Sulla corrente
danzava
un fiore rosso
come bocca
di ninfa
addormentata ninfa
in un sogno
di sposa
Sussurri
di note lontane
lacrime
di un dio solitario
che ha perduto
il suo fiore
Grida
di un dio straziato
da frenesia
d'amore
Vortici
di sole e di canti
nei prati
senza sentieri
Al di là
Al di là
della luce e dell'ombra
dell'indubitabile dubbio
del razionalmente possibile
Al di là del due
della conoscenza e della non conoscenza
Del possesso e del nullla
Della morte e della vita
Un'onda di fuoco
ha bruciato
Faust
nel suo studio
di ardesia
e la cenere è rossa
rossa
Nuvola di centauri
in labirinti di risa
Gioco di passi d'acqua
di ninfe madreperlate
in vortice
Elena Gretchen Euridice
Arianna
Tutto
Il fiore
sulla corrente
è ancora rosso
ancora rosso
Beviamo ancora
il tuo sangue
e mangiamo
il tuo corpo
Orfeo-Dioniso
Maria
Letizia Giontella
Pagina per Elettra
Il personaggio di Elettra
di Francesco Ricci
"Non possiamo attenderci di trovare
nel dramma greco dei personaggi che abbianouna personalità spiccata come quelli di
Shakespeare. Questo è impossibile, in parte perchè i poeti greci eseguivano opere di
minori dimensioni, ma anche perchè il loro scopo era soprattutto quello di descrivere i
destini umani intesi come avvenimenti che possono accadere a ciascuno di noi in quanto
esseri umani, con un certo posto nel mondo". L'idea che i personaggi in una tragedia
contino più per quello che fanno (o che patiscono) che per quello che sono, è antica.
Già Aristotele mostra di condividerla. Nella Poetica (1450a15-17), infatti, individuando
nell'intreccio dei fatti, non nei caratteri, l'elemento più importante della tragedia,
dedicò appena qualche paragrafo alla caratterizzazione dei personaggi, soffermandosi,
invece, a lungo sull'azione e sulle trame del dramma. Se l'Edipo re per lui costituiva il
culmine dell'arte tragica, ciò non dipendeva dal modo in cui era sviluppata la
personalità del protagonista, ma dalla perizia tecnica con la quale Sofocle aveva
combinato il "rovesciamento" (peripeteia) e il "riconoscimento"
(anagnorisis), due degli elementi costitutivi del racconto. A distanza di secoli, lo
stesso giudizio ritorna nell'Estetica di Hegel. Ad Agamennone, Clitemnestra, Odisseo,
Antigone, Ismene e alle altre figure del teatro classico, infatti, il filosofo tedesco era
disposto a riconoscere solamente una individualità ideale, "una particolarità pur
sempre di natura generale". Anche per Hegel ciò che contava nei personaggi di un
dramma non era tanto la loro personalità, quanto il destino, esemplare, che vivevano e
rappresentavano: i caratteri restavano subordinati all'intreccio delle azioni.
L'autorevolezza delle parole di Aristotele, Hegel, Bowra è tanta, che molte volte si è
indotti a dimenticare che le loro affermazioni sono pur sempre delle generalizzazioni,
che, come tali, non tengono conto delle differenze che indubbiamente sussistono tra
Eschilo, Sofocle, Euripide, in merito ad una questione tanto delicata e rilevante, qual è
il rapporto tra personaggio ed azione tragica. In particolare, necessita di maggiore
approfondimento e chiarimento la collocazione di Euripide all'interno del quadro che
emerge dai giudizi sopra riportati. Questo non già perchè con Euripide l'azione perda
importanza, ché anzi tende a divenire più complessa, al pari degli intrecci, che col
tempo si fanno più vari, in particolare nei drammi composti poco prima del soggiorno del
poeta in Macedonia, alla corte del re Archelao (Elena, Ifigenia taurica, Ione, Fenicie,
Oreste); piuttosto, perchè, almeno nei capolavori, non sono più i personaggi che, per
usare le parole di Aristotele, "assumono certi caratteri perché siano effettuate
certe azioni", ma sono le azioni che si strutturano sopra e a partire da certi
caratteri, la cui fisionomia, in tal modo, risulta straordinariamente arricchita e
approfondita. Tragedie come la Medea e l'Ippolito lo testimoniano in maniera eloquente
Tuttavia, anche per l'ultima produzione di Sofocle, a mio avviso, appare riduttiva una
lettura, che disconoscendo o, comunque, trascurando il peso della personalità dell'eroe,
sia attenta unicamente al destino che egli è chiamato ad affrontare, percepito e
rappresentato come paradigmatico di quello dell'umanità intera. Tanto l'Elettra, quanto
il Filottete, infatti, denotano una diversa maniera da parte di Sofocle di guardare al
personaggio tragico, che lascia intravvedere una maggiore attenzione per le sue componenti
umane e psicologiche. Per quanto concerne l'Elettra, in particolare, è possibile,
prendendo spunto da alcune osservazioni contenute nello studio che Vincenzo Di Benedetto
ha dedicato al teatro di Sofocle, individuare almeno sette punti, che segnalano
altrettanti interventi rilevanti del drammaturgo sui dati tradizionali del mito,
finalizzati proprio a delineare con cura la figura della protagonista: 1) La figura di
Oreste subisce un'evidente ristrutturazione, che finisce per portare in primo piano come
elementi costitutivi della sua fisionomia di personaggio il gusto per l'intrigo e la
capacità nell'ordire inganni. Sotto questo aspetto, l'Oreste sofocleo ricorda più il
subdolo Odisseo del Filottete che non il protagonista delle Coefore eschilee. 2) Il giorno
dell'uccisione di Agamennone, non è la nutrice a trarre in salvo il piccolo Oreste, come
si legge nella XI Pitica di Pindaro, bensì Elettra, che poi lo affida alle mani del
pedagogo. 3) La scena del riconoscimento tra Elettra ed Oreste viene spostata al termine
della tragedia. Essa, infatti, che in Eschilo compare nel primo episodio (v.235) e in
Euripide nel secondo (v.517), in Sofocle si trova addirittura nel terzo episodio (v.1224).
4) Il falso racconto delle vicende connesse con la morte di Oreste durante una corsa di
carri a Delfi, non si esaurisce con le parole che il pedagogo rivolge al Coro e a
Clitemnestra (vv.660-803), ma trova una significativa appendice nella prima scena del
quarto episodio (vv.1098-1231), allorchè Oreste, accompagnato da Pilade, reca di persona
l'urna che dovrebbe contenere le sue stesse ceneri. 5) A differenza di quanto accade in
Eschilo e in Euripide (oltre che nell'Orestea lirica di Stesicoro), la prima a cadere
sotto i colpi di Oreste è Clitemnestra. 6) Dopo il matricidio, Oreste ed Elettra non
mostrano alcun segno di pentimento o di rimorso, né tantomeno danno libero sfogo alla
loro gioia. 7) Il ruolo ed il peso delle Erinni nella tragedia, nonostante l'invocazione
rivolta loro da Elettra nell'iniziale monodia anapestica, è marginale e sfumato,
sicuramente neppure confrontabile con quello ricoperto nelle Coefore di Eschilo. Questi
interventi, sia che investano la struttura scenica del dramma, sia che interessino la
caratterizzazione dei personaggi, concorrono, nel loro insieme, a concentrare l'attenzione
in maniera pressoché esclusiva sulla protagonista. Con straordinaria maestria, infatti,
Sofocle, attraverso un'attenta opera di inclusione/esclusione, recupero/rinnovamento dei
dati tradizionali della saga degli Atridi, ora dilata gli spazi e crea le occasioni
perché Elettra possa effondere il proprio dolore (ad esempio, come già ricordato,
sostituendo all'annuncio che Oreste fa alla madre della propria morte, nelle Coefore di
Eschilo, il doppio racconto del vecchio pedagogo e dello stesso Oreste), ora comprime
tutte quelle situazioni, in specie emotive (si pensi all'assenza nei matricidi di note di
autentica esultanza o cupo rimorso), che sono in grado di distogliere l'attenzione del
pubblico dalla figlia di Agamennone o, come scrive Di Benedetto, di spostare altrove
"il baricentro della tragedia". L'esito finale è costituito da un prepotente
emergere del personaggio di Elettra. Questo fatto di per sé non costituisce certamente
una novità per il teatro di Sofocle. Al contrario, l'isolamento e la solitudine dell'eroe
sono motivi ricorrenti dell'intera produzione sofoclea, come hanno mostrato, tra gli
altri, Bernard M.Knox, che ne ha delineato i tratti tipici e ne ha ricordato l'incidenza
nella tragedia rinascimentale e neoclassica, e, prima di lui, Gennaro Perrotta. Tuttavia,
nell'Elettra all'isolamento della protagonista si accompagna un suo maggiore studio
psicologico, che sul piano artistico si esprime nella descrizione di un animo dalla ricca
vita interiore. Certo, anche in Elettra, al pari degli altri eroi sofoclei, è possibile
cogliere una passione che domina sopra le altre, un valore che ne ispira la condotta e ne
definisce la fisionomia di personaggio. Ciò che in Edipo è l'ansia di verità, in Aiace
il senso dell'onore, in Antigone il dovere religioso, in Elettra è senza dubbio
l'esigenza di giustizia. Sotto questo aspetto, l'Elettra, al pari dell'intera produzione
sofoclea, può essere accostata al sesto libro dell'Iliade, all'Epitafio pericleo per i
caduti ateniesi del primo anno della guerra del Peloponneso, all'orazione demostenica
Sulla corona, come altissima espressione letteraria della convinzione, centrale nel
pensiero greco, secondo la quale, per richiamarsi alle celebre distinzione di Max Weber,
l'etica dell'intenzione (gesinnungsethisch), non l'etica della responsabilità
(verantwortungsethisch), deve guidare ed orientare la condotta di un uomo (come pure di un
popolo), il quale, pertanto, deve essere giudicato non già guardando alle conseguenze
delle sue azioni, ma ai principi che le hanno ispirate. L'esigenza di giustizia
costituisce sino a tal punto la nota dominante del personaggio di Elettra, che è a
partire da essa che Sofocle viene costruendo i rapporti tra la protagonista e i restanti
personaggi del dramma, nel senso che l'essere complici o antagonisti della figlia
dell'Atride discende e acquista significato, ai fini dell'azione drammatica, dalla
prossimità o dalla distanza dall'idea di giustizia che lei possiede. Estremamente
significativo, da questo punto di vista, è lo scambio di battute tra Elettra e la sorella
Crisotemi nella seconda scena del primo episodio (vv.328-471), in particolare allorchè
quest'ultima afferma che: "il giusto non sta in quello che io dico, ma in quello che
tu pensi; tuttavia, se voglio vivere libera, sono costretta ad obbedire ai miei
padroni" (vv. 338-340). Di uguale rilievo è la prima scena del secondo episodio (vv.
516-659), nella quale si fronteggiano Elettra e Clitemnestra: la difesa che la madre fa
dell'uccisione di Agamennone, reo di avere acconsentito al sacrificio di Ifigenia, pur di
permettere alla flotta greca di partire per Troia, alla figlia appare un discorso
"privo di sostanza" (v. 584). A ulteriore conferma della centralità
dell'insopprimibile esigenza di giustizia nel personaggio di Elettra, è possibile
evidenziare la cura con la quale Sofocle, a più riprese, descrive le forme, che
concretamente assume l'ingiustizia nella vita della giovane donna. L'infame assassinio del
padre ("o padre, ucciso indegnamente e miseramente", vv. 101s.), la straziante
lontananza del fratello ("da sempre io lo attendo senza stancarmi", v. 164), la
propria misera condizione, che può confrontarsi con quella dell'ultima delle serve
("vivo come una serva in casa di mio padre", v. 190), la mancanza di ogni
prospettiva di felicità futura e la coscienza del triste presente, i cui elementi
costitutivi sono individuati nel dolore e nella privazione ("E intanto la maggior
parte della mia vita scivola senza il dono di una speranza e sono stanca; e mi logoro
senza figli, senza un amico che mi voglia bene e mi protegga", vv. 185-188),
rappresentano momenti e aspetti distinti di un'esistenza, che pare scorrere sempre
identica a se stessa, costantemente stretta tra il vuoto lasciato dalla giustizia, la
grande assente, e il dominio soffocante dell'ingiustizia presente ("La mia vita è
sempre stata come un torrente in piena, che trascina con sé angosce terribili e
infinite", vv. 851-852), di un'esistenza, in breve, che pare possedere i tratti
tipici di quella che Friedrich Nietzsche, in un denso aforisma di Aurora, chiamava
"la vita mancata". Eppure questa condizione di sostanziale emarginazione e
desolazione, cui Elettra è costretta, non si traduce mai nel suo animo in motivo di
rassegnazione, bensì diviene il terreno nel quale lasciare fiorire un'idea di giustizia
nobile e pura, la cui nobiltà e purezza discende direttamente dal fatto di essere una
giustizia attesa, sognata, invocata, ma non posseduta e, dunque, ancora immune dalle
scorie e dalle impurità - Charles Péguy avrebbe detto dalla "grossolanità" -,
delle quali inevitabilmente essa si ricopre, quando si cala nella storia, quando, cioè,
entra a fare parte dell'agire dell'uomo. Tale collegamento, così finemente colto da
Sofocle, tra la radicale infelicità di Elettra e l'altezza dell'idea di giustizia che lei
possiede, non deve suscitare meraviglia alcuna, dal momento che tra i doni che la
sconfitta elargisce all'uomo, e l'esistenza di Elettra è interamente compresa entro
l'angusto orizzonte della sconfitta, il più prezioso, come rilevava Ernst Junger in una
bellissima pagina del saggio Oltre la linea, è certamente quello di far maturare
"una coscienza del giusto superiore a quella di chi si impegna nell'azione".
Agire nel mondo, in quest'ottica, significa, sempre e comunque, compromettersi col mondo:
solo una completa solitudine non conosce colpa. Questa esigenza di giustizia in Elettra è
vista e ritratta da Sofocle non come elemento che fissa e, in un certo senso, blocca
l'ethos del personaggio, come accadeva alla passione dominante del protagonista nelle
precedenti tragedie, bensì come fattore dinamico, capace, cioè, di generare pulsioni,
emozioni, sentimenti diversi, talora contrari, nell'animo della protagonista. Lo
sconfinato amore per il padre ucciso ("non posso fare a meno di piangere il mio
povero padre", v. 133), il profondo affetto per il fratello ("O mio ultimo
ricordo della vita di Oreste, l'uomo a me più caro", vv. 1126-1127),
l'inestinguibile odio per la madre ("mia madre, che mi ha partorito, è il mio nemico
più odiato", vv. 261-262), l'inveterato disprezzo per Egisto ("Uccidilo e dallo
in pasto alle bestie che merita, creatura immonda, lontano dai nostri occhi", vv.
1487-1489), la crescente distanza dalla sorella, che diviene vera e propria alteritas
("A te la mensa sia perennemente imbandita e la vita trascorra nel lusso: a me basta
non offendere me stessa e i tuoi privilegi non li voglio", vv. 361-364): sono queste
le molteplici risonanze sentimentali suscitate nell'anima di Elettra dalla sua sete di
giustizia, che finiscono per conferirle una ricchezza e varietà di toni sconosciuta alle
altre figure del teatro di Sofocle. Come la sentinella romana, evocata da Oswald Spengler
a conclusione di L'uomo e la macchina, che preferì morire durante l'eruzione del Vesuvio
piuttosto che tradire la consegna ricevuta, così anche Elettra, al pari di Aiace e di
Antigone, ci ricorda che nella fedeltà alla propria coscienza consiste la grandezza e la
nobiltà dell'uomo. Di quella coscienza, però, l'ultimo Sofocle non si accontentò di
ritrarre la passione dominante, ma volle anche scrutarne pensieri ed emozioni. Senza
giungere a ritenere di dover trasferire "la tragedia dentro il petto dell'uomo",
come fece Euripide, tuttavia anche Sofocle nella sua vecchiaia non concepì più il
personaggio come una semplice funzione della favola tragica. Sotto l'influsso del più
giovane poeta, piuttosto, seppe rinvenire nei moti dell'anima una fonte di poesia
altrettanto potente quanto lo era "l'illustrazione di una situazione universale,
ricorrente, riconoscibile". Stando così le cose, forse non è errato scorgere
nell'omaggio che Sofocle tributò ad Euripide, una volta appresa la notizia della sua
scomparsa, accanto al riconoscimento della grandezza dell'avversario, anche la tacita
ammissione che qualcosa nel proprio modo di concepire il teatro, e in particolare il
rapporto azione/personaggio, col tempo era cambiato e che la ragione di questo mutamento
era dovuta in primo luogo proprio all'influenza di Euripide. Certo, Elettra resta una
creatura poetica ben diversa da Fedra e Medea e diversa, soprattutto, è la profondità
dell'introspezione psicologica. Tuttavia, come già notava Max Pohlenz, è fuor di dubbio
che "senza le figure femminili di Euripide, neppure il ritratto di Elettra e della
sua evoluzione interiore sarebbe stato possibile". Da questo punto di vista, l'ultima
produzione di Sofocle costituisce già un capitolo della Fortleben euripidea.
Arnaut Daniel ringrazia:Leggi saggi su Elettra
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