LICEO CLASSICO ANNIBALE MARIOTTI  - PERUGIA
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Poesie                     

 

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Poesie e Teatro della Poesia

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Marzo 2006

 

Eugenio Montale

A Liuba che parte

Non il grillo ma il gatto

del focolare

or ti consiglia, splendido 

lare della dispersa tua famiglia.

La casa che tu rechi

con te ravvolta, gabbia o cappelliera? ,

sovrasta i cichi tempi come il flutto

arca leggera - e basta al tuo riscatto

Dicembre 2005

Seferis  

1955 , da Giornale di bordo III,  l

 Elena.

da Euripide

"Teucro

…alla marina Cipro, ove l'oracolo

d'Apollo disse che abitato avrei,

che il nome avrei di Salamina all'isola

posto, in ricordo della patria antica…

Elena

Quella è un fantasma: a Troia io non andai…

Nunzio

Che dici?

Le nostre pene fur per una nuvola?"

(Euripide, Elena - trad. E. Romagnoli)

"A Platres non ti fanno dormire gli usignoli".

Usignolo pudico,

tu doni, nel respiro delle foglie,

la musica rugiada della selva

ai separati corpi, all'anima

di chi sa bene che non tornerà.

Cieca voce, che tenti,

nella memoria dove annotta,

passi e gesti - non oso dire baci -

e l'amaro tumulto della schiava esacerbata.

"A Platres14 non ti fanno dormire gli usignoli".

Platres! Cos'è? Quest'isola chi la conosce?

Ho vissuto una vita udendo nomi

inauditi:

luoghi nuovi, follie nuove degli uomini

o degli dei.

La mia sorte che fluttua

fra la suprema spada d'un Aiace

e un'altra Salamina

m'ha trascinato a questo litorale.

La luna

è uscita come Afrodite dal mare:

ha sbiadito le stelle del Sagittario, mira al cuore

dello Scorpione, e già tramuta tutto.

Dov'è la verità?

Ero anch'io "sagittario" alla guerra:

il mio destino,

quello d'un uomo che fallì bersagli.

Usignolo poetico,

era così la notte, sulle rive di Pròteo:

t'udirono le schiave spartane15, e trassero lamento:

fra loro - chi l'avrebbe detto? - Elena!

Quella cui lunga caccia demmo sullo Scamandro16.

Era sugli orli del deserto. La toccai, mi parlò:

"Non è vero" gridava "non è vero.

Non andai sulla nave azzurra-prora.

Piede non posi mai sulla gagliarda Troia"17.

Altocinta, col sole nei capelli,

e quel suo portamento,

ombre e sorrisi ovunque

sugli omeri sui fianchi sui ginocchi:

pelle viva, e quegli occhi

con le palpebre immense,

era là, sulla proda d'un Delta.

E a Troia? Nulla,

nulla a Troia - un fantasma18.

Volontà degli dei.

E Paride si giacque con un'ombra

quasi che fosse cosa salda19; e noi

ci sozzammo per Elena, dieci anni20.

Sulla Grecia piombò grave travaglio.

Tanti corpi gittati

nelle fauci del mare, nelle fauci

della terra, e le anime

consegnate alle mole, come grano.

I fiumi si gonfiavano, tra la melma, di sangue

per un fluttuare di lino, una nuvola21,

per uno scarto di farfalla, una piuma di cigno,

per una spoglia vuota, per un'Elena.

E mio fratello?

Usignolo usignolo usignolo,

che cos'è dio? cosa non-dio? che cosa

tra l'uno e l'altro?22

"A Platres non ti fanno dormire gli usignoli".

Flebile uccello,

a Cipro baciata dal mare

che m'evoca - è la mia sorte - la patria

sono approdato solo, con questa bella favola,

se è vero ch'è una favola, se è vero

che l'uomo più non troverà

l'inganno antico degli dei;

se è vero

che a gran distanza d'anni, un altro Teucro

un altro Aiace, o un Priamo o un'Ecuba o un anonimo

ignoto, che abbia visto

tuttavia traboccare di corpi uno Scamandro,

non abbia questa sorte nel suo fato:

di sentire arrivare messaggeri

con la nuova che tanto travaglio, tante vite

son finite nel baratro

per una spoglia vuota, per un'Elena".

 

Luglio 2005

 

Mario Luzi

 

Cimitero delle fanciulle.

Eravate:
le taciturne selve aprono al piano
e al sole il vasto seno:
questo è il campo di fieno ove correste.
E dai profondi borghi alta la torre
suona ancora le feste
onde animava ognuna alle finestre
di gioia umana il volto inesistente.
Ma le mani chimeriche e le ciglia
deserte chi solleva piu' al suo nome
nelle vie silenziose e l'aria come
quando la luna le celesti chiome
odorava di rose fiorentine?
Ma l'amore?e i balconi della sera?
le braccia abbandonate
dal sole alla profonda luce nera
negli orti ove dirada
impallidendo ignota la contrada
chi preme piu', chi bacia? Dallo spazio
lontano un vento vuoto
s'alza e parla coi tetti di voi morte.
Ma io sono: ho natura e fede e il tempo
mio umano intercede
per me dalle sostanze eterne amore
ancora , e grave d'esistenze il giorno
s'aggira qui d'intorno mentre tace
il mare delle vostre ombre al mio piede
con un triste e mirifico soggiorno.
L'ora langue sui colli e il cielo fa
di me il limitare dei suoi mondi,
de' miei sguardi infecondi
l'intenta umanita' delle sue stelle:
si spengono le celle
delle pievi montane e il sole e i campi,
lunge l'erba infinita
spazia sui vostri inceneriti lampi,
fanciulle morte; passano su voi
epoche e donne poi come su un'onda
i successivi venti senza sponda
di mare in mare e io tremo innanzi a voi
di questa mia solenne irta esistenza.

Mario Luzi

 

Ascolta un canto trobadorico su testo di Arnaut Daniel

Leggi Poésie sur la toile - Arnaut Daniel

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Arnaut Daniel

 

Sur cette mélodie précieuse et allègre

 

Sur cette mélodie précieuse et allègre, je fabrique des mots, je
les rabote, je les aplanis, ils seront vrais et certains, quand
l 'aurai passé la lime, puisque l'amour rapide polit et dore,
mon chant qui d'elle vient, qui prix maintient et gouverne.

Chaque jour je m'améliore je m'affine, la meilleure je sers et
j'adore, du monde je vous le dis clairement, sien je suis des
pieds à la cime, et que souffle le vent froid, l'amour qui au
coeur me pleut, me tient chaud où est l'hiver

Envoi :

Je suis Arnaut qui amasse le vent
Chasse le liévre avec le boeuf
Et nage contre le courant.
[Texte et traduction de Jacques Roubaud]

 

GGentilini itarocchi la luna.jpg (53222 bytes)GGGentilini I Tarocchi La Luna

 

Giosue Carducci e Jaufré Rudel

Jaufré Rudel

Conferenza dell'8 aprile 1888

 

Accademia Jaufré Rudel @1997

GIOSUE CARDUCCI JAUFRE' RUDEL

iosue Carducci JAUFRE RUDEL conferenza dell'8 aprile 1888 I.

Giaufré Rudel ch'usò la vela e 'l remo A cercar la sua morte. è tra i molti bellissimi del Petrarca un verso meraviglioso, e con la pura visione dell'imagine allontanantesi in un molle ondeggiamento di tenui suoni sveglia nei sentimenti come un desiderio di fantasie melanconicamente favoleggiate. Al qual desiderio nei lettori e nelle lettrici del secolo decimosesto soddisfacevano i commentatori ancora eleganti, narrando: come Rudel fu signore di Blaia, e per fama innamorato clella contessa di Tripoli compose per lei molte canzoni, e in fine sospinto dal gran desio di vederla misesi in mare sotto abito di pellegrino: come nel passaggio infermò, e quei della nave, condottolo a Tripoli per morto fecero sapere il caso alla contessa: la quale venuta, e avendolo caramente preso nelle sue braccia, non a pena egli intese quella essere la contessa riacquistò il vedere insieme e lo spirito, e la ringraziò che gli avesse recuperate la vita ma in breve spazio da poi pur nelle braccia della donna morì. II.

Questa pietosa avventura d'un trovador feudale del secolo decimosecondo e dal verso del Petrarca e dalla prosa de' suoi commentatori e dalla Storia della volgar poesia del Crescimbeni era di certo nota a Giacomo Leopardi quando componeva il Consalvo. A chi dell'ordine di tempo nei canti del Leopardi volesse far ragione dai sentimenti che rendono e dal come li rendono, il Consalvo verrebbe volentieri allogato non discosto all'Aspasia, nella quale tutti sanno figurata una signora fiorentina, che, larga di refrigerii agli ardori di molti adoranti, civettava poi crudelmente ad accendere in vano quell'infelice di Recanati: ciò tra il 1830 e il '33. A tale induzione, oltre il fatto del non essere il Consalvo nell'edizione del Versi bolognese del 1826 che tutti contiene i composti fino a quell'anno e dell'essere la prima volta nella napoletana del 1835, darebbe motivò anche la fattura degli endecasillabi sciolti, così lontana in questo canto dalla nudità vigorosa e dall'agile schiettezza del primi che il Leopardi fece, e il luccichio di romanticismo che da questo emana, cosi differente, anzi discordante, dalla semplicità greca e dalla maestà romana delle prime poesie. Circa il 1830 il romanticismo infuriava nelle teste e nei cuori ; e per insinuarsi nelle grazie d'una signora nessun poeta, credo io, trovò o troverà mai grave fare un tal poco anche il romantico. Di più, circa il 1830, in Firenze, al gabinetto del Vieusseux, il Leopardi poté aver notizia della poesia più recente massime straniera: notizia che in Recanati, poco avanti e poco dopo il 1820, dubito molto egli avesse. Ma Giovanni Mestica, diligente e acuto ricercatore della verità intorno alla vita e alle poesie del Leopardi, assegnò la composizione del Consalvo all'anno 1821. Non direi subito ch'egli abbia dato nel vero; ma per la invenzione e la ragion morale il Consalvo può per certa guisa esser creduto star presso al Bruto minore e all'Ultimo canto di Saffo, che furono verseggiati in quel torno. Sono tre poesie nelle quali Giacomo Leopardi volle rendere oggettivi i sensi intimi del suo sconsolato dolore nella rappresentazione, prima di due perso il motivo finale o ha il riscontro da un racconto del medioevo ove la poesia è sol nell'azione, si svolge in un sentimento romantico d' inazione, è composto e verseggiato con le forme d'un neo-classicismo un po' barocco. E la verseggiatura è ora gonfia e smaniante dietro i contorcimenti quasi spirali che parvero un giorno il sommo dell'arte nell'endecasillabo sciolto; ora, per affettare la crisi drammatica nei concitato favellare di Consalvo innanzi il bacio, è spezzettata affannosamente, e negli sfinimenti di Consalvo dopo il bacio sdilinquisce. Qual differenza dal mirabili sciolti, fatti prima, dell'infinito, della Sera del dì di festa, della Luna, del Sogno, della Vita solitaria! unici di bellezza originale nella poesia italiana di dopo il quindici! E qual differenza dalla pur della espressione fresca, tersa, limpida, trasparente in quei canti e la verniciatura della frase nei Consalvo! La donna è introdotta con questa

Omero


Inno a Dioniso

Figlio di Zeus, dio dall'aspetto di toro: alcuni dicono

che a Dracano Semele ti concepì e ti partorì a Zeus

signore del fulmine, altri a Icaro battuta dai venti,

altri a Nasso, altri lungo il fiume Alfeo dai gorghi profondi;

altri affermano che tu sei nato a Tebe, signore.

Mentono tutti: il padre degli uomini e degli dèi ti generò

lontano dalla gente, nascondendoti a Era dalle bianche braccia.

C'è un altissimo monte chiamato Nisa, fiorente di boschi,

al di là della Fenicia, vicino alle correnti dell'Egitto ...

***

"... a lei offriranno molte statue nei templi.

E poiché ti tagliarono in tre parti, ogni tre anni

gli uomini ti sacrificheranno perfette ecatombi, per sempre".

Così dicendo, il Cronide accennò con le sopracciglia

scure: i capelli divini ondeggiarono sul capo immortale

del sovrano, che fece tremare il vasto Olimpo.

Così parlò il saggio Zeus, e diede un ordine con il capo.

Siimi propizio, dio dall'aspetto di toro, che dai la follia

alle donne: noi aedi ti cantiamo all'inizio e alla fine,

e chi ti dimentica non può intonare una sacra canzone.

Così ti saluto, Dioniso dall'aspetto di toro,

e saluto tua madre Semele, che è chiamata Thyone.

 

Omero

Inno a Selene

Muse dal dolce canto, figlie di Zeus Cronide, esperte

di canzoni, celebrate Selene dalle ampie ali:

dal suo capo immortale un chiarore si diffonde nel cielo

e avvolge la terra, e una grande bellezza si mostra

quando risplende la sua luce; la sua corona d'oro

illumina l'aria oscura, e i suoi raggi rifulgono

quando la chiara Selene, lavato il bel corpo

nell'oceano e indossate vesti sfavillanti,

aggioga i puledri lucenti dal collo robusto e rapidamente

sospinge in avanti i cavalli dalla bella criniera,

al tramonto, a mezzo del mese; poi il gran ciclo si compie,

e i raggi della luna che cresce scendono più luminosi

dal cielo: allora essa è per i mortali segno e presagio.

Con lei una volta il Cronide s'unì in amore nel letto,

ed essa concepì e diede alla luce una figlia, Pandia,

che ha singolare bellezza fra gli dèi immortali.

Salve, signora, dea dalle bianche braccia, chiara Selene,

ricciuta e benigna; cominciando da te, canterò

le gesta dei semidèi, di cui gli aedi, servi delle Muse,

raccontano le imprese con la loro amabile voce.

 


Jaime Sabines

La luna

La luna se puede tomar a cucharadas
o como una cápsula cada dos horas.
Es buena como hipnótico y sedante
y también alivia
a los que se han intoxicado de filosofía
Un pedazo de luna en el bolsillo
es el mejor amuleto que la pata de conejo:
sirve para encontrar a quien se ama,
y para alejar a los médicos y las clínicas.
Se puede dar de postre a los niños
cuando no se han dormido,
y unas gotas de luna en los ojos de los ancianos
ayudan a bien morir


Pon una hoja tierna de la luna
debajo de tu almohada
y mirarás lo que quieras ver.
Lleva siempre un frasquito del aire de la luna
para cuando te ahogues,
y dale la llave de la luna
a los presos y a los desencantados.
Para los condenados a muerte
y para los condenados a vida
no hay mejor estimulante que la luna
en dosis precisas y controladas

 

 

Novalis

INNI ALLA NOTTE

 

I

 


Quale vivente,

dotato di sensi,

non ama tra tutte

le meravigliose parvenze

dello spazio che ampiamente lo circonda,

la più gioiosa, la luce -

coi suoi colori,

coi raggi e con le onde;

la sua soave onnipresenza

di giorno che risveglia?

Come la più profonda

anima della vita

la respira il mondo gigantesco

delle insonni costellazioni,

e nel suo flutto azzurro

nuota danzando -

la respira la pietra scintillante,

che posa in eterno

la pianta sensitiva che risucchia                                                ,wpeB.jpg (3947 bytes)

l'animale multiforme,

selvaggio e ardente -

ma più di tutti

il maestoso viandante

con gli occhi pieni di profondi sensi,

col passo leggero, e con le labbra

ricche di suoni

dolcemente socchiuse.

Quale regina

della natura terrestre

chiama ogni forza

a mutamenti innumerevoli,

annoda e scioglie vincoli infiniti,

avvolge ogni essere terrestre

con la sua immagine celeste. -

La sua sola presenza manifesta

il meraviglioso splendore

dei reami del mondo.


Da lei mi distolgo e mi volgo

verso la sacra, ineffabile

misteriosa notte.

Lontano giace il mondo -

perso in un abisso profondo -

Lontananze della memoria,

desideri di gioventù,

sogni dell'infanzia,

brevi gioie e vane speranze

di tutta la lunga vita

Mai più ritornerà

ai suoi figli che l'attendono

con fede d'innocenti?


Che cosa a un tratto zampilla

grondante di presagi

attraverso la nube io vidi le fattezze trasfigurate dell'amata. Nei suoi

occhi posava l'eternità - afferrai le sue mani, e le lacrime divennero

un vincolo scintillante, inscindibile. Millenni dileguarono in

lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d'estasi per la

nuova vita. - Fu questo il primo, unico sogno - e da allora sento

un'eterna, immutabile fede nel cielo della notte e nella sua luce,

l'amata.

 

 

IV

 


Ora so quando sarà l'ultimo mattino - quando la luce non mette più in

fuga la notte e l'amore - quando eterno sarà il sonno e un solo sogno

inesauribile. Celeste stanchezza sento in me. - Lungo e faticoso mi fu

il pellegrinaggio alla tomba santa, grave la croce. Chi ha assaporato

l'onda cristallina che, impercettibile ai sensi comuni, zampilla nel

grembo oscuro del tumulo, ai cui piedi s'infrange il flutto terrestre, chi

stette sopra le montagne all'estremo limite del mondo, e guardò di là,

nella nuova terra, nella dimora della notte - costui davvero non torna

al travaglio del mondo, alla terra dove la luce abita in eterna

inquietudine. Lassù costruisce le sue capanne, capan
Ma fedele il mio cuore

segreto rimane alla notte,

e a suo figlio, l'amore che crea.

Puoi tu mostrarmi un cuore

fedele in eterno?

Ha il tuo sole

occhi amici

che mi ravvisino?

e le tue stelle afferrano

la mia mano supplichevole?

Mi rendono in cambio

la tenera stretta

e la parola affettuosa?

Tu l'hai adornata

di colori e lievi contorni -

o fu lei che diede

significato più alto e più caro

alla tua grazia?

Quale voluttà,

quale godimento offre la tua vita,

che in fascino equivalgano

ai rapimenti della morte?

Non porta i colori della notte

tutto quanto ci esalta?

Lei ti porta

maternamente,

e tu le devi tutta la tua gloria.

Svaniresti in te stessa -

nell'infinito spazio

ti sperderesti,

se lei non ti tenesse,

né ti serrasse,

così che calda, accesa,

con la tua fiamma generassi il mondo.

Veramente ero prima che tu fossi -

la madre mi inviava ad abitare

coi miei fratelli il tuo mondo,

a consacrarlo con l'amore,

perché fosse un monumento

da contemplarsi in eterno -

e a trapiantarvi fiori

che non appassiranno.

Non sono ancora maturati

questi pensieri divini -

E sono ancora scarse le tracce

della nostra rivelazione -

Un giorno il tuo quadrante segnerà

la fine del tempo,

quando una nostra eguale,

o luce, tu sarai;

piena di nostalgia, di fervore

ti spegnerai e morirai.

Sento in me

la fine dell'opera tua laboriosa -

libertà celeste,

ritorno beato.

In selvaggi dolori

riconosco la tua lontananza

dalla nostra patria,

la tua riluttanza all'antico

splendido cielo.

La tua furia e il tuo sdegno sono vani.

Indistruttibile

sta la croce -

vittoriosa insegna

della nostra stirpe.


Mi libro al di là

ed ogni mia pena

sarà uno stimolo

di ebbrezza eterna.

Tra poco libero

sarò da catene,

giacerò inebriato

nel grembo d'amore.

In me vita ondeggia

potente, infinita:

io guardo dall'alto

laggiù, verso te.

Si spegne il tuo vivo

fulgore sul colle -

ed un'ombra porta

la fresca corona.

Aspirami in te,

o amato, con forza,

perché mi addormenti

e impari ad amare.

Sento in me della morte

l'onda che fa giovani,

in balsamo ed etere

si muta il mio sangue -

Io vivo di giorno

con fede e coraggio

e muoio le notti

in ardore sacro.

 

 

V

 


Sopra le stirpi degli uomini

largamente diffuse

nel passato regnava un destino

ferreo con muta violenza.

E un'oscura, grave

benda avvolgeva

la loro anima angosciata -

Immensa era la terra -

dimora degli dei,

e loro patria.

Da sempre esisteva

la sua arcana struttura.

Sui rossi monti del mattino,

nel grembo sacro del mare

dimorava il sole,

la viva luce che ogni cosa accende.


Un antico gigante

portava il mondo beato.

Incatenati sotto le montagne

giacevano i figli primigeni

della terra madre.

Impotenti

nella loro furia sterminatrice

contro la nuova

splendida stirpe di dei

e i loro simili,

gli uomini felici.

Il fondo oscuro,

verdeggiante del mare

era il grembo di una dea.

Nelle grotte cristalline

un popolo esuberante

viveva nell'abbondanza.

Fiumi, alberi,

fiori e animali

avevano sensi umani.

Più dolce era il sapore del vino

donato da una visibile

pienezza giovanile -

un dio nei grappoli -

un'amorosa, materna dea

cresceva nei gonfi, aurei covoni -

era la sacra ebbrezza

d'amore un dolce rito

della divinità più bella -

un'eterna, variopinta festa

dei figli del cielo

e degli abitatori della terra

passava stormendo la vita,

come una primavera,

attraverso i secoli -

Tutte le stirpi infantilmente

adoravano la multiforme,

tenera fiamma

come la cosa del mondo suprema.

Solo un pensiero, un'immagine

spaventosa di sogno era quella

che si accostò tremenda ai gai conviti

e in selvaggio terrore avvolse gli animi.

Non seppero gli dei dare un consiglio

che fosse di conforto ai cuori oppressi.

La via di questo demone era arcana,

non lo placava supplica né offerta;

fu la morte a interrompere quest'orgia

con l'angoscia, le lacrime e il dolore.


Per sempre ora da tutto ciò diviso

che a dolce voluttà qui muove il cuore,

lontano dagli amati, in cui si accende

vana sete quaggiù, lungo rimpianto,

parve assegnato al morto solo un sogno

fioco, a lui solo un'impotente guerra.

S'infranse l'onda del piacere contro

la roccia di un cordoglio interminato.


Con fuoco d'intelletto, animo audace,

l'uomo abbellì per sé l'orrenda larva,

un dolce efebo spegne il lume e dorme -

dolce è la morte come un soffio d'arpa.


Si scioglie la memoria in flutto d'ombre,

così fu il canto balsamo agli afflitti.

Ma un enigma restò la notte eterna,

di un lontano potere il grave segno.


Declinava verso la sua fine

il vecchio mondo.

Sfioriva il giardino di delizie

della giovane stirpe -

lassù, nel libero

spazio deserto

anelavano a salire

gli uomini divenuti

consapevoli, adulti.

Scomparvero gli dei col loro seguito -

Solitaria e inanimata

stava la natura.

La legavano con ferrea catena

l'arido numero

e il metro severo.

Come in polvere ed aria

si frantumò in parole oscure

l'immensurabile

fioritura della vita.

Fuggita era la fede evocatrice

e la celeste compagna

che tutto trasfigura,

tutto congiunge fraternamente,

la fantasia.

Soffiava un ostile

freddo vento del nord

sulla campagna spogliata,

e nell'etere si dissolse

l'irrigidita patria del miracolo.

Le lontananze

del cielo si colmarono

di mondi luminosi.


In più profondo santuario,

in più alto spazio dello spirito

volò coi suoi poteri

l'anima del mondo -

per dominare là fino al sorgere

dell'albeggiante

magnificenza del mondo.

La luce non fu più

dimora degli dei

e segno celeste -

essi si avvolsero

nel velo della notte.

E la notte fu il grembo potente

delle rivelazioni -

là tornarono gli dei -

caddero nel sonno,

per ridestarsi in nuove

più splendide forme

sopra il mondo 

sublime del Padre

e riposando sul seno

beato di presagi

della madre amabilmente grave.

Con divinizzante fervore

guardava il profetico occhio

del fiorente fanciullo

ai giorni del futuro,

e agli amati, germogli

della sua stirpe divina,

non curando il terrestre

destino dei suoi giorni.

Presto intorno a lui

si adunarono gli spiriti

candidi come fanciulli,

miracolosamente rapiti

da profondo amore.

E una nuova, strana vita

germogliava come i fiori

nella sua vicinanza.

Parole inesauribili

e lietissimi annunzi

caddero come scintille

di uno spirito divino

dalle sue labbra amiche.

Da rive lontane,

nato sotto il chiaro

fu offerta in sacrificio

In spaventosa angoscia

si avvicinava l'ora della nascita

del mondo nuovo.

Duramente lottò contro i terrori

dell'antica morte -

Gravava su di lui p

se nell'ultima Cena

terra e vita dileguano.


La morte invita a nozze,

chiare ardono le lampade -

sono pronte le vergini,

d'olio non c'è manca

verso la vita eterna;

e il sole di noi tutti

è il volto di Dio.

 

 

VI - ANELITO ALLA MORTE

 


Laggiù nel suo grembo, lontano

dai regni della luce, ci accolga

la terra! Furia di dolori e spinta

selvaggia è segno di lieta partenza.

Dentro l'angusta barca è veloce

l'approdo alla riva del cielo.


Sia lodata da noi l'eterna notte,

sia lodato il sonno eterno.

Ci ha riscaldati il torrido giorno,

ci ha fatti avvizzire il lungo affanno.

Non ci attraggono più terre straniere,

vogliamo tornare alla casa del Padre.


Qui nel mondo che fare se la nostra

fedeltà più non conta, né l'amore?

L'antico è già da tutti abbandonato

e noi del nuovo siamo incuranti.

Sta solitario, in preda allo sconforto,

chi ardente e devoto ama il passato.


Il tempo in cui gli spiriti ardevano

luminosi in altissime fiamme,

e gli uomini conoscevano ancora

la mano e il volto del Padre.

Qualche nobile spirito incorrotto

alla sua prima immagine era eguale.

Il tempo, in cui fiorivano ancora

smaglianti i ceppi antichissimi,

e per il regno del cielo i fanciulli

si votavano al martirio, alla morte.

E se anche parlavano vita e piacere,

più di un cuore si spezzò per amore.


Il tempo, in cui Dio stesso agli uomini

si è rivelato in giovane ardore,

e ha consacrato la sua dolce vita

per forza d'amore a morte immatura.

E angoscia e dolore non ha respinto

da sé, soltanto per esserci caro.


Con ansia struggente vediamo il passato

avvolto in notte profonda,

non sarà mai placata l'ardente

sete nel nostro tempo caduco.

E noi dovremo tornare in patria

per vedere questo sacro tempo.


Che cosa indugia il nostro ritorno?

Già riposano in pace i più cari.

Conclude il corso della nostra vita

la loro tomba: siamo ansiosi e tristi.

Più nulla abbiamo qui da cercare -

il cuore è sazio - il mondo è vuoto.


Per ogni vena ci trascorre un dolce

brivido, misterioso e infinito -

mi sembra di udire, da lontananze

profonde, un'eco del nostro lutto.

Per noi sospirano anche gli amati,

ci mandano il soffio del loro anelito.


Laggiù ci accolga la sposa

soave, e Gesù prediletto -

Consolato spunta il crepuscolo

per gli amanti, i cuori afflitti.

Un sogno spezza i nostri legami

e ci immerge nel grembo del Padre.



 

 


 

N'DEYE COUMBA MBENGUE DIAKHATE

Mon coeur est ardent, comme brûlant, mon soleil.
Grand aussi mon coeur, comme l'Afrique mon grand coeur.
Habitée d'un grand coeur, mais ne pouvoir aimer...
Aimer toute la terre, aimer tous ses fils.
Etre femme, mais ne pouvoir créer;
Créer, non seulement procréer.

Et femme africaine, lutter.
Encore lutter, pour s'élever plutôt.
Lutter pour effacer l'empreinte de la botte qui écrase.
Seigneur!... lutter
Contre les interdits, préjugés, leur poids.
Lutter encore, toujours, contre soi, contre tout.

Et pourtant!...
Rester Femme africaine, mais gagner l'autre.
Créer, non seulement procréer.
Assumer son destin dans le destin du monde
(FDS

.

 

 

 

 

Marie de Francesec. XII

Lais Lai
En Bretaigne ot un chevalier
Pruz e curteis, hardi e fier.
Eliduc ot nun, ceo m'est vis,
N'ot si vaillant hume el païs.
Femme ot espuse, noble e sage,
De halte gent, de grant parage.
Ensemble furent lungement,
Mult s'entramerent leialment;
Mes puis avint par une guerre
Que il ala soldees querre:
Iluec ama une meschine,
Fille ert a rei e a reïne,
Guilliadun ot nun la pucele,
El reialme nen ot plus bele.
In Brettagna v'era un cavaliere prode e cortese, ardito e fiero, che aveva nome Eliduc ed era di tutta la contrada il più valoroso. Egli aveva in isposa una dama nobile e savia, di nobile nascita e di gran parentado. Insieme eran vissuti molto tempo e s'erano sempre amati l'un l'altro, ma poi avvenne per una guerra, che gli fu mossa, che egli andò lontano a cercare servizio e soldo, e ivi s'innamorò d'una fanciulla, figlia di un re e di una regina. Ella aveva nome Guilliadun; non v'era altra fanciulla più bella in tutto il regno.
(Traduzione: Ezio Levi

 

 

 Horace (traduit du latin par Leconte de Lisle), [Référence : Horace, traduction nouvelle. Editeur : Alphonse Lemerre, 1911, pages 74 et 75.]  Odes  Vers le site de la FNAC...

O fontaine de Bandusia, plus transparente que le cristal, digne d'un vin pur, demain, avec des fleurs, je t'offrirai un chevreau que son front, gonflé de cornes
Naissantes, appelle à l'amour et aux combats ; mais en vain, car de son sang rouge il teindra tes fraîches eaux, ce rejeton d'une race lascive.
L'ardeur de la Canicule qui brûle ne peut t'atteindre ; tu réserves une fraîcheur aimable aux taureaux fatigués du joug et au troupeau errant.
Tu seras comptée parmi les fontaines célèbres, puisque j'aurai chanté l'yeuse qui ombrage les roches caves d'où jaillissent tes eaux murmurantes.

Cette ode, en strophes asclépiades, immortalisant la fontaine de Bandusia a fait des émules. On peut citer Pierre de RONSARD (1524-1585), pour lequel Horace a été un maître.

« O Fontaine Bellerie,
Belle fontaine chérie
De nos Nymphes, quand ton eau
Les cache au creux de ta source
Fuyantes le satyreau
Qui les pourchasse à la course
Jusqu'au bord de ton ruisseau;
Tu es la Nymphe éternelle
De ma terre paternelle:
Pour ce en ce pré verdelet
Vois ton poète qui t'orne
D'un petit chevreau de lait,
A qui l'une et l'autre corne
Sortent du front nouvelet.»

Ronsard, Odes, II, 9

03/06/07


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Antonio Machado

Era un niño que soñaba
un caballo de cartón.
Abrió los ojos el niño
y el caballito no vio.
Con un caballito blanco
el niño volvió a soñar;
y por la crin lo cogía...
¡Ahora no te escaparás!
Apenas lo hubo cogido,
el niño se despertó.
Tenía el puño cerrado.
¡El caballito voló!
Quedóse el niño muy serio
pensando que no es verdad
un caballito soñado.
Y ya no volvió a soñar.
Pero el niño se hizo mozo
y el mozo tuvo un amor,
y a su amada le decía:
¿Tú eres de verdad o no?
Cuando el mozo se hizo viejo
pensaba: Todo es soñar,
el caballito soñado
y el caballo de verdad.
Y cuando vino la muerte,
el viejo a su corazón
preguntaba: ¿Tú eres sueño?
¡Quién sabe si despertó!

****

 

Leyendo un claro día mis bien amados versos,
he visto en el profundo espejo de mis sueños
que una verdad divina temblando está de miedo
y es una flor que quiere echar su aroma al viento.

El alma del poeta se orienta hacia el misterio.
Sólo el poeta puede mirar lo que está lejos,
dentro del alma, en turbio y mago sol envuelto.

En esas galerías sin fondo, del recuerdo,
donde las pobres gentes colgaron cual trofeo
el traje de una fiesta apolillado y viejo,
allí el poeta sabe el laborar eterno
mirar de las doradas abejas de los sueños.

Poetas, con el alma atenta al hondo cielo,
en la cruel batalla o en el tranquilo huerto,
la nueva miel labramos con los dolores viejos,
la veste blanca y pura pacientemente hacemos,
y bajo el sol bruñimos el fuerte arnés de hierro.

El alma que no sueña, el enemigo espejo,
proyecta nuesta imagen con un perfil grotesco.

Sentimos una ola de sangre, en nuestro pecho,
que pasa... y sonreímos, y a laborar volvemos.

 

**

 


Catullo

 

Endecasillabi faleci:

 

Pàsser, dèliciaè meaè puèllae

quìcum lùdere, quem ìn sinù tenère,

cùi primùm digitùm dare àppetènti

 

èt acrès solet ìncitàre mòrsus

cùm desìderiò meò nitènti

càrum nèscioquìd libèt iocàri

èt solàciolùm suì dolòris,

crèdo, ut tùm gravis àcquièscat àrdor:

tècum lùdere, sìcut ìpsa, pòssem

 

èt tristès animì levàre cùras!

 


 

Rubén Darìo

 

Yo adoro a una sonámbula con alma de Eloísa,
virgen como la nieve y honda como la mar;
su espíritu es la hostia de mi amorosa misa,
y alzo al són de una dulce lira crepuscular.

Ojos de evocadora, gesto de profetisa,
en ella hay la sagrada frecuencia del altar:
su risa en la sonrisa suave de Monna Lisa;
sus labios son los únicos labios para besar.

Y he de besarla un día con rojo beso ardiente;
apoyada en mi brazo como convaleciente
me mirará asombrada con íntimo pavor;

la enamorada esfinge quedará estupefacta;
apagaré la llama de la vestal intacta
¡y la faunesa antigua me rugirá de amo

Venus

 

En la tranquila noche mis nostalgias amargas sufría.
En busca de quietud bajé al fresco y callado jardín.
En el obscuro cielo Venus bella temblando lucía,
como incrustado en ébano un dorado y divino jazmín.

A mi alma enamorada, una reina oriental parecía,
que esperaba a su amante bajo el techo de su camarín,
o que, llevada en hombros, la profunda extensión recorría,
triunfante y luminosa, recostada sobre un palanquín.

"¡Oh, reina rubia! díjele , mi alma quiere dejar su crisálida
y volar hacia a ti, y tus labios de fuego besar;
y flotar en el nimbo que derrama en tu frente luz pálida,

y en siderales éxtasis no dejarte un momento de amar".
El aire de la noche refrescaba la atmósfera cálida.
Venus, desde el abismo, me miraba con triste mirar.



Eschilo

Le Supplici

 

Dramatis Personae

 

 

CORO di Danaidi

DANAO

RE

ARALDO degli Egizi

Soldati argivi; sgherri egizi, ancelle delle Danaidi

Il luogo: un rialzo sacro. Spiccano altari e simulacri di dèi. La vista spazia sul mare e sulla città di Argo

titianDiana e Callisto.jpg (36388 bytes)

LE SUPPLIci

 

Penetra nell'orchestra il Coro, le Danaidi scortate dal padre Danao. Frasche d'ulivo e fasce di lana nivea segnalano la loro condizione di supplici.

Chiude il corteo lo stuolo di ancelle.

CORO

Zeus, mia Meta! Curva, trepido, l'occhio su noi pellegrine

imbarcate allo sbocco sabbioso

del Nilo. Addio, paese divino,

terre rasente la Siria! Sbandate

migriamo. No, non espulse da giustizia umana

- ree dichiarate di cruenta colpa -.

No, è il rifiuto dell'uomo. Ci si radica dentro,

nel sangue: e ci fanno disgusto le nozze

coi figli d'Egitto, quel loro

profanante delirio.

Danao, il padre, è la mente di tutto,

dirige la guerra. È sua la mossa finale:

attuò tra le scelte dolenti,

la più fiera, gloriosa:

migrare di volo sull'arco del mare

per ancorarci sulla sponda argiva. Proprio qui

è la nostra radice, ceppo formatosi in lei,

nella vacca. Turbinio dell'aculeo: Zeus la sfiorava,

l'avvolgeva col fiato. Ed è il nostro vanto!

Che paese più umano di questo

potrebbe farci da meta, a noi che impugniamo

i fregi dei supplici: frasche

inghirlandate di lana?

Oh, mia gente, mio suolo, mia acqua lucente;

dèi delle altezze e voi, Potenze del baratro

- sepolcri per covo, dal cupo rancore -

e tu terzo, Zeus Custode, domestica scolta

dei probi, date riparo a noi pellegrine,

a questo sangue di donna, tra folate

d'onesto affetto dalla terra argiva. Lo stormo

denso d'uomini bruti, sangue d'Egitto,

prima che calchi la spiaggia melmosa

scortatelo al largo, con la barca

e il suo volo di remi: laggiù li martelli

uragano di gelo, di folgori e schianti

raffiche, scrosci. S'apra davanti

l'abisso atroce, mortale: prima

dell'assalto a letti ritrosi, ribelli

- Moralità in persona fa scudo! -

del possesso su cugine paterne.

 

str. I

Avrà varcato il mare il mio richiamo

al mio eroe, al torello divino

frutto d'antenata bovina, carezza

di Zeus che l'avvolse col fiato: la prateria fioriva,

si coronava il ciclo fatale. Perfetto

parto. Ed Epafo nacque,

che ha la carezza nel nome.

 

ant. I

E col gridare di lui, il suo nome,

qui ora, nei recinti erbosi dell'antica madre,

col rievocare quella sua passione

d'un tempo, ecco, io darò prove franche

della mia identità: favole, parranno,

ma spiccheranno chiare alla gente di qui.

Ciascuno saprà la vicenda, mentre si snoda.

 

str. II

Ci sarà chi scruta gli uccelli canori

in questo paese. Se passa, e intende

il mio pianto, gli parrà d'udire le note

della sposa di Tereo, che il rovello dilania:

l'usignolo ghermito dal falco.

 

ant. II

Esclusa da campagne, da fiumi

rimodula il pianto su quei luoghi paterni.

e v'annoda la fine del figlio, il massacro

per mano d'uno dei cari - di lei, di sua madre! -

astio snaturato di madre.

 

str. III

Io sono così. M'affascina il pianto,

queste ioniche note: dilanio le gote

giovani, brune dal sole nilota,

e il seno, ignaro di pianto.

Pianto che sboccia, e lo colgo.

La mia ansia è incontrare chi m'ami,

premuroso di me fuggitiva

- chissà, ci sarà? -

dall'afa fosca stagnate d'Egitto.

 

ant. III

Esauditemi, dèi ancestrali: Voi

che sapete la sfera del Giusto

- se pure non date che giustizia maturi -

odiate forte l'oltraggio brutale,

fate pesare Castigo sul caso nuziale.

C'è chi la guerra ha disfatto: ma anche per lui

esiste un altare. È fuggiasco, ma in esso

ha un argine al male. È lì

Santità di Potenti!

 

str. IV

Fosse Zeus, lui, veramente

la vera radice! Nessuno irretisce

la brama di Zeus.

Intrico di tracce boscose è la Mente,

di varchi protesi. Fruga, il tuo occhio

e il mistero rimane.

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Shakespeare- Verdi -Boito

Otello- Canto d'amore nella notte- duetto- di Otello e Desdemona

 

Già nella notte densa
s'estingue ogni clamor.
Già il mio cor fremebondo
s'ammansa in quest'amplesso e si rinsensa.
Tuoni la guerra e s'inabissi il mondo
se dopo l'ira immensa
vien quest'immenso amor!

DESDEMONA
Mio superbo guerrier! Quanti tormenti,
quanti mesti sospiri e
quanta speme
ci condusse ai soavi abbracciamenti!
Oh! com'è dolce il mormorare insieme:
te ne rammenti!
Quando narravi l'esule tua vita
e i fieri eventi e i lunghi tuoi dolor,
ed io t'udia coll'anima rapita
in quei spaventi e coll'estasi in cor.

OTELLO
Pingea dell'armi il fremito, la pugna
e il vol gagliardo alla breccia mortal,
l'assalto, orribil edera, coll'ugna
al baluardo e il sibilante stral.

DESDEMONA
Poi mi guidavi ai fulgidi deserti,
all'arse arene, al tuo materno suol;
narravi allor gli spasimi sofferti
e le catene e dello schiavo il duol.

OTELLO
Ingentilia di lagrime la storia
il tuo bel viso e il labbro di sospir;
scendean sulle mie tenebre la gloria,
il paradiso e gli astri a benedir.

DESDEMONA
Ed io vedea fra le tue tempie oscure
splender del genio l'eterea beltà.

OTELLO
E tu m'amavi per le mie sventure

ed io t'amavo per la tua pietà.

DESDEMONA

Ed io t'amavo per le tue sventure
e tu m'amavi per la mia pietà.

OTELLO

E tu m'amavi. . .

DESDEMONA

E tu m'amavi. . .

OTELLO
Ed io t'amavo. . .
 
OTELLO, DESDEMONA

. . .per la {tua, mia} pietà.

OTELLO

Venga la morte! e mi colga nell'estasi
di quest'amplesso
il momento supremo!

(Il cielo si sarà tutto rasserenato:
si vedranno alcune stelle e sul lembo dell'orizzonte
il riflesso ceruleo della nascente luna.)

Tale è il gaudio dell'anima che temo,
temo che piu non mi sara concesso
quest'attimo divino
nell'ignoto avvenir del mio destino.

DESDEMONA
Disperda il ciel gli affanni
e amor non muti col mutar degli anni.

OTELLO
A questa tua preghiera
Amen risponda la celeste schiera.

DESDEMONA
Amen risponda.

OTELLO

Ah! la gioia m'innonda
si fieramente. . .che ansante mi giacio. . .
Un bacio. . .
 
DESDEMONA
Otello!
 
OTELLO
Un bacio. . .ancora un bacio,
Gia la pleiade ardente al mar discende.

DESDEMONA
Tarda e la notte.

OTELLO
Vien. . .Venere splende.

DESDEMONA
Otello!

luna11di efeso1.jpg (65898 bytes)Per Desdemona e Otello
Luna di Efeso





Per i viandanti, pellegrini della vita Arnaut legge

León Felipe

ROMERO SÓLO...

 

Ser en la vida romero,
romero sólo que cruza siempre por caminos nuevos.
Ser en la vida romero,
sin más oficio, sin otro nombre y sin pueblo.
Ser en la vida romero, romero..., sólo romero.
Que no hagan callo las cosas ni en el alma ni en el cuerpo,
pasar por todo una vez, una vez sólo y ligero,
ligero, siempre ligero.

Que no se acostumbre el pie a pisar el mismo suelo,
ni el tablado de la farsa, ni la losa de los templos
para que nunca recemos
como el sacristán los rezos,
ni como el cómico viejo
digamos los versos.
La mano ociosa es quien tiene más fino el tacto en los dedos,
decía el príncipe Hamlet, viendo
cómo cavaba una fosa y cantaba al mismo tiempo
un sepulturero.
No sabiendo los oficios los haremos con respeto.
Para enterrar a los muertos
como debemos
cualquiera sirve, cualquiera... menos un sepulturero.
Un día todos sabemos
hacer justicia. Tan bien como el rey hebreo
la hizo Sancho el escudero
y el villano Pedro Crespo.

Que no hagan callo las cosas ni en el alma ni en el cuerpo.
Pasar por todo una vez, una vez sólo y ligero,
ligero, siempre ligero.

          Sensibles a todo viento
          y bajo todos los cielos,
          poetas, nunca cantemos
          la vida de un mismo pueblo
          ni la flor de un solo huerto.
          Que sean todos los pueblos

          y todos los huertos nuestros.

León Felipe

 

 

Eugenio Montale

La gondola che scivola in un forte

 

 

La gondola che scivola in un forte

bagliore di catrame e di papaveri,

la subdola canzone che s'alzava

da masse di cordame, l'altre porte

rinchiuse su di te e risa di maschere

che fuggivano a frotte -

una sera tra mille e la mia notte

è più profonda! S'agita laggiù

uno smorto groviglio che m'avviva

a stratti e mi fa eguale a quell'assorto

pescatore d'anguille dalla riva.

(Eugenio Montale, Le occasioni, Mottetti

"Venezia")

 

Analisi di                           Dante Isella

Un'ambigua Venezia carnevalesca, alla Hoffmann (come suggerisce il titolo del mottetto nella sua prima edizione in rivista): visione di nero- catrame e di rosso- papavero, ma anche, e più, una sorta di Ade dove una "subdola canzone" insidia il viaggio di Orfeo alla ricerca dell'Amata; finché, a un tratto, l' alte porte" si rinchiudono per sempre su di Lei e risa diaboliche irridono, svanendo, allo sconfitto. "Dalla pura invenzione", annota Montale, "non mi riesce, purtroppo, ricavar nulla": un ricordo preciso, dunque, di una sera precisa " tra mille"; un barbaglio nella notte profonda delle ore precipitate nelle tenebre. Se ne avviva, a stratti, l'esistenza del poeta, "assorto pescatore d'anguille" nelle acque della memoria.

Endecasillabi e un solo settenario (il sesto), raggruppati in due strofe, rispettivamente di sei e di cinque versi, ciascuna con una sua rima (1 forte : 4 porte; 9 avviva : 11 riva) e saldate da una terza rima in comune (6 frotte : 7 notte). Rime al mezzo (8 più : laggiù, 9 smorto : Io assorto", rime interne (2 bagliore : 11 pescatore, 7 mille : 11 anguille), rime atone (1 gondola : scivola : 3 subdola", assonanze e consonanze (rima di 1-4 con frotte, 2 bagliore con 3 canzone; 4 masse, cordame, alte; 2 papaveri 5 maschere, ed anche 4 masse), oltre a un fitto gioco allitterativo (cfr. .v. 5), costituiscono il ricco tessuto timbrico del mottetto, la cui dominante "è data dal ripetersi e rincorrersi del nesso -OR- " (Mengaldo 316) " e anche -RO- [...], una predilezione timbrica assai diffusa in Montale: basti guardare, sempre nei mottetti, Addii, fischi nel buio ".

Sui piano ritmico, la serie dei quattro trimetri giambici catalettici dell'attacco si rompe al mezzo del v. 5 su te, l'Oggetto della ricerca infranta (come in I 12).

 

Pubblicata, insieme con Il balcone, in "Corrente", a.11, n.4 (28 febbraio 1939), dove è intitolata La Venezia di Hoffmann - e la mia; e le accompagna la seguente "Nota dell'autore": "Queste poesie andranno ristampate con varie altre sotto il titolo generico di Mottetti e saranno distinte solo da un numero progressivo. Il titolo d'oggi, puramente possibile e indicativo, vuol essere il riflettore di un momento, un sottinteso e magari una chiave in più offerta al lettore (se pur ce ne sia il bisogno). Il "subdolo" canto della prima poesia può essere la canzone di Dappertutto, nel secondo atto dei Racconti di Hoffmann [vedi la nota al v. 3]; ma il motivo della lirica non è di maniera. Dalla pura invenzione non mi riesce, purtroppo, ricavar nulla" (Barile 36, Lavezzi1 31r-312).

Unica variante 7 fra. Ma da una lettera di M. a G. Vigorelli, del 2 febbraio 1939 (Vigorelli 30), sappiamo di una precedente lezione della prima strofa che "non piaceva a Leone Traverso " con riflesso, al V. 2, al posto di bagliore, e con un "che in fine verso" (l'ultimo, si può supporre, della terna) che allo stesso poeta appariva "non [..] così giustificato come in un'altra sua poesia (L'estate)".

Data: 1938.

 

(Eugenio Montale "Mottetti";

a cura di D.Isella - Ed.Adelphi   

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danza delle ore gori.jpg (66692 bytes)

Gori -Danza delle Ore

Ugo Foscolo

 

 

Come nel chiostro vergine romita,
Se gli azzurri del cielo, e la splendente
Luna, e il silenzio delle stelle adora,
Sente il Nume, ed al cembalo s'asside,
E dei piè e delle dita e dell'errante
Estro e degli occhi vigili alle note
Sollecita il suo cembalo ispirata,
Ma se improvvise rimembranze Amore
In cor le manda, scorrono più lente
Sovra i tasti le dita, e d'improvviso
Quella soave melodia che posa
Secreta ne' vocali alvei del legno,
Flebile e lenta all'aure s'aggira;
Così l'alta armonia che . . . . . . . . . .
Discorreva da' Cieli . . . . . . . . . . . . |
Udiro intente
Le Grazie; e in cor quell'armonia fatale
Albergàro, e correan o per la terra
|
A spirarla a' mortali. E da quel giorno
Dolce ei sentian per l'anima un incanto,
Lucido in mente ogni pensiero, e quanto
Udian essi o vedean vago e diverso
Dilettava i lor occhi, e ad imitarlo
Prendean industri e divenia più bello.
Quando l'Ore e le Grazie di soave
Luce diversa coloriano i campi,
E gli augelletti le seguiano e lieto
Facean tenore al gemere del rivo
E de' boschetti al fremito, il mortale
Emulò que' colori; e mentre il mare
Fra i nembi, o l'agitò Marte fra l'armi,
Mirò il fonte, i boschetti, udì gli augelli
Pinti, e godea della pace de' campi. |
Ma se di . . . . foreste e fianchi
Rudi d’alpe, e masse ferree immani

Al braccio de’ Ciclopi, ed alle . . . .
Che per golfi di laghi e dall’eccelso
Atos le addusse a fondar tempio ai Numi
Che tardo ceda al muto urto del tempo,
Venian tosto le Grazie, ed al secreto

Suon che intorno invisibili spandeano,
. . . . . . . . . . . le fatiche e l'arte
Agevolmente, all'armonia che udiva,
Diede eleganza alla materia; il bronzo
Quasi foglia arrendevole d'acanto

Ghirlandò le colonne; e ornato e legge
Ebber travi e macigni, e gìan concordi
Curvati in arco aereo imitanti
Il firmamento. | Ma più assai felice
Tu che primiero la tua donna in marmo

Effigïasti: Amor da prima in core
T’infiammò del desìo che disvelata
Volea bellezza, e profanata agli occhi
Degli uomini. Ma venner teco assise
Le Grazie, e tal diffusero venendo

Avvenenza in quel volto e leggiadria
Per quelle forme, col molle concento
Sì gentili spirarono gli affetti
Della giovine nuda; e non l’amica
Ma venerasti Citerea nel marmo.
|
A spirarla a' mortali. E da quel giorno
Dolce ei sentian per l'anima un incanto,
Lucido in mente ogni pensiero, e quanto
Udian essi o vedean vago e diverso
Dilettava i lor occhi, e ad imitarlo
Prendean industri e divenia più bello.
Quando l'Ore e le Grazie di soave
Luce diversa coloriano i campi,
E gli augelletti le seguiano e lieto
Facean tenore al gemere del rivo
E de' boschetti al fremito, il mortale
Emulò que' colori; e mentre il mare
Fra i nembi, o l'agitò Marte fra l'armi,
Mirò il fonte, i boschetti, udì gli augelli
Pinti, e godea della pace de' campi. |
Ma se di . . . . foreste e fianchi
Rudi d’alpe, e masse ferree immani

Al braccio de’ Ciclopi, ed alle . . . .
Che per golfi di laghi e dall’eccelso
Atos le addusse a fondar tempio ai Numi
Che tardo ceda al muto urto del tempo,
Venian tosto le Grazie, ed al secreto

Suon che intorno invisibili spandeano,
. . . . . . . . . . . le fatiche e l'arte
Agevolmente, all'armonia che udiva,
Diede eleganza alla materia; il bronzo
Quasi foglia arrendevole d'acanto

Ghirlandò le colonne; e ornato e legge
Ebber travi e macigni, e gìan concordi
Curvati in arco aereo imitanti
Il firmamento. | Ma più assai felice
Tu che primiero la tua donna in marmo

Effigïasti: Amor da prima in core
T’infiammò del desìo che disvelata
Volea bellezza, e profanata agli occhi
Degli uomini. Ma venner teco assise
Le Grazie, e tal diffusero venendo

Avvenenza in quel volto e leggiadria
Per quelle forme, col molle concento
Sì gentili spirarono gli affetti
Della giovine nuda; e non l’amica
Ma venerasti Citerea nel marmo.

da Le Grazie

cf005a1ssofonsbaanguissola allaspinetta.gif (13559 bytes)Sofonisba Anguissola alla spinetta

 

 

 

 

 


 

 

_soleiltramonto monet.jpg (22912 bytes)Monet

Sole al tramonto

Carlo Betocchi

 

Un dolce pomeriggio d'inverno

 

Un dolce pomeriggio d'inverno, dolce
perchè la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba nè tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.
 
Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre più in alto volavano mai stanche.
 
Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c'era più una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d'un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l'angelo che a Te mi conduce

 

Ascolta Carmelo Bene: legge Leopardi- parla del suo libro di poesia " Il Mal dei Fiori"

wpe1.jpg (12325 bytes) Van Gogh

per

 

Gerard de Nerval

 

EL DESDICHADO

Je suis le ténébreux, - le veuf, - l’inconsolé,
Le prince d’Aquitaine à la tour abolie:
Ma seule étoile est morte, - et mon luth constellé
Porte le soleil noir de la Mélancolie.

Dans la nuit du tombeau, toi qui m’as consolé,
Rends-moi le Pausilippe et la mer d’Italie,
La fleur qui plaisait tant à mon coeur désolé,
Et la treille où le pampre à la rose s’allie.

Suis-je Amour ou Phébus, Lusignan ou Biron?
Mon front est rouge encor du baiser de la reine;
J’ai rêvé dans la grotte où nage la sirène...

Et j’ai deux fois vainqueur traversé l’Achéron:
Modulant tour à tour sur la lyre d’Orphée
Les soupirs de la sainte et les cris de la fée.

trad:

Gerald de Nerval

EL DESDICHADO

I am the dark one, - the widower, - l'inconsolé,

the prince d.Aquitaine with the abolished tower.

My only star died, - and my lute constellated

Porte the black sun with the Melancholy.

In the night of the tomb, you who m'as comforted,

Return to me Pausilippe and the sea d'Italie,

the flower which liked so much my afflicted heart,

And the treillised vineyard where the vine branch with the pink s.allie. Am I Amour or Phébus, Lusignan or Biron?

My face is red encor kiss of the queen;

J'ai dreamed in the cave where stroke the siren...

And j'ai twice victorious crossed l'Achéron:

Modulating in turn on the d'Orphée

quadrant the sighs of holy and the cries of the fairy.

wpe3.jpg (22058 bytes)Guercino La morte di Didone

per

 

Ungaretti

 

Da L’ODISSEA

 

QUELLE PAROLE DETTE

Quelle parole dette,
Atena, occhi cerulei,
Marino uccello nello spazio, sparve,
Ravvivato nel petto di Telemaco
Il pensiero del padre, e l’energia
E la sua mossa audacia.

Ungaretti

From L.ODISSEA

THOSE SAID WORDS

Those said words, cerulei Atena  eyes,

Marine bird in the space, disappeared,

of new alive
in the chest of Telemaco

the thought of the father, 

energy newly

and its movement audacity.

 

T.S. Eliot

The Waste Land

 

"NAM Sibyllam quidem Cumis ego ipse
oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum
illi pueri dicerunt:
Sebulla pe theleis;
respondebat illa:
apothanein thelo."

(For Ezra Pound
il miglior fabbro)

I. THE BURIAL OF THE DEAD

    APRIL is the cruellest month, breeding
     Lilacs out of the dead land, mixing
     Memory and desire, stirring
     Dull roots with spring rain.
     Winter kept us warm, covering
    Earth in forgetful snow, feeding
    A little life with dried tubers.
    Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
     With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
   And went on in sunlight, into the Hofgarten,
   And drank coffee, and talked for an hour.
   Bin gar keine Russin, stamm' aus Litauen, echt deutsch.
   And when we were children, staying at the archduke's,
   My cousin's, he took me out on a sled,
   And I was frightened. He said, Marie,
   Marie, hold on tight. And down we went.
  In the mountains, there you feel free.
   I read, much of the night, and go south in the winter.

  What are the roots that clutch, what branches grow
   Out of this stony rubbish? Son of man,
   You cannot say, or guess, for you know only
   A heap of broken images, where the sun beats,
  And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
   And the dry stone no sound of water. Only
   There is shadow under this red rock,
   (Come in under the shadow of this red rock,
   And I will show you something different from either
   Your shadow at morning striding behind you
   Or your shadow at evening rising to meet you;
   I will show you fear in a handful of dust.

   Frisch weht der Wind
   Der Heimat zu
   Mein Irisch Kind,
   Wo weilest du?

   "You gave me hyacinths first a year ago;
   "They called me the hyacinth girl."
   -- Yet when we came back, late, from the Hyacinth garden,
   Your arms full, and your hair wet, I could not
   Speak, and my eyes failed, I was neither
   Living nor dead, and I knew nothing,
   Looking into the heart of light, the silence.
   Od' und leer das Meer.

   Madame Sosostris, famous clairvoyante,
   Had a bad cold, nevertheless
   Is known to be the wisest woman in Europe,
   With a wicked pack of cards. Here, said she,
   Is your card, the drowned Phoenician Sailor,
   (Those are pearls that were his eyes. Look!)
   Here is Belladonna, the Lady of the Rocks,
   The lady of situations.
   Here is the man with three staves, and here the Wheel,
   And here is the one-eyed merchant, and this card,
   Which is blank, is something he carries on his back,
Which I am forbidden to see. I do not find
   The Hanged Man. Fear death by water.
I see crowds of people, walking round in a ring.
   Thank you. If you see dear Mrs. Equitone,
   Tell her I bring the horoscope myself:
   One must be so careful these days.

   Unreal City,
   Under the brown fog of a winter dawn,
   A crowd flowed over London Bridge, so many,
   I had not thought death had undone so many.
   Sighs, short and infrequent, were exhaled,
  And each man fixed his eyes before his feet.
   Flowed up the hill and down King William Street,
   To where Saint Mary Woolnoth kept the hours
  With a dead sound on the final stroke of nine.
   There I saw one I knew, and stopped him, crying: "Stetson!
   "You who were with me in the ships at Mylae!
   "That corpse you planted last year in your garden,
   "Has it begun to sprout? Will it bloom this year?
   "Or has the sudden frost disturbed its bed?
  "Oh keep the Dog far hence, that's friend to men,
   "Or with his nails he'll dig it up again!
  "You! hypocrite lecteur!-- mon semblable, -- mon frère!"

 

 

 

 

 

Jaques Brel

Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
il faut oublier
tout peut s'oublier
qui s'enfuit déjà
oublier le temps
des malentendus
et le temps perdu
a savoir comment
oublier ces heures
qui tuaient parfois
a coups de pourquoi
le coeur du bonheur
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

Moi je t'offrirai
des perles de pluie
venues de pays
où il ne pleut pas
je creuserai la terre
jusqu'aprés ma mort
pour couvrir ton corps
d'or et de lumiére
je ferai un domaine
où l'amour sera roi
où l'amour sera loi
où tu seras reine
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

Ne me quitte pas
je t'inventerai
des mots insensés
que tu comprendras
je te parlerai
de ces amants là

qui ont vu deux fois
leurs coeurs s'embraser
je te raconterai l'histoire
de ce roi mort
de n'avoir pu
te rencontrer
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

On a vu souvent
rejaillir le feu
de l'ancien volcan
qu'on croyait trop vieux
il est paraît il
des terres brulées
donnant plus de blé
qu'un meilleur Avril
et quand vient le soir
pour qu'un ciel flamboie
le rouge et le noir
ne s'épousent-il pas ?
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne
me quitte pas

Ne me quitte pas
je n'vais plus pleurer
je n'vais plus parler
je me cacherai là
a te regarder
danser et sourire
et a t'écouter
chanter et puis rire
laiss' moi devenir
l'ombre de ton ombre
l'ombre de ta main
l'ombre de ton chien
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

traduzione di Gino Paoli

Non andare via
Puoi dimenticare
Tutto quello che
Se n'e' andato gia'
Tutti i malintesi
E tutti i perche'
Che uccidevano la felicita'
Puoi dimenticare
Tutto il tempo che
E passato gia'
non esiste piu'
Non andare via
Non andare via
Non andare via
Non andare via

Io io ti offriro'
Perle di pioggia venute
Da dove non piove mai
Apriro' la terra
Giu' fino nel fondo
Per coprirti d'oro
d'oro e di luce
E ti portero'
Dove non c'e' piu'
Che quel che tu vuoi
Che quel che tu cerchi
Non andare via
Non andare via
Non andare via
Non andare via

Non andare via
Per te inventero'
Le parole pazze
Che tu capirai
E ti parlero'
Di due amanti che
Per due volte gia'
Hanno visto il fuoco
Ti raccontero'
La storia di un re
Che mori' perche'
Non li vide mai
Non andare via
Non andare via
Non andare via
Non andare via

Nel vulcano spento
Che credevi morto
Molte volte il fuoco
E' rinato ancora
Ed il fuoco brucia
Tutto quanto intorno
E non riconosco
Niente e nessuno
E quando c'e' sera
E c'e' il fuoco in cielo
Il rosso ed il nero
Non hanno un confine
Non andare via
Non andare via
Non andare via
Non andare via

Non andare via
Io non piango piu'
Io non parlo piu'
Mi nascondero'
E ti guardero'
Quando riderai
E ti sentiro'
Quando canterai
Saro' solo l'ombra
L'ombra della tua ombra
L'ombra della tua mano
L'ombra del tuo cane
Non andare via
Non andare via
Non andare via
Non andare via
'A Luna 'e Napule

Oje luna meza triste e meza allèra,
tu nun si' rrobba 'e ccá, si' rrobba 'e fore...
Te canuscette e fuje na primmavera,
tant'anne fa...quanno, p''a via d''o mare,
giuvinuttiello, mme purtaje ll'ammore...

No, tu nun si' 'e ll'America...
no, tu si' 'a luna 'e Napule...
Mé', párlame 'e Pusilleco,
'o cielo mio che fa? -

Ma 'a luna, 'a luna 'e Napule,
s'ha cummigliato ll'uocchie cu na nuvola,
senza puté parlá!...
II
Ca si luntano mme purtaje ll'ammore,
'nzuonno, mme sonno, tutt''e nnotte, 'o mare...
Mare che canta meglio 'e nu tenóre
e canta sempe, da 'a matina â sera,
Mare che è cchiù turchino 'e tutt''e mare...

No, tu nun si' 'e ll'America...

III
E dimme, oje luna: - E' vierno o è primmavera? -
dimme: - A 'o paese mio se canta ancora?
Lùceno sempe 'e lume p''a Riviera? -
- No, ninno mio, ma 'a notte, dint''o scuro,
quacche chitarra va sunanno ancora... -

No, tu nun si' 'e ll'America...


Bovio - Spagnuolo




 

André Chenier

 

La jeune Tarentine
  

    Pleurez, doux alcyons, ô vous, oiseaux sacrés,
Oiseaux chers à Thétis, doux alcyons, pleurez.
Elle a vécu, Myrto, la jeune Tarentine.
Un vaisseau la portait aux bords de Camarine.
Là l'hymen, les chansons, les flûtes, lentement,
Devaient la reconduire au seuil de son amant.
Une clef vigilante a pour cette journée
Dans le cèdre enfermé sa robe d'hyménée
Et l'or dont au festin ses bras seraient parés
Et pour ses blonds cheveux les parfums préparés.
Mais, seule sur la proue, invoquant les étoiles,
Le vent impétueux qui soufflait dans les voiles
L'enveloppe. Étonnée, et loin des matelots,
Elle crie, elle tombe, elle est au sein des flots.
Elle est au sein des flots, la jeune Tarentine.
Son beau corps a roulé sous la vague marine.
Thétis, les yeux en pleurs, dans le creux d'un ro
cher
Aux monstres dévorants eut soin de la cacher.
Par ses ordres bientôt les belles Néréides
L'élèvent au-dessus des demeures humides,
Le portent au rivage, et dans ce monument
L'ont, au cap du Zéphyr, déposé mollement.
Puis de loin à grands cris appelant leurs compagnes,
Et les Nymphes des bois, des sources, des montagnes,
Toutes frappant leur sein et traînant un long deuil,
Répétèrent : « hélas ! » autour de son cercueil.
Hélas ! chez ton amant tu n'es point ramenée.
Tu n'as point revêtu ta robe d'hyménée.
L'or autour de tes bras n'a point serré de noeuds.
Les doux parfums n'ont point coulé sur tes cheveux.

 

Nell'evolversi del suo «sogno di una cosa», Pasolini assume rapidamente coscienza della sua missione di dissacratore e vi adempie con impeto sacrale, quasi simbolicamente uccidendo a ogni passo un momento del proprio eleggersi a padre di se stesso. È un'incessante dialettica che, lungi dal «superarli» del tutto, continua a portarsi addosso schegge, frantumi, traumi di ogni sua antitesi: l'eredità romanza (e romantica), Pascal e i Canti del popolo greco, Leopardi, Pascoli e perfino Carducci, l'immaginario cattolico e il razionalismo marxista, l'ossequio alla tradizione filtrato talvolta nelle forme chiuse di versicoli alla Saba, il suo sentirsi ed essere (anche intellettualmente) diverso [...]"

Giovanni  Giudici
 
 

.
Dal Diario 1945-47

Se m'infurio è perché l'umiliazione
di quel loro stato è senza la speranza:
e questa mancanza di speranza gli preclude
la strada a diventare interamente uomini:
a quarant'anni il loro apporto al mondo
è quello di un loro figlio adolescente.
Impugnano la pala come lui, con quella
sollecitudine a farsi benvolere.
Per loro la vita non sarà sempre così:
ma così lo è sempre stata. La speranza
non ha luce per la vita passata.

 

E continua Giudici: "[...] La corporeità dell'azione poetica di Pasolini consiste certamente nella centralità dell'attore-autore che ne è inevitabilmente anche «regista» [...]; ma consiste anche nel suo carattere di autobiografia pubblica, dove il soggetto è agens e patiens nello stesso tempo e dove il dicibile è, sempre di più, tutto detto e il poeta continuamente prevarica il non detto della parola. Non esistono, infatti, spazi bianchi intorno a queste pagine, L'ambizione (o tentazione) dantesca non è soltanto nella dicotomia tra auctor e viator, tra il Pasolini che narra il viaggio nell'Inferno-purgatorio-paradiso dei nostri sconvolgenti, sconvolti e balbettanti decenni e il Pasolini viaggiatore di questo viaggio, attraverso una folla di mostri, diavoli, angeli e compagni più o meno occasionali di strada, ma anche nella quasi «volontà» enciclopedica di un'opera da considerarsi necessariamente e inevitabilmente nella sua complessa totalità".
 
 

.
Dal Diario 1945-47

Come un naufrago incolume mi volgo
e vedo, inteneriti dal passato, 

alle mie spalle, oceani di rare
viole, di silenziose primule.
E' già un sogno lontano più del cielo
il paesaggio di germogli azzurri
che il trasparente Aprile intiepidiva.

Il tempo è dileguato senza moto: 
le farfalle che volano pudiche, 
i fiori violenti, l'irta quiete...

E so ancora atterrirmi ad un accento
che disaccordi con la fioca musica
dei campi? Alzare il capo, puerilmente, 
angosciato dai baratri celesti
tra i veli tranquilli delle nuvole?
Se l'iroso usignolo nell'azzurro
arido, esala i suoi canti diurni, 
lo ascolto ardente, ma non ho speranza.

 

E continua Giudici: "[...] La corporeità dell'azione poetica di Pasolini consiste certamente nella centralità dell'attore-autore che ne è inevitabilmente anche «regista» [...]; ma consiste anche nel suo carattere di autobiografia pubblica, dove il soggetto è agens e patiens nello stesso tempo e dove il dicibile è, sempre di più, tutto detto e il poeta continuamente prevarica il non detto della parola. Non esistono, infatti, spazi bianchi intorno a queste pagine, L'ambizione (o tentazione) dantesca non è soltanto nella dicotomia tra auctor e viator, tra il Pasolini che narra il viaggio nell'Inferno-purgatorio-paradiso dei nostri sconvolgenti, sconvolti e balbettanti decenni e il Pasolini viaggiatore di questo viaggio, attraverso una folla di mostri, diavoli, angeli e compagni più o meno occasionali di strada, ma anche nella quasi «volontà» enciclopedica di un'opera da considerarsi necessariamente e inevitabilmente nella sua complessa totalità".
 
 

.


Io non sogno, son veglio...

 

 

Rilke

 

Il libro d'ore

Dio che abiti accanto, se talora,

insonne, ti disturbo e nel bussare insisto,

è perchè raramente ti sento respirare

e so: ci sei tu solo nella stanza.

E se qualcosa vuoi, non c'è nessuno

che gustar ti faccia una bevanda:

sono semore in ascolto: dà un piccolo segno.

Vicino sono, vicino. .............................

 

Non ti sorprende furia di tempesta,

crescere tu l'hai vista;

fuggono gli alberi. La loro fuga

forma viali in cammino.

E tu lo sai, che quello da cui fuggono

è quello verso cui tu invece vai,

e lui cantano i tuoi sensi

quando stai alla finestra. .......................

 

Forse non sai come sono le notti

per coloro che non possono prender sonno:

tutti appaiono ingiusti,

il vecchio, la vergine, il bimbo.

Risalgono, come fossero destinati a morte,

da cose nere circondati e stretti,

pallide tremano le mani bianche,

allacciate in un vivere selvaggio

come cani in un quadro di caccia.

Il passato sta ancora davanti,

e nel futuro giacciono cadaveri,

un uomo ammantellato batte all'uscio,

con l'occhio e con l'orecchio

ancora non si avverte del mattino

un primo segno, non il canto del gallo.

La notte è come una grande casa.

Con angoscia di mani insanguinate

porte divaricano nelle pareti, -

e poi vengono androni senza fine

dove non trovi porta per uscire.

E così, mio Dio, è ogni notte;

sempre son desti, quelli

che vanno e vanno e non ti trovano mai.

Non li senti, col passo dei ciechi,

calcar le tenebre?

Non li senti pregare

su scale che si torcon scendendo?

E cadere sul nero lastricato?

Devi sentirli piangere; chè piangono.

Ti cerco, perchè sfilano davanti

alla mia porta. Quasi li vedo.

E chi dovrei chiamare, se non 'quello'

più buio e più notturno della notte.

Quello solo che veglia senza lume,

eppure non s'angoscia; il profondo, che ancora

non vizia la luce, quello di cui so,

perchè erompe con gli alberi dal suolo,

e perchè lieve

come un profumo al mio volto chino

sale su dalla terra. ..............................

 

Sono uno soltanto dei tuoi più giovani,

che guarda dalla cella nella vita,

e che, remoto agli uomini più che alle cose,

non s'azzarda a soppesare ciò che accade.

Eppure tu mi vuoi davanti al volto,

da cui i tuoi occhi si levano, scuri;

allora non pensare a presunzione,

se dico: nessuno vive la sua vita.

Gli uomini son casi, voci, frammenti,

abitudini, angosce, minuscole fortune,

già piccoli son travestiti, fagotti,

ciarlieri come maschere, e come volti - muti.

Penso spesso: forzieri ci saranno

dove giacciono tutte queste vite,

come corazze, portantine o culle

in cui nessuno entrò che fosse vero,

come vesti che vuote non si reggono,

e pendendo aderiscono

a pareti di pietra che sporgono robuste. ..............................

 

Dicono: la mia vita, la mia donna,

il mio cane, mio figlio, pur sapendo

che tutte, vita, donne, cane, figlio,

sono immagini estranee, cui dan contro

come ciechi, con le mani tese.

Ma si, questo è certezza solo ai grandi,

che bramano aver occhi. Mentre gli altri

non vogliono sentire che il loro scialbo errare

nulla ha a che vedere con le cose intorno;

così che, dall'avere allontanati,

misconosciuti dalla proprietà,

la donna tanto poco è loro quanto il fiore

che per tutti ha una vita sconosciuta. .....................................

.


 

 

 

 
 

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