ), si può osservare nel Paradiso un immagine di Dio-musicista nella terzina
silenzio puose a quella dolce lira,
e fece quietar le sacre corde,
che la destra del cielo allenta e tira.
(Par XV, 4-6)
che viene efficacemente chiosata dal commento di Benvenuto Rambaldi
da Imola: remittit et movet, secundum quod sibi
placet, tamquam optimus citharista, qui semper bene temperat chordas, nec unquam oberat [68] . In questo caso è
precisamente la mano di Dio, la cui raffigurazione tanta fortuna avrà
nelliconografia cristiana, a disporre lo strumento costituito dalla schiera dei
beati del cielo di Marte. Un ruolo di armonizzatore ed accordatore che viene attribuito
già dalla Sacra Scrittura, quando si legge che Omnia
in mensura et numero et pondere disposuisti (Sapienza, 11, 20). Questo il momento
iniziale dellatto creativo: la definizione di misure, rapporti, consonanze.
Alla luce di quanto affermato sinora, appare meno provocatoria la
considerazione di Jacques Chailley il quale, illustrando lo stretto legame esistente tra
musica e atto della creazione («La Musique est presque toujours associée de manière
intime à lacte créateur, quand elle ne constitue pas à elle seule cet acte
créateur» [69] ), ricorda lincipit del vangelo di Giovanni In principio erat verbum, esplicando in nota
«Verbum traduit le grec logos dont le sens est
multiple. On pourrait contester
lapparentement si les traducteurs de La Vulgate, en choisissant ce mot,
navaient montré que logos, de leur temps,
était bien compris pour ce passage dans le sens que nous indiquons» [70]
.
Non sarebbe corretto voler attribuire a Dante uneccessiva e
troppo puntuale conoscenza della filosofia greca (di cui come è noto non conosceva la
lingua); pure, leggendo nella Commedia
Ciò che non more e ciò che può morire
Non è se non splendor di quella idea
Che partorisce, amando, il nostro Sire;
(Par XIII, 52-54)
sorge un legittimo dubbio sulla possibile interpretazione polisemica
da darsi al termine logos, che in questo caso
viene parafrasato come idea, «verbo» nel senso
giovanneo di Cristo.
E non risulterebbe forse troppo azzardato insinuare la possibilità
di una lettura di quel logos in senso
matematico, come avviene nella tradizione pitagorica, che sovrappone il reperimento dei
rapporti tra interi con la ricerca della legge interna che governa un determinato
fenomeno.
Se una tale lettura può non essere immediatamente pacificante, ha
però il pregio di rientrare nei dettami dellortodossia cristiana: senza volerci
avventurare in speculazioni teologiche, basterà notare come non appaia sicuramente
sospetto il fatto di ricondurre a Dio la proporzione insita nel creato, ma anche la sua
stessa ragione dessere.
Oltre latto creativo, abbiamo però ricordato che la presenza
di Dio nella vita degli uomini si manifesta nel dispiegarsi nel tempo, come è nel biblico
Caeli enarrant gloriam Dei, / et opera manuum
annuntiat firmamentum (Salmo 19 (18)), che recupera la componente di processualità
insita nellidea stessa di narrazione.
Dante dice piuttosto là dove
armonizzando il ciel tadombra (riferendosi a Beatrice isplendor di viva luce etterna svelatasi nel
Paradiso terrestre, Purg.XXXI, 140-145) con una più esplicita sottolineatura
dellaspetto musicale ottenuta con il ricorso al termine armonizzare, e tutto il
paradiso è pieno di danze di luci ed anime, canti e melodie che rinnovano il ritmo delle
sfere celesti.
Lantica armonia delle sfere viene trasferita dai pianeti al
cielo cristiano, per rappresentare il rapporto armonico tra Dio e le sue creature; armonizzando, i cieli adombrano la magnificenza del
Dio-Amore della tradizione cristiana. Egli che è lUno, la Monade, il Consonante con
sé medesimo armonioso, ha dato forma alluniverso come ad un musicum carmen che in qualche modo partecipa della
Sua completezza ordinata [71] .
Secondo Leo Spitzer, è a SantAmbrogio che spetta «il merito
immortale di aver affidato alla musica cristiana il compito d impersonare
larmonia universale dei greci: dora innanzi il compito della musica è di
eseguire ciò che è nella sua stessa natura di esprimere, la lode tributata al creatore
della musicale armonia del mondo» [72] : negli inni ambrosiani si
assiste ad una incarnazione di quellarmonia del mondo che si rispecchia nelle
meraviglie del creato. Le immagini con cui la cristianità ha reinterpretato
larmonia delle sfere convergono tutte sul piano trascendentale: questa convergenza
di immagini diverse di armonia ( le onde del mare, laccordo tra Dio e il creato, fra
sacra natura e umanità devota, larmonia della grazia, il coro dei fedeli... ) è in
Ambrogio simbolo della vera bellezza di Dio.
Sulla dottrina dellarmonia delle sfere quale portato di
filosofie legate a pitagorismo e platonismo, complessivamente Ambrogio preferisce non
sbilanciarsi, anche se il tema ritorna in più luoghi dei suoi scritti. Se nellHexameron la confutazione della teoria ricalca la
struttura della decisa negazione aristotelica (pure in una diffusa presenza di richiami
ciceroniani),
Quos sibi innexos et velut
insertos versari retro et contrario ceteris motu ferri arbitrantur eoque inpulsu et motu
ipsorum orbium dulcem quendam et plenum suavitatis atque artis et gratissimi modulaminis
sonum reddi, quoniam scissus aer tam artifici motu et acuta cum gravibus temperante ita
varios aequabiliter concentus efficiat, ut omnem supergrediatur musici carminis
suavitatem. Huius rei fidem si requiras atque expetas sensu nobis et
auditu probari, haesitant. [73]
già più sfumata è la modalità con cui Ambrogio manifesta il suo
scetticismo nei riguardi della tradizione filosofica che la tramanda ( Plato autem dulces quosdam sonitus siderum mutuavit
spherae caelestis generari conversione, famam magis et pompam quam veritatem secutus [74] ) e addirittura biasima unautorità cristiana come Origene per
averla eccessivamente seguita nei suoi scritti, per aver scelto di essere dotto (con i
platonisti) anziché timoroso (con San Paolo). Altrove, lo stesso Ambrogio mostra però un
certo interesse per lidea di un perenne accordo armonioso che accompagnerebbe il
volgersi del cielo:
Ipsum axem coeli fert
expressior [var. quorundam] sermo cum quadam perpetui concentus suavitate versari; ut
sonus eius extremis terrarum partibus audiretur, ubi sunt quaedam secreta naturae. Nec id ab usu naturae alienum videtur. [75]
Il pensiero di Ambrogio, è la conclusione di Spitzer, mira a
trasformare «una panteistica pienezza in polifonia cattolica». Soffermiamoci per un
momento su questa definizione, provando a verificare se non possa applicarsi alla tematica
della musica mundana. Unallusione alla polifonia vocale collegata al tema
dellarmonia celeste si ha, nella Commedia,
nelle parole di Giustiniano:
Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendono dolce armonia tra queste rote.
(Par VI, 124-126)
in cui si sottolinea come i diversi gradi di beatitudine degli
spiriti (i quali, in quanto beati, sono comunque tutti nellEmpireo) contribuiscano
alla formazione dellarmonia del Paradiso [76] .
Il richiamo dato dal termine rote
ci aiuta a recuperare unaltra caratteristica, connessa al tema della processualità
e inscindibile dal contesto musicale nel suo livello fisico acustico: il legame con il
movimento. Innanzitutto dovremo osservare che il movimento si origina non da sé ma come
conseguenza dellatto (anche quando si tratta di puro atto intellettivo) delle
Intelligenze angeliche che presiedono a ciascun cielo.
Focalizzando la nostra attenzione sui Movitori delle sfere del
paradiso dantesco, alla luce della tradizione precedente, si osserva un progressivo
spostamento delle prerogative in fatto di musica mundana, dai fabbri armoniosi di
pitagorica memoria alle sirene del mito di Er, fino alle schiere celesti della Commedia.
Lo moto e la virtù di santi giri,
come dal fabbro larte del martello,
da beati motor convien che spiri,
(Par II 127-129 )
I beati motori sono le Intelligenze angeliche le quali, oltre a
presiedere al cielo loro assegnato dal disegno divino, diventano la causa efficiente del
movimento delle rote celesti , che sono solo cause strumentali degli effetti prodotti (
movimento, musica, influssi astrali...); allo stesso modo il martello è solo lo
strumento, mentre la causa efficiente è il fabbro. Lattività del fabbro come
termine di paragone funzionale alla spiegazione della differenza tra causa efficiente e
causa strumentale è mutuato da Aristotele, e utilizzato anche nel Convivio [77] . Ma che cosa tiene insieme i due termini di
paragone, se non larmonia che caratterizza il loro operato, armonia che in
definitiva va ascritta alle cause strumentali, opportunamente proporzionate? [78]
È stato detto che, nella dottrina delle Intelligenze motrici, si è
pervenuti ad una fusione di astronomia antica e angelologia medievale. In questo caso, e
forse senza esserne del tutto consapevole, Dante è pervenuto ad unulteriore
contaminazione il cui risultato è la creazione di una schiera di «fabbri armoniosi»
riletti in chiave cristiana. Il cielo stellato (e tutto quanto contiene) si pongono
davvero al servizio di una teodicea, cantando la
gloria di colui che tutto move.
§ 8. Leterna danza del
cielo stellato
Amore alma è del mondo, Amore è mente
e n ciel per corso obliquo il sole ei gira,
e daltri erranti a la celeste lira
fa le danze lassù veloci o lente.
(Torquato Tasso, Rime, 444)
Luce, movimento e musica vanno ricondotti allintendere divino,
al motore immobile cui Dante si rivolge nel momento stesso in cui evoca larmonia
delle sfere con le parole, quando la rota che tu
sempiterni desiderato, a sé mi fece atteso(...). Due sono le sottolineature che, a
questo punto, ancora ci interessa fare relativamente a questo passo, e che riguardano due
caratteristiche che si ripresenteranno in un altro passaggio significativo del paradiso,
nel momento dellascesa al cielo del Sole.
In primo luogo, la natura del movimento, guidato da desiderio ed
amore. Oltre la dottrina aristotelica dei cieli mobili, lidea del cosmo mosso da
amore risale allantichità classica [79], ma viene da Dante
riletto e reinterpretato in chiave cristiana, ma soprattutto in maniera funzionale al
proprio disegno compositivo. In particolare, nel paradiso dantesco, concordevolmente concorrono le due letture che
dellinfluenza dellamore cosmico erano state date: la prima, che attribuisce
alla forza di tale sentimento un potere attivo, capace di penetrare il creato determinando
il movimento; la seconda, secondo la quale è invece limmobilità dellessere
desiderato la molla che produce la tensione, diretta verso loggetto del desiderio.
Dante, ancora una volta, contempera queste due linee di pensiero (che Peter Dronke fa
risalire a due fondamentali fonti dantesche, rispettivamente Boezio e Aristotele [80] ). Proprio nel primo canto del paradiso, lincipit chiarisce come
La gloria di colui che tutto move
per luniverso penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
(Par I, 1-3)
Mentre più avanti sarà espresso in modo altrettanto evidente come
quella che Dante contempla sia la rota che tu
sempiterni desiderato (Par I, 76-77). Per lautore della Commedia questo dellamore cosmico è
evidentemente un tema fondante, tanto da arrivare a farne loggetto di vera e propria
professione di fede in Par XXIV (vv.132 e sgg).: Io
credo in uno Dio / solo ed etterno, che tutto l ciel move, / non moto, con amore e
con disìo, e compendiare nella chiusa dellopera lamor che move il sole e laltre stelle.
Strettamente legata alle modalità con cui il legame damore che
unisce lintero creato si manifesta è la sottolineatura sulleternità del
sentimento, cui corrisponde eternità del movimento, come chiarisce quel sempiterni. Eternità che si dispiega nel tempo,
movimento in quiete quale è quello dato dalla chiusura del cerchio, perdendo
linizio e la fine; colà dove gioir
sinsempra, con una corrispondenza tra il gioire e il tempo che s
«insemprano». Unespressione, questa del pararasintetico di matrice dantesca, che
ben riassume la sovrapposizione tra componente processuale (il prefisso in-) e sfumarsi della dimensione temporale
nelleternità della base avverbiale sempre.
Ancora Dronke, in un altro scritto, nota come «Lamore si
esprime nei due gesti, respirare e girare in cerchio» [81] : due
movimenti che hanno implicita la componente della durata, e di un dispiegarsi nel tempo
per mezzo di un atto che si ripete sempre uguale a se stesso, come una danza [82] . Questa possibile sovrapposizione semantica tra respiro e girazione
diventa evidente nella lettera dantesca nellapertura del canto X (il primo del cielo
del Sole):
Guardando nel suo Figlio con lAmore
che luno e laltro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore
quanto per mente e per loco si gira
con tantordine fé, chesser non puote
sanza gustar di lui chi ciò rimira.
(Par. X, 1-6)
Si ha qui una sintesi poeticamente significativa di quel linguaggio
dello sguardo, dellamore e del respiro che guidano lintero percorso del poeta.
In particolare, se qui lazione dello «spirare» si riferisce alla reciprocità del
legame damore tra Padre e Figlio, mediato dallo Spirito Santo (presentando già la
duplice lettura respiro/movimento circolare), più avanti il movimento del sole che si girava per le spire (v.32), «evoca forse non
solo il moto astronomico che gli era stato attribuito da Tolomeo, ma anche, tramite un
gioco di parole -spira / spirare- un moto che è il complemento visibile dellamore
che spira nella luce solare divina?» [83].
Lipotesi del gioco di parole è suggestiva, e viene peraltro
ripresa in analogo contesto da Kathi Meyer-Baer la quale, con riferimento alla musica humana, sottolinea il duplice significato
del termine motion, utilizzato in musica come
pure per le emozioni [84] .
Musica ed amore: ritornano i due termini chiave del paradiso
dantesco. Ed è ancora una volta Spitzer a chiarire il senso del loro ripresentarsi come
immagini fondanti la struttura cosmologia del poema: «i pitagorici identificarono la
musica con lordine cosmico: i filosofi cristiani, con lamore» [85]
. Con la Commedia, Dante va oltre
lenunciazione dottrinale: nella coreutica messa in scena nei cieli del paradiso si
dimostra la raggiunta sintesi tra le due immagini che disvelano larmonia nascosta
nel creato: la concordia, vera espressione della
beatitudine celeste, e la consonanza, che ne
diventa la ricaduta sul piano musicale.
Già lutilizzo del prefisso latino cum-, che rende il greco syn-, tiene insieme, anche a livello testuale, i
due significati derivanti rispettivamente da sympátheia
e symphonía, ma sempre mantenendosi sul
piano dellanalisi etimologica, è possibile compiere un passo ulteriore che aiuti a
giustificare la sovrapposizione semantica tra i due termini. Esistono infatti almeno due
modi per intendere il prefisso cum-: oltre il
più immediato significato di «insieme», è possibile leggere una sfumatura perfettiva.
Non solo un trovarsi insieme, un suonare insieme, ma piuttosto un
tendere insieme allarmonia, e dunque allunità; una modalità congruente con
la lettura di tipo musicale: una consonanza non è tale solo perché due note risuonano
contemporaneamente nel tempo, ma perché nel loro prodursi si rendono riconoscibili
determinati rapporti armonici che potremmo definire «perfetti».
Questo stratificarsi di significati giunge fino a far convergere, nel
latino tardo, le due famiglie semantiche in un unico etimo. In concordia la radice cord- può richiamarsi sia a cor, cordis, «cuore» che a chorda, «corda», così da consentire una duplice
interpretazione come «consenso di cuori, pace ed ordine» che come «armonia di corde,
armonia universale» [86] .
Difficile, e probabilmente ingiustificato, sarebbe a questo punto il
tentativo di voler leggere in Dante il prevalere delluna o dellaltra modalità
di manifestazione della concordia universale. La grandezza dellautore sta proprio
nellessere riuscito, allinterno di unopera che non è un trattato
filosofico, a sfumare impegnativi concetti teorici in immagini poeticamente efficaci.
Nella chiusa delle Commedia
tutta la tensione conoscitiva instillata nellanimo del poeta dal desiderio
damore viene placata nella consapevolezza di essere parte dellarmonia
universale. Una consapevolezza che trova la propria manifestazione a livello corporeo nel
volgersi lungo la circonferenza delle rote celesti: ed è proprio nella partecipazione
diretta del personaggio alleterna danza del creato che lintendere ha raggiunto
il proprio scopo e la volontà si sublima nella condizione di beatitudine, sganciata da
qualsiasi riferimento immaginativo. Ed ecco che il movimento si arresta e il cerchio si
chiude, perfetto e inattaccabile come una tautologia. Dante ha concluso il proprio
percorso, ed è egli stesso «circulata melodia».
Chiara Richelmi
Arnaut ringrazi
Questo saggio è stato scritto
con la collaborazione di Carlo Serra, che ha accompagnato il lavoro lungo tutto il suo
svolgersi. Un ringraziamento particolare ad Andrea Melis, per avermi aiutato con una serie
di segnalazioni bibliografiche, e per le acute critiche avanzate sul testo in fase di
stesura. Sono grata al prof. Giovanni Piana, di cui ho avuto la fortuna di seguire uno
degli ultimi corsi tenuti allUniversità degli Studi di Milano, per aver accettato
di farmi svolgere una ricerca su un argomento dantesco, e per la pazienza dimostrata nel
lungo periodo di ricerca e scrittura. Desidero inoltre ricordare con gratitudine tutte le
persone, docenti, studiosi della materia ed amici, che mi hanno aiutato nella ricerca con
consigli, libri e conversazioni.
[1] Italo Calvino, «Il cielo di pietra», in Cosmicomiche vecchie e nuove, Milano, Garzanti
Editore, 1984, pp.59-64.
[2]
Marc Lachièze-Rey e Jean-Pierre Luminet, «La musique des sphères» in Pour la Science (édition française de Scientific American ), novembre 1998, pp.12-15.
[3] Leo Spitzer, Larmonia del mondo. Storia semantica di
un idea, Bologna, Società editrice il Mulino, 1967.
[4] «Leggenda del Paradiso Terrestre», ne Le sette opere di penitenza di San Bernardo,
Venezia 1846, p.72, citato da Michele Barbi, Problemi
di critica dantesca ( I serie ), Firenze, Sansoni ed., 1934, p.285.
[5] Tra le citazioni più decontestualizzate,
riportiamo a titolo desempio la ripresa che dellargomento fa Gabriele
dAnnunzio ne Il Piacere, a sua volta
citando Percy Shelley: dalle sue labbra, come da un
giacinto pieno duna rugiada di miele, cade a goccia a goccia un murmure liquido, che
fa morir di passione i sensi, dolce come le pause della musica planetaria udita
nellestasi (G.dAnnunzio, Il piacere,
edizione delle opere con il patrocinio della Fondazione «Il Vittoriale degli italiani»,
Oscar Mondadori, p.315). Ma lallusione più celebre è probabilmente quella fatta da
Shakespeare nel suo Il Mercante di Venezia, atto
V scena I: Non cè il più piccolo, fra gli
astri che tu vedi, che nel suo moto non canti come un angelo sempre intonandosi ai
cherubini dai celesti occhi.
[6] Riferirsi ad una scuola pitagorica può
apparire arbitrario, dal momento che non si tratta di un gruppo definibile in maniera
univoca, ma di una serie di personaggi che ripropongono temi e riflessioni che si
richiamano agli insegnamenti del caposcuola Pitagora, a sua volta figura a metà strada
tra storia e leggenda. Il corpus dei testi della corrente pitagorica è in effetti un
coacervo frammentario di voci ricostruite ex post, tanto che parlare in generale di
pitagorismo, impone sempre un riferimento ad una filosofia costruita spesso su una
pluralità di fonti non chiaramente attribuibili al singolo autore. Nonostante ciò, vi è
però la possibilità di riconoscere un ritorno di tematiche che si ricollegano al potere
attribuito alle speculazioni su base numerica, e soprattutto uno stile di ragionamento comune ed originale.
[7] Si soffermano brevemente sul problema
terminologico Walter Burkert, «Harmony of the Spheres and Astral Immortality» in
W.Burkert., Lore and science in ancient pythagorism, Cambridge (Mass.), Harvard
University Press, 1972, p.351 n.1, e Michel-Pierre Lerner, Le monde des sphères (1.Genèse et triomphe
dune représentation cosmique), Paris, Les Belles Lettres, 1996, pp.41-48.
[8] Giamblico, La vita pitagorica, introduzione traduzione e
note di M.Giangiulio, Milano, Bur, 1991, pp.193-197.
[9]
W.Burkert, op.cit., pp.350-368.
[10] C.Sachs, La musica nel mondo antico, Firenze, Sansoni,
1942, pp.104-105.
[11] Nel primo capitolo dellEnchiridion Nicomaco promette alla sua
interlocutrice la prossima stesura di un testo in più libri che sviluppi i medesimi
argomenti trattati nel manualetto: tale opera non ci è purtroppo pervenuta, ma parrebbe
essere la fonte di alcune riflessioni boeziane relative a questioni musicali.
[12] Nicomaco di Gerasa, Manuale di Armonica (241, 3, 5 -11) in Luisa
Zanoncelli, La manualistica musicale greca,
Guerini studio, Milano, Guerini e associati, 1990, pp146-147:
[... si afferma infatti che ogni corpo lanciato in una materia
penetrabile e ad alta elasticità genera necessariamente rumori che dipendono, per
grandezza e ambito sonoro o dalla sua mole, o dalla sua particolare velocità, o dalla
zona in cui compie la sua corsa, zona che può essere molto elastica o , al contrario,
rigida].
[13] Si interessa alle fonti del De Instutione Musica, inserendo il discorso in
un ampia trattazione sui precedenti della formulazione teorica boeziana, Henry
Chadwick, «Le arti liberali nello sfacelo della cultura», in H.Chadwick, Boezio, Bologna, Il Mulino, 1986, pp.99-146.
[14] Nel De
Institutione Musica (I, II),
Severino Boezio postula la tripartizione della musica in mundana, humana
e instrumentis constituta, accreditata in
seguito per tutto il Medioevo. La musica mundana
corrisponde allarmonia celeste che , pur non raggiungendo lorecchio umano, non
può non discendere dal rapido, ordinato e armonico moto degli astri; la musica humana è larmonia insita
nellanima umana; la musica pratica viene
prodotta per mezzo di strumenti nel tentativo di imitare le prime due.
[15] Il medesimo ragionamento sembra fondare la
lettera dantesca, allorché nella Commedia girazione e musica vengono affiancate come
nella terzina seguente
Laltra rimase, e cominciò questarte
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circuir non si diparte.
(Par XXIX, 52-54)
anche se, in prima istanza, qui l «arte» si riferisce alla
contemplazione divina da parte degli angeli rimasti fedeli, e solo in un secondo tempo
alla produzione della musica celeste.
[16] Aristotele, De Caelo, II, 9.
[17] Si sofferma sul tema della numerologia
pitagorica adombrata nel poema il saggio di Paolo Vinassa De Regny, Dante e Pitagora, (I Quaderni de lAntologia),
Milano, Gioacchino Albano editore, 1955.
[18] Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana (vol I. Dalle
origini al quattrocento), Milano, Einaudi scuola, 1991, p.193.
[19] «La particolare precisione di Dante
nelluso delle parole consiste nello spessore di queste, nella loro capacità di
evocare tutto il proprio campo semantico (...). Un vero vocabolario dantesco dovrebbe
porre ogni parola entro un contesto o campo di associazioni; più che di una serie di
colonne, esso avrebbe laspetto di una mappa estesa su due dimensioni.» In Leo
Spitzer, Larmonia del mondo. Storia semantica
di un idea, Bologna, Società editrice il Mulino, 1967, p.121.
[20] Il tecnicismo dellespressione viene
sottolineato da Nino Pirrotta nel saggio «Dante musicus:
gothicism, scholasticism, and music» in: Speculum. A
journal of Mediaeval studies, vol.XLIII, Cambridge Massachusetts, 1968, pp.245-257. Lautore
colloca la musica mundana solo nella sfera del fuoco velocemente attraversata da Dante e
Beatrice, giustificando quindi lunicità delloccorrenza e mantenendo la
congruenza con la tesi aristotelica.
[21] ARMONIA, in Enciclopedia Dantesca, diretta da Umberto Bosco,
Treccani, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1971.
[22] Alighieri, Paradiso, a cura di Umberto Bosco e Giovanni
Reggio, Firenze, Le Monnier, 1988 e successive,
[23] Dante, Commedia vol.III Paradiso, con il commento di
Anna Maria Chiavacci Leonardi, I Meridiani, 1997, Mondadori.
[24]
Alighieri, Oeuvres complètes, Bibliothèque
de la Pléiade (trad. et commentaire par André Pézard), Paris, Gallimard, 1965.
[25]
Alighieri, The divine comedy, translated with
a commentary by Charles Singleton, Bollingen Series LXXX, Princeton University Press, 1975
(2nd printing with correction 1977, first paperback edition in two volumes,
1991).
[26] G.Godoli, «Larmonia delle sfere», in
Godoli G., Sfere armoniche: storia
dellastronomia, Torino, UTET Libreria, 1993, pp.72-73.
[27] Luigi Papini, Dante Alighieri e la musica, Venezia, Leo
S.Olschki editore, 1895, p.8.
[28] Una tale argomentazione è fin troppo
semplicemente smontabile nella sua fragilità teorica e dimostrativa: abbiamo inteso
proporla per testimoniare come anche tra i critici e i saggisti levocazione della
teoria pitagorica agisca spesso più come una sirena o unimmagine che non necessita
di una spiegazione circostanziata, in un contesto dove lallusione ad una presunta
conoscenza condivisa diventa troppo spesso lalibi per non spiegare o, nella migliore
delle ipotesi, per non risolvere.
[29] Guido di Pino, «La poesia della luce
nellInferno dantesco», in Letterature Moderne,
gennaio-febbraio, 1951, n°1, pp.40-50.
[30]
Johannes Kepler, Gesammelte Werke, Bend VI
.Harmonice Mundi, Herausgegeben von Max Caspar, C.H.Becksche Verlagsbuchlandlung,
Munchen, 1940, p.311. La citazione viene riportata, in inglese, nel saggio di Eberhard
Knobloch, «Harmony and cosmos: mathematics serving a teleological undestanding of the
world», in Physis. Rivista internazionale di storia della scienza,
vol.XXXII nuova serie, 1995, Firenze, Leo Olschki editore, pp.55-89. Nello stesso testo lautore sostiene che «If however
one wanted to adhere to harmonies in spite of their inaudibility, a new non-physical,
mathematical, theoretical concept of harmony was needed. It was Kepler who developed such
a concept, and thereby returne to the harmonia aphanes, to the invisible harmony of Heraclitus». Non
intendiamo soffermarci sulla lettura kepleriana dellarmonia delle sfere che
prevedibilmente poco ha a che vedere con quella dantesca, né tanto meno inserire
lautore della Commedia in una fantasiosa
linea Eraclito-Dante-Keplero: pure, cercheremo di dimostrare come lo spostamento di
prospettiva, e in un certo senso la risoluzione riguardo il problema
dellinudibilità si siano presentati già nella riflessione medievale e nella Commedia stessa.
[31] Leditio princeps di quello che resta
del De Re Publica (pubblicata a Roma nel 1822)
si deve ad Angelo Mai, che scoprì il testo ciceroniano in un codice palinsesto conservato
alla Biblioteca Vaticana riportante un commentario ai salmi agostiniani.
[32] Il premio riservato al buongoverno è
linterpretazione romana e pragmatistica del premio riservato ai «giusti», che bene
hanno operato quando la loro anima si trovava sulla terra, oppressa dalla prigione del
corpo (corporis custodiis). Lorigine
astrale dellanima è dottrina pitagorica e platonica.
[33] Nellordine stabilito dai caldei vi sono
tre mondi: quello materiale, corrispondente alla regione sublunare; quello etereo,
corrispondente alla sfera dei pianeti e delle stelle fisse; quello empireo, che
corrisponde al mondo intellegibile. ( cit. dal commento a cura di M.Regali, Macrobio, Commento al Somnium Scipionis, ( Biblioteca di
studi antichi. 38 ), introduzione, testo, traduzione e commento a cura di Mario Regali, 2
voll., Pisa, Giardini Editori e stampatori, 1983-1990, libro I, p.363 ).
[34] In questo passo il termine è volutamente
polisemico: «tempio» o «cielo».
[35] Alighieri, Paradiso, a cura di Umberto Bosco e Giovanni
Reggio, op.cit, p.363.
[36] Unimmagine simile verrà utilizzata
anche nella descrizione della discesa del poeta nel cerchio dei lussuriosi: Io venni in loco dogne luce muto (Inf.V,
v.28).
[37]
Cicerone M.T., La république, a cura di E.
Bréguet, Paris, Belles Lettres, 1980, p.185 n.2.
[38] Altri commentatori ciceroniani hanno
sottolineato diversi ambiti in cui il ruolo equilibratore del sole si manifesterebbe:
tramite i cicli luce-tenebra e delle stagioni (Stok) o come metafora politica (Ronconi).
Ma ancora Giovanbattista Vico, nei Principi di
Scienza Nuova, scrive: Ma, appresso, i filosofi
ne fecero larmonia delle sfere, la quale è accordata dal sole (Lib.2, sez.5,
cap.2.17).
[39] Cicerone M.T., Somnium Scipionis, introduzione e commento di
Alessandro Ronconi, II edizione, (testi greci e latini con commento filologico II.),
Firenze, Felice Le Monnier, 1967 (I ristampa), pp.100-105.
[40] Il termine girazione per definire latto del girare,
con il preciso senso di «moto citcolare», è specificamente dantesco. LAlighieri
lo usa nel Convivio (Tratt.3, 8), proprio a
proposito del cielo: Questo cielo si gira intorno a
questo centro continuamente,sì come noi vedemo: nella cui girazione conviene di
necessitade essere due poli fermi, e uno cerchio equalmente distante da quelli, che
massimamente giri.
[41] Verrebbe da chiedersi se losservazione
che si tratta dellarmonia delle sfere e non degli astri sarebbe sufficiente a
spostare il problema, e quindi giustificare la produzione di un qualche suono. Ovviamente,
si tratta forzatamente di una provocazione, anche se lattribuzione di un suono anche
al cielo delle stelle fisse (per definizione incastonate nella propria rota) potrebbe
autorizzare una qualche speculazione in questo senso. Per approfondire il tema, vedi
Michel-Pierre Lerner, op.cit.
[42] Simplicii, Commentaria in quatuor libros de Coelo Aristotelis,
ff.24v-25r (II, ad t.c.37), riportato in Bruno Nardi, «La novità del suono e l
grande lume», in Saggi di filosofia dantesca
(4. Il pensiero filosofico), Firenze, La Nuova Italia, 1967, pp.73-80. Nardi si basa
sulledizione dei Commentaria del 1544,
Venetiis, apud Hieronymum Scotum, sulla base di studi filologici che ritengono questa
versione identica a quella del 1540 «Guglielmo Morbeto [=de Morbeka] interprete».
[43] Bruno Nardi, «La novità del suono e l
grande lume», in Saggi di filosofia dantesca
(4. Il pensiero filosofico), Firenze, La Nuova Italia, 1967, pp.73-80.
[44] La parafrasi è di B.Nardi, op.cit., p.77.
[45] Tommaso dAquino ribatterà le ragioni
addotte da Simplicio, difendendo i principi dindagine aristotelici, ma non riuscirà
a convincere Dante, che proprio nella Commedia non manca di ricordare come dietro ai sensi/vedi
che la ragion ha corte lali (Par II, 56-57), con una sottolineatura
sullimperfezione dei sensi terrestri che è anche in Cicerone, che spiega come solo
dopo la separazione dal corpo terreno multo puriora
e dilucidiora cernuntur (Tuscolane, 1, XX, 46).
[46]
Enciclopedia dantesca, I, 389.
[47] Arnaldo Bonaventura, Dante e la musica, Sala Bolognese, A.Forni, 1978, (ristampa delledizione
Raffaello Giusti, Livorno, 1904), p.210.
[48] Natalino Sapegno, citato in Dante Alighieri, Commedia (Paradiso), a cura di Umberto Bosco e
Giovanni Reggio, Firenze, Le Monnier, 1988 e successive, p.237.
[49] Mario Pazzaglia, «Luniverso metaforico
della musica nella Commedia», in: M.Pazzaglia, Larmonia
come fine. Conferenze e studi danteschi, («La Parola Letteraria»), Bologna,
Zanichelli, 1989, p.23.
[50] In Convivio
II, 13 Dante stabilisce una corrispondenza tra i cieli e le scienze, giungendo ad
accostare ad ognuno dei primi sette cieli planetari una delle discipline di trivio e
quadrivio, al Cielo stellato Fisica e Metafisica, al Primo Mobile la Scienza Morale e
allEmpireo la Teologia o scienza divina.
[51] Per approfondire il discorso sulle discipline
del quadrivium medievale, vedi Chadwick, op.cit.
[52] Pure poche righe più sopra, sempre nel Convivio (Trattato II), leggiamo che Pittagora, secondo che dice Aristotile nel primo
della Fisica, poneva i principii delle cose naturali [essere] lo pari e lo dispari,
considerando tutte le cose essere numero.
[53]
Curt Sachs, op.cit, p.104-105.
[54] Riportiamo la tesi sostenuta nel testo di
Paolo Vinassa De Regny, a proposito della chiusa della Commedia:"Pure in questo
splendore di ascesi Dante non dimentica il misiticismo del numero, larmonia
geometrica, pitagorica. Vi ricompare in quella rima valore
Infinito (Par.XXXIII, 81), ma più ancora collaccenno al massimo problema
dellepoca: la quadratura del circolo". Se già per chiosare il valore infinito si era ricorsi a ardite
speculazioni sulle rime sacre ricorrenti nei versi multipli di nove, il problema della
quadratura del cerchio verrebbe addirittura risolto da Dante: «Orbene dal verso con cui
questa invocazione comincia sino al termine del canto corrono precisamente sette terzine,
che col verso finale raggiungono il numero di 22 versi.(...) Comunemente, i matematici
medioevali adoprarono [per rendere il p] la
frazione 22/7. E precisamente i versi dellultima invocazione sono 22 divisi in 7
terzine (...). E si chiude così lopera fuori dellumano grande del pitagorico
Dante, il Gran Geometra». (P.Vinassa de Regny, op.cit., pp.187-188).
[55] Non intendiamo avventurarci in elucubrazioni
relative alla conoscenza che Dante poteva avere del dialogo platonico, che pure era
conosciuto al medioevo latino. Molto probabilmente la dottrina viene mediata dal De natura et origine animae di Alberto Magno, a
cui si ascrive anche la rilettura, in senso cristiano e conciliante, della teoria
dellanima discesa dalle stelle che ritroviamo nella Commedia
Quel che Timeo de lanime argomenta
non è simile a ciò che qui si vede,
però che, come dice, par che senta.
Dice che lalma a la sua stella riede,
credendo quella quindi esser decisa
quando natura per forma la diede;
e forse sua sentenza è daltra guisa
che la voce non suona, ed esser puote
con intenzion da non esser derisa.
Selli intende tornare a queste ruote
lonor de la influenza e l biasmo, forse
in alcun vero suo arco percuote.
(Par IV, 49-60)
Notiamo soltanto la cautela con cui Dante si pone nei riguardi della
dottrina platonica, laddove in altri luoghi della Commedia
non aveva temuto di pronunciare giudizi anche recisi i favore dellortodossia ( e
notiamo anche come, per fare questo, ricorra significativamente allaccostamento tra
i due sinonimi suonare ed intendere).
[56] In verità, nemmeno troppo forzatamente se
consideriamo che Cicerone nel Somnium Scipionis
scriveva a proposito dellarmonia delle sfere ille,
qui intervallis coniunctus imparibus, sed tamen pro rata parte ratione distinctis , e che proprio questo passo sarà per Macrobio
lo spunto per riprendere da Nicomaco di Gerasa la leggenda del fabbro armonioso e
giustificare la scoperta,da parte di Pitagora, dei rapporti numerici ( tra le lunghezze
dei segmenti di corda vibrante del monocordo ) che producono armonia, e in seguito passare
ad esaminare i sei rapporti fondamentali e gli accordi che ne conseguono.
[57] T.S.Kuhn, La rivoluzione copernicana. Lastronomia
planetaria nello sviluppo del pensiero occidentale, trad. it di T.Gaino, Torino,
Einaudi, 1972, p.143. Non possiamo soffermarci qui su quella che è la tesi più originale
dellopera di Kuhn: una volta stabilita questa disposizione giustificata del disegno
delluniverso che ha fissato persino la dimora di Dio (scorrendo quindi
dallastronomia alla teologia), si comprende limpatto dirompente avuto dalla
rivoluzione copernicana: far muovere la terra significava rompere lintera catena del
creato, rischiando persino di dover muovere il trono di Dio.
[58] Il termine disporre, con una sfumatura che potrebbe
ricondurre allatto dellaccordatore, ricorre in un testo medievale ampiamente
commentato e glossato ai tempi di Dante, in cui si legge: Summus opifex universum quasi magnam citharam
condidit in qua veluti varias chordas ad multiplices sonos reddendos posuit (Onorio
dAutun, cit. da Spitzer, ibid, p.48). Gioverà anche ricordare che proprio Onorio
dAutun è uno degli autori dottrinali che riprende larmonia delle sfere: cum dulcisona harmonia volvuntur, ac suavissimi
concentus eorum circuitione efficiuntur (Imago
Mundi, 1, cc.80-81 e Patrologiae Latinae,
CLXXII, col 140).
[59] Cicerone, Il sogno di Scipione, a cura di Fabio Stok , con
testo a fronte (IL CONVIVIO. Collana di classici greci e latini ), Venezia, Letteratura
Universale Marsilio, 1993, pp.23-24.
[60] Nec non
Threicius longa cum veste sacerdos / obloquitur numeris septem discrimina vocum / iamque
eadem digitis, iam pectine pulsat eburno. (Aen. 6, 645-647). Unapprofondita
analisi del passo in questione è quella offerta da Mariarita Paterlini, Septem discrimina vocum. Orfeo e la musica delle sfere,
Bologna, Pàtron editore, 1992.
[61] Pareagli
esser traslato in un sereno / candido e dauree fiamme adorno e pieno; / e mentre
ammira in quelleccelso loco / lampiezza, i moti, i lumi e larmonia, /
ecco cinto di rai, cinto di foco, / un cavaliero incontra a lui venìa. Si tratta
dello scomparso amico Ugone, che nel corso del sogno-visione rivela a Goffredo i futuri
sviluppi della guerra per la liberazione del Sepolcro (Gerusalemme Liberata, XIV, IV-V).
[62] Si tramanda che in punto di morte il filosofo
chiedesse che fosse suonato il monocordo. Nella lettura di Burkert, questa richiesta va
ricondotta al fatto che «souls cannot ascend without music»: la musica, anche quella
strumentale, è dunque veicolo di ascesa, di ingresso nel mondo ultraterreno dove
risuonano le sfere celesti. Ma forse, oltre la lettura agiografica, quasi edulcorata del
detto memorabile, è rintracciabile un richiamo a non trascurare lo studio musicale, alla
ricerca di rapporti aritmetici che individuano intervalli consonanti.
[63] W.Burkert, op.cit., p.357.
[64] Il
libro dei 24 filosofi, a cura di Paolo Lucentini, Adelphi, 1999, pp.56-57.
[65] Leo Spitzer, op.cit, p.38.
[66] Leo Spitzer, op.cit., p.38.
[67] Amilcare A. Iannucci, «Musica ed ordine
nella Divina Commedia (Purgatorio II)», in: Studi
Americani su Dante, a cura di Alessio e Hollander, Milano, Franco Angeli, 1989,
pp.87-111.
[68] Benvenuti de Rambaldis De Imola, Comentum super Dantis Aldigherij Comoediam, curante
Jacobo Philippo Lacaita, typis G.Barbèra, Florentiae, MDCCCLXXXVII.
[69]
Jacques Chailley e Jacques Viret, «Lhymne Ut Queant laxis et ses cryptogrammes»,
in La revue musicale, 1988, n. 408-409, p.23.
[70]
J.Chailley, op.cit., p.24 n.37.
[71] I concetti di armonia ed ordine divino
presentano uninteressante ricorrenza nel testo chiave dellangelologia
medievale, la Gerarchia Celeste dello pseudo
Dionigi Areopagita, cui Dante fa esplicito riferimento per lordinamento delle
intelligenze celesti (Par.XXVIII, 130-139). Nel passaggio dedicato alla ricapitolazione
sommaria dellarmonioso ordine angelico leggiamo infatti La sovraessenziale armonia universale ha provveduto a
tal punto al sacro ordine di ciascun essere razionale ed intelligente ed alla sua
elevazione ben regolata, che ha stabilito dei sacri ordini per ciascun grado gerarchico
(...) ciascuno di questi ordini presenta delle distinzioni basate sulle stesse armonie
divine.(CH X, 2 273 A-B). Difficile isolare le diverse sfumature che caratterizzano un
concetto con una stratificazione semantica tanto complessa quale quello di sovraessenziale armonia universale. Parrebbe
comunque di poter leggere unallusione allarmonia delle sfere, ma più ancora a
quella che abbiamo definito con Sachs «teoria della coordinazione», soprattutto alla
luce di quanto è riportato in un altro passo dellAreopagita, appartenente ai Nomi Divini: «il Bene è causa anche dei principi
e dei limiti celesti (...), dei movimenti dellenorme evoluzione celeste, che
avvengono senza rumore» (DN IV, 697B). Oltre la suggestione di questi rimandi testuali,
resta però la questione di uninfluenza sostanziale e diretta dellAreopagita
su Dante, che non pare poter essere avanzata con sicurezza. Vedi la voce dedicata a
Dionigi Areopagita dellEnciclopedia Dantesca,
op.cit.
[72] Leo Spitzer, op.cit., p.34.
[73] Ambrogio, Hexameron, II, c2, 6-7 (Patrologiae Latinae, XIV,
col.159).
[74] Ambrogio, De Abraam, II, c.8, n.54 (Patrologiae Latinae,
XIV, col.504).
[75] Ambrogio, Enarrationes in XII Psalmos, In Psalmum I
enarratio: praefatio (Patrologiae Latinae, XIV, col.595).
[76] Est
enim consonantia dissimilium inter se vocum in unum redacta concordia [ la consonanza
infatti è una concordia di voci fra loro dissimili condotta in unità] scrive Boezio nel De Institutione Musica, lib.I, caput III..
[77] In Convivio I,XI 11 ci viene presentata una
interessante immagine di fabbro « disarmonico ", che certa subito di discolparsi: sì come lo mal fabro biasima lo ferro apresentato a
lui, e lo malo citarista biasima la cetera, credendo dare la colpa del mal coltello e del
mal sonar al ferro e alla cetera, e levarla da sè. In questo caso lesempio è
in negativo ma il principio analogico resta lo stesso.
[78] Bisogna osservare come in Dante è già
avvenuto quello slittamento di significato, con lattribuzione della capacità di
produrre armonie che si sposta dai martelli (e dai pesi) della leggenda pitagorica alla
persona dei fabbri, che si ritroverà anche in Haendel ( "il fabbro armonioso» aria
e cinque variazioni dalla suite n. 5 in mi maggiore ).
[79] Un catalogo ragionato delle teorie
riguardanti lamore cosmico è proposto nellarticolo di Peter Dronke,
«LAmore che move il sole e laltre stelle», in Studi Medievali, serie terza, anno Vi, fascicolo 1,
giugno 1965, pp.389-422.
[80]
Peter Dronke, art.cit, p.390.
[81] Peter Dronke, Dante e le tradizioni latine medievali, Bologna,
Universale Paperbacks Il Mulino, 1990, p.132.
[82] Due movimenti che si collegano scopertamente
con la metafora che chiude il canto X, ed accosta alla danza della corona di anime il
movimento degli ingranaggi di un orologio: Indi,
come orologio che ne chiami (...) così vid io la gloriosa rota / muoversi e render
voce a voce in tempra (Par X, 139, 145-146).
[83]
Peter Dronke, op.cit, p.133.
[84]
Kathi Meyer-Baer, Music of the Spheres and the dance
of death: studies in musical iconology, (Da Capo Press music reprint series), New
York, Da Capo Press, 1984 (già ed. Princeton, 1970), p.33.
[85] Leo Spitzer, op.cit, p.27.
[86] Per approfondire levoluzione dei
concetti di armonia, sinfonia, concordia e temperamento dal mondo greco a quello romano,
vedi Leo Spitzer, op.cit., p.105 e sgg.
Itinerario poetico di Montale
di Emerico Giachery che
ringraziamo
Montale stesso invita
il lettore a considerare la sua opera poetica "nella sua totalità", come un
organico itinerario di esperienza conoscitiva ed espressiva scandito in tempi, articolato
in successivi sviluppi. Sarà proficuo seguire il suo consiglio, ripercorrendo in sintesi
l'intero cammino, tenendo conto delle grandi tappe, dei momenti fondamentali. La Liguria
dell'infanzia e della giovinezza (nato a Genova il l2 ottobre 1896, Montale trascorre le
prime trenta estati della sua vita nella vasta villa paterna a Monterosso nelle Cinque
Terre) offre alla sua prima poesia il costitutivo teatro di un paesaggio intenso di grandi
luci estive e di inquieti orizzonti marini: paesaggio, secondo una definizione dello
stesso poeta, "universalissimo". Cioè atto ad evocare universali, elementari
simboli dell'esistenza e della condizione umana, e segnali di una concezione del mondo
maturata in solitudine attraverso assidue letture di scrittori europei classici e moderni,
di testi religiosi (anche vicini al modernismo) e filosofici (per esempio di Schopenhauer,
di Bergson e specialmente di Boutroux). Pienamente immerso nel paesaggio ligure, e in gran
parte "all'aria aperta" e accompagnato dal "delirio del mare", segnato
ma non sopraffatto da un intimo rovello filosofico, il suo libro iniziale, Ossi di seppia,
è già un capolavoro, uno dei libri-chiave del Novecento poetico. Apparve in prima
edizione nel 1925, in seconda edizione accresciuta di alcune importanti poesie, nel
1928.Al 1916 risale la prima redazione del testo più antico della raccolta, che comincia
coi versi famosi "Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro
dorto", già portatori di alcuni segni-simboli fondamentali del libro (come
l'ora meridiana, il muro, l'orto), e che si conclude non meno significativamente: "E
andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com'è tutta la vita e il
suo travaglio / in questo seguitare una muraglia /che ha in cima cocci aguzzi di
bottiglia". (Si noti l'asprezza anche fonica dell'immagine finale, inserita nella
tonalità caratteristica della cosiddetta "linea ligure" della poesia italiana
del Novecento). Il senso angoscioso di una chiusura e costrizione esistenziale (il muro,
appunto, che compare in diversi testi, la "rete che ci stringe", la "ferrea
catena della necessità", la "catena che ci lega", la "giostra d'ore
troppo uguali" della ripetizione banale) domina l'immaginario del primo libro. Vi si
oppone la ricerca di sperati spiragli di libertà e di vita autentica: la "maglia
rotta" nella rete, "l'anello che non tiene", la "lima che sega"
la catena, l'inaspettato prodigio che salva (il "miracolo laico"), di cui è
portatrice o nunzia l'immagine femminile, che assumerà nei due libri seguenti la
fondamentale funzione di una moderna e laica Beatrice. Laica, non però disancorata dalla
dimensione del sacro e dell'oltre. Nella seconda edizione di Ossi di seppia compare un
testo- chiave, Arsenio, in cui il poeta condensa gli elementi che caratterizzano il
"personaggio che dice io" in questo primo libro. Arsenio, in parte alter ego di
Montale (non certo per caso in rima con Eugenio), reincarna il tipico eroe negativo, o
antieroe, romantico o decadente, da René di Chateaubriand all' "inetto" di
Svevo, del quale proprio in quegli anni Montale scopriva e proclamava, primo forse tra gli
italiani, la grandezza. Arsenio è incapace di vivere, la sua tantalica sete di uscire
dalla banalità, di aprirsi alla vita autentica cade nel vuoto. Il secondo libro, Le
occasioni, esce in prima edizione in un anno funesto per il destino dEuropa, il
1939.Presagi dell'immane tragedia, non tanto espliciti quanto di "atmosfera", si
potrebbero reperire in alcune delle splendide poesie conclusive, senza però dimenticare
che una certa vocazione "apocalittica" è presente anche altrove . Primo nucleo
del libro è la raccoltina La casa dei doganieri e altri versi, in cui ancora compare il
motivo del "varco". Nel cuore del libro troviamo i Mottetti, piccolo canzoniere
d'amore profondamente originale e moderno, incentrato nel tema della lontananza,
dell'assenza. Un critico che di Montale fu commilitone e amico, Sergio Solmi, per far
meglio capire il passaggio dal primo libro al secondo, dall'autobiografismo
"universalistico", "esemplare" della giovinezza alla dimensione di un
destino personale, carico di segreto, ombre, reticenze, proprio della maturità ricorre a
una pertinente citazione da Rilke: "più andiamo lontano, e più personale, più
unica si fa la vita". Anche il paesaggio muta dopo che il poeta si trasferisce a
Firenze: non più la dismisura irrequieta del mare di Liguria, ma la misura
"umanistica" delle armoniose colline, peraltro molto raramente presenti nella
pagina, nella quale invece di solito compaiono paesaggi quasi casuali, spesso colti di
scorcio, con immagini fulminee: "figure d'album dun involontario turista
smarrito quaggiù, intento a cogliervi il momentaneo geroglifico del suo transito
terrestre". Così Solmi, il quale continua: "Quei paesaggi sono l'affiorare
della complessa architettura di un destino di cui indoviniamo unarcata mozza, un
tronco, un frammento, di colpo illuminati come da una lanterna cieca in una cripta".
Queste parole possono giovare a intendere la poetica di Montale al tempo delle Occasioni,
la sua ricerca di una poesia simile (a detta dello stesso poeta) "a un frutto che
dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che
in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l'occasione e
l'opera-oggetto bisognava esprimere l'oggetto e tacere l'occasione-spinta. Un modo nuovo,
non parnassiano, di immergere il lettore in medias res, un totale assorbimento delle
intenzioni nei risultati oggettivi". Come Arsenio, secondo Montale, rappresenta una
cerniera tra il primo e il secondo libro, così Nuove stanze, del '39, può considerarsi
una cerniera tra Le occasioni e Finisterre, primo nucleo del terzo libro, La bufera e
altro (1956), forse il più alto e certo il prediletto dal poeta, ma scarsamente compreso
al suo apparire. In Nuove stanze l'atmosfera della guerra ormai alle porte è molto più
esplicita che altrove, ed è significativo che si apra una finestra "non vista",
e nella sfera del privato, rappresentata dal chiuso di una stanza, penetri minacciosa,
allarmante, la Storia, la "tregenda" di un destino comune. Finisterre (quasi
finis terrae come finis Europae, minacciata fine di una certa Europa umanistica e
illuminata) esce in prima edizione a Lugano in piena guerra, come "un'appendice alle
Occasioni, per gli amici che non vorrebbero fermarsi e far punto a quel libro". E
ancora: "Le Occasioni erano un'arancia, o meglio un limone a cui mancava uno
spicchio: non proprio quello della poesia pura nel senso che ho indicato prima [ossia non
come gioco di suggestioni sonore ma come nascondimento dell'occasione- spinta], ma in
quello del pedale, della musica profonda e della contemplazione. Ho completato il mio
lavoro con le poesie di Finisterre, che rappresentano la mia esperienza, diciamo così,
petrarchesca. Ho proiettato la Sevaggia o la Mandetta o la Delia dei Mottetti sullo sfondo
di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, e mi sono affidato a lei,
donna o nube, angelo o procellaria.[...] Si tratta di poche poesie, nate nell'incubo degli
annì40-42,forse le più libere che io abbia mai scritto". A proposito del titolo del
terzo libro, Montale scrive: "La bufera è la guerra, in ispecie quella guerra dopo
quella dittatura; ma è anche guerra cosmica, di sempre e di tutti". Su quell' anche
sottolineato da Montale, e che compare in altre significative pagine di autocommento, è
opportuno soffermarsi perché offre una chiave di lettura, rimanda al cuore di una
poetica, che vuol conservare la ricchezza di sensi e di piani, la natura aperta della
parola lirica. Oltre a continuare l'esplorazione di immagini del mondo e dell'esistenza
colte nella "eternità d'istante" di una "luce di lampo", il terzo
libro sviluppa con ammirevoli esiti il tema della memoria, già felicemente presente nel
grande notturno di Vecchi versi che apriva Le occasioni. Sullo sfondo disumano di una
guerra totale, l'amorevole pietas per le memorie personali e familiari può rappresentare
unintatta isola di squisita umanità. Una poesia che tende, sia pure in modo
indiretto, a fondare una città dell'uomo come luogo di civiltà spirituale, di misura
umana, di aristocratica elettezza, di rifiuto della banalità, trova nel personaggio
femminile adombrato sotto il nome di Clizia (oceanina amata da Apollo e trasformata in
girasole, creatura fedele e solare) un centro di irradiazione, un vivo ed intenso emblema.
(Nella Bufera compare anche un personaggio femminile non angelicato, denominato la Volpe,
al centro della sezione intitolata Madrigali privati). L'ultimo Montale segna una netta
svolta nel cammino. Nel l971 appare Satura (di cui alcune parti erano state pubblicate in
anni precedenti).Nel 1973, Diario del '71 e del '72. Nel l977, Quaderno di quattro anni.
Nel 198l, anno della sua morte (avvenuta a Milano il 12 settembre), vedono la luce Altri
versi e poesie disperse. Non va dimenticato, anche se questo ragguaglio concerne soltanto
l'opera poetica, che Montale ci ha lasciato un'imponente opera in prosa (ora raccolta in
quattro grossi volumi dei "Meridiani" di Mondadori),che comprende i finissimi
racconti di Farfalla di Dinard, le felici prose di viaggio intitolate Fuori di casa,
scritti saggistici, di critica letteraria, musicale e di costume, che documentano la lunga
e assidua attività di giornalista. Nell'insieme dell'opera in versi di Montale successiva
alla Bufera gli studiosi hanno tentato di operare distinzioni (un posto a parte occupa in
Satura la serie degli Xenia, affettuoso colloquio, fondato sulle dimesse e tenere
rievocazioni del quotidiano, con la moglie morta). Ma resta possibile considerare quella
produzione piuttosto ampia, e ricca di varianti più di quanto si possa immaginare, come
un tutto relativamente omogeneo con alcuni punti di forza. La tensione lirica è ora o
totalmente assente o dissimulata con abilità: il poeta ama ora mostrarsi "in
pigiama", abitare "a pianterreno", abbandonare la pittura di cavalletto per
un'"arte povera", frequentare e lasciar intravedere il "retrobottega"
. Egli stesso ci dice: "ho scritto un solo libro, di cui prima ho dato il recto, ora
do il verso". Materia di scrittura sono molto spesso spunti di cronaca e di polemica,
avvii riflessivi o discorsivi anche minimi. Il linguaggio è prosastico, trito, spesso
volutamente sciatto, ma in realtà per lo più frutto di notevole, sorniona scaltrezza
espressiva. Frequente la riduzione autoparodica di trascorsi e sintomatici momenti
alti della propria poesia, il condimento dell'humour, il gioco col
significante, quasi a suggerire il senso di una disincantata saggezza: "La mia Musa
è lontana: si direbbe / (è il pensiero dei più) che mai sia esistita. / Se pure una ne
fu, indossa i panni dello spaventacchio / alzato a malapena su una scacchiera di
viti". Ed ecco la conclusione: "La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
/ di sartoria teatrale; ed era dalto bordo / chi di lei si vestiva. Un giorno fu
riempita / di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica / e con quella dirige un suo
quartetto / di cannucce. È la sola musica che sopporto". Non è possibile concludere
questo rapido e compendioso itinerario della poesia di Montale tralasciando di parlare del
discusso Diario postumo, che nel volume apparso (con apparato critico di Rosanna Bettarini
) nella mondadoriana collana "I classici dello Specchio" per il centenario della
nascita del poeta comprende ottantaquattro poesie inedite. Questo singolare libro (del
quale recentemente Dante Isella, in polemica con gli altri studiosi, ha messo in dubbio
l'autenticità) è stato voluto dall'autore vivo e operante, che ha affidato i testi, a
condizione però che fossero pubblicati post mortem, alle cure della poetessa Annalisa
Cima. Le date di composizione di essi vanno dal 1969 al 1979.Il tono, pacatamente
colloquiale, non è molto diverso da quello dominante in tutto l'"ultimo"
Montale, anche se le frequenti autocitazioni di antichi segni non sembrano quasi mai
caratterizzate da intenti di riduzione parodica. Vi è diffuso un clima di affettuosa
amicizia che trasforma il libro in un ideale falansterio di amici animato dall'armoniosa
presenza femminile di Annalisa che ne è il centro. Così il poeta ha voluto, in modo
davvero inaspettato e tuttaltro che convenzionale e accademico, rinverdire, dal
mistero dell'Oltrevita, la sua sorridente presenza tra amici e lettori. "Nell'aldilà
mi voglio divertire": così suona un verso del libro volutamente postumo.
©
1995 Copyright Sun.Moon.Lake@agora.stm.it
The Moon
by Emily Dickinson
The moon was but a chin of gold
A night or two ago,
And now she turns her perfect face
Upon the world below.
Her forehead is of amplest blond;
Her cheek like beryl stone;
Her eye unto the summer dew
The likest I have known.
Her lips of amber never part;
But what must be the smile
Upon her friend she could bestow
Were such her silver will! And what a privilege to be
But the remotest star!
For certainly her way might pass
Beside your twinkling door.
Her bonnet is the firmament,
The universe her shoe,
The stars the trinkets at her belt,
Her dimities of blue.
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Il Mito Elettra
Grazie a
Benelli
Nella casa dei
Pelopidi, infatti, pesava già la tmenda colpa di Atreo a cui si assommava lo scellerato
omicidio di Agamennone uccisore della figlia Ifigenia. Quest'ultimo delitto mette in moto
l'inesorabile meccanismo che porterà alla rovina la casa degli Atridi: nell'Agamennone,
infatti, si compie l'assassinio del re di Argo per mano della moglie Clitemestra
profondamente sdegnata dall'empio crimine del marito. L'atto di Clitemestra scatena a sua
volta la vendetta di Oreste, il quale in seguito dovrà sfuggire alla persecuzione delle
Erinni. Elettra, compressa in questi ingranaggi, risulta quindi poco caratterizzata
rispetto al Coro ed anche in una situazione come quella del 'riconoscimento' tra lei ed il
fratello Oreste tornato in patria, in cui sarebbe stato possibile inserire un
approfondimento psicologico, Eschilo non si affida ad un'elaborazione drammatica che
mostri le reazioni emotive dei personaggi: quello che avvertiamo è il senso profondamente
divino dell'evento piuttosto che il risvolto psicologico sugli uomini. Sofocle con la sua
tragedia intitolata Elettra, ci pone subito un inquietante interrogativo: quale sia il suo
rapporto con l'omonima tragedia di Euripide. Se possiamo affermare con certezza che
l'Elettra euripidea fu rappresentata nel 413 a.C., per quella di Sofocle la datazione è
incerta (tra il 418 e il 410 a.C.). Si pone quindi tra le due opere un problema di
priorità, che allo stato attuale degli studi resta ancora insoluto, anche se la critica
filologica propende a dare la precedenza alla tragedia di Euripide. Una delle innovazioni
principali del dramma sofocleo consiste comunque nell'invertire la successione delle morti
- prima quella di Clitemestra, poi quella di Egisto -, il che ovviamente attenua in modo
deciso il tema del matricidio che aveva caratterizzato, seppure con esiti e concezioni
diverse, i drammi di Eschilo e Euripide. Sofocle, inoltre, concentra tutta la sua
attenzione su Elettra: l'eroina è animata da un odio viscerale per la madre e per
l'amante di costei, ma il suo risentimento, che raggiunge uno stato di angosciosa follia,
non è vissuto passivamente e con femminile sottomissione, bensì urlato con estrema
violenza al Coro: "lasciatemi, vi prego, al mio delirio"; oppure: "Oh, la
conosco bene la rabbia che ho qui dentro! (
) per me non ci sarà rimedio, mai; non
ci sarà tregua, mai, per le mie pene e i miei lamenti, mai". Tra i due
interlocutori, il Coro ed Elettra, s'instaura un dialogo fittizio: il Coro, infatti,
caratterizzato dal senso della misura (metriòtes) non riesce a comunicare con la
delirante protagonista: "Non c'è misura nella tua disperazione: sempre piangi e
prepari così la tua rovina". Elettra, dice Knox, come tutti gli eroi sofoclei, è
una 'grande lottatrice' ed il suo destino, fissato dal mito, non è semplicemente imposto
da una divinità, ma dolorosamente assunto e faticosamente attuato. Elettra si consacra
alla restaurazione dell'ordine di Dike e da ciò nasce l'essenza tragica della sua vicenda
compresa tra la fede nella giustizia, l'amore per il suo sangue, la lotta contro
l'iniquità. Tuttavia, il rapporto tra Sofocle e il matricidio è problematico: egli si
appresta a portare delle giustificazioni, o meglio delle necessitanti premesse alla sua
attuazione, quali, ad esempio, l'oracolo del dio di Delfi ed il sogno premonitore di
Clitemestra che testimoniano l'adesione degli dèi al piano di Oreste; s'impegna nel
togliere ogni traccia di umanità dalla vittima del matricidio, ossia Clitemestra, che
emerge dal dramma come donna malvagia e scellerata, spietata assassina, moglie infedele,
indegna del minimo sussulto di umana pietà. Sofocle nega addirittura a Clitemestra il suo
status di madre, tramite la formula mhvthr ajmhvtwr ("madre non madre", v.
1154), liberando Oreste dal freno del vincolo materno, e avvicinando così il matricidio
ad un semplice omicidio. E a questo proposito non sarà fuori luogo ricordare che il
diritto attico prevedeva la rivalsa da parte del figlio sul genitore assassino del
coniuge. D'altro canto, non si può dubitare che Sofocle concepisse l'atto di Oreste come
un delitto orrendo. La religiosità sofoclea, profonda e sentita ("grande in cielo è
Zeus, che tutto vede e domina", fa dire al Coro), non era disponibile per una critica
al mito di tipo euripideo: il poeta accolse dunque la storia velando meglio che poté
tutto ciò che gli parve più odioso e penoso, mettendo in ombra sia le responsabilità
degli uomini che quelle degli dèi, e concentrando tutto il pathos sul lamento di Elettra,
chiusa nel suo dolore. Euripide offrì una versione del mito tesa a scardinare la
sacralità delle convenzioni tragiche. Elettra è presentata come una figura borghese,
priva della nobiltà e magnificenza proprie del suo personaggio. Il poeta, infatti, la fa
entrare in scena mentre sta svolgendo una mansione propria delle schiave: "Notte nera
che nutri stelle d'oro, nell'ombra tua mi reco alle sorgenti del fiume, e reco in testa
questa brocca (
) alle faccende di casa devo pensarci io". (trad. F.M. Pontani).
Nel pubblico al quale si rivolge Euripide si trovano già i germi di una sensibilità
affine a quella 'borghese' che sarà peculiare del periodo ellenistico. Il dolore di
Elettra non rimane chiuso nella dimensione psicologica, come in Sofocle, ma si alimenta
soprattutto dell'insoddisfazione dello status socio-economico che le deriva dal matrimonio
con un semplice contadino e dall'amaro ricordo della originaria nobiltà. Rivolgendosi al
Coro, infatti, così si lamenta: "No, a ballare non ci verrò con le vergini d'Argo
il mio piede non ruoterà. Altro non faccio, altro non che piangere notte e giorno
meschina! Chiome squallide, guardami, cenci d'abiti (...), guarda e dimmi se alla figlia
s'addicono di Agamennone". Possiamo notare cambiamenti anche nella fisionomia di
Clitemestra, il cui personaggio viene liberato dalla maschera di crudele sanguinaria per
assumere tratti più umani improntati a una materna sollecitudine (ella accorre, ad
esempio, all'umile dimora della figlia, non appena le viene annunciato, falsamente, che
costei ha partorito). Quanto al problema del matricidio, in Euripide esso è finalizzato
alla critica dell'assoluta bontà e giustizia del dio. Infatti, se Sofocle accetta con
religiosa rassegnazione un ordine che lui stesso considera immorale, Euripide lo critica
affermando che un dio che ordina ad un figlio di uccidere la madre non merita di chiamarsi
"dio-saggio". L'atteggiamento critico nei confronti della divinità e del mito
ritorna con insistenza nella scena del riconoscimento, dove il pedagogo ricalca da vicino
le parole e le favolose argomentazioni del medesimo passo eschileo, che viene invece
ridicolizzato dal corrosivo e lucido raziocinare di Elettra: un'analisi razionalistica che
deriva dall'influenza che Euripide subì dai sofisti. Il movimento filosofico della
sofistica, che caratterizzò profondamente la vita culturale dell'Atene del V secolo,
infatti, perseguiva una critica serrata a tutto ciò che veniva ritenuto assoluto ed
incontrovertibile, consacrato dalla tradizione. Possiamo pertanto affermare che la natura
stessa del mito contrasta in maniera profonda e insanabile con la narrazione ed i
personaggi di Euripide. I tre drammi ci presentano, quindi, tre donne profondamente
diverse tra loro, non solo perché diverse sono le attitudini dei poeti, ma anche perché
importanti cambiamenti sociali e politici investono Atene nel periodo di tempo in cui
operano i tre tragici e fanno sentire il loro riflesso nella creazione del personaggio.
L'Elettra di Eschilo è il frutto di quella fiera generazione di maratonomachi di cui
Eschilo stesso faceva parte e che nella tradizione mitica e nella fede nelle divinità
trovava il senso ed il limite della propria esistenza. Con l'Elettra di Sofocle assistiamo
alla nascita di un religioso umanesimo: il poeta, orgoglioso erede di Eschilo, se ne fa
rispettoso innovatore, rivendicando però per l'uomo uno spazio d'azione che lo coinvolga
come soggetto attivo e responsabile di fronte al dio. La tendenza di Sofocle a rivalutare
la dimensione dell'uomo nella dialettica tra umano e divino, attuata tramite l'analisi
psicologica dei suoi personaggi, viene estremizzata da Euripide. Questi, profondamente
segnato dalla lenta sconfitta di Atene nella guerra con Sparta, demolisce con forza il
significato della divinità, toglie alla sua Elettra ogni alone di nobile tradizione
letteraria e ne fa una donna dell'ellenismo, che vive nella limitatezza del quotidiano,
senza porsi problemi di ordine religioso. Euripide segna il tramonto dell'età 'classica'
e relega i suoi personaggi nelle loro labirintiche interiorità, in cui a regolare l'agire
non c'è più il dio, ma umane pulsioni, opposte e contrastanti.
Il personaggio di Elettra
di Francesco Ricci
"Non possiamo
attenderci di trovare nel dramma greco dei personaggi che abbianouna personalità spiccata
come quelli di Shakespeare. Questo è impossibile, in parte perchè i poeti greci
eseguivano opere di minori dimensioni, ma anche perchè il loro scopo era soprattutto
quello di descrivere i destini umani intesi come avvenimenti che possono accadere a
ciascuno di noi in quanto esseri umani, con un certo posto nel mondo". L'idea che i
personaggi in una tragedia contino più per quello che fanno (o che patiscono) che per
quello che sono, è antica. Già Aristotele mostra di condividerla. Nella Poetica
(1450a15-17), infatti, individuando nell'intreccio dei fatti, non nei caratteri,
l'elemento più importante della tragedia, dedicò appena qualche paragrafo alla
caratterizzazione dei personaggi, soffermandosi, invece, a lungo sull'azione e sulle trame
del dramma. Se l'Edipo re per lui costituiva il culmine dell'arte tragica, ciò non
dipendeva dal modo in cui era sviluppata la personalità del protagonista, ma dalla
perizia tecnica con la quale Sofocle aveva combinato il "rovesciamento"
(peripeteia) e il "riconoscimento" (anagnorisis), due degli elementi costitutivi
del racconto. A distanza di secoli, lo stesso giudizio ritorna nell'Estetica di Hegel. Ad
Agamennone, Clitemnestra, Odisseo, Antigone, Ismene e alle altre figure del teatro
classico, infatti, il filosofo tedesco era disposto a riconoscere solamente una
individualità ideale, "una particolarità pur sempre di natura generale". Anche
per Hegel ciò che contava nei personaggi di un dramma non era tanto la loro personalità,
quanto il destino, esemplare, che vivevano e rappresentavano: i caratteri restavano
subordinati all'intreccio delle azioni. L'autorevolezza delle parole di Aristotele, Hegel,
Bowra è tanta, che molte volte si è indotti a dimenticare che le loro affermazioni sono
pur sempre delle generalizzazioni, che, come tali, non tengono conto delle differenze che
indubbiamente sussistono tra Eschilo, Sofocle, Euripide, in merito ad una questione tanto
delicata e rilevante, qual è il rapporto tra personaggio ed azione tragica. In
particolare, necessita di maggiore approfondimento e chiarimento la collocazione di
Euripide all'interno del quadro che emerge dai giudizi sopra riportati. Questo non già
perchè con Euripide l'azione perda importanza, ché anzi tende a divenire più complessa,
al pari degli intrecci, che col tempo si fanno più vari, in particolare nei drammi
composti poco prima del soggiorno del poeta in Macedonia, alla corte del re Archelao
(Elena, Ifigenia taurica, Ione, Fenicie, Oreste); piuttosto, perchè, almeno nei
capolavori, non sono più i personaggi che, per usare le parole di Aristotele,
"assumono certi caratteri perché siano effettuate certe azioni", ma sono le
azioni che si strutturano sopra e a partire da certi caratteri, la cui fisionomia, in tal
modo, risulta straordinariamente arricchita e approfondita. Tragedie come la Medea e
l'Ippolito lo testimoniano in maniera eloquente Tuttavia, anche per l'ultima produzione di
Sofocle, a mio avviso, appare riduttiva una lettura, che disconoscendo o, comunque,
trascurando il peso della personalità dell'eroe, sia attenta unicamente al destino che
egli è chiamato ad affrontare, percepito e rappresentato come paradigmatico di quello
dell'umanità intera. Tanto l'Elettra, quanto il Filottete, infatti, denotano una diversa
maniera da parte di Sofocle di guardare al personaggio tragico, che lascia intravvedere
una maggiore attenzione per le sue componenti umane e psicologiche. Per quanto concerne
l'Elettra, in particolare, è possibile, prendendo spunto da alcune osservazioni contenute
nello studio che Vincenzo Di Benedetto ha dedicato al teatro di Sofocle, individuare
almeno sette punti, che segnalano altrettanti interventi rilevanti del drammaturgo sui
dati tradizionali del mito, finalizzati proprio a delineare con cura la figura della
protagonista: 1) La figura di Oreste subisce un'evidente ristrutturazione, che finisce per
portare in primo piano come elementi costitutivi della sua fisionomia di personaggio il
gusto per l'intrigo e la capacità nell'ordire inganni. Sotto questo aspetto, l'Oreste
sofocleo ricorda più il subdolo Odisseo del Filottete che non il protagonista delle
Coefore eschilee. 2) Il giorno dell'uccisione di Agamennone, non è la nutrice a trarre in
salvo il piccolo Oreste, come si legge nella XI Pitica di Pindaro, bensì Elettra, che poi
lo affida alle mani del pedagogo. 3) La scena del riconoscimento tra Elettra ed Oreste
viene spostata al termine della tragedia. Essa, infatti, che in Eschilo compare nel primo
episodio (v.235) e in Euripide nel secondo (v.517), in Sofocle si trova addirittura nel
terzo episodio (v.1224). 4) Il falso racconto delle vicende connesse con la morte di
Oreste durante una corsa di carri a Delfi, non si esaurisce con le parole che il pedagogo
rivolge al Coro e a Clitemnestra (vv.660-803), ma trova una significativa appendice nella
prima scena del quarto episodio (vv.1098-1231), allorchè Oreste, accompagnato da Pilade,
reca di persona l'urna che dovrebbe contenere le sue stesse ceneri. 5) A differenza di
quanto accade in Eschilo e in Euripide (oltre che nell'Orestea lirica di Stesicoro), la
prima a cadere sotto i colpi di Oreste è Clitemnestra. 6) Dopo il matricidio, Oreste ed
Elettra non mostrano alcun segno di pentimento o di rimorso, né tantomeno danno libero
sfogo alla loro gioia. 7) Il ruolo ed il peso delle Erinni nella tragedia, nonostante
l'invocazione rivolta loro da Elettra nell'iniziale monodia anapestica, è marginale e
sfumato, sicuramente neppure confrontabile con quello ricoperto nelle Coefore di Eschilo.
Questi interventi, sia che investano la struttura scenica del dramma, sia che interessino
la caratterizzazione dei personaggi, concorrono, nel loro insieme, a concentrare
l'attenzione in maniera pressoché esclusiva sulla protagonista. Con straordinaria
maestria, infatti, Sofocle, attraverso un'attenta opera di inclusione/esclusione,
recupero/rinnovamento dei dati tradizionali della saga degli Atridi, ora dilata gli spazi
e crea le occasioni perché Elettra possa effondere il proprio dolore (ad esempio, come
già ricordato, sostituendo all'annuncio che Oreste fa alla madre della propria morte,
nelle Coefore di Eschilo, il doppio racconto del vecchio pedagogo e dello stesso Oreste),
ora comprime tutte quelle situazioni, in specie emotive (si pensi all'assenza nei
matricidi di note di autentica esultanza o cupo rimorso), che sono in grado di distogliere
l'attenzione del pubblico dalla figlia di Agamennone o, come scrive Di Benedetto, di
spostare altrove "il baricentro della tragedia". L'esito finale è costituito da
un prepotente emergere del personaggio di Elettra. Questo fatto di per sé non costituisce
certamente una novità per il teatro di Sofocle. Al contrario, l'isolamento e la
solitudine dell'eroe sono motivi ricorrenti dell'intera produzione sofoclea, come hanno
mostrato, tra gli altri, Bernard M.Knox, che ne ha delineato i tratti tipici e ne ha
ricordato l'incidenza nella tragedia rinascimentale e neoclassica, e, prima di lui,
Gennaro Perrotta. Tuttavia, nell'Elettra all'isolamento della protagonista si accompagna
un suo maggiore studio psicologico, che sul piano artistico si esprime nella descrizione
di un animo dalla ricca vita interiore. Certo, anche in Elettra, al pari degli altri eroi
sofoclei, è possibile cogliere una passione che domina sopra le altre, un valore che ne
ispira la condotta e ne definisce la fisionomia di personaggio. Ciò che in Edipo è
l'ansia di verità, in Aiace il senso dell'onore, in Antigone il dovere religioso, in
Elettra è senza dubbio l'esigenza di giustizia. Sotto questo aspetto, l'Elettra, al pari
dell'intera produzione sofoclea, può essere accostata al sesto libro dell'Iliade,
all'Epitafio pericleo per i caduti ateniesi del primo anno della guerra del Peloponneso,
all'orazione demostenica Sulla corona, come altissima espressione letteraria della
convinzione, centrale nel pensiero greco, secondo la quale, per richiamarsi alle celebre
distinzione di Max Weber, l'etica dell'intenzione (gesinnungsethisch), non l'etica della
responsabilità (verantwortungsethisch), deve guidare ed orientare la condotta di un uomo
(come pure di un popolo), il quale, pertanto, deve essere giudicato non già guardando
alle conseguenze delle sue azioni, ma ai principi che le hanno ispirate. L'esigenza di
giustizia costituisce sino a tal punto la nota dominante del personaggio di Elettra, che
è a partire da essa che Sofocle viene costruendo i rapporti tra la protagonista e i
restanti personaggi del dramma, nel senso che l'essere complici o antagonisti della figlia
dell'Atride discende e acquista significato, ai fini dell'azione drammatica, dalla
prossimità o dalla distanza dall'idea di giustizia che lei possiede. Estremamente
significativo, da questo punto di vista, è lo scambio di battute tra Elettra e la sorella
Crisotemi nella seconda scena del primo episodio (vv.328-471), in particolare allorchè
quest'ultima afferma che: "il giusto non sta in quello che io dico, ma in quello che
tu pensi; tuttavia, se voglio vivere libera, sono costretta ad obbedire ai miei
padroni" (vv. 338-340). Di uguale rilievo è la prima scena del secondo episodio (vv.
516-659), nella quale si fronteggiano Elettra e Clitemnestra: la difesa che la madre fa
dell'uccisione di Agamennone, reo di avere acconsentito al sacrificio di Ifigenia, pur di
permettere alla flotta greca di partire per Troia, alla figlia appare un discorso
"privo di sostanza" (v. 584). A ulteriore conferma della centralità
dell'insopprimibile esigenza di giustizia nel personaggio di Elettra, è possibile
evidenziare la cura con la quale Sofocle, a più riprese, descrive le forme, che
concretamente assume l'ingiustizia nella vita della giovane donna. L'infame assassinio del
padre ("o padre, ucciso indegnamente e miseramente", vv. 101s.), la straziante
lontananza del fratello ("da sempre io lo attendo senza stancarmi", v. 164), la
propria misera condizione, che può confrontarsi con quella dell'ultima delle serve
("vivo come una serva in casa di mio padre", v. 190), la mancanza di ogni
prospettiva di felicità futura e la coscienza del triste presente, i cui elementi
costitutivi sono individuati nel dolore e nella privazione ("E intanto la maggior
parte della mia vita scivola senza il dono di una speranza e sono stanca; e mi logoro
senza figli, senza un amico che mi voglia bene e mi protegga", vv. 185-188),
rappresentano momenti e aspetti distinti di un'esistenza, che pare scorrere sempre
identica a se stessa, costantemente stretta tra il vuoto lasciato dalla giustizia, la
grande assente, e il dominio soffocante dell'ingiustizia presente ("La mia vita è
sempre stata come un torrente in piena, che trascina con sé angosce terribili e
infinite", vv. 851-852), di un'esistenza, in breve, che pare possedere i tratti
tipici di quella che Friedrich Nietzsche, in un denso aforisma di Aurora, chiamava
"la vita mancata". Eppure questa condizione di sostanziale emarginazione e
desolazione, cui Elettra è costretta, non si traduce mai nel suo animo in motivo di
rassegnazione, bensì diviene il terreno nel quale lasciare fiorire un'idea di giustizia
nobile e pura, la cui nobiltà e purezza discende direttamente dal fatto di essere una
giustizia attesa, sognata, invocata, ma non posseduta e, dunque, ancora immune dalle
scorie e dalle impurità - Charles Péguy avrebbe detto dalla "grossolanità" -,
delle quali inevitabilmente essa si ricopre, quando si cala nella storia, quando, cioè,
entra a fare parte dell'agire dell'uomo. Tale collegamento, così finemente colto da
Sofocle, tra la radicale infelicità di Elettra e l'altezza dell'idea di giustizia che lei
possiede, non deve suscitare meraviglia alcuna, dal momento che tra i doni che la
sconfitta elargisce all'uomo, e l'esistenza di Elettra è interamente compresa entro
l'angusto orizzonte della sconfitta, il più prezioso, come rilevava Ernst Junger in una
bellissima pagina del saggio Oltre la linea, è certamente quello di far maturare
"una coscienza del giusto superiore a quella di chi si impegna nell'azione".
Agire nel mondo, in quest'ottica, significa, sempre e comunque, compromettersi col mondo:
solo una completa solitudine non conosce colpa. Questa esigenza di giustizia in Elettra è
vista e ritratta da Sofocle non come elemento che fissa e, in un certo senso, blocca
l'ethos del personaggio, come accadeva alla passione dominante del protagonista nelle
precedenti tragedie, bensì come fattore dinamico, capace, cioè, di generare pulsioni,
emozioni, sentimenti diversi, talora contrari, nell'animo della protagonista. Lo
sconfinato amore per il padre ucciso ("non posso fare a meno di piangere il mio
povero padre", v. 133), il profondo affetto per il fratello ("O mio ultimo
ricordo della vita di Oreste, l'uomo a me più caro", vv. 1126-1127),
l'inestinguibile odio per la madre ("mia madre, che mi ha partorito, è il mio nemico
più odiato", vv. 261-262), l'inveterato disprezzo per Egisto ("Uccidilo e dallo
in pasto alle bestie che merita, creatura immonda, lontano dai nostri occhi", vv.
1487-1489), la crescente distanza dalla sorella, che diviene vera e propria alteritas
("A te la mensa sia perennemente imbandita e la vita trascorra nel lusso: a me basta
non offendere me stessa e i tuoi privilegi non li voglio", vv. 361-364): sono queste
le molteplici risonanze sentimentali suscitate nell'anima di Elettra dalla sua sete di
giustizia, che finiscono per conferirle una ricchezza e varietà di toni sconosciuta alle
altre figure del teatro di Sofocle. Come la sentinella romana, evocata da Oswald Spengler
a conclusione di L'uomo e la macchina, che preferì morire durante l'eruzione del Vesuvio
piuttosto che tradire la consegna ricevuta, così anche Elettra, al pari di Aiace e di
Antigone, ci ricorda che nella fedeltà alla propria coscienza consiste la grandezza e la
nobiltà dell'uomo. Di quella coscienza, però, l'ultimo Sofocle non si accontentò di
ritrarre la passione dominante, ma volle anche scrutarne pensieri ed emozioni. Senza
giungere a ritenere di dover trasferire "la tragedia dentro il petto dell'uomo",
come fece Euripide, tuttavia anche Sofocle nella sua vecchiaia non concepì più il
personaggio come una semplice funzione della favola tragica. Sotto l'influsso del più
giovane poeta, piuttosto, seppe rinvenire nei moti dell'anima una fonte di poesia
altrettanto potente quanto lo era "l'illustrazione di una situazione universale,
ricorrente, riconoscibile". Stando così le cose, forse non è errato scorgere
nell'omaggio che Sofocle tributò ad Euripide, una volta appresa la notizia della sua
scomparsa, accanto al riconoscimento della grandezza dell'avversario, anche la tacita
ammissione che qualcosa nel proprio modo di concepire il teatro, e in particolare il
rapporto azione/personaggio, col tempo era cambiato e che la ragione di questo mutamento
era dovuta in primo luogo proprio all'influenza di Euripide. Certo, Elettra resta una
creatura poetica ben diversa da Fedra e Medea e diversa, soprattutto, è la profondità
dell'introspezione psicologica. Tuttavia, come già notava Max Pohlenz, è fuor di dubbio
che "senza le figure femminili di Euripide, neppure il ritratto di Elettra e della
sua evoluzione interiore sarebbe stato possibile". Da questo punto di vista, l'ultima
produzione di Sofocle costituisce già un capitolo della Fortleben euripidea.
Elettra fra Sofocle e O'
Neill
di Simona Micheletti
In ricordo dei miei anni
universitari Quando ero studentessa del terzo anno di lettere classiche, seguivo il corso
di Storia del Teatro: quell'anno, oggetto di studio monografico era il rapporto tra
l'Orestea di Eschilo ed Il lutto si addice ad Elettra di E. O' Neill. A distanza di quasi
vent'anni, con non minore entusiasmo, torno a riflettere sull'opera del drammaturgo
americano, alla ricerca di elementi che richiamino anche la tragedia sofoclea. Saranno
proprio quattro chiacchiere senza pretese di alcun tipo, semplicemente un'occasione per
rievocare tempi passati a me cari. Per chi non conosce l'intreccio de "Il lutto si
addice ad Elettra", trilogia scritta intorno al 1931, offro una breve sintesi. Negli
anni della guerra di secessione, il generale Ezra Mannon ritorna a casa dai campi di
battaglia e nella propria dimora è ucciso dalla moglie Christine che ha per complice il
proprio amante, il capitano Adam Brant, cugino di Ezra, reietto ed umiliato perché figlio
di madre serva. La figlia Lavinia, che un viluppo di passioni inconsce lega alla figura
del padre, persuade il fratello Orin a vendicarlo. Sottomesso alla sorella, Orin sopprime
il capitano Brant: lo seguirà nella tomba Christine, indotta a suicidarsi dalla presenza
ossessiva e vindice di Lavinia. Orin e Lavinia si imbarcano per un lungo viaggio, ma il
destino luttuoso incombe anche su di loro. Orin si ucciderà e Lavinia, consapevole ormai
di essere una Mannon, una creatura cioè in preda ad un'atroce fatale nemesi, si rinchiude
nella dimora avita, offrendosi in olocausto precoce alla vendetta dei trapassati. Per
chiarire i rapporti tra il mito greco e la trilogia americana un utile punto di partenza
può essere costituito da quanto O'Neill afferma:
voglio scrivere un dramma
psicologico moderno, valendomi di una delle antiche leggendarie trame della tragedia greca
e introdurre un moderno equivalente psicologico del senso greco del Fato
Queste
parole già lasciano capire che l'influsso della tragedia greca nell'opera di O'Neill, non
è riducibile solo ai tratti esteriori dello schema e della trama, ma agisce a livello di
tema drammatico: il senso del destino che da Eschilo in poi ha sempre grandeggiato nella
coscienza di chi, faccia a faccia con la necessità di agire, dovette prendere una
decisione, fare una scelta; la scoperta dell'ambiguità inesorabile dell'esistenza, della
duplicità per cui le parti si invertono e ognuno può passare da un ruolo a quello
opposto con estrema facilità, senza possibilità di scampo. O'Neill, a differenza dei
tragici greci, recupera a parte integrante e concreta della tragedia la fase per così
dire tiestea della saga: la storia, già dimenticata a livello conscio ma ancora viva, di
una rivalità amorosa fra fratelli: tra Abe, il patriarca fondatore del clan dei Mannon, e
il fratello oppresso ed esule, il cui figlio, il capitano Brant, è l'omologo di Egisto.
E' la religione dell'ereditarietà, del mito del 'sangue', che porta ad un assassinio,
alla punizione degli assassini da parte dei figli vendicatori ed al tormento per il
rimorso. La struttura, dunque, è quella dell'Orestea. Ma quali sono i principali punti di
contatto fra O'Neill e Sofocle? Il primo, senza dubbio, è da identificarsi in
Lavinia-Elettra, la cui affinità con il padre ucciso è uno degli stimoli alla vendetta;
il cui attaccamento al padre, pur avendo meno rilievo di quello di Orin per la madre, ha
un peso notevole. L'attaccamento alla figura paterna sussisteva già nel mito, anzi,
Sofocle, facendo di Elettra la vera protagonista del dramma, ne evidenziava acutamente la
sua inconsolabilità in senso emozionale. In maniera analoga O'Neill ha dato a Lavinia un
ruolo centrale: "Papà ha bisogno di me", dice Lavinia rivolgendosi a Orin; e,
diretta al padre, "tu sei l'unico uomo che io ami". E Christine dice a Lavinia:
"Hai cercato di diventare la moglie di tuo padre
è lui il bello che stai
aspettando al chiaro di luna?". La Lavinia di O'Neill, per l'odio spietato verso la
madre e il suo amante, si collega più all'Elettra di Sofocle che a quella delle Coefore
di Eschilo. Mentre quest'ultima soffre soprattutto l'umiliazione del servaggio ed è solo
offesa dall'assassinio del padre e quindi è poco incisiva nell'azione, l'Elettra di
Sofocle è consumata dall'odio per la madre. Egualmente Lavinia, aspra e appassionata,
sovrasta tutti nell'insonne coscienza dell'oltraggio, subìto da lei e dal fratello, e
nell'odio per gli assassini. L'Elettra di Sofocle, fedele ad un passato che non consente
oblio, rivela tutta la durezza adamantina del suo carattere, quando ancora più accanita
di Oreste, morta la madre, chiede che al più presto Egisto sia tolto di mezzo:
"Sbrigati, ammazzalo; poi gettalo ai becchini che spettano ad uno come lui" (vv.
1486 ss.). Già fin dall'inizio della tragedia sofoclea, Elettra si mostra più vigorosa
della mite vergine di Eschilo: "A loro il grande dio d'Olimpo faccia patire le stesse
pene: non se la godano la ricchezza, loro che hanno compiuto il misfatto" (vv. 209
ss.). Con implacabile forza poi accusa Clitemnestra: "Non lo hai ucciso per
giustizia! Anzi ti ha convinto quel vile col quale ora tu vai" (vv. 560 ssg.). Lo
strazio morale e l'odio diventano addirittura ferocia nel grido finale che è crudele
incitamento ad Oreste: "Colpisci, colpisci ancora, se hai forza!" (v. 1415).
Venendo ora ad O'Neill, Lavinia con furia spietata dice alla madre: "Come puoi essere
tu vile da valerti di me per nascondere il tuo adulterio?"; e nella terribile scena
seguente l'assassinio del padre, quando Lavinia scopre il delitto, esclama: "Oh!
l'hai fatto di proposito, l'hai ucciso!"; e più oltre: "Penso che crederai di
essere libera di sposare Adam ora! Ma non sarà così! No, finché io viva! Sconterai il
tuo delitto". Un'altra triste realtà accomuna queste due giovani donne dal carattere
così sanguigno e passionale: la solitudine, la prospettiva desolante di vivere il resto
della vita a[teknoi e ajnuvmfeutoi, "senza figli" e "senza marito".
Lavinia con fermezza annuncia all'innamorato Peter: "A me non è concesso
l'amore", e lo allontanerà da sé per essere sola ad espiare il fato dei Mannon. Se
Elettra e Lavinia in qualche modo si richiamano a vicenda, lo stesso non può dirsi per
Oreste e Orin. Oreste non è caratterizzato, come invece Orin, da un ossessivo
attaccamento ombelicale alla madre. La distanza che separa O'Neill da Sofocle è al
riguardo enorme. Infatti, da madre che non ha cessato di essere madre, madre nonostante
tutto, Clitemestra diventa in lui la madre-tipo. Orin: "Dio, mamma, come è bello
essere qui vicino a te!", e ancora: "Tu vieni prima di tutto". Orin
ucciderà l'amante della madre non per vendicare la morte del padre, ma perché Brant è,
per così dire, il suo rivale in amore, oggetto di desiderio della madre da cui si è
sentito irrimediabilmente tradito. Orin furioso esclama: "E la mia isola di cui le
avevo parlato
che doveva essere per lei e per me
vuole andarci con lui
". Ancora Orin alla madre, prima di avere la certezza del tradimento: "E
non ti lascerò più adesso
tu sei la mia unica innamorata". L'esasperato
amore filiale di Orin giustifica, così, la scelta poetica che O'Neill ha compiuto nella
sua rivisitazione dell'esperienza teatrale greca: la rinuncia del matricidio, non
spiegabile altrimenti con motivazioni di carattere moralistico. Oreste nell'Elettra di
Sofocle uccide la madre senza riserve e senza incertezze per punirla dell'assassinio del
padre, per punirla del fatto che sperpera il patrimonio di famiglia,
"spassandosela" con Egisto; e, inoltre, per non deludere la sorella che in lui
ha riposto speranze di riscatto da trattamenti umilianti e sprezzanti che le ha riservato
quella "madre-non madre". Oreste, compiaciuto, dice ad Elettra: "E' morta,
la sua ira non ti offenderà mai più". Nonostante queste differenze, in ambedue i
drammi, è forte il trasporto emozionale tra Oreste-Orin e Elettra-Lavinia. Il legame
forte che si instaura fra fratello e sorella è dimostrato dal fatto che l'uno delega
all'altro il compito di rappresentare un intero mondo di affetti che risultano
insoddisfatti e frustrati nella direttrice cosiddetta 'normale'. Ad esempio, più volte
Elettra, alla presunta morte di Oreste grida: "Ora io sono sola", "La tua
morte è stata la mia morte", "Tu eri solo mio, fui tua nutrice, solo tu mi
chiamavi sorella". Eppure sappiamo bene che è viva anche Crisotemi, la quale,
benché caratterialmente diversa dalla monolitica Elettra, è pur sempre dello stesso
sangue di Oreste e di Elettra. Ma Crisotemi rimane un'estranea. In O'Neill il rapporto tra
Orin e Lavinia viene esasperato, assumendo aspetti talora erotici conturbanti. Se è vero
che, in termini psicoanalitici, la paternità e la maternità sono forme primordiali di
attaccamento sessuale, allora fratello e sorella sono indissolubilmente vincolati, perché
l'uno vede nella sorella la madre, l'altra vede nel fratello il padre. La frase che Orin
rivolge a Lavinia, dopo che è morta la madre - "tu sei tutto ciò che ho al
mondo" -, va letta in questo senso: non perché ho perduto tutto, ma piuttosto
perché rappresenti, identificandoti con la madre, l'oggetto del mio trasporto.
Nell'universo teatrale di O'Neill c'è un'altra donna dalla fragile sensibilità, che vive
in mezzo a sospetti, inganni, pettegolezzi e diffidenza, l'adultera ed assassina
Christine, debole ed esausta a paragone di Clitemnestra, ma anche lei creatura diabolica,
se come dice l'amante, non avrebbe scrupoli circa il modo di uccidere una donna che lo
togliesse a lei. Perché Christine diventa assassina? C'è in lei una continua ripugnanza
ad essere considerata 'oggetto', oggetto di un rapporto sessuale sentito come esasperante
e frustrante passività, oggetto di un piacere non condiviso. Questo è stato appunto il
matrimonio di Ezra e di Christine. "Il matrimonio dice Christine cambia
il romanzo in disgusto". La motivazione principe dell'odio per il marito di
Clitemnestra, donna dall' ajndrovboulon kevar, dal "cuore virile", secondo
l'incisiva definizione eschilea, è il cupo rancore per il sacrificio di Ifigenia deciso
per la ragion di stato. Così dice Clitemnestra ad Elettra nella omonima tragedia:
"Codesto tuo padre che tu piangi sempre, unico tra i Greci, ha avuto il coraggio di
sacrificare agli dei tua sorella. Non mi pento di quello che ho fatto". Sono assenti
in lei quelle note di insoddisfazione sessuale-affettiva che dominano, come si è visto,
nella figura di Christine. Nei due drammi, qualunque siano le motivazioni, l'amore
adultero della donna è lo 'scandalo' per eccellenza, il fatto 'diverso' che attacca le
leggi e l'opinione comune. Gli uomini e le donne dell'Elettra e de Il lutto si addice ad
Elettra, pur nelle loro diversificazioni dovute al fatto di appartenere a culture ed età
distanti, non sono tipi astratti, ma esseri di carne e di sangue che vivono e soffrono dei
loro istinti e delle loro passioni, talvolta anche ferini; e quando sono nella morsa di
irrefrenabili istinti e di grandi passioni diventano creature terribili, consapevoli di
portare dolore prima a sé che agli altri. Ne risulta un mondo su cui incombe e strema la
pena di vivere. Un mondo dove, come dice il poeta neogreco K. Kavafis, "la terra è
il recinto del dolore"; e dove, come dice Sofocle, "il dolore è un debito che
tutti noi dobbiamo saldare".
Elettra: il mito e la fortuna
di Antonio Vannini
Elettra nel mito. La storia
dei discendenti di Pelope ha fornito soggetti per testi teatrali di tutti i tempi. La
figura di Elettra, in particolare, si è prestata attraverso i secoli per un'ampia gamma
di necessità espressive diverse nelle opere dei vari drammaturghi. La stirpe dei
Pelopidi, come quella dei Labdacidi, da cui discende Edipo, è una stirpe maledetta; nella
mentalità dei Greci questa maledizione è rappresentata come una contaminazione che si
trasmette di padre in figlio e che nel succedersi delle generazioni può caricarsi di
avvenimenti terribili, senza che un discendente, ingiusto o onesto che sia, possa evitare
di prender parte alla turpe storia della famiglia. La storia di Pelope, come è noto, è
legata alla leggenda della istituzione dei giochi olimpici. Si tratta di una saga così
tenebrosa che Pindaro, quando evoca quel mito per la celebrazione di un nobile vincitore
ad Olimpia e introduce la figura del padre di Pelope, il grande peccatore Tantalo, per non
compromettere la serenità della sua celebrazione, è costretto addirittura a sostenere
che le gravissime colpe del capostipite sono soltanto una diceria degli invidiosi. I figli
di Pelope erano quei due fratelli Atreo e Tieste, la cui rivalità si trasformò in odio
mortale che offrì le immagini più tremende alla fantasia dei poeti Greci. Atreo era
stato infatti indotto da un inganno del fratello ad uccidere il proprio figlio e per
vendicarsi non esitò a trucidare i figli di Tieste e ad imbandirne le carni al padre
invitato all'orribile banchetto. Ma Tieste con l'altro figlio Egisto, riuscì a prendere
la signoria di Micene, cacciandone i figli di Atreo, Agamennone e Menelao. I due Atridi si
recarono allora a Sparta, dove sposarono Clitemnestra ed Elena, figlie del re Tindareo,
con l'aiuto del quale Agamennone espulse Egisto da Micene e ne ridivenne signore. Scelto
come capo degli Achei per la guerra contro Troia, Agamennone fu poi costretto a
sacrificare la figlia Ifigenia alla dea Artemide che, per un'azione sacrilega del re,
impediva l'arrivo dei venti favorevoli alle navi dei Greci radunate in Aulide e pronte
alla spedizione. Al ritorno dalla guerra, insieme alla sua prigioniera Cassandra lo
attendeva la morte per mano della moglie Clitemestra, divenuta nel frattempo l'amante di
Egisto, lo spodestato figlio di Tieste. È questo l'omicidio che dovette essere vendicato
dalla figlia Elettra insieme col fratello Oreste, che, allontanato in tenera età dalla
reggia, era intanto divenuto adulto e tornato per uccidere la madre e il suo drudo. La
figura di questa figlia di Agamennone è sconosciuta ai poemi omerici e può darsi che si
tratti di una aggiunta secondaria alla saga dei Pelopidi. Occorre in questo caso osservare
il trattamento del mito come soggetto di un'altra espressione artistica che precede nel
tempo la ripresa dell'argomento da parte della tragedia attica. Se la storia del ritorno
in patria del capo degli Achei era motivo comune dei pittori vascolari fin dal VII secolo
a.C., solo all'inizio del V secolo troviamo scene dipinte su vasi attici a figure rosse
che rappresentano la vendetta di Oreste ed Elettra. Anzi, le coincidenze tra pittori
diversi e con l'impostazione scenica nelle Coefore di Eschilo, tragedia rappresentata ad
Atene nel 458 che quei pittori non potevano conoscere (in particolare l'immagine di
Elettra e del fratello che si incontrano presso la tomba paterna) hanno fatto pensare alla
diffusione di questa parte del mito nel secolo precedente e in forme già fisse e
probabilmente legate al successo di qualche testo letterario più antico. L'ipotesi più
probabile è che questa precedente tradizione letteraria faccia capo ad un poema,
quell'Orestea che Stesicoro scrisse verso gli inizi del VI secolo: l'opera è perduta, ma
sappiamo con certezza che alcuni particolari, ripresi poi nelle tragedie, vi si trovavano
già (come per esempio il motivo del sogno di Clitemestra che dà origine alla scena sulla
tomba). Autori della più recente antichità ci confermano comunque che Stesicoro aveva
citato Elettra. Del resto abbiamo notizia di almeno una precedente opera sul mito di
Oreste e si è avanzata anche l'ipotesi di un ciclo epico delfico diffuso nel VII secolo
come fonte comune per tutte le trattazioni letterarie della leggenda di Oreste e della
sorella.
La fortuna. Il mito di Elettra verrà poi sviluppato soprattutto dai tre grandi
drammaturghi del periodo cosiddetto classico - Eschilo, Sofocle, Euripide -, i quali si
confrontarono su di esso offrendone diverse interpretazioni (vd. per questi aspetti il
saggio di G. Benelli, Il mito di Elettra nei tre tragici). In seguito non ci sono giunti
dalla grecità altri drammi su Elettra, ma conosciamo alcuni elementi che dovevano
completare la sua storia. Dagli annunci contenuti nelle tragedie di Euripide sappiamo che
sposerà Pilade e altre leggende riferiscono che gli avrebbe generato due figli, Strofio
(lo stesso nome del padre di Pilade, che aveva accolto Oreste esule) e Medone. Nel
manualetto di favole mitologiche di Igino (di età augustea, pur con diversi
rimaneggiamenti) troviamo una storia che parte dai fatti della Ifigenia in Tauride di
Euripide. In questa tragedia si sviluppava una versione del mito degli Atridi secondo la
quale Ifigenia non sarebbe stata realmente sacrificata, ma sarebbe stata salvata
all'ultimo momento dalla stessa Artemide che poi l'avrebbe resa sacerdotessa ad
amministrare sacrifici umani in Tauride. Di lì Oreste, dopo aver corso il rischio di
essere lui stesso vittima di quei riti, perché non riconosciuto dalla sorella, l'avrebbe
al fine ricondotta in patria. Nella favola di Igino si narra come Elettra a Delfi avrebbe
cercato di accecare la sorella Ifigenia dopo che Alete, figlio non degenere di Egisto, le
aveva fraudolentemente raccontato che Ifigenia aveva veramente ucciso Oreste. Nella
superstite letteratura drammatica latina, sono poche le tracce del nostro personaggio. Di
Accio abbiamo frammenti di una tragedia sui figli di Agamennone ed Elettra era forse
citata nella Erigone. Seneca, nell'Agamennone, introduce la figlia dell'eroe dopo che si
è consumata l'uccisione del padre: è lei che consegna il fratello Oreste a Strofio,
fedele ospite della casa argiva, che insieme al figlio Pilade stava per visitare la
reggia, reduce da una vittoria ai giochi olimpici. E mentre la madre chiede al suo drudo
la morte della figlia, la tragedia si chiude con la reclusione di Elettra in una solitaria
buia e sporca spelonca e con l'uccisione di Cassandra che morendo gioisce dei fati degli
Atridi, giusta vendetta per Priamo, e all'ultimo verso fa scorgere profeticamente il furor
di Oreste che si abbatterà sui maledetti amanti. L'Elettra di Sofocle, insieme all'Aiace
e all'Edipo Re fu abbondantemente copiata, commentata (e interpolata) dagli eruditi
bizantini, ma la sua fortuna come testo teatrale (nella letteratura di epoca medievale si
registrano alcuni drammi che sfruttano qualche tratto della leggenda pagana di Oreste)
dovette attendere l'età degli umanisti, quando venne rimaneggiata e tradotta liberamente
nelle lingue più diverse (dal castigliano all'ungherese), senza mai giungere a pièces di
grande successo. Degno di far da paradigma, in una storia della fortuna di Elettra, il
riadattamento in ungherese fatto nel 1558 dal vescovo luterano e funzionario imperiale
Pèter Bornemisza, in una regione dell'Impero asburgico contesa ed accerchiata dai Turchi
e toccata di recente dall'etica calvinista. Elettra compie la sua parte di indignata
eroina tra le piatte polarizzazioni di un Egisto corrotto e scandalosamente gaudente e il
ricordo del padre Agamennone, sovrano giusto e morigerato. Alla madre che rivendica solo
le occasioni perdute per colpa del marito di darsi alla lussuria, la figlia oppone la
saggezza del padre, il suo incontaminato pudore e la sua cura per il governo dei sudditi.
Lo stesso linguaggio, a tratti didascalico, a tratti anche trivialmente popolare, segnala
come le necessità del riutilizzo in chiave moralistica e politica abbia causato la
perdita dei particolari più controversi e drammatici della saga dei Pelopidi. Qualche
interesse per la figura di Elettra si trova in Francia ai primi del settecento, con alcuni
epigoni di Racine. Alla metà del secolo Voltaire, nel suo Oreste, introduce la variante
del matricidio commesso per errore. Elettra è però ancora raffigurata con una forte
brama di vendetta, soprattutto nella scena del contrasto con la sorella Ifisa
(corrispondente alla Crisotemi sofoclea). Nell'Oreste di Vittorio Alfieri (1781) torna il
motivo del matricidio per errore: nella follia dell'uccisione il figlio non si accorge di
trucidare anche la madre. La figura della sorella è consona a questa impostazione,
perché concepita con un forte dissidio interiore tra la tradizionale rabbia e la pietà
di figlia. Dagli inizi del nostro secolo troviamo forti esasperazioni del carattere di
Elettra. Nel 1905 D'Annunzio, ne La fiaccola sotto il moggio, crea il personaggio di
Gigliola lasciando pensare all'eroina sofoclea calata nel sanguigno ambiente abruzzese.
Gigliola ha un fratello malaticcio, Simonetto, che ricorda Crisotemi, e si è imposta la
missione di uccidere la tremenda matrigna Angizia, che ha sposato il padre Tibaldo dopo
averne ucciso la prima moglie. Ancora del 1905 è l'Elektra di Hofmannstahl: il forte
carattere sofocleo dell'eroina, a contatto con il terrore che si manifesta nell'animo
angosciato di Clitemnestra, sprigiona una rabbia vendicatrice senza precedenti nella
storia del personaggio. Il mito assume comunque ormai un ruolo drammaturgico nel farsi
espressione fisica ed ossessivamente manifesta delle parti doloranti ed angosciate
dell'animo. L'impeto etico mostra la sua efficacia non in sé, ma nel far sviluppare
esageratamente e nevroticamente in Elettra il suo carattere monocorde teso alla vendetta.
Il dramma di Hofmannstahl divenne libretto per l'omonima opera con musica di Richard
Strauss (1909). Il delirio espressionistico della musica di Strauss corrisponde agli
interventi già operati da Hofmannstahl sulla trama e sui caratteri sofoclei. Elettra
evoca lo spirito paterno e profetizza alla madre il tremendo matricidio. Alla fine del
dramma, mentre Oreste è acclamato da tutti, l'eroina porta a compimento il suo ruolo
espressivo con una danza di folle gioia che la porta alla morte. Nel 1931 il drammaturgo
americano Eugene O'Neill fece rappresentare in una sola serata la trilogia Mourning
becomes Elettra (Il lutto si addice ad Elettra, tredici atti complessivamente). L'azione
ha come punto di riferimento storico-bellico la guerra di secessione, dalla quale si
attende il ritorno del generale Ezra Mannon. Nella sua casa si è introdotto, in assenza
di lui, il capitano Adam Brant, che poi si rivelerà come figlio di una serva e di un
cugino scacciato con ignominia da casa Mannon. Il giovane capitano è divenuto l'amante di
Christine, moglie di Ezra. Il personaggio che corrisponde ad Elettra è la figlia Lavinia,
che mostra un attaccamento morboso al padre, composto da gelosia verso la madre e da uno
strano senso di appartenenza ad una stirpe ancora potente e rispettata, ma prossima da un
crollo incombente. Dalla guerra torna anche Orin, il figlio maschio, ridotto dalle
tremende esperienze del combattimento in una condizione penosamente intermedia tra
l'infantile bisogno della madre e una virilità non ancora consolidata, che cade presto
sotto l'influenza della forte personalità della sorella. Dopo che Cristine ha provocato
la morte del marito, Lavinia costringe il fratello ad uccidere Brant. I ritratti degli
antenati incombono sui personaggi e sembrano ormai garantire la presenza della
maledizione: nessuno dei sopravvissuti riesce più a controllare le passioni che si
producono di continuo dentro di loro. Christine, tormentata dalla figlia, si uccide;
fratello e sorella cercano di dimenticare con un viaggio in Cina il loro passato. Proprio
l'Oriente però accenderà nuovi disagi: là Orin sognava di recarsi con la madre come in
un rifugio; là Brant aveva promesso di portare Christine e invece, al ritorno dal
viaggio, Orin prende a rimproverare Lavinia delle sue simpatie di zitella verso gli
indigeni. La casa dei Mannon è ora talmente pregna di lutti e di maledizione che Orin si
uccide e la sorella elegge come proprio ruolo nella stirpe contaminata quello della
sepolta viva nella villa degli antenati. Diversa la necessità che guida la ripresa del
mito da parte di Sartre nelle Mosche del 1943. Un Oreste allevato in terra straniera e non
certo educato alla vendetta, arriva ad Argo mentre si sta per compiere uno strano rito di
evocazione dei morti da una caverna. Si tratta della cerimonia che per volere di Egisto ha
luogo ogni anno nel giorno anniversario della uccisione di Agamennone: ognuno si prende i
suoi morti e vive ancora con loro un dì e una notte dando pieno sfogo ai sensi di colpa
che abbondano nella città maledetta. Giove, che si aggira nella città sotto mentite
spoglie umane, si compiace di questa condizione di eterno rimorso con la quale Egisto
mantiene l'ordine. Oreste, completamente estraneo a questa situazione, si lascia però
convincere dalla sorella alla vendetta. La fanciulla è tenuta come una serva nella reggia
e da anni desidera di sfuggire agli assurdi riti e al grigiore della città, piena di
mosche insistenti che gli dèi hanno inviato a render fisico il rimorso dei cittadini.
Prima di prendere la sua decisione, del resto, il figlio giustiziere ha dovuto lasciarsi
catturare dallo stato d'animo imperante, per potersi volontariamente inserire nella storia
della sua famiglia: la sua esistenza è ormai quella del vendicatore. La sorella, pentita
dopo il matricidio, lo abbandonerà, ma nel suo ruolo Oreste sarà accettato come nuovo re
in mezzo ai soliti sensi di colpa e alle stesse mosche. Nel 1967, in una Ungheria che
stava accantonando gli avvenimenti del 1956, si rappresenta con grande successo l'Elettra
di László Gyurkó, dalla quale sette anni dopo Miklós Jancsó trarrà il suo
film-balletto. Oreste, lontano da Argo, fa credere che la sua vita si dissolve nelle
gozzoviglie agli inviati del tiranno Egisto. Coperto da tali dicerie, rientra in città
insieme ad un servo muto; una Elettra pazza ed emarginata lo attende nella speranza della
vendetta. Egisto, informato di una presenza sospetta in città, riceve dall'incognito
figliastro la falsa notizia della sua morte, dinanzi alla quale Clitemnestra non ha
adeguate parole di dolore. Elettra incontra il fratello e, al fine riconosciutisi, sorge
tra i due un profondo sentimento. La fanciulla sfida poi pubblicamente Egisto durante la
festa della verità ed Oreste si rivela figlio di Agamennone ed uccide il tiranno. Quando
però si arresta dinanzi al matricidio suscitando la reazione della sorella, finisce con
l'ucciderla mentre viene maledetto come fratello e come re, da parte di una Elettra che
nella sua follia sterminatrice non accetta il tentativo di Oreste di riportare la
pacificazione nella città e nella stirpe. Nel 1973 un'Elettra in greco antico fu
rappresentata nel La Mama Experimental Theatre Club, una delle sale dove, accanto a
Brodway, artisti provocatori e spericolati tentavano esperimenti di qualità. La saga
degli Atridi è invece ripresa come mito di riferimento nella sua complessità tenebrosa
ne La recita (1975) del regista greco Thodoros Anghelopulos. Una compagnia di guitti tenta
di rappresentare un misero testo teatrale girovagando nei luoghi e nel tempo della Grecia
in guerra e nel dopoguerra. All'interno della compagnia si sviluppano gli odi e le
maledizioni del mito della famiglia di Agamennone, mentre si è spettatori
dell'occupazione nazista e del tempo che segue. Alla pastorella Golfo (questo il ruolo
nella recita del personaggio che corrisponde ad Elettra) tocca di prender la parola
dinanzi alla macchina da presa per narrare, mentre si riprende dallo stupro subito per
salvare il fratello Tassos (sempre chiamato Oreste), partigiano in montagna, le stragi del
3 e 4 dicembre 1944 e la guerra civile che seguì fino al febbraio 1945 ("Tutti
credevamo nella liberazione perché tutti avevamo dato"). È ancora lei che assiste
immobile al ballo di benvenuto al 1946 con lo squallido trionfo dei realisti spacconi
("Oreste non è tornato: la guerra continua") prima di rimanere, unica
superstite insieme al suonatore della fisarmonica che da sola accompagna tutta la storia,
a seppellire il fratello ucciso tra le delusioni postbelliche e ad insistere nella sua
recita.
TO THE MOON
Combosed by the Seaside,--On the Coast of Cumberland
by Wordsworth, William
(1835)
Wanderer! that stoop'st so low, and com'st so near
To human life's unsettled atmosphere;
Who lov'st with Night and Silence to partake,
So might it seem, the cares of them that wake;
And, through the cottage-lattice softly peeping,
Dost shield from harm the humblest of the sleeping;
What pleasure once encompassed those sweet names
Which yet in thy behalf the Poet claims,
An idolizing dreamer as of yore!--
I slight them all; and, on this sea-beat shore
Sole-sitting, only can to thoughts attend
That bid me hail thee as the SAILOR'S FRIEND;
So call thee for heaven's grace through thee made known
By confidence supplied and mercy shown,
When not a twinkling star or beacon's light
Abates the perils of a stormy night;
And for less obvious benefits, that find
Their way, with thy pure help, to heart and mind;
Both for the adventurer starting in life's prime;
And veteran ranging round from clime to clime,
Long-baffled hope's slow fever in his veins,
And wounds and weakness oft his labour's sole remains.
The aspiring Mountains and the winding Streams,
Empress of Night! are gladdened by thy beams;
A look of thine the wilderness pervades,
And penetrates the forest's inmost shades;
Thou, chequering peaceably the minster's gloom,
Guid'st the pale Mourner to the lost one's tomb;
Canst reach the Prisoner--to his grated cell
Welcome, though silent and intangible!--
And lives there one, of all that come and go
On the great waters toiling to and fro,
One, who has watched thee at some quiet hour
Enthroned aloft in undisputed power,
Or crossed by vapoury streaks and clouds that move
Catching the lustre they in part reprove--
Nor sometimes felt a fitness in thy sway
To call up thoughts that shun the glare of day,
And make the serious happier than the gay?
Yes, lovely Moon! if thou so mildly bright
Dost rouse, yet surely in thy own despite,
To fiercer mood the phrenzy-stricken brain,
Let me a compensating faith maintain;
That there's a sensitive, a tender, part
Which thou canst touch in every human heart,
For healing and composure.--But, as least
And mightiest billows ever have confessed
Thy domination; as the whole vast Sea
Feels through her lowest depths thy sovereignty;
So shines that countenance with especial grace
On them who urge the keel her 'plains' to trace
Furrowing its way right onward. The most rude,
Cut off from home and country, may have stood--
Even till long gazing hath bedimmed his eye,
Or the mute rapture ended in a sigh--
Touched by accordance of thy placid cheer,
With some internal lights to memory dear,
Or fancies stealing forth to soothe the breast
Tired with its daily share of earth's unrest,--
Gentle awakenings, visitations meek;
A kindly influence whereof few will speak,
Though it can wet with tears the hardiest cheek.
And when thy beauty in the shadowy cave
Is hidden, buried in its monthly grave;
Then, while the Sailor, 'mid an open sea
Swept by a favouring wind that leaves thought free,
Paces the deck--no star perhaps in sight,
And nothing save the moving ship's own light
To cheer the long dark hours of vacant night--
Oft with his musings does thy image blend,
In his mind's eye thy crescent horns ascend,
And thou art still, O Moon, that SAILOR'S FRIEND!

Le Spose di Ettore
LE
SPOSE DI ETTORE
di Silvia Bevilacqua e Francesco Torchia in collaborazione con Arnaut
Daniel
1. Al circo!
A sipario chiuso, si accende un cono di luce. Tersite, inserviente
zoppo, attraversa il proscenio, saccorge del pubblico e avviandosi alluscita
chiama
TERSITE Sor Agamennone! Sor Agamennone, ce sta er publico, li
spettatori, hanno già pagato, stanno seduti e aspettano!!
Esce un domatore tra colpi di tamburo. Nella mano sinistra tiene una
frusta da cacciatore, nella destra una rivoltella carica.
AGAMENNONE, il domatore
Nobili signori e gaie signore, entrate nel serraglio! Venite ad
ammirare con ardente voluttà e gelido orrore la donna: la creatura priva di anima domata
dal genio dell'uomo. Entrate, lo spettacolo sta per cominciare!
Nobili signori e gaie signore, che cosa vedete nelle commedie e nelle
tragedie?! Animali domestici dotati di una sensibilità tanto controllata da placare la
loro ira con un ben modesto cibo, mentre si abbandonano compiaciuti ai propri lamenti
simili a quelli giù in platea. Di questi eroi uno non sopporta l'alcool, uno non sa se
ama veramente, un terzo si lascia prendere dallo sgomento di fronte al mondo e per cinque
atti non fa che lamentarsi senza che vi sia qualcun altro pronto a dargli il colpo di
grazia. Ma gli animali autentici, gli animali selvaggi e belli, quelli signori miei!
li vedrete soltanto da me.
Li vedrete strisciare docilmente ai miei piedi, quando (spara un
colpo verso il pubblico) la mia rivoltella spara fragorosamente. Vedrete la belva
aggirarsi intorno fremendo, mentre io rimango freddo. L'uomo rimane freddo!
Entrare dunque! Non osate? So che tra voi sorridete e non
credete nemmeno una parola di ciò che sto dicendo. Ebbene giudicherete Voi stessi!
Spettabile pubblico... Lo spettacolo va a cominciare!!!
Il domatore rientra tra i colpi di tamburo. Si spegne la luce e si apre
il sipario.
2. La parata delle attrazioni
Musica da circo. Agamennone presenta e Tersite introduce per il giro di
pista tutte le attrazioni.
AGAMENNONE
Eccole! Le attrazioni internazionali! Gli esemplari più rari e più
famosi, applauditi da tutte le platee del mondo, che io medesimo, in persona, ho raccolto
nei miei favolosi viaggi e qui ho portato per il vostro esclusivo godimento! Animali
selvaggi dogni tipo, maghe e indovine, cavalli e cavallerizze, attrazioni esotiche,
sciantose e ballerine, numeri di alta prestidigitazione, funambolismi e acrobazie: questo
e altro ancora, nel grande spettacolo di questa sera!
Continua la sfilata, finché tutte le attrazioni escono di scena.
Agamennone resta solo.
3. Lulù, la donna serpente ed Elena, la trapezista
AGAMENNONE Ehi, Tersite! Porta qui il nostro serpente!
Linserviente zoppo porta l'attrice che interpreta il
personaggio di Lulù e la depone ai piedi del domatore.
AGAMENNONE Il suo nome è Lulù. E' stata creata per provocare
sciagure, per avvincere, per sedurre, per avvelenare, per uccidere, senza che uno se ne
renda conto.
Lulù sinuosamente gli si attorciglia intorno.
LULÙ Se in questo mondo appartengo a qualcuno ebbene questo è proprio
lei. Non voglio dire dove sarei finita, se non fosse stato per lei. Quando volevo rubarle
lorologio lei mi ha preso per mano, mi ha dato da mangiare, mi ha fatto vestire.
Crede che ciò si possa dimenticare? Qualsiasi altro avrebbe chiamato un poliziotto. Lei
mi ha mandato a scuola e mi ha fatto insegnare le buone maniere. Nessuno al mondo tranne
lei ha fatto qualcosa per me.
Agamennone lafferra per il mento
AGAMENNONE Mia dolce bestia, non essere così affettata! Non hai il
diritto di deformare con le tue moine e le tue fusa l'immagine originaria della donna!
Devi esprimerti in maniera spontanea! Poiché sin dai tempi più antichi la legge
fondamentale di ogni arte è la chiarezza!
Su, Tersite! Su! Rulla il tamburo. (Palpa
i fianchi a Lulù) Che dolce innocenza, il mio più grande tesoro!
Musica: Lulù esegue un numero di canto e danza: "LOLA"
(da Langelo azzurro) Terminato il numero di Lulù una luce illumina una trapezista
sospesa in aria.
ELENA (mentre compie evoluzioni al trapezio) Raccontano che
Giove un dì, in forma
di cigno, presso mia madre Leda, volò,
e in amor la prese di sorpresa, mentre
un'aquila fuggiva; ed Elena fui detta.
Tutti gli eventi della mia vita sono prodigi,
e di molti ne fu causa la mia bellezza.
Ahimè, forse che mia madre mi partorì,
perché fossi prodigio fra gli uomini?
Oh, se potessi perdere le tinte
come un quadro, e una apparenza
più brutta invece della bella assumere,
e la triste sorte in cui m'avvolgo
dimenticassero gli uomini!
Dalla patria a barbari costumi
qui mi trassero i Numi; e senza amici
schiava mi trovo, eppur nacqui da liberi.
Il male da me causato, non lo posso punire.
Misera me! Che fatale destino mi perseguita,
io porto ovunque lo scompiglio tra gli uomini,
tanto che essi non tengono più
alcun conto di se stessi, né di nulla!
Per via di rapimenti, seduzioni e combattimenti,
gli eroi, gli dei e anche i demoni
mi hanno trascinato qua e là nelle tenebre.
Indegno è restar sospesa in aria,
invece, nobile e bello è trafiggersi,
in un attimo scindere il corpo dalla vita,
Ché l'altre donne per la loro bellezza
sono felici, ed io ne muoio, invece.
4. Le belle di Mahagonny
Un colpo di pistola. La luce si spegne. Agamennone irrompe in pista e
parte lintroduzione musicale di "Alabama song".
AGAMENNONE Signore e signori ogni uomo porta nel suo cuore
limmagine della donna amata (entrando a ritmo con la musica le "belle di
Mahagonny")
Quella che è magra per uno è opulenta per laltro (le
belle sono intorno a lui, Agamennone si rivolge ad uno spettatore, indicando
una ragazza) Per lei signore, credo che andrebbero bene un paio di fianchi slanciati
come questi
Eccole le belle di Mahagonny, una razza speciale comprata a peso
doro.
Al comando di Agamennone le belle cantano.
BELLE DI MAHAGONNY
Oh show us the way to the next whisky bar
oh dont ask why oh dont ask why
for we, we must find the next whisky bar
I tell you we must die
I tell you, I tell you
I tell you we must die
Oh moon of Alabama
we now must say good-bye
weve lost our good old mama
and must have wisky
oh, you know why
Oh show us the way to the next pretty boy
oh dont ask why oh dont ask why
for we, we must find the next pretty boy
I tell you we must die
I tell you, I tell you
I tell you we must die
Oh moon of Alabama
we now must say good-bye
weve lost our good old mama
and must have boys
oh, you know why
Oh show us the way to the next little dollar
oh dont ask why oh dont ask why
for we, we must find the next little dollar
I tell you, I tell you
I tell you we must die
Oh moon of Alabama
we now must say good-bye
weve lost our good old mama
and must have dollars
oh, you know why
Le belle escono tra gli applausi.
5. Nellarena con i gladiatori
Entra Tersite e spazza la pista. Un uomo da un lato si esercita con una
spada. Entra una donna con un bambolotto, si rivolge alluomo.
ANDROMACA Infelice, la tua forza sarà la tua rovina; non hai pietà
del figlio ancora bambino e di me sventurata, che presto resterò vedova, perché gli
Achei ti assaliranno tra poco e ti uccideranno; e se ti perdo, allora è meglio che muoia
anchio; non ci sarà più conforto per me se il tuo destino si compie, solo dolore.
Ho già perduto mio padre e mia madre; sette fratelli avevo nella reggia, e tutti, nello
stesso giorno, tutti scesero allAde trafitti da frecce. Tu, tu Ettore mi sei padre e
madre e fratello e sei anche il mio giovane sposo: abbi pietà di me, resta qui
Luomo smette di armeggiare e gioca teneramente con il
bambolotto che donna gli porge. Colpo di pistola alle loro spalle appare Agamennone.
Tersite rulla il tamburo.
AGAMENNONE Dalla lontana Ilio città dei barbari e dalla Grecia eroica
abbiamo qui con noi gli eterni duellanti. Due superbi gladiatori che con immenso piacere
vi presentiamo nel sfida più feroce mai vista nelle arene di tutto il mondo. Senza
esclusione di colpi, davanti ai vostri occhi, lo spettacolo più cruento con spargimenti
di sangue vero!! E se morte ci sarà, vi posso assicurare che non si tratterà di
finzione. Signore e signori: Ettore e Achille!
Gli eroi si presentano con un inchino.
ETTORE Non fuggirò più davanti a te, figlio di Peleo: sento in me il
coraggio di starti di fronte. Ti ucciderò o mi ucciderai. Ora però giuriamo davanti agli
Dei: io non strazierò il tuo corpo in modo indegno se Zeus mi concederà di vincere e di
toglierti la vita, ti spoglierò delle tue armi famose, ma il tuo corpo lo restituirò
agli Achei, e anche tu restituisci il mio.
ACHILLE Ettore, dannato, non parlarmi di patti. Non esistono accordi
fedeli tra uomini e leoni, e lupi e agnelli non hanno sentimenti uguali, la discordia è
fra loro, per sempre. Così anche fra me e te non potrà mai esservi amicizia, non vi
saranno patti fra noi prima che luno o laltro muoia. Fa appello a tutto
il tuo valore, non hai più scampo.
I due eroi si affrontano in duello a colpi di spada. Tersite accompagna
a ritmo di tamburo. Poi al suono di un gong, i gladiatori stanchi e sudati si accasciano
uno di fronte allaltro a riposare. Entra uno stuolo di donne.
CORO O stolti, quanti van cercando gloria
nei combattimenti, e nell'impeto delle lance,
e non tentano senza dolore degli uomini
di porre un termine alle sofferenze amare.
Ché, se deve decidere il sangue
quale città potrà mai desistere
dalle cruente gare?
6. Le danzatrici di Troia
Ritmo di flamenco. Agamennone al centro della pista fa schioccare la
frusta.
Entra una donna anziana accompagnata da unancella:
singinocchia.
ECUBA Ahi ahi, ah ahi, ahi ahi!
O Cronide, signore dei Frigi, padre
progenitore, vedi le cose che qui patiamo,
indegne della discendenza di Dardano?
Un gruppo di schiave entra in pista con passi di flamenco.
PRIMO SEMICORO Ecuba, cosa gridi? Cosa vai
urlando? A che mira il tuo discorso?
Un altro gruppo di schiave entra in pista sempre a passo di flamenco
SECONDO SEMICORO Ohimè! Tutta tremante, ecco avanzo nella tenda di
Agamennone per venire ad ascoltarti, o regina.
PRIMO SEMICORO (danzando sul posto) Su, sventurata, leva da
terra la testa, il collo! Troia non cè più, non siamo più regine di Troia.
SECONDO SEMICORO Gira la fortuna, devi avere pazienza. Devi navigare
nel solco della rotta, navigare in balia del destino e non mettere la prora della vita
contro londa. Naviga secondo i capricci della sorte!
PRIMO SEMICORO Ahi, ahi, ahi, ahi!
ECUBA Perché dite non dovrei rammaricarmi della mia infelicità. Ho
perduto la patria, ho perduto i figlioli e il marito. Oh splendido fasto dei miei
antenati, come sei un nulla ora vedo.
CORO Ahi, ahi, ahi, ahi! Cosa devo tacere, cosa non tacere. Su cosa
intonare il lamento.
ECUBA (mentre Agamennone savvicina e fa schioccare la frusta) Mi
tocca fare la serva ad un individuo immondo, ingannatore nemico della giustizia, mostro
senza legge.
CASSANDRA (uscendo dal coro) Danza madre, guida la danza (due
donne sollevano Ecuba che sunisce con passo tremante alla danza)
Muovi il
tuo piede, accordando con me larmoniosa cadenza dei tuoi passi. La danza è santa.
Danzano. Ecuba cade. Tentano di sollevarla.
ECUBA Lasciatemi stesa qui a terra, bisogna ben stramazzare per le cose
che soffro, che ho sofferto e ancora soffrirò.
CORO Ahi, ahi! Ahi, ahi! Con quali lamenti
tu piangi la tua umiliazione. Ahi, ahi!
ECUBA O figli, sentite, ascoltate la voce della madre!
CORO Tu chiami i morti con un canto di lamento.
ECUBA E poso al suolo le vecchie membra
e percuoto la terra a due mani.
CORO (scendendo in ginocchio, mentre Cassandra continua in un assolo
di flamenco) Ecco, a mia volta insieme a te poso a terra
il ginocchio e invoco di laggiù
gli infelici miei sposi.
Cassandra danza intorno ad Agamennone
CASSANDRA Madre, canta per le mie nozze! Lo sposo destinato al mio
letto, il famoso sovrano degli Achei, Agamennone, farà con me un matrimonio più
disastroso di quello di Elena. Io lo farò morire, credimi e devasterò la sua casa,
vendicando i fratelli e mio padre.
Tersite interviene afferrando Cassandra e trascinandola lontano da
Agamennone.
TERSITE (a Cassandra) Se non fossi fuori di testa non la
passeresti tanto liscia, credimi, a lanciare queste profezie contro il mio capo. Ma tu non
hai il cervello a posto. Vieni, vieni via bella sposina.
Trascina via Cassandra e tutte le altre escono. Agamennone si
ricompone, schiocca la frusta ed esce. Entrano i clowns. Musichetta leggera.
7. I clowns
Entra un clown (Polonio) portando uno specchio, inciampa, caduta
rovinosa e rottura dello specchio. Entra un altro clown (Amleto).
AMLETO Essere o non essere
(va allo specchio, laltro non
sapendo come fare si mette dietro lo specchio rotto e imita tutti i movimenti di Amleto:
segue gag dello specchio mentre Amleto continua il suo monologo )
Questo è il
problema. Se sia più nobile allanimo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi
dellavversa fortuna, o prendere le armi contro un mare di disgrazie e combattendo
disperderle. Morire: dormire, sognare forse: ma qui è lostacolo. (Prova e
riprova il monologo allo specchio con laltro che gli fa il verso, finché non scopre
il trucco e giocando la gag della sigaretta trae in inganno laltro e gli spegne a
sigaretta sulla mano)
Oh sciocco Polonio. Tavevo preso per uno più alto
di te.
Il pubblico applaude. I due clown ringraziano e la luce si spegne.
8. Ofelia, la funambola
In un taglio di luce lunare, come sospesa in aria, cammina come in
equilibrio su una fune, una giovinetta ornata di fiori che canta unantica aria
nordica. Ci sono voci nel buio intorno a lei:
Ia VOCE Oh Dio, guardate lì, signore...
IIa VOCE Gentile Ofelia... Va in convento!
Ia VOCE Come state, gentile Ofelia?
IIIa VOCE Seguitela da vicino. E tenetela d'occhio, vi
prego.
ALTRE VOCI Gentile Ofelia... Va in convento!
Ia VOCE Ofelia
la più desolata e la più afflitta tra
le donne
IIIa VOCE Ofelia
che ha gustato il miele e la soave
musica delle parole damore.
ALTRE VOCI Gentile Ofelia... Va in convento!
IIa VOCE Annegata. È Annegata.
ALTRE VOCI Annegata. Annegata.
Ia VOCE Annegata. Oh, dove?
La giovinetta continua a cantare.
ALTRE VOCI
- Sul ruscello dove un salice si protende dalla sponda e specchia il
canuto fogliame nella corrente vitrea.
- Là ella intrecciava fantasiose ghirlande con ranuncoli, ortiche,
margherite e con le rosse orchidee che le caste fanciulle chiamano dita dei morti.
- Lì volle arrampicarsi per appendere alle fronde le sue ghirlande: ma
si spezzò l'invidioso ramo ed ella cadde con tutti i suoi fiori nel ruscello.
- Aprendosi, le gonne la sostennero sull'acqua: ed ella, come una
sirena, cantava spunti d'arie antiche, inconsapevole della sua sorte, o come creatura
immersa nel suo naturale elemento.
- Ma non durò a lungo, poiché le sue vesti fatte pesanti dall'acqua,
trascinarono la poverina dal suo melodioso canto al fango della morte.
Cantando Ofelia si lascia cadere nel vuoto.
9. Nella gabbia delle belve feroci
Musica circense allegra. Luci sulla pista. Tersite prepara la gabbia
per le belve e dispone tre sgabelli. Agamennone in primo piano presenta il nuovo numero.
AGAMENNONE Signore e signori, nella gabbia angusta si fronteggeranno
ora l'animale e l'uomo.
Tersite conduce in pista tre donne.
AGAMENNONE Ecco la leonessa della Lorena, meglio conosciuta come
Giovanna, la Pulzella dOrleans! (fa schioccare sprezzante la frusta e mentre la
donna salta sullo sgabello, si rivolge alla seconda) Avanti, vieni avanti Turandot (al
pubblico)Ammirate, ammirate la tigre della Cina, la crudele principessa di
ghiaccio
La terza donna interrompe Agamennone.
ANTIGONE Nessuna tua parola può piacermi né mai mi piacerà.
AGAMENNONE (facendo schioccare la frusta) Aspra la piccola
Antigone, non ha saputo rassegnarsi alla sventura, la testarda pantera di Tebe.
Agamennone a colpi di frusta costringe le donne ad eseguire alcuni
numeri. Mentre eseguono i numeri le donne incitate da Agamennone si presentano.
GIOVANNA Dicono tutti che sono matta, signori, prima di avermi sentito
parlare.
Vengo dalla terra e lavorando la terra mi sono fatta forte. No, non mi
sposerò mai, io sono un soldato, non voglio che si pensi a me come a una donna, non
voglio vestirmi come una donna, non mi importa nulla delle cose che stanno a cuore alle
donne; loro sognano di amanti, di denaro, io sogno di guidare un assalto e di piazzare
grossi cannoni.
TURANDOT In questa reggia,
or son mille e mille anni,
un grido disperato risuonò.
E quel grido del fiore della mia stirpe
qui nellanima mia si rifugiò!
Principessa Lo-u-Ling,
ava dolce e serena,
che regnavi nel tuo chiuso silenzio,
in gioia pura, e sfidasti
inflessibile e sicura
laspro dominio,
trascinata da un uomo,
via nella notte atroce,
dove si spense la tua fresca voce
Principessa Lo-u-Ling,
tu rivivi in me.
ANTIGONE Non parlate vi prego del destino.
Lo conosco. Parlate
di chi mi uccide, innocente; a lui
collegate un destino! Non crediate
dessere risparmiati, o infelici.
Altri cadaveri mutilati
vedrete a mucchi giacere insepolti
sullinsepolto. Voi che al tiranno la guerra
trascinaste per terre straniere, per quante
battaglie egli vinca sarete
inghiottiti dallultima. Voi, che invocaste
il bottino, non pieni vedrete tornare
i carri, ma vuoti.
TURANDOT O Principi che a lunghe carovane
da ogni parte del mondo
qui venite a tentar l'inutil sorte,
io vendico su voi quella purezza,
io vendico quel grido
e quella morte! No!
Mai nessun m'avrà!
L'orrore di chi l'uccise
vivo nel cuor mi sta! No!
Mai nessuno m'avrà!
AGAMENNONE Ed ora il meglio: la mia testa tra le fauci di una belva. Lo
spettacolo non è nuovo, ma diverte sempre. Io oso spalancare le fauci alla belva, ma essa
non osa azzannarmi. (Si accosta a Turandot e tenta di afferrarla per la testa).
TURANDOT (ad Agamennone che le si avvicina) Straniero non
tentare la fortuna.
AGAMENNONE (Rivolgendosi questa volta Giovanna) Per quanto sia
così bella e selvaggia e abbia un manto macchiato di tanti colori, questa ha rispetto
della mia testa!
GIOVANNA Non sono una spaccona, sono una serva di Dio e la mia spada è
sacra, il mio cuore trabocca coraggio e non rabbia: io sarò la condottiera e gli uomini
mi seguiranno.
AGAMENNONE (assestando un colpo di frusta a Giovanna) Hai
peccato con grande superbia: mangerai il pane e acqua fino alla fine dei tuoi giorni in
reclusione perpetua.
GIOVANNA Io non temo il pane e l'acqua, quando mai ho chiesto di più?
Non è fatica bere acqua se l'acqua è pulita. Il pane non ha dolore per me, né l 'acqua
afflizione. Ma escludermi dalla luce del cielo e dalla vista dei prati e dei fiori;
incatenarmi i piedi perché non possa mai più cavalcare tra i soldati e arrampicarmi su
per le colline; farmi respirare le tenebre sporche ed umide; allontanarmi da tutto ciò
che mi riconduce all'amore di Dio mentre la vostra empietà e follia mi hanno indotta
nella tentazione di odiarlo, questo no. Posso fare a meno del mio cavallo di battaglia;
posso trascinarmi qua e là con la gonnella; posso permettere agli stendardi, alle trombe,
ai cavalieri e ai soldati di passarmi accanto e di lasciarmi indietro come lasciano le
altre donne, posso accettare tutto questo se ancora mi è dato di udire il sibilo del
vento tra gli alberi, le allodole alla luce del sole, e le cento volte benedette campane
che mandano le voci dei miei angeli fino a me, sulle ali del vento. Senza queste cose io
non posso vivere.
Agamennone cambia idea e si rivolge ora ad Antigone.
ANTIGONE Viventi, vi compiango
per quanto vedrete
quando il mio occhio sarà pieno di polvere.
Dite
a chi chiede di Antigone:
labbiamo vista fuggire nella tomba.
Antigone afferra la frusta e con gesto veloce se lattorciglia
intorno al collo e simpicca.
10. Lultimo duello
Colpo di gong. Riprende il duello tra Ettore e Achille.
ETTORE Mi hai mancato! Non è vero allora, Achille, che Zeus ti aveva
rivelato la mia sorte; eppure è questo che andavi dicendo. Erano chiacchiere, volevi
farmi paura perché dimenticassi la forza e il valore.
Il duello continua finché Ettore cade.
ACHILLE Ettore, quando hai spogliato Patroclo delle sue armi ti credevi
al sicuro: Illuso! Cera un guerriero molto più forte, io, che ti ho ucciso: ora
cani e uccelli ti faranno a pezzi.
Achille colpisce mortalmente Ettore. Entra un coro di donne con in
testa Andromaca. Due donne cantano un lamento flamenco mentre le altre ricompongono il
corpo di Ettore.
ANDROMACA Ahimè! Ho visto una mano crudele trafiggere il solo a cui si
rivolgevano i miei sguardi. Il mio amore fu destato un tempo da Ettore; e con lui s'è
chiuso nella tomba.
CORO Ettore, tu eri il più caro al mio cuore, da te non ho mai udito
una parola cattiva, unoffesa.
ANDROMACA Ahimè! Ho visto morto mio padre e incendiate le mura di
Troia. Ho visto troncare la vita di un'intera famiglia, ho visto il mio sposo coperto di
sangue e trascinato nella polvere, e suo figlio, restato con me, serbato alle catene.
CORO Non furono pochi gli Achei che per mano di Ettore hanno morso coi
denti la terra infinita. Non era tenero Ettore nella battaglia funesta.
ANDROMACA Ahimè! Debbo forse dimenticare Ettore, privato degli onori
funebri, e trascinato ingloriosamente intorno alle nostre mura.
CORO Ettore tu muori giovane, tu che vegliavi sui giovani, sulle nobili
spose.
ANDROMACA Ma mi resta un figlio. Saprete un giorno, fin dove giunge il
nostro amore per un figlio; ma non saprete, per lo meno vi auguro di non saperlo mai, in
qual turbamento ci getta tutto quel che lo tocca, quando questo figlio è tutto quello che
ci resta di tanti beni sperati, e che si vuol togliercelo.
CORO Ettore, come potrò vivere dopo questa spaventosa sciagura. Ti
amavano anche gli Dei quando eri vivo, tu che giorno e notte eri il mio orgoglio nella
città.
ANDROMACA Ahimè! rammento: il giorno che il suo coraggio gli fece
cercare Achille, o piuttosto la morte, chiese di suo figlio, e lo prese tra le braccia:
"Cara sposa, mi disse tergendomi le lagrime, ignoro qual successo riserbi alle mie
armi la sorte; ti lascio mio figlio in pegno della mia fede: se egli mi perde, desidero
che mi ritrovi in te. Se t'è cara la memoria della nostra felicità coniugale, mostra al
figlio a qual punto amavi suo padre".
Escono portando in processione il cadavere.
11. Circe e Medea, le maghe
Entra un gruppo di ancelle con ceri infuocati.
CORO ANCELLE Per vedere la maga figlia del gran sole,
spingendoti fuori da questi rifugi,
senza ostacolo verrai nel dominio di Circe,
che non è affatto racchiuso entro angusti confini.
Con vario ed armonioso canto si leveranno qua e là
i volatili del cielo
sulla soglia poi, e nello stesso ingresso dell'atrio,
il genere di bestie latranti che là se ne sta in ozio,
ti sarà molesto per il grande abbaiare,
e terribile per le fauci.
Se per questo non smarrirai il senno, e se neanche i cani si
infurieranno,
mentre ti addentri nei luoghi più celati,
ti verrà incontro il solare volatile, il gallo,
per condurti in presenza della figlia del sole.
Canto del gallo. Entra la maga Circe. Musica.
CIRCE Mi rivolgo a te, sole meridiano, per la potenza mirabile con la
quale tu solo fai opere tanto numerose. Quale, ti chiedo, è la misura che fu imposta alle
cose? Ecco che sotto una scorza umana sono celati animi ferini. Conviene forse che un'
anima bestiale abiti un corpo di uomo come se questo fosse una dimora cieca e ingannevole?
Dove sono le leggi che per diritto governano le cose? Non è forse la stessa madre natura
che ci inganna? Se pochissimi animi di uomini sono stati plasmati, per quale motivo, ti
chiedo, tanti corpi sono stati modellati in forma di uomini? O Sole, designa la tua Circe,
perché possa lei stessa comandare agli spiriti che assistono e presiedono da vicino alla
formazione di questi corpi. Ti scongiuro, strappando da ciascun individuo di specie
bestiali le sembianze umane, fa sì che questi esseri si mostrino nelle loro figure
esteriori e veritiere
Si allontanino, si allontanino i volti umani dalle bestie!
Si sente tuttintorno un grugnire di porci e altri versi di
animali selvaggi.
MERI ( guardando giù in platea) Mirabile a vedersi, Circe,
mirabile a vedersi: di tanti uomini che prima potevamo vedere, solo tre o quattro sono
rimasti tali. Tutti gli altri vedo che sono stati trasformati in animali di diverso
genere.
CIRCE Di' piuttosto che solo adesso hanno reso visibili le forme che
erano loro proprie. Sarà certo inevitabile che mi si accusi, Meri: gli uomini privi di
senno chiameranno malvagia la benefica Circe.
MERI Sono scossa dal terrore, mia dea e regina, giacché adesso belve
terribili a vedersi ci minacciano.
CIRCE Questi che adesso vedi nel loro aspetto di animali bruti e di
bestie non sono per niente diversi da quelli che poco fa vedevi come uomini, se non
perché ora soltanto hanno reso evidenti quelle unghie, quei denti, quegli aculei e quelle
corna che prima celavano. Anzi, voglio che ti sia ben chiaro questo: poiché adesso sono
privi di quell'organo che è efficacissimo nel ferire l'intimo stesso degli animi, sono
divenuti tutti quanti assai meno nocivi e temibili.
MERI Quale organo è questo?
CIRCE La lingua.
Entra Agamennone sparando colpi di pistola: Circe e le ancelle escono.
AGAMENNONE Ed ora, la grande attrazione, lanimale più selvaggio
che nessun uomo ha mai domato: Medea, la malefica figlia della Colchide
Certo trama
qualcosa. La sua perfidia, le sue arti, chi non le conosce. Risparmierà qualcuno?
Lascerà che qualcuno viva in pace? Eccola (appare Medea con due coltelli tra le mani).
Viene verso di me. Che orgoglio, nel suo volto, e che minaccia! Servi, tenetela discosta,
che non mi tocchi, non mi venga addosso. Che impari, una buona volta, a piegarsi agli
ordini.
MEDEA Sono dolce con gli amici ma terribile coi nemici, io. La gloria
è solo di coloro che si comportano senza incertezze. (Agamennone esce).
Aaah! Parlami, terra, fammi sentire la tua voce! Non ricordo più la
tua voce! Parlami sole! Dov'è il punto dove posso ascoltare la vostra voce?
CORO Parlami, terra, parlami, sole. Forse vi state perdendo per non
tornare più? Non sento più quello che dite!
MEDEA (conficca i pugnali sul terreno) Tu erba, parlami! Tu
pietra, parlami! Dov'è il tuo senso, terra? Dove ti ritrovo? Dov'è il legame che ti
legava al sole ?
CORO Tocco la terra coi piedi e non la riconosco! Guardo il sole con
gli occhi, e non lo riconosco!
MEDEA Ora, ora dovete venire, dee vendicatrici dei delitti, Furie: la
morte, date la morte alla nuova sposa di Giasone, al suocero, a tutta la famiglia regale,
ma a me date qualcosa di peggio, che io possa augurarlo al mio sposo. Che viva, lui, e
corra per città sconosciute, esule, privo di tutto e colmo di terrore, odiato e senza
asilo. E rimpianga me come sposa, e batta a porte straniere come un ospite troppo
conosciuto. Anima mia, se ancora sei viva, se ti rimane un po' della tua forza di un
tempo, cercala tra le viscere la via della vendetta. Scaccia le paure di donna, e
ritrovalo, nel tuo cuore, il Caucaso selvaggio. Atroci, orrendi, mai sentiti sono i
delitti che agitano la mia mente, da far tremare il cielo e la terra. La mia collera deve
salire più in alto. Più atroci sono i delitti che mi spettano, ora che ho
partorito
( singinocchia e guarda esitante i coltelli).
CORO
Perché esiti, Medea? Il tuo impulso è bello, seguilo.
Giasone, tu l'ami ancora, pazza, se ti basta che resti vedovo. Trova per lui, un castigo
che mai nessuno abbia sentito. Non ci sia nulla di sacro, per te, non più ombra di
ritegno. Discendi nel cuore dell'ira, svegliati dal torpore, Medea, fa che sgorghino dal
fondo del tuo petto i tuoi impulsi di un tempo. Tutto ciò che hai compiuto sinora, sia
chiamato pietà.
MEDEA ( stacca con violenza i coltelli e li brandisce minacciosa) Che
poteva l'ira di una fanciulla? Ora io sono Medea. Il mio ingegno è cresciuto col male. É
stato splendido, sì, recidere la testa a mio fratello, e squartarne le membra, splendido
strapparti, padre mio, l'arcano vello d'oro, splendido armare voi, figlie di Pelia,
perché uccideste quel vecchio. Furore, cercati del cibo. Figli che foste miei, pagherete
voi per la colpa di vostro padre.
CORO L'orrore si insinua nel mio petto, un gelido torpore mi paralizza
le membra, ed il mio cuore trema. L'ira mi ha abbandonato. La madre, scacciata la sposa,
non è più che madre.
MEDEA (fa volteggiare i coltelli nellaria e poi li lascia
cadere) Versare io il sangue dei miei figli? Il sangue del mio sangue? O pazzo furore!
Via da me questo delitto, via quest'infamia, anche il pensiero, via! Per quale delitto
pagheranno, loro? Il delitto è Giasone, il padre, e delitto peggiore è Medea, la madre.
CORO Muoiano, non sono miei.
MEDEA Muoiano, sono miei. Non hanno colpa, loro, lo confesso. Sono
innocenti. CORO Anche tuo fratello era innocente. (Raccogliendo i coltelli)
MEDEA Perché esiti, anima mia? Queste lacrime, perché mi bagnano il
volto?
CORO Di qua l'odio, di là l'amore
(Porgendo i coltelli a
Medea).
MEDEA
mi strappano, mi dividono, perché? Opposte correnti mi
rapiscono, nella mia incertezza. Rabbiosi venti si fanno guerra spietata, flutto si
scatena contro flutto, il mare ribolle e non ha sbocco: è così, proprio così, che il
mio cuore è sconvolto.
CORO L'ira dà il bando alla pietà, la pietà all'ira. Rancore, cedi
alla pietà.
MEDEA Venite qui, cari bambini miei, sola dolcezza della mia famiglia
distrutta, venite qui e stringetevi a me.
CORO T'incalza l'esilio, la fuga. In un attimo, tra lacrime e grida, li
strapperanno dal tuo seno di proscritta...
MEDEA (afferrando decisa i coltelli e serbandoli al petto) Ecco,
il rancore si fa grande, l'odio si accende. Ti seguo, ira, dove mi conduci. Muoiano dunque
per il padre, poiché per la madre sono morti.
Escono come furie.
12. Lamazzone, tiratrice con larco
Entra Agamennone, saggira agitato.
AGAMENNONE Dovè? Dove è finita?
Dal lato opposto entra Tersite.
TERSITE Sè liberata e se lè data a gambe.
AGAMENNONE (al pubblico) Gentile pubblico, sono rammaricato,
Pentesilea, lamazzone invasata, è fuggita dalla gabbia, attenzione, è assai
pericolosa.
TERSITE Mha rubato pure il mio arco e le frecce, che il suo
lavevamo sequestrato.
Entra di corsa delirante Pentesilea. La seguono altre donne. Musica e
danza delle Amazzoni.
PENTESILEA Fanciulle, su, alla guerra! A me la preda più
folgoreggiante! Mi dovete concedere, o celesti, il piacere di stendere ai miei piedi,
sconfitto nella polvere, il guerriero tanto bramato. - Prendi il comando delle truppe,
Asteria! Impegna quelle dei Greci e bada che la violenza del combattimento non si attenui.
Nessuna, chiunque sia, colpisca il Pelide Achille! Io sola, io sola so come si abbatte il
figlio della dea. Questo ferro, compagne, nel più dolce degli abbracci lo attirerà sul
mio seno senza dolore. Fiori primaverili, sollevatevi, ché quando cade non abbia a
ferirsi. Rinuncerei più facilmente al sangue del mio cuore che al suo. Non avrò pace
finché dall'aria come un uccello variopinto non l'avrò fatto precipitare davanti a me.
Dal lato opposto entra Achille, il gladiatore.
PENTESILEA Il Pelide!... Sentiamo: fosti tu colui che sotto le mura di
Troia abbatté Ettore, il più grande dei figli di Priamo? Tu, veramente, con codeste mani
gli trafiggesti i piedi e, rovesciato, lo trascinasti col tuo cocchio intorno alla città
natale?... Di'!
ACHILLE Sono io.
PENTESILEA (dopo averlo fissato, alle altre donne) Dice di
essere lui.
PROTOE (una delle altre donne) Lo è. Lo dicono i suoi fregi. È
la corazza, vedi, che sua madre, Teti divina, carpì con le lusinghe al dio del fuoco
Efesto.
PENTESILEA Ebbene, questo bacio, indomito guerriero, ti fa mio. A me, a
me, giovane dio di guerra, tu mi appartieni.
Si scaglia contro Achille che fugge via, inseguendolo Pentesilea esce
con le altre donne.
AGAMENNONE Oh che disastro, è pazza! È entrata nella parte e non ne
esce più. Filottete, inseguila, riportala in gabbia.
Tersite, sempre claudicante esce. Agamennone fa gesti di
disperazione e di prostrazione davanti al pubblico. Rientrano le donne.
MEROE (al pubblico) Lo sapete, ella muoveva incontro al Pelide,
il giovane che amava, affrettando, nello sconvolgimento dei suoi giovani sensi, con gli
orrori della battaglia, il desiderio ardente di possederlo.
PROTOE Tra l'ululare dei cani, tra elefanti, giunse con l'arco in
pugno.
ASTERIA Meno selvaggia e atroce è la Guerra che si scatena tra
concittadini, fantasma sanguinante, orribile, a gran passi, seminando lo spavento e
agitando la sua torcia di fuoco sopra floride città.
MEROE Achille, il quale, - giovane folle! - l'ha sfidata in campo
soltanto per soccombere di sua voglia; perché anche lui l'amava, le viene incontro, pieno
di soavi presentimenti, e alle sue spalle lascia i fidi amici. Ma ora, vedendo la minaccia
truce piombargli addosso - a lui che solo per finta, ingenuo, s'era armato d'una lancia, -
stupisce, volge il collo snello, e ascolta, corre atterrito, ferma il piede, e si rimette
in corsa: come il capriolo che in mezzo ai dirupi ode il ruggito del leone irato.
ASTERIA - Ulisse! - chiama con voce strozzata, e vuole rifugiarsi tra
gli amici; ma ecco, un manipolo gli sbarra il passo, egli alza le mani al cielo, poi
s'appiatta, si nasconde - infelice! - tra la nera ramaglia d'un abete.
PROTOE Intanto s'è avanzata la regina, seguita dai mastini, esplorando
dall'alto boschi e alture, come fosse a caccia, e nel momento in cui, spartendo i rami,
egli sta per abbracciarle le ginocchia
MEROE - Ecco, le corna hanno tradito il cervo! - esclama lei e, con la
forza dei dementi, tende l'arco finché si baciano gli estremi, e mira, e scocca, e con il
dardo gli attraversa il collo. Egli cade, ed un urlo di vittoria s'alza selvaggio dalla
calca intorno.
PROTOE Ma ancora è vivo, quello sventurato, e con la lunga freccia che
gli ha trapassato il capo, si alza rantolando, ricade, si solleva ancora e fugge.
ASTERIA Ma lei già grida: - Agguantalo, Melampo! Afferralo, Tigri!
Qua, Leena, Dirce! Dalli, Ircaone! Dalli Sfinge! - e piomba - piomba con tutta la canea, o
Diana! addosso a lui, l'afferra per il cimiero, come una cagna in mezzo al branco, e
questo addenta il petto, quello il collo, e lo atterra facendo rimbombare il suolo
intorno.
MEROE Lui, voltolandosi nel proprio sangue purpureo, tocca il dolce
viso e dice: - Pentesilea, mia sposa, che mi fai? Sarebbe questa la festa delle rose che
tu mi promettesti?
ASTERIA Ma colei, toltagli la corazza, affonda il dente in quel suo
petto bianco, a gara con la muta, a destra Tigri e Sfinge, ella a sinistra.
PROTOE Quando arrivai, da bocca e mani le sgocciolava sangue.
Escono, Agamennone le guarda uscire. Guarda il pubblico, è
imbarazzato, cerca un modo per rimediare allincidente
13. Gran finale
AGAMENNONE Nobili signori e gaie signore, avete visto lanimale
bello e selvaggio, lanimale autentico, avete visto la tigre sbranare come suo
costume ciò che le capita al momento sul cammino. La spassosa scimmietta civettare con le
proprie nudità
avete visto persino un cammello (ride e spara un colpo di
pistola). La belva saggira intorno fremendo, ma io rimango freddo. Luomo
rimane freddo! Per salutare ossequiosamente le vostre signorie.
Musica circense. Agamennone sinchina per salutare il pubblico,
alle sue spalle appaiono due amazzoni, lo afferrano e lo immobilizzano, entra Circe,
savvicina ad Agamennone e lo trasforma in porco. Agamennone grugnisce, Pentesilea
con altre amazzoni irrompe in pista e con larco teso dà la caccia ad Agamennone che
fugge via. La musica cambia. Le luci si attenuano
entra Andromaca, seguita dal coro:
una pioggia di petali floreali cade dallalto
ANDROMACA Io dormivo ma il cuore udiva
La voce del mio amico che bussava
VOCE DI ETTORE (apparendo in lontananza nella sua splendente uniforme)Aprimi
sorella mia
Amica mia colomba mia perfetta mia
CORO La rugiada ha coperto la mia testa
La notte ha inumidito i miei capelli
Già mi sono svestita mi rivesto?
Mi sono lavati i piedi torno a sporcarli?
ANDROMACA L'Amato mio toglieva
Dal buco la sua mano
E le mie cavità muggivano
Per lui
ECUBA Per aprire al mio amico io mi alzavo
Al suo richiamo la mia anima usciva
TURANDOT E la mia mano mirra colava
Dalle mie dita la mirra fluiva
Sul chiavistello che impugnavo
GIOVANNA Apro all'Amato mio
L'Amato mio era sparito
Limmagine di Ettore scompare.
MEDEA Lo cerco e non lo trovo
ANTIGONE Lo chiamo e non mi risponde
ECUBA Le guardie in ronda per la città
Trovandomi m'hanno battuta mi hanno ferita
ANDROMACA Del mio velo mi hanno spogliata
Le guardie delle mura
CORO O figlie di Ierusalèm io vi scongiuro
Se incontrate il mio Amato
Che cosa gli direte?
LULU Che io muoio d'amore
CORO Che cos'avrà il tuo Amato
Più di ogni altro amante
O tra le donne la più bella?
Che cos'avrà il tuo Amato
Più di ogni altro amante
Perché tu così ci scongiuri?
Riappare in lontananza limmagine di Ettore.
ELENA Bianco e rosso è l'Amato mio
Uno stendardo su moltitudini
La sua testa è oro puro
OFELIA Un mare d'onde come corvi neri
I suoi capelli
TURANDOT Come colombe nei corsi d'acqua
I suoi occhi si bagnano nel latte
Abitano nell'opulenza
CIRCE Le sue guance sono aiuole di balsamo
Giardini pensili profumati
ANTIGONE Rose molli di resinosa
Mirra le labbra sue
MEDEA Lamine d'oro incrostate di brillanti
Le sue mani
GIOVANNA Un avorio splendente
Tempestato di zaffiri è il suo ventre
CASSANDRA Colonne di marmo bianco le sue gambe
Su basi di oro puro
CORO Appare come il Libano
Sublime come i cedri
ANDROMACA La sua bocca è tutta dolcezze
ECUBA Il suo essere è gioia senza fine
Limmagine di Ettore scompare.
CORO
O figlie di Ierusalèm così è il mio Amato
Così è l'Amico mio.
La musica cresce di volume, mentre il sipario si chiude.
Tutti i diritti riservati© Liminalia
Baudelaire
Les fleurs du mal
(1857)
L'ALBATROS
Souvent, pour s'amuser, les hommes d'équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.
À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d'eux.
Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid!
L'un agace son bec avec un brûle-gueule,
L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait!
Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher.
- Première strophe :
Les acteurs sont marqués par le nombre pluriel : les hommes
d'équipage s'opposent aux albatros, dans le drame qui est celui de la capture. L'espace
aérien des oiseaux laisse rapidement la place à l'espace maritime du navire. Le temps de
la fiction est un présent répétitif. Pour les hommes d'équipage, il y a un
investissement euphorique, dans l'amusement et la prise; pour les albatros,
l'investissement est plutôt aphorique, dans l'accompagnement et l'indolence; la dysphorie
apparaît à la fin du quatrième vers, dans la négation des mers par les gouffres amers.
- Deuxième strophe :
Le nombre pluriel des acteurs se maintient, mais il y a
pronominalisation des hommes d'équipage, dans le drame de la captivité des albatros.
L'espace aérien des rois de l'azur est vite remplacé par le même espace marin, qui
devient lui-même aquatique, voire subaquatique, par les ailes blanches qui traînent
comme des avirons. L'usage d'un verbe au passé composé comme temps de la narration au
début de la strophe transforme le présent en un temps de la fiction plutôt ponctuel.
L'investissement y est nettement dysphorique, dans la maladresse et la honte des albatros
et dans la pitié qu'ils inspirent.
- Troisième strophe :
Il y a singularisation de l'albatros et des acteurs qui s'y
opposent toujours : "L'un" et "L'autre". L'espace, encore marin, se
caractérise maintenant et de plus en plus par la descente, par le boitement de
"l'infirme". Le présent prend définitivement le dessus sur le passé de la
beauté et du vol. Pour les deux acteurs anthropomorphes, l'investissement est encore
euphorique, dans les actions d'agacer et de mimer; pour l'acteur zoomorphe, de
"compagnon[s] de voyage" devenu "voyageur ailé", l'investissement est
absolument dysphorique, dans la gaucherie, la veulerie, le comique, la laideur et
l'infirmité.
- Quatrième strophe :
Le titre révèle maintenant sa double isotopie : l'albatros
n'est pas seulement un oiseau, car le Poète lui est semblable. L'espace céleste du
prince des nuées n'épargne pas le poète de l'espace terrestre des huées : sur le sol,
avec ses ailes de géant, il ne peut marcher; l'immobilité du drame de l'exil a remplacé
la mobilité du vol, en passant par une mobilité de handicapé. Lorsqu'il y a
zoomorphisation du poète, l'investissement est euphorique (dans les deux premiers vers de
la strophe); lorsqu'il y a anthropomorphisation de l'albatros, l'investissement est
finalement dysphorique, dans un présent intemporel ou atemporel, éternel : l'univers
gigantesque ou princier et individuel du Poète-albatros, univers céleste des Divins,
n'est pas l'univers moyen ou médiocre et collectif du monde des hommes, univers terrestre
des Mortels...
- En résumé, nous considérons que, selon le drame, selon l'espace et selon
l'investissement, le poème peut être segmenté en trois séquences :
- I : première strophe,
- II : deuxième et troisième strophes,
- III : quatrième strophe.
C'est ainsi qu'il y a inversion des contenus,
«transvaluation des valeurs» ou transformation des acteurs, par la singularisation de
l'albatros et par la singularité du poète.
Concerto PoesiaMusica
Arnaut Daniel
- Piazza Duomo Spoleto 2002
Carmelo Bene
Abbiamo ricevuto il seguente ricordo di Carmelo Bene che sottoponiamo al vaglio dei nostri
lettori. Per prima cosa, ci pare impaggio fondamentale della nostra cultura scomparso
recentemente; in secondo luogo ci pare interessante partire da questo approfondito scritto
per discutere delle forme di dialogo critico con opere ed artisti. L'estensore del pezzo
usa il linguaggio di Bene, lo avvicina attraverso i suoi luoghi elettivi, si
"bagna" nella sua poetica, esemplificando in qualche maniera l'abitabilità e la
praticabilità di una "voce" testimoniata con la vita e ancora vitale dopo la
morte (eredità di un modo d'essere).
L'approccio che Orfeo è invece quello della traduzione, della connessione; l'altro
(l'artista) ha già parlato, ha già detto abbastanza, a parole, a suoni. Per arricchire
il senso di una esperienza (quella del rapporto con le opere) crediamo fondamentale
trasporle, irradiarle verso altri livelli, metterle in comunicazione con altre forme
culturali. Ci occupiamo spesso di musiche lasciate al soliloquio, che devono ritrovare il
loro anello di pertinenza, la loro presa sul reale, il loro cogente interloquire. Tradurre
affinché si possa tacciare almeno di sordità chi certi cammini, come quelli straordinari
di Bene, li ha cassati a priori a partire dal loro parlare inopinatamente una lingua
straniera. Ecco allora che forse proprio questo articolo e il "caso Bene"
possono portare a una discussione che affidiamo nel caso ai nostri lettori.

Carmelo Bene: del musicale
"Tutto il teatro comincia nelladdio".
Nel sorriso del tragico travestito in musica. Perché cè
solo la musica. Questo è lassunto che ci lascia Carmelo Bene - eredità fin da ora
non capitalizzabile, monumento senza effigie, sarcofago senza spoglia, epicedio senza voce
-. Sembra poco e anzi: lo è.
Non cè teatro se non nelladdio. Non cè musica se
non nelladdio, come chiosava amaro Adorno pensando a Berg... Insomma allora addio al
teatro, addio alla musica. Addio a Carmelo Bene... da che ogni scena è scena funebre,
culla simulacrale in pozza blu della rappresentazione che non cè, non cè mai
stata.
Carmelo Bene è morto. Vale per dire che non bisogna per forza
defungere per meritarsi un funerale... sembra di sentirlo intonare: "LA MORT (leggi la
mor = lamor alla francese)... Ma la morte è la vita, anzi prenatale,
quando noi sè feto noi siam già fetenti, nel senso che noi abbiamo già questo
olezzo di morte, e questa nascita non è una vera nascita; è già la morte che è
incominciata... La vita è un coma, nevvero? Un coma che inizia nelle acque maternali e
poi sarriva alla morte della morte. Perché è la morte che muore, noi non si muore,
noi non si muore più... La morte non esiste, è impensabile, non si pone; è chiaro che
ci sono delle agonie, ma tutta la vita è unagonia e poi con tutte le malattie
dolorose, questi fastidi che sono appunto fastidiosi. La morte è lei che muore. Come
sincera Lorca al torero morto Tu es muerto para siempre, cioè per sempre è
importante. Non questanticamera della morte. Che muoia la morte, così
urla il Tamerlano, il great, lo zoppo, il Timur della superba pièce di
Christopher Marlowe... "
Ecco dunque che la musica morente è dapprima il parlare di musica
oggi, anzi il parlare. Oggi come ieri, dopo la scomparsa di Carmelo Bene,
parlare è orrendamente difficile. È impossibile sproloquiare del modo di
unarte che è puro radicale alieno, in colloquio coi millennî e con le forme;
non con i siparietti delle circostanze maldestre e ossequiose della nostra piccola
parrocchia culturale, fogna mestierante di burocrati, di direttori artistici, di
organizzatori-banchieri, in che si bagna la fronte dunestrema unzione ogni
teatro e ogni musica praticabile.
Carmelo non era un musicista a rigore, non era neanche un attore e non
era un artista. Non era e basta. Per chi è consapevole della invisibile parodia, celata
in filigrana dietro il rito antropologico di una vita, di unidea di teatro, di una
mossa azzardata di pensiero a spossessare il divenire delle mode, degli ismi,
per incastonarsi in una segreta calotta di segni che dialogano tra di loro. Una comunità
silente di affinità elettive, sempre più lontana e a latere, comunità dellascolto
di chi non cè, di chi è altrove, pacificato in
conversari intimi.
Chi conosce questi guasti dellattenzione discorre con un
linguaggio perfettamente normale eppure assolutamente incomprensibile, nella lingua
straniera di casa di Proust, in un dialogo privato in mezzo alla piazza principale.
Parlare di musica oggi è questo sussurrarsi
allorecchio dellEpitteto in mezzo al querulo cicalare altissimo della
piazza mercantile. Dire di Carmelo Bene è ormai come dire di Shakespeare o di
Debussy o di Bacon: un sibilìo nel vacuo, un appello che si perde e scema. Dire di
Carmelo Bene in morte come in vita è un tacer-si, un porgersi le parole
monche e troncate, nella pena e nella gioia di unestinzione dal discorso che non ha
luogo e non ha tempo.
La musica e il teatro finiscono. Questo è un fatto. Nelle fauci di mercati
assiepati ad ogni angolo di quotidiano e di ottundimenti perenni, non cè più posto
per larte e men che meno per i capolavori. E oggi questa fine si è
accelerata di molto. È un fatto. Come peraltro è accademia, almeno dai greci in poi, che
larte sia "... il resto di che mai fu, sia essa prosa, musica, immagine,
architettura che nella sua consistenza ingombrante strazia l'aria, siccome svenuta sui
gradini di una chiesa magari del Borromini..."
In ogni caso il corteo di un signora ha steso il suo
sudario su ciò che è imparlabile. Compresi i coccodrilli e le
rivendicazioni, gli sdoganamenti e i fasti storico-filologici pronti a scatenarsi nel
processo di beatificazione al calendario dei santini nazionali, a cui si assisterà ben
presto, come è facile vaticinare. Si dirà daltro, dunque, facendo finta che
Carmelo Bene sia stato a questo mondo e che abbia fatto musica, tra le altre cose,
cioè che si sia distratto fra due colpi di dadi, sempre in un entre-deux
dove si confessa il nostro scambiarci consolazioni, dando per scontata ogni equivocità e
per acquisita limpopolarità e linattualità della musica, così come
dellarte.
Al minimo potrebbe assomigliare a uno spostamento, a unavventura,
questa pretesa di dire e di spendere il nostro conforto, un
po come lAlessandro carmelobeniano, intento a "... misurare il suo
precoce sapere sullironia geografica del viaggio stesso".
Ecco... si va a dissennare: Bene da Otranto aveva una voce
musicale. E questo dovrebbe autorizzare a blaterare di lui, qui e adesso. Una voce
è una voce e nientaltro. Proprio così. Uno strumento capace di
divertirsi (da etimologia: uscir di traiettoria, di sé, di senno) in armonia,
modalità e intervalli, esattamente come unorchestra.
Voce è poesia. "... delirio, suono, risuonare del dire
oltre il concetto, è intervallo musicale daltezza in che si dice la delusione di
quellaltro intervallo (distanza) tra il pensiero e il suo riporto sulla
pagina".
E tra la gigantesca mole del suono tecnologico, bivaccante nelle radure
dei vuoti, quella voce si andava da sempre sbriciolando dietro la mareggiata dello
spettacolo, come solo unaltra voce è stata forse capace di fare nel secolo,
addensata dello stesso dolore antico: il canto scuro della Callas. Quella voce
ha attraversato la musica e la storia e vi si è infranta, come lAdelchi che trova
sui fondali dellOpera romantica il cimitero della storia e del poema epico,
sgusciato in costumi di tragedia. Questo e non altro è il divenire teatrico
di quelle anime che, intransigenti, dialogano con la grandezza nel cantar
lascolto, appartenendo già ai gesti impossibili di questa vita, in cui non
cè mai unazione che possa realizzare il suo scopo, se non si smarrisce
nellatto. La voce si sporge così fuori dal teatro, dalla musica, dalla
scrittura, fino alla poetica dellascolto - vera rivoluzione filosofica -, in
una zona dove non si dice ma si è detti.
In effetti non si può suonare musica, si può solamente stare
in ascolto: "Intendo il teatro come il luogo dellesser detto
nel piano dellascolto. Così come la scena è il luogo del levar di
scena e la platea il luogo dellesser spiato".
Se la finzione è fin dallinizio un chiudere la partita
con il sé, con lio e lidentità, in che stride la ripetizione dello
spettacolo, la phoné assiepa intorno alla sua stessa risonanza la poca arte
possibile, intermittente e insignificante in una differenza. Insomma il
teatro e il suo doppio artaudiano sono appena il punto di partenza da dove la
parola soffiata del lògos greco tesse la sua trappola: ma la phoné
funge da risvolto allenfasi anfitrionica dellessere, istoriata
nel linguaggio. Anticipando la presenza ontologica in un ritardo... Prima di iniziare a
parlare cè già un soffio che interdice la voce delegittimandola. Un
pronome del suono... Un impensabile al centro del pensiero.
Si sperimenti dunque laldilà dellavanguardia,
laldilà di Artaud, la post-crudeltà per depensare la fêlure
centrale, approdando alle variationen dei taglî di lingua, a parlare i
gesti e gli oggetti, abitando i suoni e lo spazio: "A tremila anni di distanza
ripropongo a teatro il prodigio della phoné. E alle soglie del duemila sperimento
lassolutamente moderno e quindi lassolutamente antico e quindi inedito: il
teatro greco amplificato in maschere e coturni". Quel moderno teatro-lampadario di
Baudelaire, inficiato in mascheroni giganteschi, oltre la filastrocca del causa-effetto
storico-cadaverica.
Che poi i flirts, la pochade, la prostituzione
dellarte e del miracolo siano allordine del giorno è faccenda comune per chi
ha a che fare con la teologia. Gli sberleffi e il dandysmo non hanno niente di sregolato,
sono il minimo lusso che si può concedere al santo stilita ficcato a capofitto dentro la materia,
dentro la religione ritmica. Una facezia di eccentricità che mura in un ritiro chi sa di
dover mancare per esser-ci.
Esteta è lo straniero, sdilinquito in un deserto di boccascena, in un Idéal
baudelariano, accompagnato dallAngelo di Rilke o dallazur mallarmeano o
dalla testa di Medusa di Celan, sopportando se stesso umano (troppo umano) solo se oggettivato.
Un capolavoro non sa che farsene dellarte, dunque non può che attuare
un costume raro. Sapendo che il suo atto come vera ricerca incontrerà
leffimero, cioè lo scacco, il fallimento, sempre. - Se è così perverso è così
puro - e tenta la bellezza in ciò che è oltre.
... così: scialo del teatro, della musica a teatro, del teatro in
musica, della musica teatrale... sovrimpressione, dissolvenza, mutamento, divenire delle
forme che - in ogni caso - non è storico.
Ecco dunque di seguito e senza soluzione lo squartamento del linguaggio
e del senso nella di-riscrittura scenica, la disarticolazione del discorso succubo del
significante, il togliere di scena, linfinità dei doppî, la sartoria e
scenotecnica-linguaggio, il rinnovamento del poema sinfonico, la lettura attoriale come
non-ricordo del morto pre-scritto, il superamento di Artaud, la sospensione del tragico,
il cinema come immagine acustica, la strumentazione fonica amplificata, la macchina
attoriale...
Punteggiare, strappare la carta del teatro con la carne,
con la ginnastica, con il sacrificio, con una catottrica di geroglifici corporei, musicali
e coreografici, in una macerazione cilicea (la stessa di Huysmans, di Sade alla Bastiglia,
di Goya alla quinta del sordo...) loyoliana, quasi militare, laddove Artaud si era
fermato. La lettura-scrittura di scena si dilata ad ogni prassi di parola e di vita...
Così la strumentazione fonica amplificata di Carmelo Bene si arricchisce nel tempo di
varie tappe, in un programma puntuale, serissimo e laboriosissimo: si passa dalla
verticalità del verso delle letture dantesche, leopardiane, campaniane, agli
accenti interni del poema in Majakovskij, nel Manfred e nellEgmont
sinfonici, al canto fermo (firmus) del gregoriano e del lied, al
parlato dopera, allintenzione musicale, alla dinamica e alle s-modulazioni di
frequenza, allampiezza del ventaglio timbrico delle suite amletiche,
dellOtello, alle variazioni tonali del S.A.D.E., al puppen-staccato
del Pinocchio, allemissione (petto-maschera-testa-palato-denti-nuca; e non
solo naso, come tutti ingiuriano), "sempre stretta nel diagramma
monotòno della fascia armonica e del basso continuo mai disinserito", tale da far
nevicare in grumi esplosivi lalone del suono, del Macbeth... La
macchina attoriale è la voce che attraverso la strumentazione fonica amplificata
si atomizza nella risonanza (voce-ascolto). E la risonanza
arriva sempre prima del suono (voce udita): la voce non è il dire, è
lascolto stesso... un fiato in ispirazione o un fiato trattenuto, un
tratteggio vocalico a scriteriare la frastica del logos.
Linfortunio sintattico è perentoriamente completo, nelle spire
di una melologia ben oltre lo sprechgesang o lo sprechstimme.
La musica è per Carmelo come unanestesia, un torpore che
spalanca la sensazione, la narcosi di un pharmakon platonico, che separa finalmente
dal senso. Musica sono dun tratto le guerre foniche, filanti, del Tamerlano
di Marlowe, dove le frasi sono "... fatte a pezzi, sanguinanti fonemi, deliranti
agonie a squarciagola". Nel bagliore corrusco, nelle fotografie astrali
del blank verse anglosassone, con il suo claudicare giambico, al di qua della
metafora stessa. Larsi e la tesi boicottano infatti il senso dello scritto e
digrignano il versante dellascolto come retorica del dire e della
rappresentazione:... Artaud, Nono, Hölderlin... Oppure ne Il Rosa e il nero da
Lewis, evocato dalle partiture di silenzî di Bussotti (eterne le liti e le condivisioni
tra Sylvano e Carmelo), in cui la messinscena avvampa dusura barocca:
"Teatralmente è musica, testualmente è tradimento fedele, di orientale
è la Cina esculsa". O ancora nellelettronica salivata, intercettata sui denti,
sulle cavità di palatali o di labiali, ruttata, borborigmata dellafasia del Macbeth.
Deleuze dirà di questa voce, di questa musica di scena: "È già
sprigionare dei divenire contro la storia, delle vite contro la cultura, dei pensieri
contro la dottrina, delle grazie e delle disgrazie contro il dogma".
Distrazione, miraggî, strazî solitarî ripopolati di fantasmi...
Carmelo si perde nello scrupolo assoluto, algido, terribile, della scrittura di scena.
Suffragato dalla non-volontà di Schopenhauer, da un auto-digerimento di Nietzsche, una
volta licenziato tutto il teatro della cornice, della quadratura
borghese, una volta toltasi perfino la maschera per mostrare un masque ben più
sacrale e incontemplabile: la faccia stessa. La Moira dello specchio, oltre il principium
individuationis, oltre il velo di Mâya.
Lattore è busto e nientaltro. Fregoliana è la sua
goffaggine, linciampo, la botola tra regine-soubrette, tra bambine assassine
carrolliane, tra Pentesilee cinte di bustier acustici o Salomé mulatte ma
selenitiche, tra i palchi ammonticchiati di fiori, tra guscî ossei percussivi, tra maglie
di ferro e discariche di storia dellarte. Lattore è monitor, visiera.
Rotaie acustiche incidono il palinsesto del racconto e lo disseminano
in croste musive; la voce è la visiera dellelmo achillico, il visus
segnato dalla mancanza, come lingiuria inascoltabile dellumano - si può esser
solo mostri guerrieri o burattini di legno, tronchi neuro-vegetativi,
anime-come-fil-di-ferro -. Si può solo essere contro il regista come contro il direttore
dorchestra, nûs anassagoriani che guidano la storia occidentale ontologica
in vece di chierici-reggitori, per la messa (in scena) del solito "presepe
nostrano" o della solita sincronia-partitura didascalico-dialettica.
... Abissi, regie incenerite del suono, intervalli scavati, rubati,
sordine ammutolite, scale e volatine furiose, glissati... saranno questi gli effetti
ottici della phoné nei décor del Pinocchio, di Otello, dellAchille,
di Mercuzio, di Gloucester, di Amleto, svariando dai substrati favolistici ai Globe
elisabettiani, fino alle mascherine da intermezzo settecentesco... o nelle inquadrature
cinematografiche del Don Giovanni (circa 4000) o della Salomé (4500). Una
specie di privilegio della dannazione, nei panni byroniani a palazzo Moncenigo: esser
cioè minati dalla grazia del vaniloquio... Anche il cinema come la musica di Bene è
unappendice di trapianti, di traslochi metonimici. Limmagine si fa ascolto e
lascolto immagine. Con il cinema ci si trova di fronte alla macchina
attoriale in movimento. Visivi sono i silenzî musicali della voce, e basta.
Corpo, cinepresa e montaggio non sono che strumenti del ritmo, della
musicalità dellimmagine. Al pari di Ejzenstejn che usava gli obiettivi come
strumenti in unorchestrazione.
Il suono bofonchia ovunque vuoti e cesure, bautte musiche dellaltro
parlante lungo la sospensione del tragico che è il depensamento... Anche della
musica, anche del cinema, anche del teatro... Se si raccatta qualcosa è dagli spasmi
minerali, dai detriti di tableaux vivants di Tiziano, dai nudi botticelliani delle
attrici, di Lydia; in fondo alla spazzatura di citazioni basse, fescenniniche
che depurano dalla contaminazione, dal mélange des genres, anziché
aggiungere.
... venuti al mondo orfani dallaver affrontato laltro
artaudiano, che ruba lio e ci espropria: "Mi fu privata anche la voce,
la mia bella voce calda forgiata nel tempo... mi era appena concesso in odio
allamplificazione di gridare o di restar muto in ascolto, in attesa di niente",
si può permettersi leconomia dello spreco di Bataille, lillusionismo
musicale in fate morgane e pose di tenore fuori registro. È il Pinocchio stritolato
in una "distrazione a due voci tra scena e quinta", il Lorenzaccio
demussetiano (dove i piani dellascolto si impalmano come in un ricercare
a tre voci), primo avvento delle morbose intuizioni del fuori-tempo, dellaiòn,
il tempo fuori tempo degli Stoici, il tempo che non lascia eredità o
discendenza, che eccede ogni cronologia, ogni testo, ogni cronica
nellanacronismo.
Tempo delloblio, del confondere le tracce. Che accoglie il
divenire di Deleuze come variazione, come differenza. Come laiòn
di Giacinto Scelsi. Come il soqquadro di certi cluster materici... Precedenza o
tardività che eccede, che non appartiene alla cronologia ma al rifiuto
delloriginale, alla musica barbarica dei tirsi bacchici. Ma il dionisiaco e
lorgiastico in realtà finiscono subito di bullare una geburt der tragödie aus
dem geist der musik, qui frastagliata in manieri-sagoma barocchi, in baccanali-sabba
da camera. "Il nostro Ejzenstejn da camera", battezzerà Cosulich a proposito
del corto Hermitage... Il suono è appena lintimo trucco di
unarte magica, lo spavento stellare di uneclosione di scena: il
suono non proviene da nessuna parte, è lo spazio compitato a geometrie e volumi di vuoto,
è lo scandalodella visione, limmagine che scivola e scompiglia i sensi.
Gilles Deleuze, Pierre Klossowski, Maurizio Grande, Jean Paul
Manganaro, Piergiorgio Giacché... per citare solo i più in vista, prendono le
difese di questa sottrazione. Prendono le difese di Carmelo Bene, il più
grande uomo di teatro del mondo, contro la sordida arroganza papale della critica
provinciale e sciatta, palude in cui si dibatte il teatrino e la cultura italiana.
La macchina è antropologica, come vuole Giacché, è cioè una
macchinismo che recupera il cabotinage, listrionismo, il gesto della
fine dellattore e della fine delluomo,
dellavvento della macchina desiderante deleuziana anti-psicologica,
anti-edipica, del corpo senzorgani in prospettiva di un teatro
totale. Ma un teatro totale può solo essere totale come rottura del teatro,
emorragia dellavanguardia. Se cè unavanguardia nellarte è da
intendersi semplicemente come cineseria della scomparsa: un Amleto di
meno è digià pornografia bucata dalla voce, gesto-segmento spezzato,
puntillismo dazione-musica riscoperta in Schönberg.
Cieli come correnti daria, vanitas docchî nella
dipartita dalla scena verso la balbuzie, verso lamnesia nel prato fiorito delle
polifonie, sulla spuma marina di convulsi madrigali contestati. Nel mezzo sta
leccesso e il mezzo non è la media, è il divenire. Non lorigine. Non
larrivo, che sono la storia.
La musica di Carmelo Bene sta in mezzo. Nel tam-tam del
canovaccio che percuote e mette alla berlina la partitura-testo, la rigurgita a frange, la
cartografa a rizoma, ne sbrana la grana con gli ensemble vocali, con le
sinfonie di voci altercanti, nei rimpalli degli imi ipogei tra voce e eco,
negli intervalli modali, nei bassi ostinati, nel frinire rumoristico. È lora del Manfred
di Byron-Schumann a S. Cecilia o alla Scala, in cui il suono esce di sé e diventa
personaggio fino alla curva coloristica del timbro che si flette nel tempo o dellEgmont,
tutto contro Goethe e in favore di Beethoven (del quale Goethe avea rifiutato le musiche
di scena), che Deleuze definisce "Una sfida e una vittoria del modale".
Sinfonismo di sala forse anticipato nelle ataviche lotte con i poemi: la Lectura Dantis
dalla Torre degli Asinelli nella Bologna sognata in merli medievali,
"come profferta da ser Boccaccio settecento anni fa", o nei rimbombi orfici di
campana, o in quattro diversi modi di morire in versi, dove la voce si
fa ascolto e dispare in estasi mariane o in orgasmi berniniani di sante Terese o di
beate Ludoviche Albertoni. In mezzo sta il canto, lattonimento celestiale di
una fine della rappresentazione e del campo sgombro - ormai camposanto - dei proprî
doppî moltiplicati... Von Sacher Masoch, Sade, Nijinskij, Leopardi, Laforgue...
Sottoporre la lingua e tutti gli elementi interni della lingua: fonologici, sintattici,
semantici, gestuali, coreutici, al lavorìo della variazione continua - già lavorìo
barocco in fughe di soggetti e contro-soggetti -. Non padroneggiare mai il dominio.
Naufragare nella variazione perpetua. Ottenere il balbettìo incidendo solchi che
trascinano il linguaggio fuori da un sistema di dominanti.
La musica diventerà quindi luce, linea di variazione: "... aria,
terra, sole, colori, luci e suoni", come dice Deleuze. Scivolamenti degli
oggetti/affetti/vestiti/fiori che ingombrano la scena in Riccardo III e in S.A.D.E....costumi
che cadono, oggetti, mobilio ingombrante.
Lo spazio della prossemica si nega in ostacolo, il gesto della
cinesica si annichilisce in tratto, la visione è loscurità: la luce viene
usata o sciupata come musicalità. Al di là del testo, del pensabile,
del senso. Il buio è leccedenza della luce come lassordamento è
leccesso del suono. In un caso e nellaltro si s-dà e si appanna ogni
contrappunto: il pathos artiglia i misteri fonici ed eidetici e li sbarazza in
giro. Tutto è suono: gli oggetti, i corpi, le idiofonìe dellarchitettura, della
quinta. Le differenze in musica splendono come differenze deleuziane, come mere
finzioni di David Hume: taglî di lingua, di trama, di mondi...
Il klossowskiano principe delle modificazioni, affogato
nelloblio-partitura della musica, trova la sua nemesi nel play-back,
affacciatasi come disciplina assoluta e ascetica della sparizione, non certo
come mezzo facile, accomodante. Il play-back è un aiòn
destinale che fa circolare un pneuma irrespirabile, al modo stesso che il non-sincrono tra
suoni e immagini nei film aprono epigrafi funerarie, iati di ostranenie. La voce
viene sbrecciata in costolature di ululati, di barriti, di cinguettìi... Musica che si fa
scarto, malattia: lo stato di grazia come il vizio amletico, come il molecolare,
chimico disgregarsi dellattore, come un decadentismo di epici disagî musici:
"Che Des Esseintes non possa dirigere unorchestra di liquori non è forse più
importante di unesecuzione riuscita di Von Karajan?"
Lo scandalo, linciampo, la provocazione, lostacolo sono il
bagaglio pesante e contraddittorio della nascita del suono, come della nascita del soma:
delitto escrementizio di femmina-regina, Giocasta accampata nellEdipo dei nostri
dubbî, dei nostri enigmi sul musicale.
E a Edipo, a Des Esseintes, al servo-padrone del S.A.D.E., fa
eco Don Giovanni nellinferno musicale, liberato per sempre da Da Ponte, e
restituito alla rosea cifra del femminile come mancanza. Proprio il dongiovannismo
narcisistico sporcato e riscattato in Leporello. Kierkegaard... Lascoltarsi
anche dellerotismo, del desiderio che ci abbandona, del mortificare il presente in
corpi-di-femmina o in note-di-musica. Le note-bambine mozartiane (certo: lamatissimo
Mozart, contro le cui mise en scène Carmelo si scaglia: "Non mi riesce di
ascoltare Mozart senza il castigo visivo dun salotto", come del resto per
Verdi: "Il fasto cafone o la frugalità miliardaria delle messinscena verdiane")
che sono lidioma con cui parlano gli angeli tra di loro. Emblema o ninnolo di quanto
è arte, valendo per quanto manca, per quanto è fuori dallopera
ed è capolavoro, è miracolo mariano del vedersi specchiati stecchiti nella
Madonna che si è. "Sono apparso alla Madonna".
E al medesimo modo Carmelo Bene affranca anche i suoi autori amati,
dispensandoli desser in opera, svelando a loro dispetto lorigine
non-originale che li precede. Ne è la voce che anticipa il loro testo, che
ne benedisce il manque à être. Per Bene il genio di Verdi, già bollato in Credito
italiano V.E.R.D.I., in tempi non di claque-centenario, quello di
Mejerchold, di Cajkovskij, di Beethoven, di Marlowe, di Lautréamont, di Schumann,
di Velazsquez si alternano nella risonaza lirica della lettura-scrittura di scena,
nelloggettivarsi attoriale in fonemi.
Solo in exitu Carmelo si concede alla poesia, alla composizione:
eccome se affrancando se stesso nellultimo meta-baudelairiano l mal
de fiori! "Prima di questo 'L mal de' fiori non mi ero mai imbattuto
in una nostalgia delle cose che non furono mai in nessuna produzione artistica
(letteratura, poesia, musica)". In esso, del musicale poetico,
para-dannunziano o pompieristico, si conserva improvvisamente il diffrangersi
tipografico... i tritatutto graffitistici di Cummings, i calligrammes di
Apollinaire, la scrittura-pittura di Ezra Pound, ri-adattati in tracciati scritturali dove
la phoné si è mutata in graphein. Più che un comporre, che un imbastire
un testo, è un ritirarsi, un dekomponieren di sentenze in caduta.
"Non si può che confermarsi stranieri nella propria
lingua... Il plurilinguismo (crogiuolo di idioletti, arcaismi, neologismi di che
trabocca il poema) è il contrario d'una accademia di scuola-interpreti. È
nomadismo: divagazione, digressione, chiosa, plurivalenza, etc. Il testo
intentato è (deve essere) smentito, travolto dall'atto, cioè de-pensato. Loggettivarsi
è leccedenza del progetto, al modo che la musica è lascolto stesso.
Poesia è l'immediato nella ruminazione orale d'uno scritto già estraneo a noi dicenti.
Scritto in Voce. Voce come ri-animazione (rigor-mortis) del morto
orale che è lo scritto... Questo L mal de fiori è un ventaglio di
differenze".
In parallelo a questo nulla in iscritto va lultimo nulla a
teatro. Poco più in là cè solo il tempo di dissipare anche questa
"stagione di nostra vita meteora", che ci si accorge immediatamente di quanto
solo limpossibile sia frequentabile, a teatro come nella vita. È
lavvento della macchina sepolta sotto la piramide dei microfoni, del play back
totale. Quellultimo anticipo del teatrico che per Carmelo Bene è il play-back in
Achille: un funerale dellavvenire...
Il nothing dittatoriale folgora come un nume la sua
apparizione: non cè narratore in questo spettacolo, non cè
soggetto, non cè storia. UnAchilleide, rivisitata molte volte e in
molte occasioni, fa tabula rasa negli eterniritorni della necrofilia. Non cè
un linguaggio, non cè rappresentazione, non cè un io... siamo
già allultimissimo Invulnerabilità d Achille (impossibile suite tra Ilio e
Sciro), siamo già a Sciro, lisola di Licomede, dove la premura materna di Teti
ricovera Achille (ricercato da Giove) truccato da bambina, che gioca con Deidamia e la
mette incinta a 10 o 11 anni. Sciro è la felicità infantile, il passato mai presente a
se stesso, il tempo dellimpossibile. Siamo già alla necroflia sul corpo di
Pentesilea, posseduta in un flash da morta, mentre Achille sente il brulicare dei
vermi che abitano la sua stessa carne. Auto-necrografia... Siamo già ai rantoli della
precocità della morte: Achille vuol dire chi giovane si muore.
Egli è il mito dei miti. I suoi doppî sono infiniti. È uno che "Se avesse potuto
esistere avrebbe voluto vivere... Invulnerabile ma vulnerabilissimo".
La musica sente già i vermi che si agitano nella carne quando questa
è ancora viva. E il testamento è di fatto intestimoniable, è già fuori dal
teatro, compreso quello stesso di Bene. In scena non cè nulla. "Cè solo
il miracolo che procura miraggi". Achille non si occupa più di teatro. La grande
arte è nella differenza, se ne infischia dellarte, si eccede. È lo s-concerto.
La phoné greca, come protesi-altra del corpo-voce attoriale,
vicina alla deità, nellirrompere in altri candidi firmamenti, in semicerchi scenici
sofoclei o in settecentesche bomboniere stuccate a oro, uccide comunque lattore da
vivo. Si rimane trascolorati nella scenografia, come in unideale reggia di
Metastasio o nella battaglia della foresta macbethiana; è il non-esserci
e come tale tremola in trousse, in vitro, in cipria: soffia dappertutto come un
polline stregato, uninsinuazione ensorcellé di musica; è il monitor, le
casse, la batteria degli spot elettrici, i mixer...
La béance offusca in nerofumo questo melodiare attardato di
spettri vagabondi, arrotola in pieghe i margini delle forme. In musica come
in cinema lasincronismo smarrito in cerimonia di techne perfora il
soggetto fino a polarizzarlo in oggetto.
La musica è oggetto per un altrove, non si è
nientaltro che musica: pulsazione costellata di colpi singolari, ruggito
tenorile che ha in serbo la concezione della vita come dépense e il senso
dellorchestra "a fossa vuota". Regressione nellinorganico, geologia
melodica come purezza, infanzia dincantesimo senza ragione, nello stupore delle variazioni
della terra salentina: infinite visioni smaltate tra il mare e il fogliame degli alberi di
fico, a picco in controluce accecante... ancora un ritmo tra la luce e lombra...
... il nulla in sei ottavi. Riccardo Vaia
-
Il tema della libertà e il tema del male formano un tutt'uno. Quale è stata la
risposta dominante, nella grande tradizione filosofica-teologica, a questo tema che
inquieta ciascuno di noi appena ci arrestiamo a pensare - e questo è il lavoro della
filosofia: arrestare e far pensare? Qual è stata la risposta dominante nella nostra
tradizione filosofica e teologica a questo grande problema, comune a tutti? Forse è stata
quella impostata da Platone all'origine della nostra riflessione. Dice Platone - e la sua
risposta diventa canonica -: "del male, del nostro far male, il Dio non può essere
ritenuto causa. Dio è bene, Dio è immutabile, è semplice, è veritiero, ed è causa di
tutti i beni: thèos anaìtios, Dio è innocente".
Tutta la riflessione teologica successiva si fonda su questo presupposto platonico: Dio
deve essere ritenuto innocente dei mali del mondo, del nostro far male. Quindi noi
facciamo del male per nostra scelta, per nostra libertà. Noi non siamo determinati dal
Divino ad agire male; le nostre imperfezioni, le nostre miserie, sono frutto e prodotto
della nostra libertà.
Ma qui nascono grandiose aporie e nuovi problemi in cui si imbatte la cultura classica
e tutta la cultura teologica, non solo cristiana ma anche islamica e giudaica. Come
possiamo tener ferma la concezione da cui siamo partiti, del thèos anaìtios, del
Dio innocente che non è causa del male, se la caduta dell'anima è male, e se questa
caduta dell'anima è necessaria?
Ecco la grande aporia in cui si imbatte la tradizione filosofica tardo-antica nonché
la tradizione filosofica-teologica cristiano-europea. La grande domanda che
martella non soltanto il filosofo, e tantomeno soltanto la professione della filosofia, ma
anche la grande letteratura europea: basti pensare al nostro Leopardi, a Dostoevskij. Se
l'anima cade necessariamente in questa valle di lacrime; come può essere
considerata colpevole? Come possiamo non pensare che vi sia un male in Dio, se
l'anima cade non per sua colpa, se questa caduta è necessaria?
Qual è la risposta cristiana? Partiamo dalla risposta teologica. Una risposta
inquieta, assillante: bisognerebbe lavorare sui testi per dare davvero l'impressione di
quanto queste risposte, che spesso sono presentate in termini quasi canonici, scolastici,
sistematici, siano in realtà drammatiche per i grandi autori che le interpretano. La
risposta canonica nella cristianità è quella agostiniana: Dio non è autore del
male, ma né è origine. In che senso? Nel senso che Dio, per conseguire un bene
maggiore - la nostra libertà - non poteva che farci capaci di peccato, di male.
Quindi Dio è origine del male perché ci fa capaci di peccato; ma Dio non fa il nostro
peccato, non è l'autore del nostro peccato. Solo noi facciamo il male, solo noi siamo gli
autori del male; i peccati sono solo nostri, e bestemmia chi li attribuisce a Dio.
Ma allora, se io faccio il bene, è perché Dio mi ha eletto, perché Egli ha costruito
la mia anima in modo tale che possa fare il bene; e altrettanto vale se sono un peccatore,
cioè se la mia natura è tale che mi costringe a peccare. Si fa avanti l'idea della forza
predestinante. Per Lutero ciò segna il crollo di ogni possibile teodicea, di ogni
possibile giustificazione di Dio; di ogni possibile discorso - nato con Platone -
che fa di Dio un innocente. Ogni teodicea risulta impossibile dato che Dio ci predestìna
in base a un imperscrutabile disegno: alcune nature sono fatte per peccare, altre nature
sono fatte per essere salvate comunque, che pecchino o non pecchino; sono predestinate
alla salvezza.
Ma a questo punto Dio non può più essere in alcun modo detto innocente; è un Dio
predestinante. Ogni discorso volto a giustificare Dio per il male del mondo è
condannato all'insensatezza, proprio perché Dio non può più essere ritenuto innocente,
come in Platone e - tutto sommato - in Agostino. Con la concezione del Dio predestinante,
invece, Dio è proprio autore della mia anima, che è un'anima destinata a peccare.
Mario Luzi L'opera poetica
Voce e silenzio in Luzi
di Sergio Givone
Dovè dunque la verità? È la domanda
che, specialmente nella raccolta "Per il battesimo dei nostri frammenti", Luzi
sottende quasi in forma di tacito controcanto. Dove un senso che appaia infine afferrabile
dalla parola? Nellespansione chiara e luminosa di un sì che tutto accoglie e
benedice, o nel risalimento buio verso linsensatezza e la casualità
dellorigine? Che cosera in principio? Il verbo o il nonsenso? E che cosa sarà
alla fine?
Nulla può dirci la poesia, nulla il suo pensare interiore. Altro il suo compito, secondo
Luzi. Essa interroga. E perciò si trattiene sulla soglia. Non dà risposte. Al contrario,
è custode gelosa del punto di domanda. Ne impedisce la cancellazione. Lo ribadisce. In
quanto voce che ha per compagno il silenzio (per dirla con Plotino), essa lascia che tutte
le parole e tutti i suoni trovino la via e la possibilità di sussistere come in assenza
di fondamento e di ragione. Quel fondamento e quella ragione che intervenendo sugli
assetti discorsivi decidono ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è degno di
memoria e ciò che merita loblio, ciò che appartiene allessere e ciò che è
ricacciato nel nulla.
Sbriciolando limmane massa del silenzio, la parola poetica "insorge"
liberamente. Ma prima ancora è il suono a trovare una via daccesso al mondo dei
significati, come se la parola fosse preceduta da una modulazione che increspa la levigata
e impenetrabile superficie del silenzio convertendola in moto ondoso, turbolenza di acque
risonanti, rigurgito ormai prossimo alla gola. Modulazione immemoriale, ha detto Walter
Friedrich Otto: intendendo quel misterioso trasalimento dello spirito che nella notte dei
tempi ha spezzato lidentità di essere e nulla e ha visto gli dei sorgere dal caos.
In Luzi però questo non significa che la poesia sia chiamata a infondere vita alle figure
del divino. Né che essa come voleva Nietzsche lavori a dissolvere le costellazioni
mitologhiche mostrandone il carattere fittizio, quindi mettendosi dalla parte di uno
smascheramento o di un gioco affabulatorio a sfondo nichilistico. La poesia semmai resta
fedele alla sua verità contraddittoria: tutto è pieno degli dei, gli dei ci hanno
abbandonato. E sceglie di sostare dove gli opposti possono essere prospettati nel loro
quasi insostenibile coesistere. Perciò (alla poesia) "non le torna niente / dal
fondo, non risale / suono / o segno dal precipizio". Perfetta sospensione. Apertura
di uno spazio in cui la verità sopporta la contraddizione.
Non cè "insecuritas" più grande. Nulla la garantisce circa quello che
dice: realtà o allucinazione? Inoltre quello che dice potrebbe sia gettar luce sia
produrre una più profonda oscurità e questo sempre, sempre di nuovo.
Eppure qualcosa cè che sembra risparmiato dal dubbio. Questo accade quando "il
silenzio della parola" rientra "nella chiara e terribile / semplicità del suo
esserci". Bisogna che i detriti delle epoche storiche siano attraversati dalla parola
che resiste allo svuotamento e alla devastazione. Non più che un "borborigma",
forse una frase sdrucita, lisa, comunque un messaggio strappato a un gorgo: ma per quanta
sordità ne impedisca lascolto, per quanta vertigine faccia confondere se il
significato è lalfa o lomega, linizio o la fine, certo un pensiero,
unimmagine mentale miracolosamente partecipano della verità. Lo rivela
un"indicibile simiglianza". Simiglianza rispetto a chi o a che cosa per
lappunto non si può dire; ma simiglianza, dunque uno stare nelle "luci della
mente".
Che sia questa la risposta della poesia alla cosiddetta domanda fondamentale della
metafisica, che chiede perché cè qualcosa e non piuttosto il nulla? Cè
perché cè. Anzi, si dovrebbe dire che il fatto di esserci è di per sé
miracoloso. Inspiegabile sulla base di una ragione che lo precomprenda. Dono di una
divinità generosa o di un demone beffardo? Non sappiamo. E forse neppure è necessario
sapere. Infatti, più che la risposta a questa domanda, importa che il domandare tenga
ancorato il suo oggetto, cioè lesserci, allirriducibile ambiguità
dellessere: ciò che lo fa apparire di volta in volta come prodigio o mistero,
"portento" o "enigma". Che qualcosa sia, anzi, che sia tutto ciò che
è, comporta una vera e propria estasi del pensiero, un suo schiudersi al suo stesso
altro, la realtà, non deducibile, non spiegabile. "Cè questo, cè
prodigiosamente". "Cè tutto, tutto, / tutto incredibilmente".
Non che la poesia abbia una sua via privilegiata allessere. La parola poetica giace
in una profondità dove regna il silenzio. Del quale deve perforare la dura compattezza,
limpenetrabilità. Per trovare, finalmente, il suo significato non più revocabile.
Ma in questo suo movimento, prima di rientrare in se stessa la parola è sempre "al
di qua" o "al di là" di sé. Faticoso, doloroso cammino del poetare.
Sofferenza della poesia. La parola è sempre al di qua di sé, e infatti è nel rumore,
suono, singulto, convulsione del corpo, moto e contraso elementare, palpito subliminale,
animale (lo è in ogni trascolorare da buio a luce, nelle armonie e nelle dissonanze, nel
volo della pernice e della rondine, nel guizzo della trota). Ma è anche sempre al di là
di sé, e infatti è annuncio, messaggio, presunzione di verità (come accade a seguito
dellattraversamento di tutto linsensato vociare e del suo rifluire in un più
profondo tacere). Dovremmo però aggiungere: quando la parola, sospesa e in equilibrio tra
forze contrastanti, è interamente raccolta in sé, allora essa appare precaria e
minacciata come non mai, e tuttavia in grado di esprimere in modo pieno la sua capacità
dinterrogazione.
Naturalmente lessere di cui qui si parla non è lessere aristotelico,
lessere già da sempre salvo e che perciò non ha bisogno di salvezza. Invece è
lessere introdotto nellorizzonte del pensiero dallapocalittica
ebraico-cristiana. E lessere esposto al suo possibile annientamento.
Lessere che perciò ha bisogno di salvezza. Misteriosa salvezza. Incredibile
salvezza precisamente ciò che la poesia di Luzi si assume il compito di dire,
forse al limite della disperazione o forse già nella luce ("Vola alta, parola,
cresci in profondità, / tocca nadir e zenith della tua significazione").
Vale per lessere quel che vale per la parola (la sua cellula germinale, potremmo
definirla). Si leggano i versi che nel "Viaggio celeste e terrestre di Simone
Martini" Luzi dedica al seme. Che affonda sotto gli zoccoli e trova infine dimora
dove il limo si rapprende, per ripararsi, poiché "al sicuro non si sente",
infatti un niente può distruggere "la sua incalcolabile potenza", il becco di
un merlo, che lo cerca, roditori sotterranei, la fame degli uccelli, e poi deve comunque
scoppiare morire marcire, se mai vorrà rinascere, perché, come sta scritto, solo morendo
è possibile essere restituiti alla vita: no, non che la morte sia in funzione della vita,
piuttosto la vita trova nella morte una sua occasione paradossale, nientaltro che
unoccazione
Questo vale per lessere e per la parola: "E umile,
trattiene / quasi timoroso il fiato".
Allora dellessere si dirà bensì che è flusso eterno, diveniente totalità,
orizzonte che comprende divisione e differenza. Ma si dirà anche che, nel suo cuore,
nella sua matrice più intima, nel suo segreto più sconcertante e problematico,
lessere lascia sbocciare, in forma di domanda, unirriducibile ambivalenza.

- David- Morte di Socrate
A Giorgio Caproni
Poeta
dei sapori e degli odori conosce la bellezza del tepore amoroso della donna- ragazza-
natura acquatica e aerea, sirena che puoi ascoltare nel canto marinaro senza timore di
restare, scarnificata carcassa, sulla spiaggia . Il suo poetare ha l'andamento cantabile
della conzonetta settecentesca e trobadorica , di un trobar lieu di cui odi la musica
-parola.
Ma il mare ha un afrore
"che mi rammenta tanto
i tuoi capelli, al primo,
chiareggiato mattino.
negli occhi ho il sole fresco
del primo mattino. [
]
Odore e lavoro di donna
L aria delle mattine
bianche è la tua aria
di sale e sono vele
al vento, sono bandiere [
]
Sono donne che sanno di mare
[
]
senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele
e alle labbra darselle
deliziose querele [
]
La struttura metrica si muove dalla
brevità (1932-1942) agli endecasillabi più ampi e distesi dei sonetti e delle ballate
composti nel successivo decennio (1943-1953) per tornare alla brevitas del verso che può
approdare al quasi silenzio, linguaggio estremo per afasia da dolore.
La guerra gli impone un ordine di
fronte allo scempio della scelleratezza delittuosa del mondo e Giorgio Caproni ritorna
alla cantabile misura della tradizione. E' tentare una sopravvivenza di ordine.
E' il compianto ed il lamento
I mare brucia le maschere,
le incendia il fuoco del sale.
Uomini pieni di maschere avvampano
sul litorale. [
]
Caproni saprà poi raccontare per
quella necessità di partecipare al mondo e il nuovo Enea è con Anna l'universo parentale
che ti sostiene e a cui ricorri. Immagino Enea il nuovo sposo di Anna Picchi la madre e la
"ragazza" del poeta della quale si può essere gelosi, ma non di Enea. La nuova
mitica coppia è certo viva tra i "vivi" , là al mare di Livorno, un mare
pur genovese.
Il treno, poeta gentile, ti sta
portando da noi perché, viaggiatore cerimonioso, i rituali della tua parola , delle tue
ariette sono benigni e cortesi.
Grande trovatore del mio tempo.
a.d.
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Filosofia e Scienza da Res Cogitans
L'etica
del viandante
Margherita Bologna
Marghebo2000@yahoo.com
"La scienza non ha uno sguardo
innocente. La scienza non è pura. La scienza è già animata da un'intenzione tecnica:
guarda il mondo per modificarlo"."Scientia est potentia", diceva
Bacone.
Per il ciclo di incontri promossi
dalla biblioteca Gambalunga di Rimini, nella sua relazione intitolata "L'etica del
viandante" il prof. Umberto Galimberti docente di Filosofia della Storia presso
l'università di Venezia ha messo ben in chiaro questo concetto che costituisce un po'
la premessa ad ogni successiva considerazione: ogni argomentazione che vuole
salvare l'innocenza della scienza scaricando ogni conseguenza della sua pratica
sull'uso o sulle applicazioni buone o cattive che della tecnica si possono fare, è falsa
e deleteria perché tra scienza e tecnica non c'è differenza.
Al tempo della sua nascita,
nell'antica Grecia, la tecnica era molto più debole di quella che i greci chiamavano la
necessità' che vincola la natura. Oggi i rapporti sono rovesciati. La scienza da
strumento utilizzato dall'uomo per raggiungere degli scopi è diventata essa stessa il
primo scopo. E, nella sua ascesa, ha messo in crisi quei valori etici che sono stati
stabiliti tra gli uomini al tempo in cui non c'era il problema di salvaguardare gli enti
di natura (l'acqua, l'aria) mentre è proprio lì che la scienza morde.
E' possibile allora che l'etica
possa porre un freno nei confronti della tecnica? Per il prof. Galimberti non c'è
speranza. L'etica oggi è debole, non può che implorare e non può certo impedire a chi
può, di fare ciò che vuole.
Innanzitutto è errato credere che
l'etica come del resto la politica siano enti immutabili perché anch'esse nascono,
crescono e muoiono come gli enti di natura. Come la politica oggi non è più il luogo
della decisione ma amministra delle scelte che avvengono nel mondo dell'economia (la quale
a sua volta guarda alle risorse tecniche) così anche l'etica di cui Nietzsche da oltre un
secolo nella Genealogia della morale aveva profetizzato la caducità, è alle corde.
Pertanto non è una operazione di
stampo nihilistico tentare di smontare delle norme di comportamento che non funzionano
più. Volendo analizzare a fondo quanto accade oggi nei rapporti tra etica e tecnica viene
alla luce una evidenza: "che la tecnica non ci richiede più nessuna etica
perché è più forte dell'etica". La tecnica è più dura e severa dell'etica
. In un mondo organizzato tecnicamente non è possibile sbagliare perché l'errore pone il
suo autore fuori dal sistema. Il soggetto che compie un'azione non diviene, sulla base di
questa, buono o cattivo, meritevole o colpevole ma è definito capace o incapace, adatto o
inadatto. "Il bene e il male diventano capacità e incapacità, non giudizi di
valore". Il soggetto vale fintantoché si identifica con il ruolo che gli è stato
assegnato dall'apparato tecnico al quale interessano efficienza e funzionalità ma non è
altro che un ingranaggio in un apparato di cui non controlla i fini. In questo ulteriore
aspetto in cui si manifesta l'organizzazione degli apparati tecnici il prof. Galimberti
individua "la tomba dell'etica". Quando le finalità delle azioni che compiamo
ci sfuggono, Platone direbbe che non ci troviamo più "nell'agire" ma nel
puro e semplice "fare".
Ci troviamo cioè in una condizione
di totale irresponsabilità delle azioni che compiamo.
Lo scenario più drammatico nel
quale questo modo di procedere ha avuto luogo è stato quello dell'epoca nazista ma al
giorno d'oggi ne possiamo rintracciare dei più comuni. Chi costruisce bombe a mano in una
fabbrica di Brescia- dice il prof. Galimberti- è un operaio o un delinquente? E la
risposta è che nella misura in cui è responsabile di un compito e non delle
finalità per le quali sono prodotte le bombe a mano, è un operaio.
Ma oggi scenari di
deresponsabilizzazione come questi nell'età della tecnica sono la norma. D'altra parte
che cosa può oggi l'etica cristiana o etica dell'intenzione, sulla quale è basato
tutto l'ordinamento giuridico in Europa di fronte alle scoperte degli scienziati
quali ad esempio la scoperta della bomba atomica? E' più importante l'intenzione che
aveva Fermi quando ha inventato la bomba atomica o hanno maggiore rilevanza gli effetti
che essa produce?
Che cosa può l'etica
dell'intenzione di fronte all'etica praticata dagli scienziati che perseguono il fine di
ottenere i massimi risultati da tutto ciò che è oggetto della loro ricerca?
E l'etica kantiana che ci impone di
considerare l'uomo non come mezzo ma come fine, anche se ai nostri giorni non è stata
ancora completamente realizzata non è sufficiente per il nostro tempo perché è un'etica
che considera esclusivamente i rapporti tra gli uomini.
Oggi invece, preso atto dei
disastri che la tecnica produce è possibile guardare agli elementi fondamentali della
natura come a dei semplici mezzi, o piuttosto non devono anch'essi essere considerati come
fini? Ai nostri giorni poi assistiamo al fenomeno della 'globalizzazione' che si sostanzia
nella perdita del territorio e nella perdita di garanzie giuridiche che il
territorio garantisce. Il territorio è la condizione che permette la conoscenza, e la
conoscenza è una fonte di sicurezza.
La metafora del viandante si
inserisce a questo punto. Il viandante passa per un territorio senza che questo sia per
lui uno spazio che lo protegge. E, come il nomade, quando volta le spalle ad un
territorio, questo per lui non esiste più. Il nomade incontra sempre "altri",
non persone che conosce già. E la conoscenza "dell'altro" è la condizione
della sicurezza. Non l'appartenenza ad una razza. Questa per il prof. Galimberti è
l'etica minima possibile nell'età della tecnica.
Trovandomi d'accordo con
un'affermazione fatta dal relatore secondo la quale "le cose che fai ti
cambiano" la considerazione proposta è che, partendo da questo fatto, si potrebbe
tentare di costruire un'etica che diviene pratica delle scelte tra le diverse
possibilità di condotte di vita e pratica delle scelte delle regole di convivenza. Tanto
più che oggi la conoscenza del mondo consentita dai media e l'infinita potenza della
tecnica non, ci invitano, ma ci sfidano a comprendere, nonostante la nostra riluttanza,
che il nostro destino individuale non è più legato unicamente a quello della nostra
nazione, né a quello del nostro continente ma a quello del mondo intero. Perché l'etica
minima proposta dal prof. Galimberti sia realizzabile s'impone innanzitutto il tentativo
di costruire l'etica dell'uomo non in quanto viandante ma in quanto abitante del pianeta.
Perciò la mia individuale e locale
pratica di vita e la nostra collettiva e globale pratica delle regole di convivenza
dovranno essere rapportate alla costruzione del fine della salvezza del pianeta.
Altrimenti il destino futuro della nostra (madre) terra potrebbe essere quello di vedere
affacciarsi un giorno una nuova tipologia di etica: quella dei batteri che, unici,
sopravviverebbero alla eventuale distruzione dell'ambiente e dell'uomo, possibile
nell'età della tecnica.
In questo modo gli enti di natura
(l'acqua, l'aria) tanto ricordati dal prof. Galimberti sarebbero salvaguardati.
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