LICEO CLASSICO ANNIBALE MARIOTTI  - PERUGIA
arnaut.gif (36425 bytes) Arnaut Daniel - la biografia

Una Poesia

 

Marzo 2006

Eugenio Montale

Incantesimo

Oh resta chiusa e libera nell'isole

del tuo pensiero e del mio

nella fiamma leggera che t'avvolge

e che non seppi prima 

d'incontrare Diotima,

colei che tanto ti rassomigliava!

In lei vibra più forte l'amorosa cicala

sul ciliegio del tuo giardino.

Intorno il mondo stinge; incandescente,

nella lava che porta in Galilea

il tuo amore profano, attendi l'ora

di scoprire quel velo che t'ha un giorno

fidanzata al tuo Dio

da La Bufera

 

Gaio Valerio Catullo
carme 63
 Attis

Solcato in fuga a vele spiegate il profondo mare , 
Attis correndo raggiunse d'impeto il bosco frigio 
e tra la foresta gli oscuri luoghi della dea; 
fuori di sé, in preda a una furia rabbiosa, 
si recise il sesso con una pietra aguzza. 
Sentì così ogni forza d'uomo sfuggirgli dal corpo 
(goccia a goccia il suo sangue bagnava la terra); 
strinse nelle mani candide il piccolo tamburo 
di Cibele (il tuo tamburo, dei tuoi misteri, madre) 
e battendo con dita delicate la sua pelle 
in un tremito si rivolse alle compagne: 
'Venite, Galle, venite tra i boschi di Cibele, 
venite tutte, gregge errante della dea di Dindimo: 
cercando esuli terre lontane, al mio comando 
per seguirmi vi siete affidate, voi mie compagne, 
che avete sfidato la furia rabbiosa del mare 
e per orrore di Venere vi siete evirate, 
rallegrate di corse pazze il cuore della dea. 
No, no, nessun indugio, venite tutte, seguitemi 
alla casa frigia di Cibele, alle sue foreste, 
dove rombano i tamburi, dove squillano i cembali, 
dove risuonano cupe le melodie del flauto, 
dove, cinte d'edera, si dimenano le Mènadi, 
dove con acute grida si celebrano i riti, 
dove svolazza l'orda vagabonda della dea: 
là con le nostre danze impetuose dobbiamo andare'. 
Il canto di Attis ermafrodito alle compagne 
provoca nella schiera un  scomposto urlo di voci, 
brontolano i tamburi, strepitano i cembali, 
e  tutte al verde Ida  impazzite corrono. 
Smarrita delirante va nell'affanno Attis , 
guidandole tra boschi oscuri al suono del tamburo, 
é una  giovenca selvaggia riottosa al giogo: 
dietro la sua furia si precipitano le Galle. 
Raggiunto il tempio di Cibele cadono sfinite 
e morte di fatica si addormentano digiune. 
Languido torpore suggella i loro occhi 
 spegne nel sonno la furia rabbiosa del cuore. 
Ma quando i raggi dorati del sole si diffusero 
nell'alba livida sulla terra e il mare in tempesta, 
diradando in un baleno le ombre della notte, 
Attis si scuote e il sonno veloce s'allontana 
fuggendo tra le braccia impazienti di Pasitea. 
Svanito nelle nebbie del riposo il suo furore, 
Attis rimugina in cuore ciò che aveva fatto 
e a mente lucida comprende come s'era ridotto: 
con l'animo in tumulto allora ritorna alla spiaggia. 
E guardando il mare immenso, gli occhi pieni di lacrime, 
con voce affranta si rivolge in pianto alla sua terra: 
'Patria mia che m'hai creato, patria che m'hai generato, 
come uno schiavo dannato che fugge dal padrone 
t'ho abbandonato fuggendo ai boschi dell'Ida 
per vivere tra la neve, in tane di belve 
cacciandomi furiosa in ogni loro covo: 
dove, dove potrò cercarti, patria mia? 
Verso di te corrono gli occhi a volgere lo sguardo 
se per un attimo questa rabbia mi dà respiro. 
E dovrò dunque vivere in questi luoghi sperduti, 
senza più casa patria beni amici genitori, 
senza più fori palestre stadi e ginnasi? 
Maledetta, lamentati piangi, anima mia. 
Non c'è un aspetto che io, io non abbia assunto: donna, 
uomo, giovinetto, ragazzo, tutto sono stato, 
il fiore dei ginnasi, la gloria delle palestre. 
Il calore della gente riempiva la mia casa 
e quando al sorgere del sole lasciavo il mio letto 
le stanze tutte erano di fiori adorne. Ora, 
ordinata schiava di Cibele, questo sarò, 
una Mènade, un rottame d'uomo, un eunuco 
che vive tra le nevi gelide del verde Ida. 
E trascinerò la vita sui monti della Frigia 
tra cerve di foresta e cinghiali selvatici. 
E piango, piango, mi dispero: non l'avessi fatto'. 
Quando il grido sfuggitogli dalle labbra di rosa 
giunse alle orecchie degli dei come una folgore, 
subito sciolse Cibele i suoi leoni, aizzando 
quello alla sua sinistra, quel predatore d'agnelli: 
'Via, gettati contro di lui, che senta il tuo furore, 
che costretto dalla tua furia ritorni nei boschi, 
quello sciocco che sogna di sfuggire al mio potere. 
Via, sfèrzati il dorso con la coda, battiti, battiti, 
che tutta la terra sia assordata dal tuo ruggito, 
atterrita dal fiammeggiare della tua criniera'. 
Dopo le minacce Cibele libera la belva 
e quella fulminea, scatenando la sua ferocia, 
si getta alla caccia, ruggisce, fa strage di piante. 
Giunta sulla riva umida e bianca della spiaggia 
scorge il tenero Attis nel riverbero del mare 
e scatta: quello impazzito fugge nella foresta. 
Lì schiava rimase per tutto il resto della vita. 
O dea, dea grande, dea Cibele, dea di Dìndimo, 
signora, allontana dalla mia casa il tuo furore: 
scatena altri ai tuoi deliri, altri alla tua rabbia.

 

Un ascolto 

C.W. Gluck

In omaggio a Walter Binni 27novembre 2002

Carmelo Bene -Il Mal de' fiori

-Ballata del vecchio marinaio

Virgilio

Alcmane

Poesia Araba

Properzio

Goethe

Chénier

Foscolo

Byron

Petrarca                                                                                       

 Edith Piaf - À l'enseigne de la fille sans coeur

Cassandra in Berlioz

Marie Tibault

Giovanni Pascoli                                  

Manuel Machado

Attilio Bertolucci

Dino Campana

Poesia Malgascia

Ramòn del Valle Inclan

Ruben Darío

E.A.Poe

Eugenio Montale

Mario Luzi

Ungaretti

Thomas

Leopardi

Dickinson

Nerval traduce Goethe

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Gennaio 2006
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Arnaut Daniel

nacque nello Chateau de Ribérac in Dordogne.

La tradizione riferisce che Arnaut o Arnaud fosse eccellente letterato e che divenne jongleur; visse al seguito della corte di Riccardo Cuor di leone e successivmente  presso Alfonso d'Aragona.

Noi possediamo dieciassette dei suoi poemi che non di meno consentono di indicare Arnaut tra i grandi rappresentanti del trobar Ric definibile come " concentration accrue de   l'intensité de la forme" e del Trobar Clus  "dove versi complessi sono aperti solo agli iniziati"

Dante lo rende immortale nel ventiseesimo canto del Purgatorio- Il miglior fabbro del parlar materno-

L'originalità poetica di Arnaut è nel rifiuto della banalità, nemica dello stile  del creatore della poesia ermetica occidentale e poeta dalla parola oscura per appassionata concitazione e concentrazione.

"io sono Arnaut che accumula il vento": una dichiarazione di poetica e di identità esistenziale.

realizza i suoi fantasmicontemplati quali una possibile vita, ma remoti; si conquistano fantasmi come si conquista la lingua,   ardua e sempre metafora di se stessa nella indicibilità.

La Laura-Dafne di Petrarca riecheggia  "l'aur'Amara" di un poème di Arnaut

Ezra Pound ha dichiarato che il 1200 ha donato in eredità la "Chiesa di San Zeno e Arnaut Daniel"

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Francesco Petrarca

Passer mai solitario in alcun tetto

non fu quant’io, né fera in alcun bosco,

ch’i’ non veggio ‘l bel viso, e non conosco

altro sol, né  quest’occhi ànn’ altro obietto.

Lagrimar sempre è ‘l mio sommo diletto,

il rider doglia, il  cibo assenzio e tosco,

la notte affanno, e ‘l ciel seren m’è fosco,

e duro campo di battaglia il letto.

Il sonno è veramente, qual uom dice,

parente de la morte, e ‘l cor sottragge

a quel dolce penser che’n vita il tene.

Solo al mondo paese almo felice,

verdi rive fiorite, ombrose piagge,

voi possedete, ed io piango, il mio bene.

 


Dino Campana

LA CHIMERA

Non so se tra rocce il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

 


 

Poesia Araba

Riportiamo di lui alcuni versi di una poesia del genere lirico, dal titolo "Qul lilmalihah; dici alla bella".

 

Chiedi alla bella come mai

si era allontanata dallo sguardo amorevole,

perché ha abbandonato un luogo

che non è mai stato angusto per lei.

Le sue guance sono rose,

la sua bocca odora di nettare.

Quanto è bella fra le ragazze !

tutte cercano di farsela amica.

I miei occhi si incantano della sua bellezza.

al di fuori della sua,

nessun’altra bellezza è degna di ammirazione.

 


A.Chénier

Bel astre de Vénus...

 

Bel astre de Vénus, de son front délicat
Puisque Diane encor voile le doux éclat,
Jusques à ce tilleul, au pied de la colline,
Prête à mes pas secrets ta lumière divine.
Je ne vais point tenter de nocturnes larcins,
Ni tendre aux voyageurs des pièges assassins.
J'aime : je vais trouver des ardeurs mutuelles,
Une nymphe adorée, et belle entre les belles,
Comme, parmi les feux que Diane conduit,
Brillent tes feux si purs, ornement de la nuit.

 

 G. de Nerval
Le roi de Thulé

Autrefois un Roi de Thulé
Qui jusqu'au tombeau fut fidèle,
Reçut à la mort de sa belle
Une coupe d'or ciselé.


Comme elle ne le quittait guère
Dans les festins les plus joyeux,
Toujours une larme légère
A sa vue humectait ses yeux.


Ce prince à la fin de sa vie

Lègue tout, ses villes, son or,
Excepté la coupe chérie
Qu'à la mer il conserve encore.


Il fait à sa table royale
Asseoir ses barons et ses pairs
Au milieu de l'antique salle

D'un château que baignaient les mers.


Alors le vieux buveur s'avance
Auprès d'un vieux balcon doré,
Il boit lentement puis il lance
Dans les flots le vase sacré.



Le vase tourne, l'eau bouillonne.
Les flots repassent par-dessus.
Le vieillard pâlit et frissonne.
Désormais il ne boira plus.

(traduction de Gérard de Nerval)

Lied Der König in Thule en mineur D367

 


 

 

 Omaggio a Walter Binni

 

Carlo Michelstaedter, I figli del mare (1910)

 

Una lettura della prima giovinezza, negli anni del liceo, rimasta sempre presente nel percorso esistenziale e critico, e riemersa con insistenza negli ultimi anni della vita.

 

Dalla pace del mare lontano

dalle verdi trasparenze dell’onde

dalle lucenti grotte profonde

dal silenzio senza richiami –

Itti e Senia dal regno del mare

sul suolo triste sotto il sole avaro

Itti e Senia si risvegliaro

dei mortali a vivere la morte.

Fra le grigie lagune palustri

al vario trasmutar senza riposo

al faticare sordo ansioso

per le umide vie ritorte

alle mille voci d’affanno

ai mille fantasmi di gioia

alla sete alla fame allo spavento

all’inconfessato tormento –

alla cura che pensa il domani

che all’ieri aggrappa le mani

che ognor paventa il presente più forte

al vano terrore della morte

fra i mortali ricurvi alla terra

Itti e Senia i principi del mare

sul suolo triste sotto il sole avaro

Itti e Senia si risvegliaro. –

Ebbero padre ed ebbero madre

e fratelli ed amici e parenti

e conobbero i dolci sentimenti

la pietà e gli affetti e il pudore

e conobbero le parole

che conviene venerare

Itti e Senia i figli del mare

e credettero d’amare.

E lontani dal loro mare

sotto il pallido sole avaro

per il dovere facile ed amaro

impararono a camminare.

Impararono a camminare

per le vie che la siepe rinserra

e stretti alle bisogna della terra

si curvarono a faticare.

Sulle pallide facce il timore

delle piccole cose umane

e le tante speranze vane

e l’ansia che stringe il core.

Ma nel fondo dell’occhio nero

pur viveva il lontano dolore

e parlava la voce del mistero

per l’ignoto lontano amore.

E una sera alla sponda sonante

quando il sole calava nel mare

e gli uomini cercavano riposo

al lor ozio laborioso

Itti e Senia alla sponda del mare

l’anima solitaria al suono dell’onde

per le sue corde più profonde

intendevano vibrare.

E la vasta voce del mare

al loro cuore soffocato

lontane suscitava ignote voci,

altra patria altra casa un altro altare

un’altra pace nel lontano mare.

Si sentirono soli ed estrani

nelle tristi dimore dell’uomo

si sentirono più lontani

fra le cose più dolci e care.

E bevendo lo sguardo oscuro

l’uno all’altra dall’occhio nero

videro la fiamma del mistero

per doppia face battere più forte.

Senia disse: "Vorrei morire"

e mirava l’ultimo sole.

Itti tacque, che dalla morte

nuova vita vedeva salire.

E scorrendo l’occhio lontano

sulle sponde che serrano il mare

sulle case tristi ammucchiate

dalle trepide cure avare

"Questo è morte, Senia" – egli disse –

"questa triste nebbia oscura

dove geme la torbida luce

dell’angoscia, della paura;.

Altra voce dal profondo

ho sentito risonare

altra luce e più giocondo

ho veduto un altro mare.

Vedo il mar senza confini

senza sponde faticate

vedo l’onde illuminate

che carena non varcò.

Vedo il sole che non cala

lento e stanco a sera in mare

ma la luce sfolgorare

vedo sopra il vasto mar.

Senia, il porto non è la terra

dove a ogni brivido del mare

corre pavido a riparare

la stanca vita il pescator.

Senia, il porto è la furia del mare,

è la furia del nembo più forte,

quando libera ride la morte

a chi libero la sfidò".

Così disse nell’ora del vespro

Itti a Senia con voce lontana;

dalla torre batteva la campana

del domestico focolare:

"Ritornate alle case tranquille

alla pace del tetto sicuro,

che cercate un cammino più duro?

che volete dal perfido mare?

Passa la gioia, passa il dolore,

accettate la vostra sorte,

ogni cosa che vive muore

e nessuna cosa vince la morte.

Ritornate alla via consueta

e godete di ciò che v’è dato:

non v’è un fine, non v’è una meta

per chi è preda del passato.

Ritornate al noto giaciglio

alle dolci e care cose

ritornate alle mani amorose

allo sguardo che trema per voi

a coloro che il primo passo

vi mossero e il primo accento,

che vi diedero il nutrimento

che vi crebbe le membra e il cor.

Adattatevi, ritornate,

siate utili a chi vi ama

e spegnete l’infausta brama

che vi trae dal retto sentier.

Passa la gioia, passa il dolore,

accettate la vostra sorte,

ogni cosa che vive muore

nessuna forza vince la morte".

Soffocata nell’onda sonora

con l’anima gonfia di pianto

ascoltava l’eco del canto

nell’oscurità del cor,

e con l’occhio all’orizzonte

dove il ciel si fondeva col mare

si sentiva vacillare

Senia, e disse: "Vorrei morire".

Ma più forte sullo scoglio

l’onda lontana s’infranse

e nel fondo una nota pianse

pei perduti figli del mare.

"No, la morte non è abbandono"

disse Itti con voce più forte

"ma è il coraggio della morte

onde la luce sorgerà.

Il coraggio di sopportare

tutto il peso del dolore,

il coraggio di navigare

verso il nostro libero mare,

il coraggio di non sostare

nella cura dell’avvenire,

il coraggio di non languire

per godere le cose care.

Nel tuo occhio sotto la pena

arde ancora la fiamma selvaggia,

abbandona la triste spiaggia

e nel mare sarai la sirena.

Se t’affidi senza timore

ben più forte saprò navigare,

se non copri la faccia al dolore

giungeremo al nostro mare.

Senia, il porto è la furia del mare,

è la furia del nembo più forte,

quando libera ride la morte

a chi libero la sfidò".

Carsia, 2 settembre 1910

Arnaut ringrazia Fondo Walter Binni

 

 

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Arnaut Danuiel

Sur cette mélodie précieuse et allègre

 

Sur cette mélodie précieuse et allègre, je fabrique des mots, je
les rabote, je les aplanis, ils seront vrais et certains, quand
l 'aurai passé la lime, puisque l'amour rapide polit et dore,
mon chant qui d'elle vient, qui prix maintient et gouverne.

Chaque jour je m'améliore je m'affine, la meilleure je sers et
j'adore, du monde je vous le dis clairement, sien je suis des
pieds à la cime, et que souffle le vent froid, l'amour qui au
coeur me pleut, me tient chaud où est l'hiver

Envoi :

Je suis Arnaut qui amasse le vent
Chasse le heure avec le boeuf
Et nage contre le courant.
[Texte et traduction de Jacques Roubaud]

 


Poesie Malgascia

Nahandove, ô belle Nahandove!
L’oiseau nocturne a commencé ses cris,
la pleine lune brille sur ma téte,
et la rosée naissante humecte mes cheveux.
Voici l’heure: Qui peut t’arréter,
Nahandove, ô belle Nahandove?

Le lit de feuilles est préparé;
je l’ai parsemé de fleurs et d’ herbes odoriférants,
il est digne de tes charmes,
Nahandove, ô belle Nahandove!

Elle vient.
J’ai reconnu la respiration précipitée
que donne une marche rapide;
j’entends le froissement de la pagne
qui l’enveloppe.
C’est elle, c’est elle, c’est
Nahandove, la belle Nahandove!

O reprends haleine, ma jeune amie;
repose-toi sur mes genoux.
Que ton regard est enchanteur,
que le mouvement de ton sein est vif et délicieux
sous la main qui le presse!

Tu souris, Nahandove, ô belle Nahandove!
Tes baisers pénètrent jusqu’à l’ame;
tes caresses brùlent tous mes sens;
arréte, ou je vais mourir.
Meurt-on de volupté, Nahandove, ô belle Nahandove?

Le plaisir passe comme un éclair;
ta douce haleine s’affaiblit,
tes yeux humides se referment,
ta téte se penche mollement
et tes transports s’éteignent dans la langueur,
jamais tu ne fus si belle, Nahandove, ô belle Nahandove!

Tu pars, et je vais languir dans les regrets et les désirs;
je languirai jusqu’au soir; tu reviendras ce soir.
Nahandove, ô belle Nahandove!


 

 

Roman de Tristan
Entre ses bras Yseut la reîne.
Bien cuidoient estre a seor.
Sorvient i par estrange eor
Li rois, que li nains i amene.
Prendre les cuidoit a l'ovraine,
Mes, merci Deu, bien demorerent
Quant aus endormis les troverent.
Li rois les voit, au naim a dit:
"Atendés moi chi un petit;
En cel palais la sus irai,
De mes barons i amerrai:
Verront com les avon trovez;
Ardoir les frai, quant ert pruvé."
Tristano e Isotta
... Tra le braccia la regina
dorme: sognano sicuri.
Com'è strana la fortuna!
Viene il re, lo segue il nano,
per sorprenderli nel sonno.
Che stupore nel vederli
nella quiete addormentati!
"Ora aspetta," dice al nano,
"corro indietro dai baroni
e ritorno: allora, quando
li vedranno addormentati,
li farò bruciare!"

(Traduzione: Fabio Troncarelli)

 Novembre 2002

 


Johann Wolfgang Goethe

Cara Lilli, sei stata a lungo
tutta la gioia, tutto il mio canto;
adesso, ahimè, sei tutto il mio dolore, eppure
sei tutto il mio canto ancora.

Holde Lili, warst so lang

Holde Lili, warst so lang
All mein Lust und all mein Sang;
Bist, ach, nun mein Schmerz, und doch
All mein Sang bist du noch.



George Byron

Stanzas for Music

There be none of Beauty's daughters
With a magic Iike thee;
And Iike music on the waters
Is thy sweet voice to me:
When, as if its sound were causing
The charmed ocean's pausing,
The waves lie still and gleaming
And the lull'd winds seem dreaming:

And the midnight moon is weaving
Her bright chain o'er the deep;
Whose breast is gently heaving,
As an infant's asleep:
So the spirit bows before thee,
To listen and adore thee;
With a full but soft emotion,
Like the swell of Summer's ocean.


George Byron

Stanze per musica

Non c'è figlia della Bellezza
D'un incanto simile

 


E la luna di mezzanotte
Tesse una trama lucente sul mare
Che lieve solleva il suo petto
Come un fanciullo addormentato:
Così l'anima a te s'inchina
Per ascoltare ed adorarti,
Con emozione profonda e soave
Come d'estate l'onda dell'oceano.



Nazim Hikmet

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.


Kahlil Gibran

E un oratore disse: Parlaci della Libertà.
E lui rispose:
Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà,
Così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide.
Sì, al bosco sacro e all'ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione.
E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercare la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento.
In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli.

Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all'alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l'ora del meriggio?
Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole.


Alcmane

Fanciulle dal canto di miele, dalla voce sacra, non più
le membra possono portarmi. Oh, fossi io un cerilo,
che sul fiore dell'onda, insieme alle alcioni vola,
con il cuore che non conosce paura, sacro uccello, colore della porpora marina.

 


Marina Ivanovna Cvetaeva

Oggi sono un ospite celeste
nel tuo paese.
Io ho visto l'insonnia del bosco
e il sonno dei campi.

Chissà dove nella notte, zoccoli
scalzano l'erba.
Ha un tratto un pesante sospiro
una vacca nella stalla sonnolenta.

Racconterò a te con tristezza,
con tutta tenerezza,
dell'oca guardiana
e delle oche che dormivano.

Le mani affondavano nel pelame canino.
Il cane era - canuto.
Poi, verso le sei,
cominciò l'alba.


Ruben Dario

Silenzio della notte, doloroso silenzio
notturno. Perché l'anima trema in codesto modo ?
Odo il ronzio del mio sangue,
nella mia testa passa una dolce tormenta.
Insonnia. Non poter dormire e tuttavia
sognare: essere un'anima
che seziona se stessa, essere Amleto !

Diluire il dolore
in un vino notturno
versato nel fantastico cristallo delle tenebre.
E mi dico: a che ora verrà l'alba ?
Una porta s'è chiusa,
è trascorso un passante.
Dà le tre l'orologio... Sarà Lei ?


Ruben Dario

Nocturno

Silencio de la noche, doloroso silencio
nocturno... Por qué el alma tiembla de tal manera?
Oigo el zumbido de mi sangue,
dentro de mi cráneo pasa una soave tormenta.
¡Insomnio! No poder dormir, y, sin embargo,
soñar. Ser la auto-pieza
de disección espiritual, ¡el auto-Hamlet!

Diluir mi tristeza
en un vino de noche
en el maravilloso cristal de las tinieblas...
Y me digo... a qué hora vendrá el alba?
Se ha cerrado una puerta...
Ha pasado un transeúente...
Ha dado el reloj tre horas... Si será Ella!


Ungaretti

 

LA MADRE 

E il cuore quando d'un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d'ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m'avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 


 



 

Marzo 2002

                                 Carmelo Bene

 

da " 'l mal de' fiori"

Re di Francia e troviero

di fiori e cuori due carte non sono

della fiaba istoriata

Ma siccome la bianca adolescente

è pietra e carne insieme snaturarata

sovranità giullare è una chimera

sola.......................................

Carmelo Bene

 


 

Leopardi

vai a Omaggio a Leopardi

 

Odi, Melisso: io vo’ contarti un sogno
Di questa notte, che mi torna a mente
In riveder la luna. Io me ne stava
Alla finestra che risponde al prato,
Guardando in alto: ed ecco all’improvviso
Distaccasi la luna; e mi parea
Che quanto nel cader s’approssimava,
Tanto crescesse al guardo; infin che venne
A dar di colpo in mezzo al prato; ed era
Grande quanto una secchia, e di scintille
Vomitava una nebbia, che stridea
Sì forte come quando un carbon vivo
Nell’acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo
La luna, come ho detto, in mezzo al prato
Si spegneva annerando a poco a poco,
E ne fumavan l’erbe intorno intorno.
Allor mirando in ciel, vidi rimaso
Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia,
Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa,
Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro.
 MELISSO 
E ben hai che temer, che agevol cosa
Fora cader la luna in sul tuo campo.
 ALCETA 
Chi sa? non veggiam noi spesso di state
Cader le stelle?
 MELISSO 
                             Egli ci ha tante stelle,
Che picciol danno è cader l’una o l’altra
Di loro, e mille rimaner. Ma sola
Ha questa luna in ciel, che da nessuno
cader fu vista mai se non in sogno.

 


 

In onore di Piero Boitani e di

Ulisse

 

The Ancyent Marinere

by Samuel Taylor Coleridge

from Lyrical Ballads, the Bristol imprint of 1798

by William Wordsworth and Samuel Taylor Coleridge

 

THE RIME

OF THE

ANCYENT MARINERE,

IN

SEVEN PARTS.

ARGUMENT.

How a ship having passed the Line was driven by Storms to the cold Country towards the South Pole; and how from thence she made her course to the tropical Latitude of the Great Pacific Ocean; and of the strange things that befell; and in what manner the Ancyent Marinere came back to his own Country.

 

It is an ancyent Marinere,
And he stoppeth one of three:
"By thy long grey beard and thy glittering eye
"Now wherefore stoppest me?

The bridegroom's doors are open'd wide
"And I am next of kin;
"The Guests are met, the Feast is set, --
"May'st hear the merry din.

But still he holds the wedding-guest --
There was a Ship, quoth he --
"Nay, if thou'st got a laughsome tale,
"Marinere! come with me."

He holds him with his skinny hand,
Quoth he, there was a Ship --
"Now get thee hence, thou grey-beard Loon!
"Or my Staff shall make thee skip.

He holds him with his glittering eye --
The wedding guest stood still
And listens like a three year's child;
The Marinere hath his will.

The wedding-guest sate on a stone,
He cannot chuse but hear:
And thus spake on that ancyent man,
The bright-eyed Marinere.

The Ship was cheer'd, the Harbour clear'd --
Merrily did we drop
Below the Kirk, below the Hill,
Below the Light-house top.

The Sun came up upon the left,
Out of the Sea came he:
And he shone bright, and on the right
Went down into the Sea.

Higher and Higher every day,
Till over the mast at noon --
The wedding-guest here beat his breast,
For he heard the loud bassoon.

The Bride hath pac'd into the Hall,
Red as a rose is she;
Nodding their heads before her goes
The merry Minstralsy.

The wedding-guest he beat his breast
Yet he cannot chuse but hear:
And thus spake on that ancyent Man,
The bright-eyed Marinere.

Listen, Stranger! Storm and Wind,
A Wind and Tempest strong!
For days and weeks it play'd us freaks --
Like Chaff we drove along.

Listen, Stranger! Mist and Snow,
And it grew wond'rous cauld:
And Ice mast-high came floating by
As green as Emerauld.

And thro' the drifts the snowy clifts
Did send a dismal sheen;
Ne shapes of men ne beasts we ken --
The Ice was all between.

The Ice was here, the Ice was there,
The Ice was all around:
It crack'd and growl'd, and roar'd and howl'd --
Like noises of a swound.

At length did cross an Albatross,
Thorough the Fog it came;
And an it were a Christian Soul,
We hail'd it in God's name.

The Marineres gave it biscuit-worms,
And round and round it flew:
The Ice did split with a thunder-fit;
The Helmsman steer'd us thro'.

And a good south wind sprung up behind,
The Albatross did follow;
And every day for food or play
Came to the Marinere's hollo!

In mist or cloud on mast or shroud
It perch'd for vespers nine,
Whiles all the night thro' [fog-smoke white]
Glimmer'd the white moon-shine.

"God save thee, ancyent Marinere!
"From the fiends that plague thee thus --
"Why look'st thou so?" -- with my cross bow
I shot the Albatross.

 Aprile 2002

 

Eugenio Montale

Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietá del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
é dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

 

 

A Liuba che parte
 
Non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia, splendido
lare della dispersa tua famiglia.
La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera - e basta al tuo riscatto

Properzio

Più che la Morte l'Amore

Liber IV

VII

sunt aliquid Manes: letum non omnia finit,
        luridaque euictos effugit umbra rogos.
Cynthia namque meo uisa est incumbere fulcro,
        murmur ad extremae nuper humata uiae,
cum mihi somnus ab exsequiis penderet amoris,
        et quererer lecti frigida regna mei.
eosdem habuit secum quibus est elata capillos,
        eosdem oculos; lateri uestis adusta fuit,
et solitum digito beryllon adederat ignis,
        summaque Lethaeus triuerat ora liquor.
spirantisque animos et uocem misit: at illi
        pollicibus fragiles increpuere manus:
"perfide nec cuiquam melior sperande puellae,
        in te iam uires somnus habere potest?
iamne tibi exciderant uigilacis furta Suburae
        et mea nocturnis trita fenestra dolis?
per quam demisso quotiens tibi fune pependi,
        alterna ueniens in tua colla manu!
saepe Venus triuio commissa est, pectore mixto
        fecerunt tepidas pallia nostra uias.
foederis heu taciti, cuius fallacia uerba
        non audituri diripuere Noti.
at mihi non oculos quisquam inclamauit euntis:
        unum impetrassem te reuocante diem:
nec crepuit fissa me propter harundine custos,
        laesit et obiectum tegula curta caput.
denique quis nostro curuum te funere uidit,
        atram quis lacrimis incaluisse togam?
si piguit portas ultra procedere, at illuc
        iussisses lectum lentius ire meum.
cur uentos non ipse rogis, ingrate, petisti?
        cur nardo flammae non oluere meae?
hoc etiam graue erat, nulla mercede hyacinthos
        inicere et fracto busta piare cado.
Lygdamus uratur ñ candescat lamina uernae -
        sensi ego, cum insidiis pallida uina bibi ñ
at Nomas ñ arcanas tollat uersuta saliuas;
        dicet damnatas ignea testa manus.
quae modo per uilis inspecta est publica noctes,
        haec nunc aurata cyclade signat humum;
et grauiora rependit iniquis pensa quasillis,
        garrula de facie si qua locuta mea est;
nostraque quod Petale tulit ad monumenta coronas,
        codicis immundi uincula sentit anus;
caeditur et Lalage tortis suspensa capillis,
        per nomen quoniam est ausa rogare meum.
te patiente meae conflauit imaginis aurum,
        ardente e nostro dotem habitura rogo.
non tamen insector, quamuis mereare, Properti:
        longa mea in libris regna fuere tuis.
iuro ego Fatorum nulli reuolubile carmen,
        tergeminusque canis sic mihi molle sonet,
me seruasse fidem. si fallo, uipera nostris
        sibilet in tumulis et super ossa cubet.
nam gemina est sedes turpem sortita per amnem,
        turbaque diuersa remigat omnis aqua.
unda Clytaemestrae stuprum uehit altera, Cressae
        portat mentitae lignea monstra bouis.
ecce coronato pars altera rapta phaselo,
        mulcet ubi Elysias aura beata rosas,
qua numerosa fides, quaque aera rotunda Cybebes
        mitratisque sonant Lydia plectra choris.
Andromedeque et Hypermestre sine fraude maritae
        narrant historiae tempora nota suae:
haec sua maternis queritur liuere catenis
        bracchia nec meritas frigida saxa manus;
narrat Hypermestre magnum ausas esse sorores,
        in scelus hoc animum non ualuisse suum.
sic mortis lacrimis uitae sancimus amores:
        celo ego perfidiae crimina multa tuae.
sed tibi nunc mandata damus, si forte moueris,
        si te non totum Chloridos herba tenet:
nutrix in tremulis ne quid desideret annis
        Parthenie: potuit, nec tibi auara fuit.
deliciaeque meae Latris, cui nomen ab usu est,
        ne speculum dominae porrigat illa nouae.
et quoscumque meo fecisti nomine uersus,
        ure mihi: laudes desine habere meas.
pelle hederam tumulo, mihi quae praegnante corymbo
        mollia contortis alligat ossa comis.
ramosis Anio qua pomifer incubat aruis,
        et numquam Herculeo numine pallet ebur,
hic carmen media dignum me scribe columna,
        sed breue, quod currens uector ab urbe legat:
"hic Tiburtina iacet aurea Cynthia terra:
        accessit ripae laus, Aniene, tuae."
nec tu sperne piis uenientia somnia portis:
        cum pia uenerunt somnia, pondus habent.
nocte uagae ferimur, nox clausas liberat umbras,
        errat et abiecta Cerberus ipse sera.
luce iubent leges Lethaea ad stagna reuerti:
        nos uehimur, uectum nauta recenset onus.
nunc te possideant aliae: mox sola tenebo:
        mecum eris, et mixtis ossibus ossa teram."
haec postquam querula mecum sub lite peregit,
        inter complexus excidit umbra meos.

Omaggio a Properzio  e all'insigne studioso Paolo Fedeli in occasione della tavola rotonda  presso Liceo Mariotti -8 novembre 2002

Sono qualcosa i Mani, non tutto la morte distrugge,

livida l'ombra fugge i vinti roghi.

Cinzia mi apparve china al mio letto

tumulata da poco tempo ai margini

d'una rumorosa strada.

vacillava il mio sonno dalle esequie del mio amore

lamentavo il gelo del mio reame, ilmio letto

Stessi i suoi capelli quali alla sepoltura

Stessi i suoi occhi ma arsa al fianco la veste

bruciata al suo dito la sua pietra verdemare

consunto il profilo delle labbra dall'acqua letea

respirò e disse parole, ma le mani, deboli crepitavano:

Spergiuro,eppur nessuna donna può miglior sperare

il sonno già ti si impossessa

e i furtivi incontri

all'insonne Suburra già sdimenticasti

e la mia finestra logorata   per gli inganni delle notti

o quante volte quante sospesa alla fune mi calarono

le mie mani per giungere alle tue braccia

Quanti amplessi d'amore nei trivi, i mantelli

negli abbracci  resero teporose le strade.

Oh i patti segreti, le sfuggite parole i venti

sordi dispersero....

trad.Arnaut

 

 

 


 

 

Edith Piaf

À l'enseigne de la fille sans coeur

Paroles et Musique: Jean Villard   1951


    Le ciel est bleu, le vent du large
    Creuse la mer bien joliment.
    Vers le port, montant à la charge,
    Galopent seize escadrons blancs.
    C'est un port tout au bord du monde
    Dont les rues s'ouvrent sur l'infini
    Mais de là, comme la terre est ronde,
    On ne voit pas les États-Unis.

    Tout le monde s'en fout, 'y a du bonheur,
    'y a un bar chez Rita la blonde.
    Tout le monde s'en fout, 'y a du bonheur
    À l'enseigne de la Fille Sans Cœur !
    L'accordéon joue en majeur
    Les refrains de ce vaste monde.
    'y a la belle blonde,
    Cette rose en fleur,
    À l'enseigne de la Fille Sans Cœur.

    Dans ce petit bar, c'est là qu'elle règne.
    On voit flamber sa toison d'or.
    Sa bouche est comme un fruit qui saigne
    Mais on dit que son cœur est mort.
    Pourtant les gars sont là, tout drôles :
    Les p'tits, les durs, les malabars
    Qui entrent en roulant des épaules
    'y en a qui sont venus d'Dakar.

    'y en a d'Anvers, 'y en a d'Honfleur,
    Bourlinguant parfois jusqu'aux pôles.
    Ils la regardent, c'est tout leur bonheur,
    Mais pas un ne connaît ses faveurs.
    L'accordéon joue en majeur
    Tous les airs : les tristes, les drôles...
    'y a des gars qui jouent leur bonheur
    À l'enseigne de la Fille Sans Cœur.

    Le patron connaissait la musique :
    Il aimait le son des écus.
    Il disait à sa fille unique :
    "Fuis l'amour, c'est du temps perdu !"
    Mais un soir, la mer faisait rage...
    On vit entrer un étranger
    Aux beaux yeux d'azur sans nuages.
    C'est alors que tout a changé...

    Il a regardé la fille sans cœur.
    Elle était comme un ciel d'orage.
    Quelqu'un a fait : "'y a un malheur"
    On entendait battre les cœurs.
    L'accordéon joue en mineur
    Un refrain dans le vent sauvage.
    'y a une fille, le visage en pleurs,
    À l'enseigne de la Fille Sans Cœur.

    Il a dit : "C'est toi, ma divine !"
    Elle répondit : "Je suis à toi..."
    Il l'a serrée sur sa poitrine.
    Elle a pleuré entre ses bras.
    Les autres alors, mélancoliques,
    Sont partis avec un soupir...
    Le vent chantait sur l'Atlantique
    Pour ce cœur qui venait de s'ouvrir.

    Ils ont filé vers leur grand bonheur.
    Le patron dut fermer boutique.
    On l'a vu boire toutes ses liqueurs
    À l'enseigne de la Fille Sans Cœur,
    Oui, mais l'État, cet accapareur,
    Qu'a toujours le sens du comique
    A mis le bureau du Percepteur
    À l'enseigne de la Fille Sans Cœur...

    25 Aprile 2002

     

 

Hector Berlioz

Cassandre


Les Grecs ont disparu! mais quel dessein fatal
Cache de ce départ l'étrange promptitude?
Tout vient justifier ma sombre inquiétude!
J'ai vu l'ombre d'Hector parcourir nos remparts
Comme un veilleur de nuit j'ai vu ses noirs regards
Interroger au loin le détroit de Sigée
Malheur! dans la folie et l'ivresse plongée
La foule sort des murs; et Priam la conduit!
Malheureux Roi! dans l'éternelle nuit,
C'en est donc fait, tu vas descendre!
Tu ne m'écoutes pas,
Tu ne veux rien comprendre,
Malheureux peuple, à l'horreur qui me suit!
Chorèbe, hélas, ou, Chorèbe lui même
Croit ma raison perdue!
A ce nom mon effroi redouble!
O Dieux! Chorèbe! Il m'aime! il est aimé,
Mais...plus d'hymen pour moi,
Plus d'amour, de chants d'allégresse,
Plus de doux rêves de tendresse!
De l'affreux destin qui m'oppresse
Il faut subir l'inexorable loi!
Malheureux roi! dans l'éternelle nuit,
C'en est donc fait, tu vas descendre!
Tu ne m'écoutes pas,
Tu ne veux rien comprendre,
Malheureux peuple,
à l'horreur qui me suit!
(Elle tombe dans une tendre rêverie)
Chorèbe! …il faut qu'il parte et quitte la Troiade.

NO. 3 - DUO

 


 

Emily Dickinson

Water is taught by thirst

Land - by the ocean passed

Transport - by throe -

Peace -by it's battle told -

Love, by Memorial Mold

Birds, by the snow





Ugo Foscolo

 da      Le Grazie  

cygtni.jpg (24955 bytes)

da’ fiumi algenti ov’hanno patria i cigni,

alle virginee Deità consacra

l’alta Regina mia candido un cigno

Accogliete, o garzoni, e su le chiare

acque vaganti intorno all’ara e al bosco

deponete l’augello, e sia del nostro 510

fonte signor; e i suoi atti venusti

gli rendan l’onde e il suo candore, e goda

di sé, quasi dicendo a chi lo mira,

simbol son io della beltà. Sfrondate

ilari carolando, o verginette,             515

il mirteto e i rosai lungo i meandri

del ruscello, versate sul ruscello,

versateli, e al fuggente nuotatore

che veleggia con pure ali di neve,

fate inciampi di fiori, e qual più ameno   520

fiore a voi sceglia col puniceo rostro,

vel ponete nel seno. A quanti alati

godon l’erbe del par l’aere e i laghi

amabil sire è il cigno, e con l’impero

modesto delle grazie i suoi vassalli 525

regge, ed agli altri volator sorride,

e lieto le sdegnose aquile ammira.

Sovra l’òmero suo guizzan securi

gli argentei pesci, ed ospite leale

il vagheggiano, s’ei visita all’alba           530

le lor ime correnti, desïoso

di più freschi lavacri, onde rifulga

sovra le piume sue nitido il sole.

Fioritelo di gigli.

 

 

 

 


 Novembre 2001 

Marie Tibault

Entre les morts et les secrets

 

Nous marchons nous sourions Bourrely provence.jpg (8145 bytes)

- La fete a fini sans regret

Pourtant nous nous aimions -

 

L'invisible amour fait le gué

- La joue sur son violon -

Et joue pour les passants muets

Qui viennent et qui vont

 

Ignorant l'odeur de muguet

De lilas de bois blond

Que libère léger l'archet

Dont j'aime tant le son.

 


 

 E A.Poe

To Helen

Helen, thy beauty is to me

Like those Nicaean barks of yore,

That gently, o’er a perfumed sea,

The weary, wayworn wanderer bore

To his own native shore.

On desperate seas long wont to roam,

Thy hyacinth hair, thy classic face,

Thy Naiad airs, have brought me home

To the glory that was Greece

And the grandeur that was Rome.

Lo! in yon brilliant window-niche

How statue-like I see thee stand,

The agate lamp within thy hand!

Ah, Psyche, from the regions which

Are Holy Land!

trad         A Elena

Elena la tua bellezza è per me

Come navigli nicèi del tempo che

Dolcemente sul profumato mare

Riportavano l'affaticato viandante

Alla nativa riva.

A disperati mari a lungo vagabondo

La tua chioma di giacinto il classico viso

Alla patria riporti me, tu Naiade delle onde

Alla gloria Greca

Allo splendore di Roma.

Là alla vetrata splendente io ti vedo

Statua eretta

Hai in mano la lampada d'agata!

Ah, Psyche venuta dalle regioni

Della Terra -Santa!

(trad.A.D.G 7agosto 2002)

 

 

Leggi poesie di Alda Merini ospite di Perugia  insieme a Maria Luisa Spaziani - novembre 2001

Leggi - La Cometa- di Maria Luisa Spaziani

Dicembre 2002               Goya- Invernogoya5Inverno.jpg (35565 bytes)

 Attilio Bertolucci

                  Paese d'inverno

Che il sole dopo la neve

appaia, e le nuvole si tingano di rosso

come schiave: la neve sui tetti

un rossore colorirà, guancia di principessa.

S'alzi un leggero vento

e spenga l'acqua, che s'era addormentata,

con assonnata voce di pastore;

escano fanciulle con scialli,

lampeggiando gli occhi neri,

e improvvisamente corrano punte dall'aria

simili a uccelli che s'alzino a volo.

E gli zingari rubino ragazzi.

 

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 Gilbert

Giovanni Pascoli           dedicato da Arnaut Daniel agli Studenti dei laboratori maggio 2002

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SOLON

 

Triste il convito senza canto, come

tempio senza votivo oro di doni;

ché questo è bello: attendere al cantore

che nella voce ha l'eco dell'Ignoto.

Oh! nulla, io dico, è bello più, che udire

un buon cantore, placidi, seduti

l'un presso l'altro, avanti mense piene

di pani biondi e di fumanti carni,

mentre il fanciullo dal cratere attinge

vino, e lo porta e versa nelle coppe;

e dire in tanto grazïosi detti,

mentre la cetra inalza il suo sacro inno;

o dell'auleta querulo, che piange,

godere, poi che ti si muta in cuore

il suo dolore in tua felicità.

- Solon, dicesti un giorno tu: Beato

chi ama, chi cavalli ha solidunghi,

cani da preda, un ospite lontano.

Ora te né lontano ospite giova

né, già vecchio, i bei cani né cavalli

di solid'unghia, né l'amore, o savio.

Te la coppa ora giova: ora tu lodi

più vecchio il vino e più novello il canto.

E novelle al Pireo, con la bonaccia

prima e co' primi stormi, due canzoni

oltremarine giunsero. Le reca

una donna d'Eresso - Apri: rispose;

alla rondine, o Phoco, apri la porta. -

Erano le Anthesterïe: s'apriva

il fumeo doglio e si saggiava il vino.

Entrò, col lume della primavera

e con l'alito salso dell'Egeo,

la cantatrice. Ella sapea due canti:

l'uno, d'amore, l'altro era di morte.

Entrò pensosa; e Phoco le porgeva

uno sgabello d'auree borchie ornato

ed una coppa. Ella sedé, reggendo

la risonante pèctide; ne strinse

tacita intorno ai còllabi le corde;

tentò le corde fremebonde, e disse:

Splende al plenilunïo l'orto; il melo

trema appena d'un tremolio d'argento...

Nei lontani monti color di cielo

sibila il vento.

Mugghia il vento, strepita tra le forre,

su le quercie gettati... Il mio non sembra

che un tremore, ma è l'amore, e corre,

spossa le membra!

M'è lontano dalle ricciute chiome,

quanto il sole; sì, ma mi giunge al cuore,

come il sole: bello, ma bello come

sole che muore.

Dileguare! e altro non voglio: voglio

farmi chiarità che da lui si effonda.

Scoglio estremo della gran luce, scoglio

su la grande onda,

dolce è da te scendere dove è pace:

scende il sole nell'infinito mare;

trema e scende la chiarità seguace

crepuscolare.

La Morte è questa! il vecchio esclamò. Questo,

ella rispose, è, ospite, l'Amore.

Tentò le corde fremebonde, e disse:

Togli il pianto. È colpa! Sei del poeta

nella casa, tu. Chi dirà che fui?

Piangi il morto atleta: beltà d'atleta

muore con lui.

Muore la virtù dell'eroe che il cocchio

spinge urlando tra le nemiche schiere;

muore il seno, sì, di Rhodòpi, l'occhio

del timoniere;

ma non muore il canto che tra il tintinno

della pèctide apre il candor dell'ale.

E il poeta fin che non muoia l'inno,

vive, immortale,

poi che l'inno (diano le rosee dita

pace al peplo, a noi non s'addice il lutto)

è la nostra forza e beltà, la vita,

l'anima, tutto!

E chi voglia me rivedere, tocchi

queste corde, canti un mio canto: in quella,

tutta rose rimireranno gli occhi

Saffo la bella.

Questo era il canto della Morte; e il vecchio

Solon qui disse: Ch'io l'impari, e muoia.

 

 

IL CIECO DI CHIO

 

O Deliàs, o gracile rampollo

di palma, ai piedi sorto su del Cyntho,

alla corrente del canoro Inopo;

figlia di Palma; di qual dono io mai

posso bearti il giovanetto cuore?

Ché all'invito de' giovani scotendo

gl'indifferenti riccioli del capo,

gioia t'hai fatto del vegliardo grigio

cui poter falla e desiderio avanza.

E lui su le me lievi orme adducevi

all'opaca radura ed al giaciglio

delle stridule foglie, in mezzo ai pini

sonanti un fresco brulichìo di pioggia

presso la salsa musica del mare.

Né già la bianca tua beltà celasti

a gli occhi della sua memore mano:

non vista ad altri, che a lui cieco e, forse,

al solitario tacito alcïone.

O Deliàs, e già finì la gara

de' tunicati Iàoni: già tace

il vostro coro, grande meraviglia,

in cui nessuna di te meglio scosse

i procellosi crotali d'argento.

Ed il nocchiero su la nave nera

l'albero drizza, ed in su trae le pietre,

le gravi pietre su cui dondolando

dorme la nave nel loquace porto.

Ora un nocchiero addimandai: Nocchiero,

vago per l'onde come smergo ombroso,

dài ch'alla nave il pio cantore ascenda?

cieco uomo, e vive nella scabra Chio.

Così te veda un ospite all'approdo.

Tanto io gli dissi. Egli assentì; ché grande

è del cantore, ben che nudo e cieco,

la grazia in uno ardor di venti, in una

ai cuori alati ritrosia di calma.

E di qual dono, o Deliàs, partendo,

né so per dove, su la nave nera,

posso bearti il giovanetto cuore?

Ché non possiedo, fuor della bisaccia

lacera, nulla, e dell'eburnea cetra.

E il canto, industre che pur sia, non m'offre

se non un colmo calice ed un tocco

di pingue verro e, terminato il canto,

una lunga nel cuore eco di gioia.

Io cieco vo lungo l'alterna voce

del grigio mare; sotto un pino io dormo,

dai pomi avari: se non se talora

m'annunzïò, per luoghi soli, stalle

di mandrïani un subito latrato;

o, mentre erravo tra la neve e il vento,

la vampa da un aperto uscio improvvisa

nella sua casa mi svelò la donna

che fila nel chiaror del focolare.

Pur non già nulla dar non può, sì molto,

il cieco aedo; e quale a me tu dono,

negato a tutti, della tua bellezza,

offristi, donna; né maggior potevi;

tale a te l'offro, né potrei maggiore.

Cieco non ero, e ciò pascea con gli occhi,

che rumino ora bove pazïente;

e il fior coglievo delle cose, ch'ora

nella silenzïosa ombra mi odora.

Era per aspri gioghi il mio cammino,

degli uomini vetusti, antelunari.

Nacquero sopra le montagne nere,

che ancor la luna non correa su quelle:

nacque dopo essi, e palpitò per loro

gemiti strani. Era un meriggio estivo:

io sentiva negli occhi arsi il barbaglio

della via bianca, e nell'orecchio un vasto

tintinnìo di cicale ebbre di sole.

Ed ecco io vidi alla mia destra un folto

bosco d'antiche roveri, che al giogo

parea del monte salir su, cantando

a quando a quando con un improvviso

lancio discorde delle mille braccia.

Entrai nel bosco abbrividendo, e molto

con muto labbro venerai le ninfe,

non forse audace violassi il musco

molle, lambito da' lor molli piedi.

E giunsi a un fonte che gemea solingo

sotto un gran leccio, dentro una sonora

conca di scabra pomice, che il pianto

già pianto urgea con grappoli di stille

nuove, caduchi, e ne traeva un canto

dolce, infinito. Io là m'assisi, al rezzo.

Poi, non so come, un dio mi vinse: presi

l'eburnea cetra e lungamente, a prova

col sacro fonte, pizzicai le corde.

Così scoppiò nel tremulo meriggio

il vario squillo d'un'aerea rissa:

e grande lo stupore era de' lecci,

ché grande e chiaro tra la cetra arguta

era l'agone, e la vocal fontana.

Ogni voce del fonte, ogni tintinno,

la cava cetra ripetea com'eco;

e due diceva in cuore suo le polle

forse il pastore che pascea non lungi.

Ma tardo, al fine, m'incantai sul giogo

d'oro, con gli occhi, e su le corde mosse

come da un breve anelito; e li chiusi,

vinto; e sentii come il frusciare in tanto

di mille cetre, che piovea nell'ombra;

e sentii come lontanar tra quello

la meraviglia di dedalee storie,

simili a bianche e lunghe vie, fuggenti

all'ombra d'olmi e di tremuli pioppi:

Allora io vidi, o Deliàs, con gli occhi,

l'ultima volta. O Delìàs, la dea

vidi, e la cetra della dea: con fila

sottili e lunghe come strie di pioggia

tessuta in cielo; iridescenti al sole.

E mi parlò, grave, e mi disse: Infante!

qual dio nemico a gareggiar ti spinse,

uomo con dea? Chi con gli dei contese,

non s'ode ai piedi il balbettìo dei bimbi,

reduce. Or va, però che mite ho il cuore:

voglio che il male ti germogli un bene.

Sarai felice di sentir tu solo,

tremando in cuore, nella sacra notte,

parole degne de' silenzi opachi.

Sarai felice di veder tu solo,

non ciò che il volgo vìola con gli occhi,

ma delle cose l'ombra lunga, immensa,

nel tuo segreto pallido tramonto.

Disse, e disparve; e, per tentar che feci

le irrequïete palpebre, più nulla

io vidi delle cose altro che l'ombra,

pago, finché non m'apparisti al raggio

della tua voce limpida, o fanciulla

di Delo, o palma del canoro Inopo,

sola tu del mio sogno anche più bella,

maggior dell'ombra che di te serpeggia

nel mio segreto pallido tramonto.

Ora a te sola ridirò le storie

meravigliose, che sentii quel giorno

come vie bianche lontanar tra i pioppi.

E quale il tuo, che non maggior potevi,

tale il mio dono, né potrei maggiore;

ché il bene in te qui lascerò, come ape

che punge, e il male resterà più grave,

grave sol ora, al tuo cantor, cui diede

la Musa un bene e, Deliàs, un male!

 

 

LA CETRA D'ACHILLE

 

I

I re, le genti degli Achei vestiti

di bronzo, tutti, sì, dormian domati

dal molle sonno, e i lor cavalli sciolti

dai giogo, avvinti con le briglie ai carri,

pascean, soffiando, il bianco orzo e la spelta.

Dormivano i custodi anche de' fuochi,

abbandonato il capo sugli scudi

lustri, rotondi, presso i fuochi accesi,

al cui guizzare balenava il rame

dell'armi, come nuvolaglia a notte,

prima d'un nembo: Domator di tutto

teneva il sonno i Panachei chiomanti,

mirabilmente, nella notte ch'era

l'ultima notte del Pelide Achille;

e in cuore ognuno lo sapea, nel cielo

e nella terra, e tutti ora sbuffando:

dalle narici il rauco sonno, in sogno

lo vedean fare un grande arco cadendo,

e sollevare un vortice di fumo;

ma in sogno senza altro fragor cadeva,

simile ad ombra; e senza suono, a un tratto,

i cavalli e gli eroi misero un ringhio

acuto, i carri scosser via gli aurighi,

mentre laggiù, sotto Ilio, alta e feroce

la bronzea voce si frangea, d'Achille.

 

II

Dormian, sì, tutti; e tra il lor muto sonno

giungeva un vasto singhiozzar dal mare.

Piangean le figlie del verace Mare,

nel nero Ponto, l'ancor vivo Achille,

lontane, ch'egli non ne udisse il pianto.

Ed altre, sì, con improvviso scroscio

ululando montavano alla spiaggia,

per dirgli il fato o trarlo a sé; ma in vano:

fuggian con grida e gemiti e singhiozzi

lasciando le lor bianche orme di schiuma.

Ma non le udiva, benché desto, Achille,

desto sol esso; ch'egli empiva intanto

a sé l'orecchio con la cetra arguta,

dedalea cetra, scelta dalle prede

di Thebe sacra ch'egli avea distrutta.

Or, pieno il cuore di quei chiari squilli,

non udiva su lui piangere il mare,

e non udiva il suo vocale Xantho

parlar com'uomo all'inclito fratello,

Folgore, che gli rispondea nitrendo.

L'eroe cantava i morti eroi, cantava

sé, su la cetra già da lui predata.

Avea la spoglia, su le membra ignude,

d'un lion rosso già da lui raggiunto,

irsuta, lunga sino ai pie' veloci.

 

III

Così le glorie degli eroi consunti

dal rogo, e sé con lor cantava Achille,

desto sol esso degli Achei chiomanti:

ecco, avanti gli stette uno, canuto,

simile in vista a vecchio dio ramingo.

E gli fu presso e gli baciò le mani

terribili. Sbalzò attonito Achille

su, dal suo seggio, e il morto lion rosso

gli raspò con le curve unghie i garretti.

E gli volgeva le parole alate:

Vecchio, chi sei? donde venuto? Sembri,

sì, nell'aspetto Primo re, ma regio

non è il mantello che ti para il vento.

Chi ti fu guida nella notte oscura?

Parla, e per filo il tutto narra, o vecchio.

E gli parlava rispondendo il vecchio:

No, non ti sono io re, splendido Achille;

un dio felice non mi fu l'auriga:

io da me venni. Tutti, anche i custodi

dormono presso il crepitar dei fuochi.

Tu solo vegli; e non udii, venendo,

ch'esili stridi dagli eroi sopiti,

e che un sommesso brulichio dai morti.

E nella sacra notte a me fu guida

un suono, il suono d'una cetra, Achille.

 

IV

Lo guardò scuro e gli rispose Achille:

Tu non m'hai detto il caro nome, e donde

vieni e perché. Non forse tu notturno

vieni, alle navi degli Achei ricurve,

per dono grande, ad esplorare, o vecchio?

E gli parlava rispondendo il vecchio:

Io sono aedo, o pieveloce Achille,

caro ai guerrieri, non guerriero io stesso.

Io nacqui sotto la selvosa Placo,

in Thebe sacra, già da te distrutta.

Da te non vengo a librerarmi un figlio

cui lecchi il sangue un vigile tuo cane;

il figlio, no; recando qui sul forte

plaustro mulare tripodi e lebeti

e pepli e manti e molto oro nell'arca.

Non a me copia, non a te n'è d'uopo;

ché tu sei già del tuo destino, e tutti

lo sanno, il cielo, l'infinito mare,

la nera terra, e lo sai tu ch'hai dato

ai cari amici le tue prede e i doni

splendidi; ansati tripodi, cavalli,

muli, lustranti buoi, donne ben cinte,

e grigio ferro, e reso Ettore al padre

e la tua vita al suo dovere... Oh! rendi

dunque all'aedo la sua cetra, Achille!

 

V

Disse, e sporgea la mano alla sua cetra

bella, dedalea, ma l'argenteo giogo

era dai peli del lion coperto.

E il cuor d'Achille, mareggiava, come

il mare in dubbio di spezzar la nave,

piccola, curva. E poi parlava, e disse:

TE'; riporgendo al pio cantor 'la cetra;

non sì che, urtando nel pulito seggio,

non mettesse, tremando, ella uno squillo.

Poi tacque, in mano dell'aedo, anch'ella.

Allora, stando, il pari a un dio Pelide

udì ringhiare i suoi grandi cavalli,

intese Xantho favellar com'uomo,

e parlar della sua morte al fratello,

Folgor, che gli rispondea nitrendo.

Allora udì su lui piangere il mare,

piangere le figlie del verace Mare,

lui, così bello, lui così nel fiore;

e molte con un improvviso scroscio

venir per trarlo via con sé; ma in vano.

E vide nella sacra notte il fato

suo, che aspettava alle Sinistre Porte,

come l'auriga asceso già sul carro,

la sferza in pugno, che all'eroe si volge,

sopragiungente nel fulgor dell'armi.

 

VI

E il vecchio disse le parole alate:

Lascia ch'io vada senz'indugio, e porti

- meco la cetra, che non forse il cuore

nero t'inviti a piangere, su questa

cetra di glorie, l'ancor vivo Achille.

Lascia che pianga e mare e terra e cielo;

tu no. Non devi inebbriar di canto

tu, divo Achille, l'animo sereno

che sa, non devi a te celare il fato,

non che ti volle ma che tu volesti.

Restaci grande, o Peleiade Achille!

Noi, canteremo. Noi di te diremo

che, sì, piangevi, ma lontano e solo,

e che dicevi il tuo dolore all'onde

del mare ed alle nuvole del cielo.

E noi diremo che una dea non vista

a frenar la tua fosca ira veniva,

e ti prendea per la criniera rossa,

rossa criniera che così sconvolta

poi ti lisciava un'altra dea non vista,

nel tuo dolore; e che obbedivi a voci

dell'infinito o cielo o mare: avanti,

spingendo con un grande urlo d'auriga

verso la morte l'immortal tuo Xantho.

Disse e disparve nell'ambrosia notte.

 

VII

E stette Achille ad ascoltare i ringhi

de' suoi cavalli, e più lontano il pianto

delle Nereidi, e dentro i lor singhiozzi

sentì più trista, sì ma più sommessa,

la voce della sua cerulea madre.

Anche sentì tra il sonno alto del campo

passar con chiaro tintinnìo la cetra,

di cui tentava il pio cantor le corde;

mentre i cavalli sospendean, fremendo,

di dirompere il bianco orzo e la spelta.

Passava il canto tra la morte e il sogno:

qualche avvoltoio, sorto su dai morti,

gli eroi viventi ventilava in fronte.

Lontanò ella sotto il cielo azzurro,

e poi vanì. Né più la intese Achille.

Né gli restava, oltre i cavalli e il carro

da guerra e le stellanti armi, più nulla,

se non montare sopra i due cavalli,

fulgido, in armi, come Sole, andando

al suo tramonto. Quando udì vicino

un singulto: Briseide su la soglia

stava, e piangeva, la sua dolce schiava.

Ed egli allora si corcò tenendo

lei tra le braccia, con su lor la pelle

del lion rosso; ed aspettò l'aurora.

 


Manuel Machado

 

Seguirillas Gitanas

Mi pena es muy  mala,
porque es una pena que yo no quisiera
que se me quitara.

Vino como vienen,
sin saber de dónde,
el agua a los mares, las flores a mayo,
los vientos al bosque.

Vino, y se ha quedado
en mi corazón,
como el amargo en la corteza verde
del verde limón.

Como las raíces
de la enredadera,
se va alimentando la pena en mi pecho
con sangre e mis venas.

Yo no sé por dónde,
ni por dónde no,
se me ha liao  esta soguita al cuerpo
sin saberlo yo.

Pensamiento mío,
¿adónde te vas?
No vayas a casa de quien tú solías,
que no pués  entrar.

A pasar fatigas
estoy ya tan hecho
que las alegrías se me vuelven penas
dentro de mi pecho.

Mare  de mi alma,
la vía  yo diera
por pasar esta noche de luna
con mi compañera.

A la vera tuya
no puedo volver...
¡Cómo por unas palabritas locas
se pierde un querer!

Yo voy como un ciego
por esos caminos.
Siempre pensando en la penita negra
que llevo conmigo.

Ya se han acabado
los tiempos alegres.
Las florecitas que hay en tu ventana
para mí no huelen.

Desde que te fuiste,
serrana, y no vuelves,
no sé qué dolores son estos que tengo,
ni dónde me duelen.

Esta cadenita,
mare, que yo llevo,
con los añitos que pasan, que pasan,
va criando hierro.

Los bienes son males,
los males son bienes...
Las mis alegrías, ¡cómo se me han vuelto
fatigas de muerte!

Toíta  la tierra
la andaré cien veces,
y volveré a andarla pasito a pasito,
hasta que la encuentre.

Se quebró el jarrito
pintao del querer.
¡Cómo plateros ni artistas joyeros
lo puen componer!

La prueba del frío,
la prueba del fuego...
¡Cómo ha salido mi corasonsiyo
del mejor acero!

Yo corté una rosa
llenita de espinas...
Como las rosas espinitas tienen,
son las más bonitas.

El cristal se rompe
del calor al frío,
como se ha roto de alegría y pena
mi corasonsiyo.

Yo sentí el crujío
del cristalito fino que se rompe
del calor al frío.

Maresita'r  Carmen,
guiarme los pasos,
pa que me aparte de la mala senda
que vengo pisando.

Las que se publican
no son grandes penas.
Las que se callan y se llevan dentro
son las verdaderas.

Rosita y mosquetas,
claveles y nardos,
en sus andares la mi compañera
los va derramando.

Negra está la noche,
sin luna ni estrellas...
A mí me alumbraban los ojitos garzos
de mi compañera.

La persona tuya
es lo que yo quiero.
Tenerte en mis brazos, mirarme en tus ojos
y comerte a besos.

En los caracoles,
mare, de tu pelo,
se me ha enredado el alma, y la vida,
y el entendimiento.

Horas de alegría
son las que se van...
Que las de pena se quedan y duran
una eternidad.

Cuéntame tus penas,
te diré las mías...
Verás cómo al rato de que estemos juntos
todas se te olvidan.

Estando contigo,
que vengan fatigas...
Puñalaítas  me dieran de muerte,
no las sentiría.

La quiero, la quiero,
¿qué le voy a hacer?...
Para apartarla de mi pensamiento
no tengo poder.

¡Vaya un amaguito
tan dulce que tienen
los ojos azules que tanto me gustan...,
que tanto me ofenden!

Sin verte de día,
serrana, no vivo...
Y luego, a la noche, me quitas el sueño,
o sueño contigo.

Compañera mía,
tan grande es mi pena
que el sol, cuando sale, con tanta alegría
no me la consuela.

¡Mírame, gitana,
mírame, por Dios!
Con la limosna de tus ojos negros
me alimento yo.

 


RamÓn del Valle Inclán

  EL PASAJERO

 

Tengo rota la vida!  En el combate
de tantos años ya mi aliento cede,
y al orgulloso pensamiento abate
la idea de la muerte, que lo obsede.

Quisiera entrar en mí, vivir conmigo,
poder hacer la cruz sobre mi frente,
y sin saber de amigo ni enemigo,
apartado, vivir devotamente.

¿Dónde la verde quiebra de la altura
con rebaños y músicos pastores?
¿Dónde gozar de la visión tan pura

que hace hermanas las almas y las flores?
¿Dónde cavar en paz la sepultura
y hacer místico pan con mis dolores?

Ramón María del Valle Inclán, 1926

 


 

Mario Luzi

 

Quando mi parli al telefono

Quando mi parli al telefono
                                     e mi s'aprono
d'incanto i paradisi
della vocalità -
                     gli accordi
e i tocchi d'arpa
                      soffici
appena subsquillanti
di quella voce dai precordi sono
tuoi, sì, ma intanto
è il calmo pelago
della muliebrità
                      che entra
festosamente ruscellando
nel mattino della stanza
            e mi dilava da me,
            si porta via la mia nascita,
            mi cancella dalla mia morte
lasciandomi sospeso...
                                  è o non è
chi? me stesso
ed il mio ascolto - le dicono da tempo
i suoi interlocutori
                          uomini o angeli.

Ottobre 2006

 




 

 

 

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