| LICEO CLASSICO ANNIBALE MARIOTTI - PERUGIA |
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Arnaut
Daniel - la biografia Una Poesia
Marzo 2006 Eugenio Montale Incantesimo Oh resta chiusa e libera nell'isole del tuo pensiero e del mio nella fiamma leggera che t'avvolge e che non seppi prima d'incontrare Diotima, colei che tanto ti rassomigliava! In lei vibra più forte l'amorosa cicala sul ciliegio del tuo giardino. Intorno il mondo stinge; incandescente, nella lava che porta in Galilea il tuo amore profano, attendi l'ora di scoprire quel velo che t'ha un giorno fidanzata al tuo Dio da La Bufera
Gaio Valerio Catullo carme 63 Attis Solcato in fuga a vele spiegate il profondo mare , Attis correndo raggiunse d'impeto il bosco frigio e tra la foresta gli oscuri luoghi della dea; fuori di sé, in preda a una furia rabbiosa, si recise il sesso con una pietra aguzza. Sentì così ogni forza d'uomo sfuggirgli dal corpo (goccia a goccia il suo sangue bagnava la terra); strinse nelle mani candide il piccolo tamburo di Cibele (il tuo tamburo, dei tuoi misteri, madre) e battendo con dita delicate la sua pelle in un tremito si rivolse alle compagne: 'Venite, Galle, venite tra i boschi di Cibele, venite tutte, gregge errante della dea di Dindimo: cercando esuli terre lontane, al mio comando per seguirmi vi siete affidate, voi mie compagne, che avete sfidato la furia rabbiosa del mare e per orrore di Venere vi siete evirate, rallegrate di corse pazze il cuore della dea. No, no, nessun indugio, venite tutte, seguitemi alla casa frigia di Cibele, alle sue foreste, dove rombano i tamburi, dove squillano i cembali, dove risuonano cupe le melodie del flauto, dove, cinte d'edera, si dimenano le Mènadi, dove con acute grida si celebrano i riti, dove svolazza l'orda vagabonda della dea: là con le nostre danze impetuose dobbiamo andare'. Il canto di Attis ermafrodito alle compagne provoca nella schiera un scomposto urlo di voci, brontolano i tamburi, strepitano i cembali, e tutte al verde Ida impazzite corrono. Smarrita delirante va nell'affanno Attis , guidandole tra boschi oscuri al suono del tamburo, é una giovenca selvaggia riottosa al giogo: dietro la sua furia si precipitano le Galle. Raggiunto il tempio di Cibele cadono sfinite e morte di fatica si addormentano digiune. Languido torpore suggella i loro occhi spegne nel sonno la furia rabbiosa del cuore. Ma quando i raggi dorati del sole si diffusero nell'alba livida sulla terra e il mare in tempesta, diradando in un baleno le ombre della notte, Attis si scuote e il sonno veloce s'allontana fuggendo tra le braccia impazienti di Pasitea. Svanito nelle nebbie del riposo il suo furore, Attis rimugina in cuore ciò che aveva fatto e a mente lucida comprende come s'era ridotto: con l'animo in tumulto allora ritorna alla spiaggia. E guardando il mare immenso, gli occhi pieni di lacrime, con voce affranta si rivolge in pianto alla sua terra: 'Patria mia che m'hai creato, patria che m'hai generato, come uno schiavo dannato che fugge dal padrone t'ho abbandonato fuggendo ai boschi dell'Ida per vivere tra la neve, in tane di belve cacciandomi furiosa in ogni loro covo: dove, dove potrò cercarti, patria mia? Verso di te corrono gli occhi a volgere lo sguardo se per un attimo questa rabbia mi dà respiro. E dovrò dunque vivere in questi luoghi sperduti, senza più casa patria beni amici genitori, senza più fori palestre stadi e ginnasi? Maledetta, lamentati piangi, anima mia. Non c'è un aspetto che io, io non abbia assunto: donna, uomo, giovinetto, ragazzo, tutto sono stato, il fiore dei ginnasi, la gloria delle palestre. Il calore della gente riempiva la mia casa e quando al sorgere del sole lasciavo il mio letto le stanze tutte erano di fiori adorne. Ora, ordinata schiava di Cibele, questo sarò, una Mènade, un rottame d'uomo, un eunuco che vive tra le nevi gelide del verde Ida. E trascinerò la vita sui monti della Frigia tra cerve di foresta e cinghiali selvatici. E piango, piango, mi dispero: non l'avessi fatto'. Quando il grido sfuggitogli dalle labbra di rosa giunse alle orecchie degli dei come una folgore, subito sciolse Cibele i suoi leoni, aizzando quello alla sua sinistra, quel predatore d'agnelli: 'Via, gettati contro di lui, che senta il tuo furore, che costretto dalla tua furia ritorni nei boschi, quello sciocco che sogna di sfuggire al mio potere. Via, sfèrzati il dorso con la coda, battiti, battiti, che tutta la terra sia assordata dal tuo ruggito, atterrita dal fiammeggiare della tua criniera'. Dopo le minacce Cibele libera la belva e quella fulminea, scatenando la sua ferocia, si getta alla caccia, ruggisce, fa strage di piante. Giunta sulla riva umida e bianca della spiaggia scorge il tenero Attis nel riverbero del mare e scatta: quello impazzito fugge nella foresta. Lì schiava rimase per tutto il resto della vita. O dea, dea grande, dea Cibele, dea di Dìndimo, signora, allontana dalla mia casa il tuo furore: scatena altri ai tuoi deliri, altri alla tua rabbia.
Un ascolto C.W. Gluck
In omaggio a Walter Binni 27novembre 2002 Carmelo Bene -Il Mal de' fiori -Ballata del vecchio marinaio Virgilio Edith Piaf - À l'enseigne de la fille sans coeur Cassandra in Berlioz Poesia Malgascia Ramòn del Valle Inclan Mario Luzi Thomas
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Gennaio 2006 | |||||||||||||||||||||||||||||
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nacque nello Chateau de Ribérac in Dordogne. La tradizione riferisce che Arnaut o Arnaud fosse eccellente letterato e che divenne jongleur; visse al seguito della corte di Riccardo Cuor di leone e successivmente presso Alfonso d'Aragona. Noi possediamo dieciassette dei suoi poemi che non di meno consentono di indicare Arnaut tra i grandi rappresentanti del trobar Ric definibile come " concentration accrue de l'intensité de la forme" e del Trobar Clus "dove versi complessi sono aperti solo agli iniziati" Dante lo rende immortale nel ventiseesimo canto del Purgatorio- Il miglior fabbro del parlar materno- L'originalità poetica di Arnaut è nel rifiuto della banalità, nemica dello stile del creatore della poesia ermetica occidentale e poeta dalla parola oscura per appassionata concitazione e concentrazione. "io sono Arnaut che accumula il vento": una dichiarazione di poetica e di identità esistenziale. realizza i suoi fantasmicontemplati quali una possibile vita, ma remoti; si conquistano fantasmi come si conquista la lingua, ardua e sempre metafora di se stessa nella indicibilità. La Laura-Dafne di Petrarca riecheggia "l'aur'Amara" di un poème di Arnaut Ezra Pound ha dichiarato che il 1200 ha donato in eredità la "Chiesa di San Zeno e Arnaut Daniel" a.g.d. Passer mai
solitario in alcun tetto non fu
quantio, né fera in alcun bosco, chi
non veggio l bel viso, e non conosco altro sol,
né questocchi ànn altro
obietto. Lagrimar
sempre è l mio sommo diletto, il rider
doglia, il cibo assenzio e tosco, la notte
affanno, e l ciel seren mè fosco, e duro
campo di battaglia il letto. Il sonno è
veramente, qual uom dice, parente de
la morte, e l cor sottragge a quel
dolce penser chen vita il tene. Solo al
mondo paese almo felice, verdi rive
fiorite, ombrose piagge, voi
possedete, ed io piango, il mio bene.
Dino CampanaLA CHIMERANon so se tra rocce il tuo pallido
Riportiamo di lui alcuni versi di una poesia del genere lirico, dal titolo "Qul lilmalihah; dici alla bella".
Chiedi alla bella come mai si era allontanata dallo sguardo amorevole, perché ha abbandonato un luogo che non è mai stato angusto per lei. Le sue guance sono rose, la sua bocca odora di nettare. Quanto è bella fra le ragazze ! tutte cercano di farsela amica. I miei occhi si incantano della sua bellezza. al di fuori della sua, nessunaltra bellezza è degna di ammirazione.
Bel astre de Vénus...
Bel astre de Vénus, de son front
délicat
Le roi de Thulé Autrefois un Roi
de Thulé Lied Der König in Thule en ré mineur D367
Omaggio a Walter Binni
Carlo Michelstaedter, I figli del mare (1910)
Una lettura della prima giovinezza, negli anni del liceo, rimasta sempre presente nel percorso esistenziale e critico, e riemersa con insistenza negli ultimi anni della vita.
Dalla pace del mare lontano dalle verdi trasparenze dellonde dalle lucenti grotte profonde dal silenzio senza richiami Itti e Senia dal regno del mare sul suolo triste sotto il sole avaro Itti e Senia si risvegliaro dei mortali a vivere la morte. Fra le grigie lagune palustri al vario trasmutar senza riposo al faticare sordo ansioso per le umide vie ritorte alle mille voci daffanno ai mille fantasmi di gioia alla sete alla fame allo spavento allinconfessato tormento alla cura che pensa il domani che allieri aggrappa le mani che ognor paventa il presente più forte al vano terrore della morte fra i mortali ricurvi alla terra Itti e Senia i principi del mare sul suolo triste sotto il sole avaro Itti e Senia si risvegliaro. Ebbero padre ed ebbero madre e fratelli ed amici e parenti e conobbero i dolci sentimenti la pietà e gli affetti e il pudore e conobbero le parole che conviene venerare Itti e Senia i figli del mare e credettero damare. E lontani dal loro mare sotto il pallido sole avaro per il dovere facile ed amaro impararono a camminare. Impararono a camminare per le vie che la siepe rinserra e stretti alle bisogna della terra si curvarono a faticare. Sulle pallide facce il timore delle piccole cose umane e le tante speranze vane e lansia che stringe il core. Ma nel fondo dellocchio nero pur viveva il lontano dolore e parlava la voce del mistero per lignoto lontano amore. E una sera alla sponda sonante quando il sole calava nel mare e gli uomini cercavano riposo al lor ozio laborioso Itti e Senia alla sponda del mare lanima solitaria al suono dellonde per le sue corde più profonde intendevano vibrare. E la vasta voce del mare al loro cuore soffocato lontane suscitava ignote voci, altra patria altra casa un altro altare unaltra pace nel lontano mare. Si sentirono soli ed estrani nelle tristi dimore delluomo si sentirono più lontani fra le cose più dolci e care. E bevendo lo sguardo oscuro luno allaltra dallocchio nero videro la fiamma del mistero per doppia face battere più forte. Senia disse: "Vorrei morire" e mirava lultimo sole. Itti tacque, che dalla morte nuova vita vedeva salire. E scorrendo locchio lontano sulle sponde che serrano il mare sulle case tristi ammucchiate dalle trepide cure avare "Questo è morte, Senia" egli disse "questa triste nebbia oscura dove geme la torbida luce dellangoscia, della paura;. Altra voce dal profondo ho sentito risonare altra luce e più giocondo ho veduto un altro mare. Vedo il mar senza confini senza sponde faticate vedo londe illuminate che carena non varcò. Vedo il sole che non cala lento e stanco a sera in mare ma la luce sfolgorare vedo sopra il vasto mar. Senia, il porto non è la terra dove a ogni brivido del mare corre pavido a riparare la stanca vita il pescator. Senia, il porto è la furia del mare, è la furia del nembo più forte, quando libera ride la morte a chi libero la sfidò". Così disse nellora del vespro Itti a Senia con voce lontana; dalla torre batteva la campana del domestico focolare: "Ritornate alle case tranquille alla pace del tetto sicuro, che cercate un cammino più duro? che volete dal perfido mare? Passa la gioia, passa il dolore, accettate la vostra sorte, ogni cosa che vive muore e nessuna cosa vince la morte. Ritornate alla via consueta e godete di ciò che vè dato: non vè un fine, non vè una meta per chi è preda del passato. Ritornate al noto giaciglio alle dolci e care cose ritornate alle mani amorose allo sguardo che trema per voi a coloro che il primo passo vi mossero e il primo accento, che vi diedero il nutrimento che vi crebbe le membra e il cor. Adattatevi, ritornate, siate utili a chi vi ama e spegnete linfausta brama che vi trae dal retto sentier. Passa la gioia, passa il dolore, accettate la vostra sorte, ogni cosa che vive muore nessuna forza vince la morte". Soffocata nellonda sonora con lanima gonfia di pianto ascoltava leco del canto nelloscurità del cor, e con locchio allorizzonte dove il ciel si fondeva col mare si sentiva vacillare Senia, e disse: "Vorrei morire". Ma più forte sullo scoglio londa lontana sinfranse e nel fondo una nota pianse pei perduti figli del mare. "No, la morte non è abbandono" disse Itti con voce più forte "ma è il coraggio della morte onde la luce sorgerà. Il coraggio di sopportare tutto il peso del dolore, il coraggio di navigare verso il nostro libero mare, il coraggio di non sostare nella cura dellavvenire, il coraggio di non languire per godere le cose care. Nel tuo occhio sotto la pena arde ancora la fiamma selvaggia, abbandona la triste spiaggia e nel mare sarai la sirena. Se taffidi senza timore ben più forte saprò navigare, se non copri la faccia al dolore giungeremo al nostro mare. Senia, il porto è la furia del mare, è la furia del nembo più forte, quando libera ride la morte a chi libero la sfidò". Carsia, 2 settembre 1910 Arnaut ringrazia Fondo Walter Binni
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Arnaut Danuiel Sur cette mélodie précieuse et allègre
Sur cette mélodie précieuse et
allègre, je fabrique des mots, je [Texte et traduction de Jacques Roubaud]
Nahandove, ô belle Nahandove!
Novembre 2002
Cara Lilli, sei stata a lungo tutta la gioia, tutto il mio canto; adesso, ahimè, sei tutto il mio dolore, eppure sei tutto il mio canto ancora. Holde Lili, warst so
lang Stanzas for Music
Stanze
per musica
Nocturno
LA
MADRE E
il cuore quando d'un ultimo battito In
ginocchio, decisa, Alzerai
tremante le vecchie braccia, E
solo quando m'avrà perdonato, Ricorderai
d'avermi atteso tanto,
Marzo 2002
da " 'l mal de' fiori" Re di Francia e troviero di fiori e cuori due carte non sono della fiaba istoriata Ma siccome la bianca adolescente è pietra e carne insieme snaturarata sovranità giullare è una chimera sola....................................... Carmelo Bene
vai a Omaggio a Leopardi
In onore di Piero Boitani e di Ulisse
The Ancyent Marinereby Samuel Taylor Coleridgefrom Lyrical Ballads, the Bristol imprint of 1798by William Wordsworth and Samuel Taylor Coleridge
How a ship having passed the Line was driven by Storms to the cold Country towards the South Pole; and how from thence she made her course to the tropical Latitude of the Great Pacific Ocean; and of the strange things that befell; and in what manner the Ancyent Marinere came back to his own Country.
Aprile 2002
Portami il
girasole ch'io lo trapianti Tendono
alla chiarità le cose oscure, Portami tu
la pianta che conduce
Più che la Morte l'Amore Liber IV VII sunt aliquid Manes: letum non
omnia finit, Omaggio a Properzio e all'insigne studioso Paolo Fedeli in occasione della tavola rotonda presso Liceo Mariotti -8 novembre 2002 Sono qualcosa i Mani, non tutto la morte distrugge, livida l'ombra fugge i vinti roghi. Cinzia mi apparve china al mio letto tumulata da poco tempo ai margini d'una rumorosa strada. vacillava il mio sonno dalle esequie del mio amore lamentavo il gelo del mio reame, ilmio letto Stessi i suoi capelli quali alla sepoltura Stessi i suoi occhi ma arsa al fianco la veste bruciata al suo dito la sua pietra verdemare consunto il profilo delle labbra dall'acqua letea respirò e disse parole, ma le mani, deboli crepitavano: Spergiuro,eppur nessuna donna può miglior sperare il sonno già ti si impossessa e i furtivi incontri all'insonne Suburra già sdimenticasti e la mia finestra logorata per gli inganni delle notti o quante volte quante sospesa alla fune mi calarono le mie mani per giungere alle tue braccia Quanti amplessi d'amore nei trivi, i mantelli negli abbracci resero teporose le strade. Oh i patti segreti, le sfuggite parole i venti sordi dispersero.... trad.Arnaut
Le ciel est bleu, le vent du large 25 Aprile 2002
Cassandre
Water is taught by thirst Land - by the ocean passed Transport - by throe - Peace -by it's battle told - Love, by Memorial Mold Birds, by the snow
da Le Grazie
da fiumi algenti ovhanno patria i cigni, alle virginee Deità consacra lalta Regina mia candido un cigno Accogliete, o garzoni, e su le chiare acque vaganti intorno allara e al bosco deponete laugello, e sia del nostro 510 fonte signor; e i suoi atti venusti gli rendan londe e il suo candore, e goda di sé, quasi dicendo a chi lo mira, simbol son io della beltà. Sfrondate ilari carolando, o verginette, 515 il mirteto e i rosai lungo i meandri del ruscello, versate sul ruscello, versateli, e al fuggente nuotatore che veleggia con pure ali di neve, fate inciampi di fiori, e qual più ameno 520 fiore a voi sceglia col puniceo rostro, vel ponete nel seno. A quanti alati godon lerbe del par laere e i laghi amabil sire è il cigno, e con limpero modesto delle grazie i suoi vassalli 525 regge, ed agli altri volator sorride, e lieto le sdegnose aquile ammira. Sovra lòmero suo guizzan securi gli argentei pesci, ed ospite leale il vagheggiano, sei visita allalba 530 le lor ime correnti, desïoso di più freschi lavacri, onde rifulga sovra le piume sue nitido il sole. Fioritelo di gigli.
Novembre 2001 Entre les morts et les secrets
Nous marchons nous sourions - La fete a fini sans regret Pourtant nous nous aimions -
L'invisible amour fait le gué - La joue sur son violon - Et joue pour les passants muets Qui viennent et qui vont
Ignorant l'odeur de muguet De lilas de bois blond Que libère léger l'archet Dont j'aime tant le son.
To Helen Helen, thy beauty is to me Like those Nicaean barks of yore, That gently, oer a perfumed sea, The weary, wayworn wanderer bore To his own native shore. On desperate seas long wont to roam, Thy hyacinth hair, thy classic face, Thy Naiad airs, have brought me home To the glory that was Greece And the grandeur that was Rome. Lo! in yon brilliant window-niche How statue-like I see thee stand, The agate lamp within thy hand! Ah, Psyche, from the regions which Are Holy Land! trad A Elena Elena la tua bellezza è per me Come navigli nicèi del tempo che Dolcemente sul profumato mare Riportavano l'affaticato viandante Alla nativa riva. A disperati mari a lungo vagabondo La tua chioma di giacinto il classico viso Alla patria riporti me, tu Naiade delle onde Alla gloria Greca Allo splendore di Roma. Là alla vetrata splendente io ti vedo Statua eretta Hai in mano la lampada d'agata! Ah, Psyche venuta dalle regioni Della Terra -Santa! (trad.A.D.G 7agosto 2002)
Leggi poesie di Alda Merini ospite di Perugia insieme a Maria Luisa Spaziani - novembre 2001 Leggi - La Cometa- di Maria Luisa Spaziani Dicembre 2002
Goya-
Inverno Paese d'inverno Che il sole dopo la neve appaia, e le nuvole si tingano di rosso come schiave: la neve sui tetti un rossore colorirà, guancia di principessa. S'alzi un leggero vento e spenga l'acqua, che s'era addormentata, con assonnata voce di pastore; escano fanciulle con scialli, lampeggiando gli occhi neri, e improvvisamente corrano punte dall'aria simili a uccelli che s'alzino a volo. E gli zingari rubino ragazzi.
Gilbert Giovanni Pascoli dedicato da Arnaut Daniel agli Studenti dei laboratori maggio 2002
SOLON
Triste il convito senza canto, come tempio senza votivo oro di doni; ché questo è bello: attendere al cantore che nella voce ha l'eco dell'Ignoto. Oh! nulla, io dico, è bello più, che udire un buon cantore, placidi, seduti l'un presso l'altro, avanti mense piene di pani biondi e di fumanti carni, mentre il fanciullo dal cratere attinge vino, e lo porta e versa nelle coppe; e dire in tanto grazïosi detti, mentre la cetra inalza il suo sacro inno; o dell'auleta querulo, che piange, godere, poi che ti si muta in cuore il suo dolore in tua felicità. - Solon, dicesti un giorno tu: Beato chi ama, chi cavalli ha solidunghi, cani da preda, un ospite lontano. Ora te né lontano ospite giova né, già vecchio, i bei cani né cavalli di solid'unghia, né l'amore, o savio. Te la coppa ora giova: ora tu lodi più vecchio il vino e più novello il canto. E novelle al Pireo, con la bonaccia prima e co' primi stormi, due canzoni oltremarine giunsero. Le reca una donna d'Eresso - Apri: rispose; alla rondine, o Phoco, apri la porta. - Erano le Anthesterïe: s'apriva il fumeo doglio e si saggiava il vino. Entrò, col lume della primavera e con l'alito salso dell'Egeo, la cantatrice. Ella sapea due canti: l'uno, d'amore, l'altro era di morte. Entrò pensosa; e Phoco le porgeva uno sgabello d'auree borchie ornato ed una coppa. Ella sedé, reggendo la risonante pèctide; ne strinse tacita intorno ai còllabi le corde; tentò le corde fremebonde, e disse: Splende al plenilunïo l'orto; il melo trema appena d'un tremolio d'argento... Nei lontani monti color di cielo sibila il vento. Mugghia il vento, strepita tra le forre, su le quercie gettati... Il mio non sembra che un tremore, ma è l'amore, e corre, spossa le membra! M'è lontano dalle ricciute chiome, quanto il sole; sì, ma mi giunge al cuore, come il sole: bello, ma bello come sole che muore. Dileguare! e altro non voglio: voglio farmi chiarità che da lui si effonda. Scoglio estremo della gran luce, scoglio su la grande onda, dolce è da te scendere dove è pace: scende il sole nell'infinito mare; trema e scende la chiarità seguace crepuscolare. La Morte è questa! il vecchio esclamò. Questo, ella rispose, è, ospite, l'Amore. Tentò le corde fremebonde, e disse: Togli il pianto. È colpa! Sei del poeta nella casa, tu. Chi dirà che fui? Piangi il morto atleta: beltà d'atleta muore con lui. Muore la virtù dell'eroe che il cocchio spinge urlando tra le nemiche schiere; muore il seno, sì, di Rhodòpi, l'occhio del timoniere; ma non muore il canto che tra il tintinno della pèctide apre il candor dell'ale. E il poeta fin che non muoia l'inno, vive, immortale, poi che l'inno (diano le rosee dita pace al peplo, a noi non s'addice il lutto) è la nostra forza e beltà, la vita, l'anima, tutto! E chi voglia me rivedere, tocchi queste corde, canti un mio canto: in quella, tutta rose rimireranno gli occhi Saffo la bella. Questo era il canto della Morte; e il vecchio Solon qui disse: Ch'io l'impari, e muoia.
IL CIECO DI CHIO
O Deliàs, o gracile rampollo di palma, ai piedi sorto su del Cyntho, alla corrente del canoro Inopo; figlia di Palma; di qual dono io mai posso bearti il giovanetto cuore? Ché all'invito de' giovani scotendo gl'indifferenti riccioli del capo, gioia t'hai fatto del vegliardo grigio cui poter falla e desiderio avanza. E lui su le me lievi orme adducevi all'opaca radura ed al giaciglio delle stridule foglie, in mezzo ai pini sonanti un fresco brulichìo di pioggia presso la salsa musica del mare. Né già la bianca tua beltà celasti a gli occhi della sua memore mano: non vista ad altri, che a lui cieco e, forse, al solitario tacito alcïone. O Deliàs, e già finì la gara de' tunicati Iàoni: già tace il vostro coro, grande meraviglia, in cui nessuna di te meglio scosse i procellosi crotali d'argento. Ed il nocchiero su la nave nera l'albero drizza, ed in su trae le pietre, le gravi pietre su cui dondolando dorme la nave nel loquace porto. Ora un nocchiero addimandai: Nocchiero, vago per l'onde come smergo ombroso, dài ch'alla nave il pio cantore ascenda? cieco uomo, e vive nella scabra Chio. Così te veda un ospite all'approdo. Tanto io gli dissi. Egli assentì; ché grande è del cantore, ben che nudo e cieco, la grazia in uno ardor di venti, in una ai cuori alati ritrosia di calma. E di qual dono, o Deliàs, partendo, né so per dove, su la nave nera, posso bearti il giovanetto cuore? Ché non possiedo, fuor della bisaccia lacera, nulla, e dell'eburnea cetra. E il canto, industre che pur sia, non m'offre se non un colmo calice ed un tocco di pingue verro e, terminato il canto, una lunga nel cuore eco di gioia. Io cieco vo lungo l'alterna voce del grigio mare; sotto un pino io dormo, dai pomi avari: se non se talora m'annunzïò, per luoghi soli, stalle di mandrïani un subito latrato; o, mentre erravo tra la neve e il vento, la vampa da un aperto uscio improvvisa nella sua casa mi svelò la donna che fila nel chiaror del focolare. Pur non già nulla dar non può, sì molto, il cieco aedo; e quale a me tu dono, negato a tutti, della tua bellezza, offristi, donna; né maggior potevi; tale a te l'offro, né potrei maggiore. Cieco non ero, e ciò pascea con gli occhi, che rumino ora bove pazïente; e il fior coglievo delle cose, ch'ora nella silenzïosa ombra mi odora. Era per aspri gioghi il mio cammino, degli uomini vetusti, antelunari. Nacquero sopra le montagne nere, che ancor la luna non correa su quelle: nacque dopo essi, e palpitò per loro gemiti strani. Era un meriggio estivo: io sentiva negli occhi arsi il barbaglio della via bianca, e nell'orecchio un vasto tintinnìo di cicale ebbre di sole. Ed ecco io vidi alla mia destra un folto bosco d'antiche roveri, che al giogo parea del monte salir su, cantando a quando a quando con un improvviso lancio discorde delle mille braccia. Entrai nel bosco abbrividendo, e molto con muto labbro venerai le ninfe, non forse audace violassi il musco molle, lambito da' lor molli piedi. E giunsi a un fonte che gemea solingo sotto un gran leccio, dentro una sonora conca di scabra pomice, che il pianto già pianto urgea con grappoli di stille nuove, caduchi, e ne traeva un canto dolce, infinito. Io là m'assisi, al rezzo. Poi, non so come, un dio mi vinse: presi l'eburnea cetra e lungamente, a prova col sacro fonte, pizzicai le corde. Così scoppiò nel tremulo meriggio il vario squillo d'un'aerea rissa: e grande lo stupore era de' lecci, ché grande e chiaro tra la cetra arguta era l'agone, e la vocal fontana. Ogni voce del fonte, ogni tintinno, la cava cetra ripetea com'eco; e due diceva in cuore suo le polle forse il pastore che pascea non lungi. Ma tardo, al fine, m'incantai sul giogo d'oro, con gli occhi, e su le corde mosse come da un breve anelito; e li chiusi, vinto; e sentii come il frusciare in tanto di mille cetre, che piovea nell'ombra; e sentii come lontanar tra quello la meraviglia di dedalee storie, simili a bianche e lunghe vie, fuggenti all'ombra d'olmi e di tremuli pioppi: Allora io vidi, o Deliàs, con gli occhi, l'ultima volta. O Delìàs, la dea vidi, e la cetra della dea: con fila sottili e lunghe come strie di pioggia tessuta in cielo; iridescenti al sole. E mi parlò, grave, e mi disse: Infante! qual dio nemico a gareggiar ti spinse, uomo con dea? Chi con gli dei contese, non s'ode ai piedi il balbettìo dei bimbi, reduce. Or va, però che mite ho il cuore: voglio che il male ti germogli un bene. Sarai felice di sentir tu solo, tremando in cuore, nella sacra notte, parole degne de' silenzi opachi. Sarai felice di veder tu solo, non ciò che il volgo vìola con gli occhi, ma delle cose l'ombra lunga, immensa, nel tuo segreto pallido tramonto. Disse, e disparve; e, per tentar che feci le irrequïete palpebre, più nulla io vidi delle cose altro che l'ombra, pago, finché non m'apparisti al raggio della tua voce limpida, o fanciulla di Delo, o palma del canoro Inopo, sola tu del mio sogno anche più bella, maggior dell'ombra che di te serpeggia nel mio segreto pallido tramonto. Ora a te sola ridirò le storie meravigliose, che sentii quel giorno come vie bianche lontanar tra i pioppi. E quale il tuo, che non maggior potevi, tale il mio dono, né potrei maggiore; ché il bene in te qui lascerò, come ape che punge, e il male resterà più grave, grave sol ora, al tuo cantor, cui diede la Musa un bene e, Deliàs, un male!
LA CETRA D'ACHILLE
I I re, le genti degli Achei vestiti di bronzo, tutti, sì, dormian domati dal molle sonno, e i lor cavalli sciolti dai giogo, avvinti con le briglie ai carri, pascean, soffiando, il bianco orzo e la spelta. Dormivano i custodi anche de' fuochi, abbandonato il capo sugli scudi lustri, rotondi, presso i fuochi accesi, al cui guizzare balenava il rame dell'armi, come nuvolaglia a notte, prima d'un nembo: Domator di tutto teneva il sonno i Panachei chiomanti, mirabilmente, nella notte ch'era l'ultima notte del Pelide Achille; e in cuore ognuno lo sapea, nel cielo e nella terra, e tutti ora sbuffando: dalle narici il rauco sonno, in sogno lo vedean fare un grande arco cadendo, e sollevare un vortice di fumo; ma in sogno senza altro fragor cadeva, simile ad ombra; e senza suono, a un tratto, i cavalli e gli eroi misero un ringhio acuto, i carri scosser via gli aurighi, mentre laggiù, sotto Ilio, alta e feroce la bronzea voce si frangea, d'Achille.
II Dormian, sì, tutti; e tra il lor muto sonno giungeva un vasto singhiozzar dal mare. Piangean le figlie del verace Mare, nel nero Ponto, l'ancor vivo Achille, lontane, ch'egli non ne udisse il pianto. Ed altre, sì, con improvviso scroscio ululando montavano alla spiaggia, per dirgli il fato o trarlo a sé; ma in vano: fuggian con grida e gemiti e singhiozzi lasciando le lor bianche orme di schiuma. Ma non le udiva, benché desto, Achille, desto sol esso; ch'egli empiva intanto a sé l'orecchio con la cetra arguta, dedalea cetra, scelta dalle prede di Thebe sacra ch'egli avea distrutta. Or, pieno il cuore di quei chiari squilli, non udiva su lui piangere il mare, e non udiva il suo vocale Xantho parlar com'uomo all'inclito fratello, Folgore, che gli rispondea nitrendo. L'eroe cantava i morti eroi, cantava sé, su la cetra già da lui predata. Avea la spoglia, su le membra ignude, d'un lion rosso già da lui raggiunto, irsuta, lunga sino ai pie' veloci.
III Così le glorie degli eroi consunti dal rogo, e sé con lor cantava Achille, desto sol esso degli Achei chiomanti: ecco, avanti gli stette uno, canuto, simile in vista a vecchio dio ramingo. E gli fu presso e gli baciò le mani terribili. Sbalzò attonito Achille su, dal suo seggio, e il morto lion rosso gli raspò con le curve unghie i garretti. E gli volgeva le parole alate: Vecchio, chi sei? donde venuto? Sembri, sì, nell'aspetto Primo re, ma regio non è il mantello che ti para il vento. Chi ti fu guida nella notte oscura? Parla, e per filo il tutto narra, o vecchio. E gli parlava rispondendo il vecchio: No, non ti sono io re, splendido Achille; un dio felice non mi fu l'auriga: io da me venni. Tutti, anche i custodi dormono presso il crepitar dei fuochi. Tu solo vegli; e non udii, venendo, ch'esili stridi dagli eroi sopiti, e che un sommesso brulichio dai morti. E nella sacra notte a me fu guida un suono, il suono d'una cetra, Achille.
IV Lo guardò scuro e gli rispose Achille: Tu non m'hai detto il caro nome, e donde vieni e perché. Non forse tu notturno vieni, alle navi degli Achei ricurve, per dono grande, ad esplorare, o vecchio? E gli parlava rispondendo il vecchio: Io sono aedo, o pieveloce Achille, caro ai guerrieri, non guerriero io stesso. Io nacqui sotto la selvosa Placo, in Thebe sacra, già da te distrutta. Da te non vengo a librerarmi un figlio cui lecchi il sangue un vigile tuo cane; il figlio, no; recando qui sul forte plaustro mulare tripodi e lebeti e pepli e manti e molto oro nell'arca. Non a me copia, non a te n'è d'uopo; ché tu sei già del tuo destino, e tutti lo sanno, il cielo, l'infinito mare, la nera terra, e lo sai tu ch'hai dato ai cari amici le tue prede e i doni splendidi; ansati tripodi, cavalli, muli, lustranti buoi, donne ben cinte, e grigio ferro, e reso Ettore al padre e la tua vita al suo dovere... Oh! rendi dunque all'aedo la sua cetra, Achille!
V Disse, e sporgea la mano alla sua cetra bella, dedalea, ma l'argenteo giogo era dai peli del lion coperto. E il cuor d'Achille, mareggiava, come il mare in dubbio di spezzar la nave, piccola, curva. E poi parlava, e disse: TE'; riporgendo al pio cantor 'la cetra; non sì che, urtando nel pulito seggio, non mettesse, tremando, ella uno squillo. Poi tacque, in mano dell'aedo, anch'ella. Allora, stando, il pari a un dio Pelide udì ringhiare i suoi grandi cavalli, intese Xantho favellar com'uomo, e parlar della sua morte al fratello, Folgor, che gli rispondea nitrendo. Allora udì su lui piangere il mare, piangere le figlie del verace Mare, lui, così bello, lui così nel fiore; e molte con un improvviso scroscio venir per trarlo via con sé; ma in vano. E vide nella sacra notte il fato suo, che aspettava alle Sinistre Porte, come l'auriga asceso già sul carro, la sferza in pugno, che all'eroe si volge, sopragiungente nel fulgor dell'armi.
VI E il vecchio disse le parole alate: Lascia ch'io vada senz'indugio, e porti - meco la cetra, che non forse il cuore nero t'inviti a piangere, su questa cetra di glorie, l'ancor vivo Achille. Lascia che pianga e mare e terra e cielo; tu no. Non devi inebbriar di canto tu, divo Achille, l'animo sereno che sa, non devi a te celare il fato, non che ti volle ma che tu volesti. Restaci grande, o Peleiade Achille! Noi, canteremo. Noi di te diremo che, sì, piangevi, ma lontano e solo, e che dicevi il tuo dolore all'onde del mare ed alle nuvole del cielo. E noi diremo che una dea non vista a frenar la tua fosca ira veniva, e ti prendea per la criniera rossa, rossa criniera che così sconvolta poi ti lisciava un'altra dea non vista, nel tuo dolore; e che obbedivi a voci dell'infinito o cielo o mare: avanti, spingendo con un grande urlo d'auriga verso la morte l'immortal tuo Xantho. Disse e disparve nell'ambrosia notte.
VII E stette Achille ad ascoltare i ringhi de' suoi cavalli, e più lontano il pianto delle Nereidi, e dentro i lor singhiozzi sentì più trista, sì ma più sommessa, la voce della sua cerulea madre. Anche sentì tra il sonno alto del campo passar con chiaro tintinnìo la cetra, di cui tentava il pio cantor le corde; mentre i cavalli sospendean, fremendo, di dirompere il bianco orzo e la spelta. Passava il canto tra la morte e il sogno: qualche avvoltoio, sorto su dai morti, gli eroi viventi ventilava in fronte. Lontanò ella sotto il cielo azzurro, e poi vanì. Né più la intese Achille. Né gli restava, oltre i cavalli e il carro da guerra e le stellanti armi, più nulla, se non montare sopra i due cavalli, fulgido, in armi, come Sole, andando al suo tramonto. Quando udì vicino un singulto: Briseide su la soglia stava, e piangeva, la sua dolce schiava. Ed egli allora si corcò tenendo lei tra le braccia, con su lor la pelle del lion rosso; ed aspettò l'aurora.
Seguirillas Gitanas Mi pena es muy
mala, ¡Mírame,
gitana,
RamÓn del Valle Inclán EL PASAJERO
Ramón María del Valle Inclán, 1926
Mario Luzi
Quando mi parli al telefono Quando mi parli al
telefono Ottobre 2006
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